- FEDERICO I DI SVEVIA DETTO IL BARBAROSSA -
a cura del dott. Fabrizio Gabrielli




Alla morte di Corrado III (1152) la Germania si trovava in pieno disordine a causa delle ribellioni dei feudatari tedeschi e il potere monarchico era gravemente indebolito. Corrado aveva un figlio di otto anni al quale in quelle condizioni non si poteva trasmettere il potere. Perciò egli stesso raccomandò agli elettori l'elezione di suo nipote Federico di Svevia, tanto più che era norma del rinnovato Impero che i sovrani in Germania fossero creati dall'elezione dei prìncipi e non per successione dinastica. L'elezione di Federico, avvenuta a Francoforte nello stesso anno, sembrò che dovesse far cessare le lotte civili in Germania, sia per il prestigio del nuovo sovrano, sia perché come figlio di padre ghibellino e di madre guelfa egli riconciliava in sé le due famiglie avverse.

L'opera del Barbarossa ci si presenta subito varia e complessa. Anzitutto egli realizzò un'intesa con la Casata dei Welffen. Enrico il Leone riebbe oltre alla Sassonia anche la Baviera, divenne uno dei signori più potenti del tempo e sotto l'egida dell'Imperatore allargò il suo dominio diretto a danno dei signori sassoni. La casa di Babenberg, a cui fu ritolta la Baviera, venne compensata erigendo per essa la marca orientale in ducato d'Austria, e Welff VI fu investito della Toscana, di Spoleto e dei beni della contessa Matilde. Quindi il Barbarossa cercò di consolidare il suo dominio diretto nella Svevia e nella Franconia. Sposando Beatrice, contessa dell'alta Borgogna, affermò anche in questo territorio il suo potere diretto e si creò in questo modo nella Germania meridionale una massa di territori abbastanza compatta sulle cui risorse poteva contare. Prese anche a far valere i diritti regi della feudalità laica ed ecclesiastica. D'altra parte, valendosi del Concordato di Worms, si occupò attivamente nella nomina dei vescovi, cosicché la Germania ebbe da allora una Chiesa di carattere nazionale meglio disposta a seguire le direttive del suo sovrano che non quelle del pontefice romano.

FEDERICO I DI SVEVIA DETTO IL BARBAROSSA

Tale vigoroso rafforzamento del potere regio in Germania doveva costituire per Federico il fondamento per lo sviluppo della sua opera in Italia. L'ideale imperialistico formò profondamente l'opera del Barbarossa, che s'ispirò in parte alla tradizione considerandosi erede di Costantino, Giustiniano, Carlo Magno (che fece canonizzare dall'antipapa Pasquale III) e di Ottone I. Appena salito al trono scrisse al pontefice che era sua ambizione restaurare la grandezza del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica. Nella realizzazione di questo ideale Federico mostrò uno spirito più preciso e più pratico che non i suoi predecessori tedeschi, i quali non avevano esatte cognizioni del diritto imperiale che invocavano, mentre egli si valse del risorto diritto romano, della sapienza giuridica dei legislatori dello studio di Bologna che gli fornirono le massime del diritto romano come fondamento e norma di un potere assoluto. Federico fece perciò valere la sua alta sovranità sia sulla Boemia, da lui elevata a regno, sia sull'Ungheria, sulla Polonia e sulla Danimarca; e inoltre chiamò i re di Francia e d'Inghilterra re delle province, cercando di far valere anche sopra di loro la sua autorità imperiale. Questo programma rigidamente imperialistico veniva fatalmente a urtare contro la Chiesa Romana, che mirava a sviluppare sempre più largamente i princìpi teocratici di Gregorio VII, e contro i Comuni del Regno d'Italia, che ormai esercitavano da tempo quei diritti di sovranità (come l'elezione dei magistrati, l'amministrazione delle imposte, il diritto di guerra, ecc.) che secondo Federico spettavano invece al sovrano. La stessa politica portava Federico a scontrarsi con i re normanni di Sicilia, da lui considerati come usurpatori. E poiché l'Impero d'Oriente riprendeva interesse alle cose d'Occidente, un conflitto doveva inevitabilmente scoppiare con esso, tanto più che l'Occidente, attraverso il movimento delle crociate, tendeva a espandersi nelle terre orientali e diventava minaccioso per l'Impero Bizantino. A questo modo l'opera del Barbarossa ci presenta un quadro grandioso di politica internazionale, con risvolti che sembrano ricalcare gli avvenimenti dei nostri tempi: egli non poté piegare al suo potere i prìncipi dell'Europa occidentale né i re normanni, non poté aver ragione del papato, non riuscì a sottomettere i comuni italiani. Ma vediamo in dettaglio la politica del Barbarossa.

