- GUELFI E GHIBELLINI -
a cura del dott. Fabrizio Gabrielli



Cominciamo a sgombrare il campo dai luoghi comuni della Storia: se Siena è diventata una grande città con un grande popolo, ciò non è dovuto (o lo è soltanto in minima parte) alla tanto osannata battaglia di Montaperti, di cui peraltro si parla in un altro capitolo di questa sezione dedicata alla Storia. Così come Provenzano Salvani, di cui parleremo presto in un altro capitolo, non è l’eroe cittadino che merita la più alta considerazione, pur essendo egli stato, a suo tempo, un condottiero in battaglia e un diplomatico di notevole importanza. Un altro luogo comune vigente tra i senesi è la gloria dell’epoca dei Comuni, che peraltro fu contraltata a distanza anche di un solo decennio da carestie e pestilenze inaudite. In genere si fa risalire il periodo di maggior splendore di Siena all’epoca immediatamente successiva alle grandi battaglie combattute tra Guelfi e Ghibellini. Si trattò di un periodo di relativa "quiete dopo la tempesta" che aveva assalito pressoché tutte le città italiane al termine delle lotte di successione per il trono degli imperatori della Casata Sveva e al predominare degli interessi papali che si intrecciavano con il fallimento di questa. Ma parlare di Duccio di Buoninsegna, di Simone Martini, dei Lorenzetti, del Governo dei Nove, dello splendore repubblicano, dei Medici, dei pontefici nati in terra di Siena senza comprendere le profonde lacerazioni che colpirono il tessuto sociale del Comune italiano nel Duecento, sarebbe come parlare del giorno tacendo la notte. Per questa ragione si desidera prendere l’abbrivio per questa cavalcata nella Storia di Siena e dell’Italia, descrivendo in primis le lotte tra Guelfi e Ghibellini.

Sigillo Ghibellino

La tradizione narra che i nomi di Guelfi e Ghibellini (in tedesco, Welfen u. Waiblingen) ebbero origine in Germania nella prima metà del XII secolo. Secondo la comune opinione i due nomi furono i gridi di battaglia in uso tra i sostenitori della Casa di Baviera e della Casa dei duchi di Svevia (Hohenstaufen) dopo la morte dell’Imperatore Enrico V (1125), che non lasciò eredi diretti. Risuonarono per la prima volta nella forma “Hye Welff!” e “Hye Wîbelingen!”1 sotto le mura del castello di Weinsberg nella battaglia omonima, nei pressi dell’odierna città di Heilbronn, dove i duchi di Baviera nel 1140 opposero resistenza, poi soccombendo, all’assedio di re Corrado III di Hohenstaufen2.

Molto probabilmente però l’uso di tali denominazioni in un’accezione più squisitamente politica sorse qualche anno più tardi, quando cioè i due partiti, nati in Germania dalle lotte per la successione al trono, dopo la morte di Enrico V, vennero a contrapporsi come rappresentanti di due indirizzi politici antitetici. I seguaci degli Hohenstaufen sostenevano un indirizzo intransigente nei riguardi di qualsiasi ingerenza politica della Chiesa romana. Il primo rappresentante del ramo cadetto dei Welf-Este, Welf IV, duca di Baviera, favoriva un’intesa con i pontefici rivolta ad assicurarsi l’avallo morale della sua politica. Nella lotta per la successione al trono imperiale i sostenitori dei Welfen elessero re di Germania Lotario di Supplinburg (Lotario III, 1125-38), sostenuto dal genero Enrico il Superbo, divenuto nel frattempo duca di Baviera dopo Welf IV. Ma l’eccessiva potenza di questa Casa, forte della nuova alleanza dinastica, appariva troppo pericolosa agli altri feudatari di Germania, i quali si strinsero intorno ai duchi di Svevia guidati da Federico II di Hohenstaufen, detto il Guercio, padre del Barbarossa (e quindi da non confondersi con l’altro Federico II, imperatore, che visse circa cento anni dopo e di cui si parla nel seguito di questo capitolo) e contrapposero nel 1127 l’elezione a re di Germania del fratello di quest’ultimo, Corrado duca di Franconia (divenuto poi legittimo re Corrado III, 1138-52). Era l’affermazione dell’intransigenza verso la Chiesa nel contrasto fra Stato e Chiesa risolto solo dal compromesso raggiunto con il concordato di Worms del 11223.

