Quercegrossa (Ricordi e memorie)

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CAPITOLO VIII - STORIA RELIGIOSA

La Parrocchia dei SS. Giacomo e Niccolò a Quercegrossa
La nuova parrocchia nacque dunque dotata di tutte quelle prerogative tipiche dei similari enti ecclesiastici. Naturalmente mantenne il titolo sotto l'invocazione dei SS. Giacomo e Niccolò ereditato dall'ospedale e generalmente venne detta parrocchia di S. Iacomo a Querciagrossa.
Aveva una chiesa per la celebrazione del culto con annessa l'abitazione del parroco; un popolo sul quale esercitare la giurisdizione sacramentale che dava diritti a prestazioni e tasse di "stola"; un territorio che garantiva una sicura rendita attraverso la consuetudine delle decime; un complesso di beni di sicura proprietà per una rendita economica sia di denari che di alimenti e un parroco che finalmente vi risiedeva stabilmente e poteva così sopperire a tutte le necessità spirituali della popolazione e curarne nel contempo gli interessi comunitari. Divenne così (anche se occorrerà qualche decennio) un normalissimo centro di culto dove il curato iniziò ad organizzare i vari uffizi, a collaborare con i fedeli e con la nuova compagnia laicale, e a tutelare i beni della parrocchia. Finalmente, iniziò una vera attività pastorale che coincise con la generale ripresa delle parrocchie sotto la spinta della Controriforma portatrice di una intensa devozione cultuale rivolta al SS. Sacramento, al S. Cuore e alla Vergine alla quale si accompagnò la continuità liturgica e la rinnovata moralità dei nuovi sacerdoti sempre più preparati per la missione cui erano chiamati, anche se alcune di queste figure particolarmente nei primi tempi della nuova parrocchia di Quercegrossa sembra tendessero più all'amministrazione del materiale che dello spirituale, ma ciò avveniva, come appare evidente, sotto la spinta di reali necessità materiali.
Comunque, da quel 1653, la parrocchia dei SS. Giacomo e Niccolò a Quercegrossa divenne una realtà e da allora e nello spazio di circa tre secoli e mezzo ben quindici sacerdoti si sono succeduti alla sua guida con continuità e, fino al 1967, di ognuno di loro possiamo tracciare un profilo più o meno significativo in conseguenza dei documenti rimasti. Difficile, se non impossibile, ricostruire la personalità e il carattere dei curati attraverso gli scarsi testi più che altro di tipo amministrativo, ma leggendo attentamente vi possiamo vedere l'energia della loro opera o il servizio di routine. Mostrare la capacità imprenditoriale o la disposizione alla pastorale; parroci che sono passati in silenzio ed altri come terremoti. In ogni modo seguendo la storia personale di ognuno di loro si traccia nello stesso tempo la storia della parrocchia.
don Girolamo Carducci
don Alessandro Girolami
don Giuseppe Berteschi
don Anton Maria Lucchi
don Silvestro Picconi
don Sebastiano Borselli
don Francesco Bianciardi
don Gaetano Pratesi
don Luigi Regoli
don Adriano Rigatti
don Luigi Grandi
don Ottorino Bucalossi


Girolamo Carducci (1653-1663)
Girolamo Carducci prete senese fu il primo parroco di Quercegrossa.
La famiglia Carducci abita il proprio appartamento nel Palazzo Lombardelli, nella parrocchia di S. Giovanni in Siena, dove nel 1672 ancora risiede il fratello Enea, con la mamma in altro appartamento in compagnia di una fanciulla di 25 anni.
Nominato direttamente dall'Arcivescovo, Girolamo Carducci prese possesso della parrocchia nei primi mesi dell'anno successivo alla fondazione e la resse per dieci anni. Di lui non sono rimasti molti documenti se non una causa in cui è chiamato a rispondere di un debito del padre: "...come figlio del fu Austino ...debitore alle gabelle di Contratti di certa somma di denaro", mentre invece il Carducci dichiara di aver regolarmente pagato.
A lui si deve il primo libro parrocchiale dei morti e dei matrimoni annotati in maniera frettolosa e incompleta e ciò gli viene imputato dal Vescovo che lo invita a "tenere meglio i libri parrocchiali". Infatti, l'arcivescovo Celio Piccolomini Ugurgieri nella sua visita pastorale alle parrocchie del contado del 1663, pochi mesi prima della morte del Carducci, giunse a Quercegrossa e constatò che dopo dieci anni di governo la parrocchia si trovava in pessimo stato, così come l'annesso di Petroio. Il parroco non vi abitava, perché probabilmente non erano stati fatti i previsti interventi di restauro della canonica, e di conseguenza non vi teneva il Santissimo.