Nel secolo XII, mentre i Paesi dell'Occidente tendevano a un accentramento politico e territoriale che sarebbe sboccato nella formazione di Stati unitari, in Italia persisteva, anzi si aggravava, il frazionamento del potere. Per la sua posizione geografica l'Italia era il Paese destinato al maggiore e più rapido incremento della sua ricchezza, perché attraverso il Mediterraneo avvenivano gli scambi tra l'Occidente e i porti del Mar Nero, dell'Asia Minore, della Siria, dell'Egitto. Era il momento in cui decadeva la potenza araba indebolita dalle discordie interne e l'Occidente progrediva nella sua ricostituzione civile e politica. Delle condizioni commerciali favorevoli approfittavano in più larga misura le città marinare italiane, mentre quelle dell'interno della penisola, come le città della Val Padana, che si trovavano sulle maggiori vie commerciali, sfruttavano il commercio di transito o svolgevano un traffico proprio o accrescevano la loro attività industriale. Le crociate contribuivano a ravvivare i rapporti commerciali fra l'Oriente e l'Occidente con particolare vantaggio per le repubbliche marinare e per le altre città italiane che aumentavano la produzione sia con la lavorazione della seta e della lana, sia con quella dei metalli, specialmente del ferro, determinando un accrescimento di capitali e anche uno sviluppo maggiore dell'artigianato delle città. La relativa abbondanza di capitali dovuta all'industria e alla produzione terriera fece ascendere molte città a una grande ricchezza. Firenze e Siena, Pisa e Genova, Venezia e Milano, furono i centri maggiori del commercio, dell'industria, del capitale, e i loro commercianti e banchieri cominciarono a far sentire la loro azione in Italia e oltre le Alpi.

Questa trasformazione e questo sviluppo dell'economia favorirono il sorgere di nuovi ceti sociali e determinarono nuovi bisogni, nuovi aspetti e forme di vita, nuovi rapporti giuridici, nuovi orientamenti negli elementi costitutivi della popolazione: feudatari, commercianti e artigiani tutti aspiravano a una posizione sociale e politica corrispondente al loro nuovo stato e si organizzavano in forme associative nuove in competizione e anche in aperta lotta fra loro, per mancanza di un potere politico centrale che riuscisse a coordinare tutte queste spinte centripete. Da tale situazione derivavano quindi lotte delle città con il contado, delle città con i vescovi, delle città fra loro e lotte di fazioni cittadine in quasi tutto quel territorio che, posto a nord del Patrimonio di S. Pietro, continuava a costituire giuridicamente il Regno d'Italia, per quanto scarsissima vi fosse l'autorità dei re tedeschi. Soltanto nell'Italia meridionale con i Normanni s'era costituita una monarchia sempre più accentratrice, determinando la formazione di uno Stato saldamente organizzato che tendeva anche a espandersi al di là del mare in Africa.

I sovrani tedeschi non si disinteressavano del Regno d'Italia che costituiva parte essenziale del Sacro Romano Impero. L'Italia era per gli imperatori germanici il campo in cui potevano sperare di raccogliere da feudatari e dai Comuni i tributi dovuti alla loro sovranità, la via per cui potevano tendere al mare, il ponte di passaggio per l'Oriente, il territorio con il quale era collegata la tradizione dell'Impero Romano, il Paese in cui pensavano di poter riprendere in mano le redini nella lotta contro il pontefice per rivendicare i diritti della potestà civile universale. Questa Italia così divisa, così irta di contrasti che non si potevano facilmente conciliare, era creduta facile preda anche dal Barbarossa. Ma il duplice dominio sulla Germania e sull'Italia fu sempre difficile ad essere conservato. Da un lato l'azione militare, lontana dai luoghi di reclutamento delle forze dava scarsi risultati; dall'altro si combattevano in Germania lotte tra diverse fazioni di feudatari, che richiedevano la presenza dell'Imperatore per essere sedate. La lontananza dell'Imperatore favoriva in Italia le spinte autonomistiche presenti in Italia. In queste difficili condizioni si trovò anche il Barbarossa, e così i suoi successori, in un tempo in cui i progrediti e maturati elementi della nuova civiltà italiana facevano dell'Italia un Paese sostanzialmente distinto dalla Germania, sicché l'una e l'altra terra più non si potevano ridurre sotto un solo sistema politico universale.