Siamo ancora in Germania quando si scontrano tra loro le due fazioni dei Welfen e dei Waiblingen (dal castello di Waibling, luogo di origine della Casa Sveva, situato nell’attuale regione del Baden-Württemberg). In Germania le lotte tra i sostenitori dei Welfen e dei Waiblingen assunsero forme legate in prevalenza alla successione dinastica e quasi mai presero il sopravvento aspetti di lotta intestina nei confronti degli atteggiamenti politici della Chiesa. Ne è testimonianza ancora oggi la lingua tedesca: nei libri di storia Welfen e Waiblingen stanno a significare due Casate che combatterono per salire sul trono dell’Impero. I due partiti guelfi e ghibellini così come vengono studiati in Italia, il primo a favore di un’intesa con il Papa anche al livello politico e il secondo contrario all’ingerenza Papale nei fatti della politica e a favore dell’Imperatore, anche nei libri di storia tedeschi si chiamano “Guelfen und Ghibellinen”!

Ma torniamo ai fatti dell’epoca. Papa Onorio II parteggiò per la fazione guelfa, riconoscendo Lotario III e scomunicando Corrado III, il quale era stato incoronato re d’Italia a Monza dall’arcivescovo di Milano in lotta con il Papa (1128). Anche in questo caso l’avversione di Onorio II nei confronti di Corrado III non aveva ancora molto a che fare con l’indirizzo politico degli Hohenstaufen, ma si configurava piuttosto come contrapposizione di interessi del Papa nei confronti dell’accresciuta potenza dell’arcivescovo di Milano e dell’usurpazione di potere perpetrata da questi. Tuttavia le città lombarde si mostrarono in complesso avverse al nuovo re d’Italia e Corrado III dovette tornare in Germania; scese poi Lotario III, che dal nuovo pontefice Innocenzo II fu incoronato Imperatore (1133). Alla sua morte fu eletto a succedergli il suo avversario Corrado III e rinacque la lotta fra Guelfi e Ghibellini. Nel 1140 Corrado III assediò il castello di Weinsberg del duca di Baviera, spegnendo definitivamente le illusioni dei Welfen di diventare la dinastia imperiale germanica4.

L’alleanza della Casa di Baviera con Lotario III, duca di Sassonia, era stata cementata con il matrimonio tra Enrico il Superbo, figlio di Enrico il Nero, e la figlia di Lotario III, e aveva portato come conseguenza il costituirsi di una formidabile potenza feudale nelle mani di Enrico il Superbo, che al titolo di duca di Baviera, veniva ad aggiungere quello di duca di Sassonia e alla morte del suocero avanzava pretese persino alla successione imperiale. La sua eccessiva potenza spinse i principi tedeschi ad accostarsi alla casata sveva e ad eleggere al trono di Germania Corrado III, che riusciva a vincere definitivamente Welf VI di Baviera a Weinsberg e ad abbattere momentaneamente la potenza della casa nemica, lasciando al piccolo Enrico il Leone, figlio di Enrico il Superbo, la sola Sassonia e concedendo la Baviera alla casa di Babenberg. Se la competizione fra le due casate traeva così la sua origine dalla debolezza intrinseca della monarchia elettiva germanica e dalla rivalità delle grandi famiglie feudali aspiranti al trono, in un secondo momento rientrò nell’ambito della lotta sostenuta dall’istituto monarchico contro il particolarismo feudale e veniva ad assumere in parte il carattere di una reazione dello spirito nazionale tedesco, impersonato dagli Hohenstaufen, contro la politica d’invadenza negli affari interni tedeschi largamente attuata dai pontefici, con la complicità della casa dei Welfen. Tali atteggiamenti, naturale retaggio della lotta per le investiture, non riescono però a nascondere del tutto la fitta trama di interessi feudali e dinastici che si addensano intorno alle due grandi famiglie rivali.