Anche l'interno della chiesa era stato trascurato perché il pavimento era da rifare e le finestre erano aperte e comandò di metterci la tela. Inoltre si doveva rifare il sacrario, il baldacchino all'altare e poi sistemare i paramenti mettendoci una croce e dotarsi di navicella e turibolo.
Appare quindi una situazione di completa trascuratezza, dove sembra che niente sia cambiato dai tempi antichi, e grave è la mancanza del turibolo per le varie funzioni liturgiche che denota tanta indifferenza. Confrontando l'inventario del 1654 con quello del 1663 dell'Alberti si nota un maggior numero di suppellettili a disposizione, fra le quali quelle dell'altare di S. Antonio, con il dipinto del Santo su tavola e la statua Ecce homo di sasso, ma si tratta di piccole cose come vasi da fiori, alcuni candelieri, borse, fazzoletti e sopracalici; il minimo indispensabile che un parroco potesse procurarsi per la sua sacrestia, ma, al contrario, dispone di un solo calice, di un solo camice e di tre pianete. Alcuni arredi sono di chiara provenienza da Petroio come la bara assai usa, due lanternoni vecchi, un confessionario uso e certamente alcune suppelletili.
Anche le rendite, non incentivate, sono scarse e non eccedono i cinquanta scudi.
Da quello che vediamo nel primo registro parrocchiale dei morti e dei matrimoni sembra che il rettore si preoccupi molto delle spese da addebitare alle famiglie del morto da lui annotate diligentemente, e dei crediti da riscuotere, accuratamente registrati in diverse pagine di quel libro usato indistintamente come registro anagrafico e libro di conti e appunti tanto da meritarsi il richiamo del Vescovo. Si può, insomma, definire un pendolare tra Quercegrossa e Siena a cui sta molto a cuore la gestione economica di piccola cassa che gli deriva dai diritti di stola e la riscossione dei benefici parrocchiali senza preoccuparsi minimamente di intervenire come si deve per risanare un ambiente disastrato. In definitiva sembra che la sua gestione sia improntata all'immobilismo, limitandosi all'indispensabile e se è stato il primo parroco non è certo da annoverare tra i migliori.
Ma fra tanto biasimo si devono però accreditare a questo parroco due lodevoli e meritorie iniziative che si riveleranno essenziali nel futuro della parrocchia per il loro valore cultuale: l'introduzione del culto a S. Antonio mettendo così le basi per la costituzione della Compagnia, e la costruzione degli altari laterali. Queste iniziative saranno probabilmente scaturite dalla volontà del popolo, ma ciò non toglie meriti al parroco.
Tra i suoi appunti personali si trova una pagina dedicata alle spese per lo speziale di Siena: un debito che lui salda in più volte, in natura e contanti, ed è relativo all'anno 1660:
30 coppie d'uova per lire due; due staia di farina del mese di luglio 1660 a lire 3.10 lo staio - dato in Siena lire 7; staia tre di noci a lire 1.10 - lire 4.10; some due di vino rosso di quercia grossa il dì 28 settembre fatto il prezzo da come - lire 24; e più uno staio di noci del dì 15 novembre 1660 - lire 1; e più lire 10 precedenti.
Fanno in tutto 48 lire ca. che corrispondono a un sesto delle entrate annuali parrocchiali.
Ma possiamo pensare che il suo conto con lo speziale sia stato sempre aperto perchè il Carducci soffriva di un male terribile per quei tempi: il mal caduco ossia di epilessia. Questo gli procurava molti inconvenienti e in parte si può giustificare il suo operato, condizionato dalla malattia probabile causa della sua morte avvenuta il 27 dicembre 1663.