La sistemazione delle cose di Germania consentiva a Federico di svolgere una più efficace azione in Italia dove taluni elementi sembravano favorirla. Il feudalesimo era ancora forte in Piemonte dove primeggiava il marchese di Monferrato, e nel Veneto dove il patriarca di Aquileia, generalmente tedesco, forniva un forte appoggio all'Impero sul confine orientale d'Italia. E anche nell'Italia centrale prevaleva ancora il feudalesimo in Toscana e nel ducato di Spoleto. A Roma s'era costituito il comune in cui dominava l'influenza di Arnaldo da Brescia. Morto il papa Eugenio III, dopo il breve pontificato di Anastasio IV (1153-54), il suo successore, Adriano IV (1154-59), costretto da una sommossa a ritirarsi a Orvieto, lanciò l'interdetto sulla città e ottenne dal popolo l'allontanamento di Arnaldo. Federico aveva già concluso con Eugenio III un accordo in forza del quale il papa gli assicurava la pacifica coesistenza con la corona imperiale mentre l'Imperatore si impegnava a sostenere contemporaneamente il papa contro il comune di Roma (Arnaldo) e contro il re di Sicilia Guglielmo I il Malo, la cui potenza era considerata pericolosa dal pontefice.

Federico scese in Italia nell'ottobre del 1154 accompagnato da un piccolo esercito e fu incoronato re a Pavia; ma presto si accorse quanto fosse difficile restaurare l'autorità imperiale nel Regno d'Italia e in particolare nella Lombardia. Nei campi di Roncaglia, presso Piacenza, convocò una dieta a cui intervennero il marchese di Monferrato e i rappresentanti di molti comuni; ma si avvertì subito l'avversione di Milano. Il Barbarossa ascoltò le lagnanze dei signori feudali e dei piccoli comuni contro i comuni maggiori, specialmente contro Milano. Con un decreto revocò tutte le usurpazioni dei diritti imperiali compiute dal tempo di Enrico IV in poi; ma il programma di restaurazione dell'autorità imperiale non fu attuato. Fu un grave errore, poiché di contro Federico ritenne giusto compiere qualche atto di forza ad ammonimento dei riottosi, facendo distruggere alcune località minori, come Galliate, e prendendo alcuni comuni più forti, come Asti e Chieri che furono concessi al marchese di Monferrato. Federico infine conquistò e distrusse Tortona (aprile 1155).

Messosi in marcia verso Roma per esservi cinto della corona imperiale, si incontrò presso Viterbo con papa Adriano IV, con il quale rinnovò l'accordo già concluso con Eugenio III; di esso prima vittima fu Arnaldo da Brescia, che, preso prigioniero presso Roma, fu giustiziato. Respinta l'offerta della corona imperiale fattagli dal comune romano, Federico la ricevette in San Pietro dal pontefice (giugno 1155); ma tosto scoppiò un violento tumulto contro i Tedeschi e sia il papa che l'Imperatore dovettero lasciare la città; tornando indietro Federico attaccò e saccheggiò Spoleto; giunto nell'Italia settentrionale pubblicò una sentenza contro Milano, privandola di tutti i privilegi; ma dovette affrettarsi in Germania richiamatovi da una nuova rivolta dei feudatari. Adriano IV, non potendo più contare sull'aiuto imperiale, venne a patti con i Normanni e concedette a Guglielmo I l'investitura di tutto il regno, comprese Capua e Napoli (1156).

Hohenstaufen

L'accordo concluso tra il papa e il re di Sicilia era contrario ai patti papali-imperiali, né mancavano altri contrasti fra le due potestà per l'ingerenza eccessiva di Federico nelle elezioni dei vescovi in Germania (fatto sancito dal concordato di Worms in epoca antecedente all'epoca di Federico). Un conflitto scoppiò nella Dieta di Besançon (1157) per l'interpretazione artificiosa di una lettera di Adriano all'Imperatore, alla cui autorità (sminuita per le concessioni fatte in Germania ai grandi vassalli) fu pure grave offesa il fatto che Milano aveva provveduto alla riedificazione di Tortona e si apprestava a difendere la sua autonomia, i suoi privilegi e i suoi interessi di grande potenza in Lombardia.