L’elezione di Federico I di Hohenstaufen, detto il Barbarossa, a re di Germania nel 1152, e tre anni dopo la sua incoronazione a Imperatore, segnarono il trionfo della politica antiecclesiastica o, meglio, antiromana e l’affermazione di un ordine nuovo in Germania. La designazione che di lui aveva fatto Corrado III fu accolta favorevolmente da entrambe le due casate, sia per le sue elevatissime qualità personali, sia perché, essendo egli figlio di una sorella di Enrico il Superbo e quindi cugino di Enrico il Leone, sembrava adatto a pacificare e a unire nella sua persona le due dinastie rivali, e in realtà realizzò subito un’intesa con la Casa dei Welfen. Ma il Barbarossa, con questo atteggiamento conciliante verso la Casa di Baviera, voleva sopire la guerra in Germania per scatenarla con violenza e maggiore ampiezza d’intenti in Italia, contro i due veri nemici dichiarati della sua politica di restaurazione della potenza del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica: il papato e i comuni, i quali dall’amicizia con il papa traevano la fonte delle loro libertà conquistate soprattutto in campo commerciale ed economico. L’atteggiamento del Barbarossa nei confronti dei Comuni fu la miccia che scatenò una reazione a catena nella società italiana del tempo e la trasformazione interna dei due partiti guelfo e ghibellino, da consorterie dinastiche élitarie, quali erano stati in Germania i Welfen e i Waiblingen (soprattutto tra i feudatari) a veri e propri partiti “popolari”, capaci di mobilitare il cosiddetto “popolo di mezzo” e di organizzare campagne di guerra contro le città rivali.

Proprio durante il lungo periodo del regno di Federico Barbarossa (1152-1190) notiamo in Italia la tendenza delle forze politiche in contrasto a differenziarsi secondo gli atteggiamenti fondamentali dell’azione dell’Impero nei confronti della Chiesa. La differenza fondamentale tra Guelfi e Ghibellini italiani stava infatti nel diverso atteggiamento più o meno accondiscendente nei confronti delle ingerenze politiche del Papa. Ma ove queste venivano accettate dagli uni e condannate dagli altri, nessuna delle due fazioni in Italia si sarebbe sognata di voler tornare al feudalesimo, ancora in parte vigente nelle lande teutoniche. L’intelligenza del Papa senese Rolando Bandinelli, papa Alessandro III (1159-1181) fu quella di saldare la propria lotta di interesse personale contro il Barbarossa con quella di difesa a spada tratta delle autonomie locali conquistate dai comuni. All’inizio della contesa con il Barbarossa i comuni italiani non avevano assunto un atteggiamento decisamente antimperiale, ma avevano combattuto unicamente per salvare le autonomie loro riconosciute da Enrico V. Solo in seguito il fondersi della lotta tra Impero e Comuni con la contesa tra Papato e Impero contribuirono a determinare lentamente un prevalente orientamento guelfo delle città italiane.

Naturalmente, il conflitto tra Chiesa e Impero generalizzò e complicò quello tra Comuni e Impero. Così necessariamente si dissero Ghibellini quei signori feudali e quei comuni che speravano nel trionfo dell’Impero per il consolidamento delle loro fortune e si dissero Guelfi i sostenitori della causa delle libertà comunali e i partigiani della politica comunale del Papato, specialmente di Papa Alessandro III. In realtà, avendo l’Imperatore in Italia bisogno di appoggi e di collaboratori, diversi dai grandi feudatari, indeboliti dal sorgere e dal prosperare dei Comuni, non lesinò i suoi favori ad alcune città le quali, come Pisa e Como, per cause e motivi di ordine locale, si trovavano da tempo in lotta contro centri cittadini pericolosi, e s’inchinavano a Federico I non perché deboli difensori dei loro diritti comunali, ma perché l’Impero pagava con concessioni più o meno importanti il servizio che essi gli rendevano, attaccando i comuni maggiori, come Milano, il cui cosmopolitismo e l’apertura mentale rappresentava un permanente ostacolo all’affermazione del potere dell’Impero.