Vacanza parrocchiale e Alberto Alberti economo spirituale
Quel giorno stesso il Vicario generale, deputato ai casi di vacanza parrocchiale, nominò economo spirituale di Quercegrossa, a tempo limitato, il rettore di Basciano Alberto Alberti, il quale aveva certamente assistito il morente parroco e celebrerà poi il rito funebre con l'assistenza di Enea Carducci, fratello del morto. L'Alberti riceve l'ordine di compilare l'inventario dei beni e consegnarlo all'archivista della Curia, mentre nello stesso tempo viene indetto il concorso per l'assegnazione della cura vacante. Due sacerdoti parteciparono al concorso: Girolamo Capresi e Alessandro Girolami. Il primo ottenne 3 punti e il secondo 4. Il Girolami superò la prevista prova rispondendo agli otto casi del diritto canonico in modo "buono, ottimo e raziocinante", con solo due "male respondit", e il 12 febbraio 1664 gli venne consegnata dall'arcivescovo Ascanio Piccolomini Aragona la bolla di nomina, e con ciò ottenne la cura delle anime di Quercegrossa.
L'Alberti, dal canto suo, il 29 dicembre, due giorni dopo a esequie avvenute, procede con la stesura dell'inventario che il nuovo parroco, come vedremo, impugnerà per ottenere giustizia. L'inventario, infatti, era un documento fondamentale per lo conoscenza dei beni di proprietà della parrocchia, divisi tra gli arredi sacri e beni sinodali, ed era la prima cosa di cui ci si preoccupava di fare, sia alla morte sia alla nomina del nuovo parroco, il quale ne assumeva in pieno la responsabilità. In altre circostanze l’inventario era richiesto dalla Curia o dalle autorità civili per vari usi come tassazione, leva militare ecc.

Alessandro Girolami (1664-1680)
Don Alessandro Girolami, prete di Torrita della diocesi di Pienza, resse la parrocchia di Quercegrossa per sedici anni fino alla sua rinunzia nel 1680, fatta per tornare nei posti nativi. Nel corso del suo lungo mandato si intravedono due diversi periodi di gestione parrocchiale con l’iniziale caratterizzato da difficoltà di tipo economico che lo tengono lontano dal risolvere i problemi della parrocchia e per il quale occorse la sollecitazione documentata e forse un aspro richiamo in privato da parte dell'Arcivescovo nel 1668, e un secondo periodo nel quale la sua attenzione alla parrocchia si fa più premurosa tanto da ottenere lodi e apprezzamenti: "Ne parla bene anche il popolo".
Ciò nonostante fu senza dubbio un sacerdote importante che segnò un nuovo modo di vivere la religiosità della popolazione, risolvendo per sempre alcuni secolari disfunzioni, garantendo la continuità della liturgia e promovendo la costituzione della compagnia laicale. In parole povere fatta la parrocchia lui fece i parrocchiani i quali in quegli anni cominciano a sentirne l'appartenenza.
Purtroppo di questo parroco e del successivo non ci sono rimasti registri parrocchiali anagrafici, andati dispersi, e di conseguenza c'è un voto di quaranta anni dei quali non abbiamo registrazioni né di morti né di matrimoni, nè di altre notizie.
Il primo passo compiuto il giorno stesso della nomina fu quello di affrontare il fratello del defunto rettore e denunciarlo alla Curia perché, oltre ad arrecare danni in chiesa, Enea Carducci si era impossessato arbitrariamente di alcune suppellettili di proprietà della parrocchia: del letto, e di alcune botti della cantina. Qui, siamo di fronte al primo dei numerosi diverbi che in seguito e regolarmente si accesero tra il parroco entrante e gli eredi del defunto rettore in merito all’appartenenza di arredi e altro. Si scendeva in causa facilmente per i piccoli oggetti e naturalmente per beni maggiori. Ma prima di condannare questo agire ci si deve calare, per quanto sia possibile, nella realtà del tempo e comprendere il valore delle cose, della roba, che aveva un suo preciso costo, quando le rendite erano generalmente misere e grandi le difficoltà economiche. Soprattutto la seguente diatriba sulla restituzione del camice messo indosso al morto e con esso sepolto desta stupore e incredulità, ma tutto si spiega.
L'intervento arbitrale della Curia rimetteva le cose a posto e così don Girolami vide riconosciuti i suoi diritti (vedi Cose d’altri tempi: “Pretenzioni”).