Nel giugno del 1158 Federico scese per la seconda volta in Italia con grandi forze alle quali si unirono quelle dei grandi feudatari italiani e di una parte dei Comuni. Risottomessa Brescia e ricostruita Lodi, fu assediata Milano che si sottomise obbligandosi a sottoporre all'approvazione imperiale la nomina dei suoi consoli e rinunciando alla supremazia su Como e Lodi. Venne quindi convocata per l'11 novembre la seconda e più importante Dieta di Roncaglia, alla quale intervennero arcivescovi e vescovi delle principali diocesi, prìncipi, duchi, conti, marchesi e consoli di tutte le città. Scopo della dieta era di regolare giuridicamente la posizione dei signori e delle città nei riguardi dell'Imperatore. I dottori di diritto di Bologna furono chiamati a far parte di una commissione la quale determinò quali fossero i diritti spettanti all'Imperatore nell'amministrazione delle città e dei territori: elezione di duchi, conti, marchesi; nomina dei consoli per le città; amministrazione della giustizia; conio della moneta; riscossione di pedaggi, tasse doganali e portuali; prelievi in natura di ciò che potesse occorrere all'Imperatore in viaggio e al suo esercito in marcia. Principio fondamentale allora applicato, e desunto dal diritto romano, era che i diritti dell'Impero non potevano decadere o scemare per desuetudine, né essere invalidati da consuetudine contraria. Tali decisioni colpivano in particolare le città della Lombardia contro le quali si appuntavano altre disposizioni: era proibita la guerra privata, vietate le leghe fra città e le consorterie, stabilito che le controversie potessero risolversi soltanto davanti a giudici imperiali. In questo modo l'assolutismo imperiale era garantito anche per l'avvenire dalla dichiarazione dell'imprescrittibilità dei diritti imperiali.

Federico cercò presto di tradurre in atto gli amplissimi poteri a lui riconosciuti. Non contento di approvare le nomine dei magistrati cittadini, volle inviare nelle città dei magistrati propri, intendendo così assicurare la soggezione delle città; ma i Comuni si opposero. Ritenendo sciolto il trattato concluso poco prima con Milano, il Barbarossa sottrasse numerosi paesi alla giurisdizione di Milano e occupò i castelli di Milano e Crema, appellandosi appunto a quell'accordo. Altre città si unirono alla resistenza di queste due città. Crema, fedele alleata di Milano, assediata dalle truppe imperiali resistette per sei mesi, ma fu costretta ad arrendersi e fu distrutta. I milanesi si trovarono così spinti a una lotta ineguale, ultimo e inevitabile tentativo di conservare l'autonomia. Intanto era sorto un nuovo conflitto tra Adriano IV e il Barbarossa, il quale faceva valere i diritti sovrani anche contro i vescovi, affermava il suo potere nelle terre pontificie e rivendicava i diritti imperiali nella stessa Roma. Il papa, che si era accordato con il re di Sicilia, si accostò ai comuni lombardi: era imminente il conflitto fra Adriano e Federico quando il papa morì (10 settembre 1159). In questo momento la scelta del nuovo pontefice assumeva particolare valore; la maggioranza dei cardinali elesse il cardinale senese Rolando Bandinelli, cancelliere di Adriano, che prese il nome di Alessandro III (1159-81); la minoranza elesse con due voti un parente degli Hohenstaufen, il cardinale Ottaviano, che si chiamò Vittore IV. L'Imperatore pretese di decidere fra i due eletti in un concilio da lui convocato a Pavia; ma Alessandro rifiutò di riconoscere la competenza di Federico; il concilio riconobbe il papa Vittore, mentre Alessandro scomunicava l'Imperatore.

Frattanto continuava la lotta fra gli imperiali, fiancheggiati da milizie di Novara, Lodi, Cremona, Como, e i Milanesi coadiuvati da Brescia, e in due scontri le milizie imperiali furono battute (agosto 1160). Dopo questo successo i milanesi iniziarono la ricostruzione di Crema. L'anno dopo il Barbarossa, avuti grandi rinforzi dalla Germania e nuove forze da città e signori italiani, sconfisse i milanesi in campo aperto e assediò la città. Milano, ridotta alla fame e priva di soccorsi, fu costretta ad arrendersi (10 marzo 1162). Federico ordinò che la città fosse distrutta, e la distruzione fu affidata ai comaschi, pavesi, cremonesi, novaresi e ai vassalli di Martesana. Dispersi gli abitanti in quattro borgate, sottomesse Brescia, Piacenza, Bologna, le decisioni di Roncaglia ebbero piena applicazione; nei comuni furono insediati i podestà imperiali.