Così Firenze si disse e si sentì guelfa, sia perché era già stata dalla parte della contessa Matilde e del Papato durante la lotta per le investiture, sia perché Pisa era ghibellina e aveva ottenuto dall’Imperatore quel diploma del 6 giugno 1162 che destò nella repubblica marinara tanti e cosi orgogliosi impulsi verso più ampie conquiste. A Firenze, secondo la tradizione tramandataci dai cronisti, la formazione delle due fazioni sarebbe stata dovuta a un conflitto familiare: nel giorno in cui Buondelmonte dei Buondelmonti, che aveva ucciso Oddo Arrighi dei Fifanti (1215), fu ucciso dagli Amidei, congiurati con i Fifanti, gli Uberti e i Lamberti, incominciò la rovina della città e nacquero i due nomi di parte guelfa e di fede ghibellina. In realtà si tratta di una spiegazione semplicistica, sebbene ci venga descritta dal Guicciardini, altrove acuto osservatore della storia. Durante la lotta fra Innocenzo IV e Federico II, in particolare dopo la scomunica e la deposizione dell’Imperatore da parte del Papa, la denominazione di “Guelfi” non indica più soltanto gli avversari di Federico, ma i fautori del suo avversario, il papato; e quello di Ghibellini non più soltanto i partigiani di Federico, ma dell’Impero. Sulle origini e sulle ragioni storiche di Siena ghibellina dedicheremo un capitolo a parte. Anche Milano, prima dei Visconti, fu guelfa perché erano Ghibellini i centri lombardi minori, come Como, e i maggiori feudatari a lei nemici. Insomma il significato delle parole si altera appena il conflitto, uscendo dai confini del mondo germanico, si svolge in modo particolarmente violento in Italia; quelle parole conservano solo in parte il loro valore tradizionale e finiscono con il denotare fazioni cittadine che aspirano al dominio del Comune, senza che per questo i Ghibellini siano meno dei Guelfi rigidi difensori dell’autonomia e delle glorie comunali.

I comuni nell’Italia settentrionale e centrale erano ormai pienamente sviluppati con i loro organi costituzionali, con le loro ricchezze, con le loro energie e attività spirituali e la lotta che l’Imperatore scatenò con eroico impeto, ma con scarsa conoscenza della realtà del momento, doveva finire fatalmente con la sua sconfitta. Nel frattempo, verso la metà del secolo XIII, le due fazioni si erano organizzate in tutte le città del nord e del centro Italia e le troviamo con questi due nomi ad Arezzo, a Città di Castello, a Borgo S. Sepolcro, a Perugia.

Lotte sveve

Certamente la formazione delle fazioni cittadine è anteriore all’uso dei nomi di Guelfi e di Ghibellini, perché essa derivava dai contrasti di famiglie, di consorterie, di quartieri, favorita dalla mancanza di un potere superiore forte e ordinato; ma le fazioni tendendo a far dimenticare le ragioni del loro contrasto, meschine, grette, egoiste, proclivi sempre alla violenza, talvolta anche gratuita, cercavano di coprirsi con il manto di un’idealità politica assumendo i nomi dovuti più al caso che ad una scelta consapevole. Era inoltre già incominciato nell’Italia settentrionale un altro movimento che doveva avere come conseguenza la crisi e lo svuotamento dello stesso ordinamento comunale, a causa delle lotte civili che stancavano le popolazioni e che doveva concludersi con la caduta del comune e con l’avvento della signoria cittadina e regionale.