Una testimonianza della premura pastorale del Girolami ci viene data da una supplica che egli stesso inviò all'Arcivescovo il 9 luglio 1667 per ottenere il ripristino di taciti accordi che vi erano con il curato di Basciano riguardo alla predicazione nella Quadrigesima e altre feste. Avveniva che fin dalla costituzione della parrocchia di Quercegrossa era invalso l'uso di far predicare sia a Basciano sia a Quercegrossa le feste di Pasqua, ma che il giorno di S. Giuseppe la predica si tenesse a S. Stefano, mentre il giorno dell'Annunziata, il 25 marzo, si predicasse a Quercegrossa parimenti il 2° giorno dopo Pasqua si predicasse a Quercegrossa e il 3° a Basciano "dove l'uno e l'altro popolo concorre respettivamente per riportar la Benedizione dell'uno e dell'altro Predicatore". Ora è avvenuto il curato di Basciano ha fatto predicare i tre giorni di Pasqua, e per il futuro non intende più rispettare la tradizione da qui l'iniziativa di don Girolami che vede in quest'alterazione il pericolo di disunione tra i due popoli e scandalo, mentre la collaborazione porta edificazione e concordia. Il voluminoso fascicolo inerente la causa contiene una decina di testimonianze tra le quali quelle dei parroci di Lornano e del Poggiolo nonché quelle di alcuni mezzaioli di Petroio unite a una corposa, esplicativa lettera di don Alberto Alberti il quale cerca di dimostrare l'antica tradizione delle prediche originate dalle feste delle Compagnie di S. Stefano e Basciano Queste si opposero all'innovazione per il pericolo di detrimento e che vi sarebbe stato scandalo se non si fosse predicato, e che nelle feste della Concezione e di S. Giuseppe si comunicavano trecento e anche quattrocento persone concorrendoci da quattro o cinque cure. Con queste cifre l'Alberti intende dimostrare quanto sia importante la celebrazione delle feste nelle sue chiese, ma questo non gli valse perché il 24 gennaio 1668 l'Arcivescovo provvedeva e ordinava che si continuasse nella buona corrispondenza di predicare alternativamente in detti giorni alle due chiese pena l'arbitrio a chi dei curati non obbedisse. Venne così premiato lo spirito di collaborazione del Girolami che in quegli stessi mesi si rivolgeva nuovamente all'arcivescovo Ascanio per ottenere un contributo al fine di risolvere il problema della campana che "si trova in stato che non può servire". Bisognerà nuovamente gettarla e magari accrescerla trovando una quantità di metallo perché così com'è riesce piccola, ma le rendite della parrocchia sono tenuissime e il popolo povero e lui non può sopportare tale spesa. Da ricordare che a quel tempo c'erano campanari di professione che si recavano nelle parrocchie e lì gettavano le campane fondendole in improvvisati forni realizzati nel terreno.
La richiesta di don Girolami ebbe buon esito e il 16 maggio 1667 Orazio Amidei uno dei due deputati riceveva dalle mani del cancelliere Piochi la somma di scudi quattro da impiegarsi per la campana.
Ma il richiamo dell’Arcivescovo al nostro parroco, in occasione della visita pastorale del 1668, aveva motivo di essere in quanto le condizioni generali della parrocchia non erano migliorate. Anche se le qualità degli arredi sacri era sufficiente e la chiesa ordinata, il Girolami non vi teneva il SS.mo perché non vi abitava con continuità.
Il presule gli raccomandò più diligenza nel tenere la chiesa in buono stato e provvista di paramenti come ogni chiesa; in particolare mancavano la pianeta nera e l'ostensorio per le processioni.
Il Visitatore salì poi nell'abitazione del parroco, diviso ora in due appartamenti abitabili, uno per lui e l'altro per la serva, ma in quest'ultimo vi trovò il colono con la sua famiglia. Siccome erano troppo vicini in casa gli intimò entro due mesi sotto pena di scudi cinquanta e la scomunica di separarsi dalla famiglia del colono e in modo particolare togliere l'ingresso dalla scala comune e dice pertanto di costruire un appartamento a sé stante.
Questa intimazione ci rimanda a un documento datato 13 luglio 1668 intestato "Adempimento di decreto" che contiene il resoconto di lavori effettuati nella canonica e della sistemazione del contadino nel piano inferiore tramezzando la grande stanza terrena fino al soffitto e realizzando due ambienti uno dei quali ancora diviso per ottenere due camerette. Di questi lavori si fece premura il parroco di avvisare la Curia in ottemperanza agli ordini ricevuti, specificando che così erano libere le stanze superiori.