Federico sembrava giunto all'apogeo della sua potenza, ma una vasta coalizione si veniva preparando contro di lui. Il papa Alessandro III, costretto dagli intrighi dell'Imperatore ad abbandonare Roma, s'era rifugiato in Francia dove aveva ottenuto il riconoscimento della sua autorità da parte dei sovrani d'Occidente (sinodo di Tolosa dell'ottobre 1160). Morto l'antipapa Vittore, gli succedette uno dei due soli cardinali favorevoli al Barbarossa, Guido di Crema, che prese il nome di Pasquale III, e poi ancora un antipapa, Callisto III (1168); ma nella stessa Germania, dove lo scisma era tollerato con riluttanza, si formò una corrente favorevole ad Alessandro, il quale intanto aveva potuto rientrare in Roma (1165). Il Barbarossa era disceso per la terza volta in Italia (ottobre 1163), mirando a una spedizione contro i normanni per la quale doveva essere aiutato da Genova e da Pisa. Ma la spedizione non ebbe luogo, sia perché le due repubbliche, in lotta fra loro per il dominio della Sardegna, non gli diedero aiuti, sia perché l'Imperatore si ammalò e poco favorevoli erano le città di parte imperiale. Nell'inverno del 1163-64 cominciarono ad apparire chiari i segni della riscossa antimperiale, poiché le città della marca veronese (Verona, Treviso, Vicenza, Padova) con l'appoggio di Venezia, si strinsero in lega (Lega Veronese), ciò che costituiva una violazione dei decreti di Roncaglia. In realtà i colpi di mano di Federico non avevano distrutto nessuna delle forze che si opponevano alla sua dominazione in Italia: né i Comuni, né il papato, né il Regno di Sicilia. Anzi qui la congiura diretta a togliere il potere a Guglielmo I fallì (1160); il re domò la rivolta in Sicilia e sul continente e i baroni sconfitti ripararono in parte presso Federico. Morto poi Guglielmo I gli succedette Guglielmo II il Buono (1166-89) sotto la tutela della madre.

Se il re di Sicilia occupato a domare la ribellione non poté dare aiuti validi al pontefice contro l'Imperatore, offrì invece aiuto l'Imperatore d'Oriente, il quale propose ad Alessandro l'assoggettamento di Roma e dell'Italia e il ristabilimento dell'unione delle due Chiese, purché fosse a lui restituita la corona imperiale anche per l'Occidente. Questo piano non fu accolto dal papa, che però si valse di un Imperatore contro l'altro. I bizantini avevano occupato Ancona (1157), mirando a una riconquista dell'esarcato. Il Barbarossa pensò allora di strappare all'Imperatore d'Oriente la base che egli manteneva nell'Italia centrale e sulla fine del 1166 scese per la quarta volta in Italia. Nella Dieta di Lodi subito convocata l'Imperatore non diede nessuna soddisfazione ai reclami delle città lombarde, sicché mentre egli poté rafforzare il suo dominio nell'Emilia e assediare Ancona, la stessa Cremona gli si rivoltò e si strinse in lega con Mantova, Brescia, Bergamo e con i milanesi. L'accordo fu concluso nel monastero di Pontida fra Bergamo e Lecco (aprile 1167), e fu il primo nucleo della Lega Lombarda.


Federico, ottenuta la resa di Ancona, non pensò subito a fronteggiare il nuovo movimento antimperiale nella Lombardia e preferì intervenire prima a Roma e nell'Italia meridionale. Impadronitosi di Roma si fece incoronare Imperatore una seconda volta dall'antipapa Pasquale e si accordò con il comune romano, mentre Alessandro III riparava a Benevento. La spedizione nell'Italia meridionale fu però impedita da una grave epidemia scoppiata nell'esercito imperiale. L'Imperatore ritornò allora in Lombardia, dove la lega si allargava fondendosi con la Lega Veronese, sicché si giunse alla costituzione definitiva della Lega Lombarda (1 dicembre 1167). Federico, cui restavano fedeli solo Pavia e Como, dovette tornare in Germania. Il marchese di Monferrato suo partigiano gli servì da intermediario presso il conte di Savoia e il Barbarossa, attraverso il Monferrato, poté pervenire a Susa, dove una rivolta della città l'obbligò a fuggire travestito per il valico del Moncenisio (1168).