Mentre ciò avveniva in Italia, al principio del secolo XIII nel nuovo conflitto per la successione a Enrico VI (1198) i fautori di parte guelfa e di parte ghibellina tendevano a riprendere il loro carattere dinastico e nazionale. La lotta era scoppiata fra Filippo, duca di Svevia, candidato dei Ghibellini, e Ottone di Brunswick, candidato dei Guelfi, e le città e i signori si divisero parteggiando per l’uno o per l’altro dei due contendenti fra il 1198 e il 1208, e poi per Ottone e Federico II durante il trentennio dell’Impero di Federico, naturalmente ghibellino. Ne derivò una situazione alquanto paradossale in Italia dove città e signori feudali si divisero fra i due rivali e furono partigiani del Guelfo o del Ghibellino. Ma l’Imperatore Ottone, in conflitto con il Papato e scomunicato da Innocenzo III, era guelfo, e Federico era ghibellino, pur essendo sotto la protezione della Chiesa e del suo tutore Innocenzo III: così i nomi di Guelfi e di Ghibellini erano diffusi e pronti a essere usati con significato apparentemente contraddittorio.

La lotta che si sviluppò incessante nel primo comune italiano, dentro e fuori le mura cittadine, fu sintomo ed espressione della vitalità stessa del nuovo status quo. Già nei primi anni del XIII secolo, quando la vita comunale si fece più complessa, rigogliosa, potente, più varia e più ricca di nuove forze politiche ed economiche che aspiravano in gara sfrenata al dominio della città, la lotta tra Guelfi e Ghibellini assunse i caratteri di una guerra selvaggia e senza quartiere che portò fatalmente al dissolversi della vita comunale stessa nella nuova unità della Signoria.

Alle forze che agirono all’interno delle mura cittadine si aggiunsero le tendenze espansionistiche del comune, che dettero origine a interminabili guerre fra città e città, e i primi tentativi di Signoria che si affermarono nell’Italia settentrionale già nella prima metà del secolo XIII. Tutte queste forze varie e tumultuose, al di sopra della varietà e della mobilità degli interessi che dettero loro origine, trovarono un’unità occasionale nei tradizionali nomi di Guelfi e Ghibellini e alla contesa politica si mescolarono atteggiamenti religiosi, sia per la diffusione dell’eresia nel XIII secolo, sia per le necessità della lotta che spingeva comuni, signori e Impero contro i privilegi e la proprietà del clero.

Da ciò deriva come non sia possibile parlare nel senso vero e proprio di una storia del Guelfismo o del Ghibellinismo, che pure forniscono gli schemi esteriori della lotta politica specialmente nell’Italia dei secoli XIII e XIV. Rodolfo d’Absburgo, Enrico VII, Giovanni di Boemia e Ludovico il Bavaro saranno di volta in volta i capi intorno ai quali si raccolgono tutte le forze politiche avverse alla Chiesa e agli Angiò. Le città italiane ondeggeranno tra l’una e l’altra parte, a seconda del prevalere nel loro interno dell’una o dell’altra fazione, e a seconda delle necessità di adattarsi alle contingenze politiche del momento. Solo alcune di esse, come Pisa e Siena da una parte e Firenze e Lucca dall’altra, rimarranno tradizionalmente le une tenacemente ghibelline e le altre prevalentemente guelfe.

Ma Pisa è rivale di Genova, legata a sua volta agli Angiò e alla Chiesa, e deve difendersi da Firenze che tende irresistibilmente a estendere il suo dominio fino al mare; Firenze, le cui origini comunali si ricollegano alle concessioni della contessa Matilde, era andata stringendo sempre più i suoi legami con la Chiesa al tempo di Federico I. I maggiori banchieri e mercanti fiorentini erano i finanziatori delle imprese politiche del Papato, gli esattori e gli uomini d’affari della Santa Sede. E appunto in Firenze, città il cui dominio costituisce una delle chiavi per il dominio di tutta l’Italia settentrionale, la lotta tra le fazioni interne, le influenze sveve o angioine e la guerra contro le città vicine di Arezzo, Siena, Pisa, Lucca assumono caratteri di particolare violenza. Le battaglie di Montaperti (1260), di Campaldino (1289) e di Montecatini (1301) (a queste due partecipa anche Dante Alighieri nelle file dei guelfi fiorentini), di Altopascio (1325), e lo scindersi del partito guelfo nelle nuove fazioni dei Bianchi e Neri, il prevalere dei Neri al tempo di Bonifacio VIII, con l’aiuto di Carlo di Valois sono gli episodi salienti e notissimi della lotta, che divampa in tutta Italia.