L'anno stesso della visita suddetta era iniziato con un importante conferimento che in quel momento venne a dare una boccata d'ossigeno alle misere rendite della parrocchia. L’intento era quello di obbligare il parroco a risiedervi, cosa che evidentemente faceva di rado. Si tratta dell'annessione alla parrocchia di Quercegrossa della chiesa di S. Michele Arcangelo al Bozzone detto anche Canonica al Bozzone. Era un beneficio semplice, dipendente dalla parrocchia di Cellole e antichissima cura d’anime soppressa nel XIII secolo. La documentazione, che va oltre il mero atto di assegnazione, ci fornisce interessanti testimonianze di alcuni personaggi, possidenti, chiamati a testimoniare e fornire indicazioni sulla situazione in cui versava la parrocchia di Quercegrossa. Cosa che loro fanno mettendo in luce aspetti concreti della parte economica e delle abitudini degli abitanti e del parroco. Si estrae dal decreto del 6 febbraio 1668 e dai verbali delle interrogazioni del 26 gennaio precedente fatte a Francesco Andreucci, Orazio Amidei e Giacinto Ugurgieri, che le rendite della parrocchia assommavano allora a 42 scudi, a lire 7 l'uno, "in tre canoni ascendenti in tutto a scudi venti con la detrattione di libbre quattro di cera l'anno alle Monache del Santuccio, in quaranta staia di grano et in undici barili di vino e mezzo di decime". Nè la capacità del rettore o possibilità che abbia di bonificare o di tenervi bestiami possono aumentare le rendite perché la parrocchia non possiede beni se non due staia di terreno intorno alla canonica. Con queste rendite il parroco non può mantenersi con decenza, anche senza servitù. Da aggiungere che le decime si riscuotono con difficoltà e sono sempre inferiori di qualità e il vino glielo danno in vasi che per lo più si fa di peggior qualità, e l'esazione dei detti canoni non sempre è puntuale. Se non si arrangiasse non potrebbe vivere, per ciò è costretto a venire a Siena quasi giornalmente per trovare elemosine di Messe da celebrare, e ritornare a Quercegrossa la sera con grave incomodo, fatica e pericolo per la sua salute, con poche probabilità di durare a lungo. "Io stesso gliene ho procacciate affinchè potesse star alla cura", dice l'Amidei. E i tre affermano "Per averlo più volte veduto tornare da Siena". L'altro punto ribadito da tutti riguarda le condizioni del popolo che a sentir loro sono estremamente misere anche se l'opinione espressa sembra inverosimile: "Il popolo di Quercegrossa è povero non solo, ma miserabile perchè non vi è nessuno habbia un pane et al certo nissuno puol far limosina di messe". L'annessione fu decretata e le rendite derivate dalla vendita di un podere dei Piccolomini furono così attribuite a Quercegrossa che le ebbe aumentate di 40 scudi annui in circa.
Questo fatto sembra aver ridato vigore al rettore, il quale deve aver chiuso con i viaggi a Siena e dedicato a tempo pieno alla parrocchia. Ma è curioso quello che avviene quindici anni dopo, nel 1683, quando l'Arcivescovo Marsili visita la Canonica a Bozzone e incontra il rettore Domenico Montorselli il quale gli dice che la chiesa di S. Michele Arcangelo al Bozzone è stata unita a quella di S. Iacopo a Quercegrossa, ma a lui non risulta, comunque la notizia ci dice che il Montorselli è rettore beneficiario fino alla sua morte.
Era stata, questa annessione, sollecitata dallo stesso don Girolami al momento della visita pastorale del 1668, in una relazione presentata alla Curia per ottenere giustizia ad una serie di richieste che vertevano sull’applicazione di certi patti concordati al momento della costituzione della parrocchia come il rispetto delle quote delle decime, che alcuni proprietari stentavano a pagare, e della consegna di una soma di legna per ogni paio di bovi aranti che non tutti adempivano. Inoltre chiedeva di estendere la decima al nuovo podere di casa Pera e a tutti i pigionali anche se non coltivano terreno a mezzo; l'imposizione della decima ai produttori di lino nella misura del 5%; la tassa per la predica di una lira annua per i decimati e 10 soldi per i pigionali; l’erezione della Compagnia di S. Antonio; quanto spazio deve avere intorno senza coltura la Chiesa di Petroio; di avere notizie precise sui confini dei beni della chiesa da parte degli enfiteutari; l’assegnazione di due parrochi vicini per le feste titolari “e per quella di S. Michele verrebbe il parrocho di Vagliagli con abbligo della mia corrispondenza per S. Bartolomeo a Coschine”.
Alcune di tali richieste e proposte vennero accolte come la decima a Casapera con due staia di grano e due di vino annui, ma la decima del lino non venne approvata e così quella dei pigionali.