Nei sei anni che rimase in Germania il Barbarossa provvide a rafforzarvi la sua posizione: fece eleggere re il primogenito Enrico, agli altri figli diede i ducati di Svevia e di Franconia e il Regno di Borgogna, e mantenne i buoni rapporti con Enrico il Leone. Ma in Italia frattanto si consolidava la lega antimperiale che si giovava ora delle alleanze con il papa, con il re di Sicilia e con l'Imperatore d'Oriente. Vi aderirono, costrette, anche città imperiali, come Corno e Novara, e perfino grandi feudatari come il marchese Malaspina di Lunigiana e il conte di Biandrate. Milano risorgeva dalle sue rovine. Per tenere testa a Pavia e al marchese di Monferrato i collegati fondarono, alla confluenza della Bormida con il Tanaro, una nuova città, che in onore del pontefice fu chiamata Alessandria (1168). Un momentaneo indebolimento alla lega venne dalla lotta scoppiata tra Venezia e Manuele Comneno; e quando Federico mandò innanzi in Italia il suo cancelliere Cristiano, arcivescovo di Magonza, Venezia cooperò con le sue navi all'assedio posto da Cristiano ad Ancona (1174). Ancona tuttavia si difese energicamente e poté essere liberata; l'alleanza di Venezia con il re di Sicilia obbligò l'Imperatore Manuele alla pace.

Finalmente Federico, attraversò la Borgogna e la Savoia, scese per la quinta volta in Italia (1174), con l'intento di fiaccare la Lega Lombarda. In Italia egli aveva ancora forti appoggi; il conte di Savoia lo favoriva; i Pavesi e il marchese di Monferrato accorsero in suo sostegno; l'esercito del cancelliere Cristiano dominava l'Italia centrale; il duca Guelfo, senza figli, aveva ceduto all'Imperatore i suoi feudi di Toscana; il papa era costretto fuori di Roma dall'ostilità dei cittadini. Entrando in Italia il Barbarossa si vendicò di Susa che fu incendiata, prese Asti e assediò Alessandria. L'assedio durò fino alla settimana santa del 1175; una vigorosa sortita degli assediati e l'avvicinarsi dell'esercito che intanto la lega aveva allestito, costrinsero gli imperiali a togliere l'assedio. Invece di una battaglia campale, che pareva inevitabile, si venne all'armistizio di Montebello (aprile 1175) con il quale si affidava a una commissione di arbitri la soluzione delle controversie. Le trattative, a cui partecipò anche il papa, fallirono.

Ma ora era più facile alle città lombarde che al Barbarossa raccogliere le truppe che in vista degli accordi pacifici erano state in parte congedate. Nella primavera del 1176 l'Imperatore mosse per incontrare le truppe che dalla Germania scendevano in Italia attraverso la Valtellina, non così numerose come l'Imperatore sperava, per il mancato concorso di Enrico il Leone. La Germania non prendeva troppo interesse alle cose italiane; la maggioranza dei signori si occupava delle cose locali ed era piuttosto avversa alle costose e onerose spedizioni italiane; era anzi piuttosto gelosa se l'Imperatore vi riportava vittorie, gli stessi sentimenti aveva dimostrato anche Enrico Il Leone. Le nuove forze furono accolte da Federico presso il Lago di Como; i Comaschi tornarono dalla sua parte, e l'Imperatore mosse verso sud per unirsi con le forze fornitegli da Pavia e dal marchese di Monferrato. Le forze della Lega gli tagliarono la via tra il Ticino e l'Olona e a Legnano si venne alla famosa battaglia (29 maggio 1176). L'urto venne sostenuto massimamente dai Milanesi e in particolare dalla Compagnia della Morte che fece il suo estremo sforzo asserragliata intorno al carroccio, impedendo che si convertisse in rotta il primo ripiegamento a cui la cavalleria tedesca aveva costretto parte dei collegati. Federico combatté valorosamente, e rovesciato da cavallo scomparve nella mischia. L'esercito imperiale sconfitto riparò a Pavia, dove ricomparve pure dopo alcuni giorni l'Imperatore, che i suoi avevano pianto per morto.