Papato e Impero tenteranno più volte, nell’interesse supremo della loro politica universale, di elevarsi al di sopra della lotta e Nicolò III, Gregorio X e Giovanni XXII tenteranno di sancire accordi fra gli Angioini e l’Impero, ed Enrico VII scenderà in Italia come pacificatore tentando una pacificazione clamorosa tra città e fazioni. Nessuno comprendeva più il significato delle parole guelfo e ghibellino, soprattutto perché la stessa massa guelfa, a Firenze come altrove, si era da tempo scissa in fazioni e in vere e proprie sette, e la lotta tra Guelfi e Ghibellini era diventata, in sostanza, lotta di magnati contro popolani e viceversa, lotta di predominio di un comune maggiore nella regione che ne subiva gli interessi e il fascino, lotta di banchieri, di mercanti, di cittadini e di contadini per loro cause locali che nulla avevano più a che fare con il Guelfismo e il Ghibellinismo originari. Ma tutto ciò ha un carattere effimero e contingente: dopo brevissima sosta la lotta riprenderà più accanita e l’Impero e il Papato, ormai decadenti, ne saranno nuovamente travolti loro malgrado.

Ai principi del secolo XIV la lotta si va esaurendo nella polemica che conclude le discussioni sui rapporti dei due massimi poteri. E nel “De Monarchia” di Dante prende forma il vivo desiderio di pace della società medievale anelante a un nuovo assetto e la tendenza dello stato e del laicismo a sottrarsi a ogni ingerenza ecclesiastica.


1 Nel tedesco in uso all'epoca il dittongo "ye", che veniva letto abbastanza similmente a quanto avviene oggi per il dittongo "ie" come una "i:" ('i' allungata), rappresentava l'attuale dittongo "ei" in uso nell'alto tedesco contemporaneo, per cui si può ragionevolmente ritenere che il grido di battaglia significasse "Heil' Welf" ovvero "Heil' Waiblingen", cioè rispettivamente: "viva Welf" o "viva Waiblingen".


2 La leggenda vuole che dopo quella battaglia, in cui i ghibellini uscirono vincitori, essi avessero concesso alle donne del luogo, di parte guelfa, di portare via con sé tutto quanto fossero in grado di trasportare a spalla e che esse portarono via a spalla i loro mariti. Ovviamente non esistono testimonianze certe su questo episodio che sembra piuttosto un'autoglorificazione degli sconfitti.


3 Il concordato di Worms del 23 settembre 1122 sancì la rinuncia da parte del re all'investitura dei vescovi nell'ufficio ecclesiastico, riservandosi tuttavia il privilegio di investitura con la concessione feudale dei poteri temporali. Tale investitura temporale, in Germania, doveva precedere la consacrazione degli abati, mentre in Italia e in Francia l'investitura doveva seguire il rito della consacrazione. Ovviamente il rito sancito in Germania dal concordato di Worms era più favorevole al potere regio, che subentrava a monte della consacrazione ecclesiastica. Similmente in Germania si decise che l'elezione dei vescovi, pur avvenendo in forma canonica, poi approvata dal popolo, doveva avvenire alla presenza del re o di un suo incaricato. Il Concilio lateranense del 1123 (primo Concilio ecumenico dell'Occidente) ratificò l'accordo di Worms.


4 Da questo ramo cadetto della famiglia Welf-Este trasse origine la stirpe degli Este che dominò per oltre quattro secoli il nord Italia, stabilendo la sede del proprio governo prima a Ferrara e poi a Modena. Fu proprio Welf VI, battuto a Weinsberg da Corrado III, che ottenne da suo nipote Federico I il Barbarossa i possedimenti della Casa d'Este in alta Italia e insieme la Tuscia, Spoleto e altre terre umbre. Un altro rappresentante della famiglia, Enrico il Leone, fu spodestato nel 1180 sempre da Federico I il Barbarossa e confinato al dominio del ducato di Brunswick-Lüneburg, la cui linea dinastica salì nel 1714 al trono in Inghilterra nella persona di Giorgio I di Brunswick-Hannover.
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