Non era stata una vittoria di eccessiva importanza tattica o strategica, ma era grande per il suo valore politico e morale (fu anche ripresa come esempio di combattività da un movimento politico dei nostri giorni) e per le ripercussioni che avrebbe potuto avere in Germania. Federico quindi si affrettò ad avviare trattative di pace. I collegati non sfruttarono a fondo la vittoria, sia per mancanza di fiducia nelle proprie forze, sia per non completa concordia fra loro, sia per la loro disposizione d'animo essenzialmente difensiva, che non rinnegava l'autorità dell'Impero e desiderava una riconciliazione con esso. Della vittoria profittò invece il pontefice. Nei preliminari di Anagni Federico riconobbe Alessandro come papa, abbandonando la causa dell'antipapa; riconobbe alla Chiesa romana le regalìe che essa prima possedeva; rinunciò al prefetto imperiale in Roma, cioè al governo effettivo della città. L'attuazione di questa clausola si sarebbe fatta dopo la conclusione della pace generale, poiché il papa dichiarò che non poteva separare la sua causa da quella dei suoi alleati, i comuni cioè, il re di Sicilia e l'Imperatore d'Oriente. Questo accordo segnò il principio di uno sgretolamento della Lega; Cremona e Tortona fecero pace separatamente con Federico; la disunione fu accresciuta dall'orgoglio dei Milanesi vincitori e dalle risorte rivalità tra comune e comune dopo la vittoria. Venezia si offrì come mediatrice e in questa città si riunirono, non senza reciproci sospetti e diffidenza, il papa, l'Imperatore, gli ambasciatori del re Guglielmo II, i delegati di molte città lombarde (1177). La pace generale non si poté concludere; vennero confermati gli accordi di Anagni, fu stipulata una lunga tregua con il re di Sicilia, e una più breve tra i comuni e l'Impero. Tornato in Germania, il Barbarossa mirò accrescervi la propria potenza e questa volta a danno di Enrico il Leone che gli aveva rifiutato il suo aiuto nella guerra in Italia. Questi dapprima fu messo al bando dell'Impero (1180); poi la sua ostinata resistenza fu schiacciata dalla coalizione formata da Federico con i prìncipi sassoni. Anche in Italia la situazione per Federico venne migliorando con il diminuire della compattezza della Lega. La pace definitiva coi comuni poté così essere conclusa a Costanza (25 giugno 1183). Per essa l'Imperatore riconosceva la Lega e faceva concessioni alle città che la componevano entro le mura e in parte del contado; riconosceva i loro privilegi e si obbligava ad investire i consoli eletti dai cittadini, rinunciando a mandare nelle città i podestà imperiali. Le città si obbligavano a pagare un tributo annuo all'Imperatore e a fornirgli il fodro quando scendeva in Italia; inoltre l'Imperatore conservava la giurisdizione in grado di appello e riservava a sé la decisione delle controversie fra comune e comune. In sostanza i comuni ottennero quello che avevano chiesto prima della formazione della Lega: essi conservavano la loro autonomia, vedevano ridotti i loro obblighi feudali e limitata a pochi casi l'ingerenza imperiale nelle loro questioni. Era un compromesso che segnava la rinuncia ai piani di dominio accentratore e assoluto di Federico.

Il trattato di Costanza riguardava soltanto le città della Lega che avevano combattuto contro Federico e delle quali si faceva espressamente menzione. Con il tempo però, o per speciali decreti imperiali o per tacita autorizzazione, le conclusioni stipulate a Costanza furono estese a tutte le altre città di quello che restava sempre giuridicamente, anche se fittizio, il Regno d'Italia. Con questa pace ebbe principio sotto l'aspetto giuridico il regime comunale, per il riconoscimento del quale si era combattuto per ventidue anni, dal 1154 al 1176.

Federico si mantenne in rapporti amichevoli con le città della Lega Lombarda, che in realtà si era sciolta con il trattato di Costanza; e coltivò particolarmente l'amicizia con Milano, con la quale nella sesta e ultima sua discesa in Italia strinse un trattato di alleanza (1185). Nell'Italia centrale e settentrionale cercò di mantenere le condizioni consolidate dalla guerra e dalla pace di Costanza; tentò invece di assicurare l'Italia meridionale alla sua famiglia non in contrasto, ma in accordo con il re di Sicilia, mirando ad assicurarsene l'eredità. Nuove ostilità erano scoppiate fra il re di Sicilia e l'Impero d'Oriente in seguito a una strage di Latini fatta a Costantinopoli (1182), e Guglielmo II occupò Tessalonica, compiendovi per rappresaglia un'altra strage. Ciò forse favori l'accordo fra l'Impero tedesco e il regno normanno e Guglielmo acconsenti al matrimonio fra l'unica rappresentante della casa Normanna, Costanza figlia di Ruggero II, ed Enrico figlio dell'Imperatore. Per le condizioni territoriali del proprio potere chi aveva ragione di sentirsi preoccupato era il papa Lucio III (1181-85), il quale rifiutò d'incoronare Imperatore Enrico, mentre viveva ancora il padre; e il dissidio si fece più grave con Urbano III (1185-87). Ma il Barbarossa non si preoccupò dell'opposizione pontificia e fece celebrare solennemente il matrimonio tra Enrico e Costanza a Milano, dove Enrico fu incoronato re d'Italia e prese il titolo di Cesare, con il quale era associato all'Impero (gennaio 1186). Questo fatto metteva in nuovo urto il papa e l'Imperatore; ma il nuovo papa Clemente III (1187-91) volle anteporre a ogni altro pensiero quello della crociata e si pacificò con l'Imperatore, a condizione che Federico partisse per l'Oriente.

Si venne così alla Terza Crociata. Il regno di Gerusalemme dopo l'infelice seconda Crociata era venuto sempre più decadendo. Le incursioni dei sultani di Aleppo e di Damasco, le lotte tra i feudatari del regno, le discordie degli ordini cavallereschi, le frequenti reggenze, rendevano sempre più debole la monarchia, la quale poté sostenersi qualche tempo solo perché anche i suoi nemici erano divisi e discordi. Più grave pericolo corsero i cristiani quando un ufficiale del sultano di Damasco, Salah ad-Din (il Saladino), dopo aver occupato l'Egitto rovesciando la dinastia dei Fatimiti, riuscì a riunire sotto di sé tutti gli Stati della Siria e della Mesopotamia (1174-93). Cavalleresco, valoroso, amante della cultura occidentale, il Saladino dapprima non attaccò il regno di Gerusalemme, ma poi, assalito dai cristiani (1177), proclamò la guerra santa e invase il regno di Gerusalemme. Fallito un primo tentativo, tornò all'assalto e schiacciò i cristiani nella battaglia di Hattin presso il lago di Tiberiade (1187), prendendo prigioniero lo stesso re Guido di Lusignano. Poco dopo anche Gerusalemme era occupata. All'annuncio dell'evento fu grande la commozione in tutta la cristianità, e da Clemente III fu bandita la Terza Crociata. Federico, pacificati Riccardo Cuor di Leone re d'Inghilterra e Filippo II Augusto re di Francia, affidata la reggenza al figlio Enrico, parti con i due sovrani, nel 1189, alla testa di un esercito scelto e ordinato. Attraversata l'Ungheria vinse l'opposizione dell'Imperatore Isacco, che si era alleato con il Saladino contro i crociati, lo costrinse a dare le navi necessarie per passare l'Ellesponto e a consegnare ostaggi. Passato in Asia, quando l'armata siciliana (già mandata da Guglielmo II sotto il suo ammiraglio Margarito da Brindisi) aveva costretto il Saladino a togliere l'assedio da Tiro, sconfisse il sultano di Iconio, prese la città, e avanzò a sud del Tauro per congiungersi con gli altri crociati sbarcati nella Siria. Ma mentre tentava di guadare il fiume Selef in Cilicia, il Barbarossa annegò (giugno 1190). Venne cosi a mancare l'anima direttiva della crociata; una parte dell'esercito tedesco tornò in patria, una parte sotto il duca d'Austria giunse in Terra Santa e partecipò alla presa di S. Giovanni d'Acri; Filippo Augusto e Riccardo d'Inghilterra, tornati ostili, non condussero concordemente l'impresa, e nonostante la morte del Saladino (1193) Gerusalemme rimase in mano dei Turchi.

Federico Barbarossa fu considerato sempre dai Tedeschi come uno dei grandi eroi della loro stirpe. La sua improvvisa scomparsa tra i flutti di un fiume ingrossato dalle piogge ha dato grande incentivo alla formazione della leggenda che in Germania si volse intorno alla sua figura, trasformandolo in un eroe tutelare della patria. Secondo tale leggenda egli non è morto, bensì è addormentato in una caverna magica e si scuoterà dal sonno il giorno in cui la sua terra in pericolo sotto la minaccia di estrema rovina avrà ancora bisogno di lui.

Gli Italiani hanno conservato di lui ben diversa memoria, ricordando la sua crudeltà da barbaro all'assedio di Crema, il suo odio implacabile verso i vinti, la sua rappresaglia sugli ostaggi tutte le volte che subì un rovescio. In Italia fu considerato un despota nemico della libertà e della civiltà, e quindi fu designato e gli fu negato il titolo di "grande". Per la Germania fu un sovrano notevole, perché pacificò il Paese, ne riordinò le leggi, protesse la cultura. Ma con le sue onerose imprese ne esaurì le energie e ne compromise la supremazia. A parte l'esagerazione dei due giudizi, non mancò di buone qualità, fu certo uomo di notevole valore intellettuale, abile ed eroico guerriero: ebbe un altissimo concetto dell'autorità imperiale, e volle tradurlo in pratica di governo, anelando alla formazione di un Impero sul modello di quello romano. Ma non fu un grande uomo di Stato, non comprese che la società italiana aveva fatto grandi progressi dal tempo di Ottone I, non s'accorse che non aveva la forza, né vi erano le condizioni per realizzare il suo ideale politico. Il giudizio della storia lo ha bocciato, ma come molti altri personaggi storici di quel secolo ci ricordiamo ancora oggi solo di lui.

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