Passati gli anni 1667/68, quando una sufficiente documentazione ci fornisce aspetti interessanti della cura di don Girolami, si deva andare al 1674 per ritrovare l'ultimo documento relativo a questo parroco. E’ il 18 settembre quando riceve il prefetto dell’arcivescovo Celio Piccolomini Ugurgieri in visita pastorale a Quercegrossa. Appare tutto in ordine e si prende atto che il parroco dall'ultima visita aveva rifatto i pavimenti e la copertura, corredato la sagrestia di paramenti e suppellettili e provveduto alla sistemazione della casa parrocchiale. Per tutto questo viene lodato dal Visitatore. Nella chiesa si celebra a domeniche alterne e i giorni di precetto festivo, altre volte si celebra a Petroio.
Si vede però nel muro dell'altare laterale una “rottura” (crepa) che deturpa la chiesa e pregiudica le pareti, pertanto deve essere “alzato” di nuovo. L'altare sembra sotto il patronato della contessa Cinzia Amidei in Elci, vedova di Andrea di Lodovico, e ordina di avvisare questa contessa entro un detto termine affinchè provveda alla riparazione, ma il parroco preferisce assumersi lui l'onere dei lavori e promette di portarli a compimento per il maggio successivo.
Si chiude così la storia di don Girolami, curato di Quercegrossa, del quale non conosciamo l'età ed è probabile fosse avanti negli anni quando decise di dimettersi "per l'assuntione alla dignità dell'arcipretato di Torrita", e rientrare nel suo paese natale. L'inventario, fatto da lui stesso il 26 febbraio 1680, data delle sue dimissioni, dà l'immagine di una chiesa completa di ogni suppellettile e decorosamente adornata nei tre altari, così come quella di Petroio mai stata ricca di arredi come in quell'anno.

Giuseppe Berteschi (1681-1700)
"Io Giuseppe Berteschi presi possesso di detta Chiesa il dì 22 gennaro 1681 - ricevei immediatamente dal Sig. Giovanni Battista Mazzoni la consegnia di tutti i mobili, tanto di questa Chiesa che di quella di Petroio, siccome anche quelli della Casa".
Questa dichiarazione rilasciata nel seguente febbraio dal nuovo parroco di Quercegrossa, già parroco di Bagnaia dal 1674, ci informa della sua presa di possesso al tempo del vescovo Celio Piccolomini Ugurgieri anche se il relativo concorso per assegnare la parrocchia si era tenuto nel maggio dell'anno precedente e aveva visto concorrervi quattro sacerdoti e l'assegnazione della cura al Berteschi era avvenuta il 4 novembre 1680.
Alla partenza del Girolami era stato nominato economo spirituale don Gio. Battista Mazzoni, curato al Poggiolo, lo stesso che farà le consegne al Berteschi un anno dopo.
La figura del nuovo parroco, alla luce dei documenti rimasti, si presenta ambigua, per certi atteggiamenti tenuti da giovane, per una certa vivacità di carattere con la quale affronta alcune situazioni, una delle quali gli procurerà un grosso guaio, e i debiti lasciati. L'impressione che si ricava fa pensare a un rettore preso dagli affari terreni e scapito di quelli spirituali, con poca dottrina e un po' mondano. Il personaggio si dovrebbe inserire con diritto in quel modello di prete all'antica che ancora persiste nonostante il rinnovamento in atto nel clero, ma la mancanza di ulteriori documenti esplicativi non ci consente di tracciare un profilo più attendibile.
Già all'età di sedici anni, da chierico e non scolaro, si mette in cattiva mostra per una bravata fatta insieme a certo Tommaso Bertini al collegio dei gesuiti in Siena. I due, animati da spirito goliardico inopportuno, l'8 di giugno 1663 si resero autori di scritte e immagini oscene sulle pareti delle stanze e inoltre una mattina andarono al collegio con "certe zagaglie e soffioni sotto la porta della scuola datili foco e fatto strepiti e scoppi in disprezzo della suddetta scuola". La denuncia fatta da un Famiglio di Corte (della Curia) meritò ai due il fermo, ma non ebbero conseguenze per i loro studi anche perché un lettera rimasta ci parla di una raccomandazione a favore del Bertini per mitigare i fatti suddetti.
Ancora chierico, all'età di vent'anni circa, richiede al Vescovo il permesso di portare archibugio a rota e piombo spezzato per andare a caccia. I permessi rimasti sono relativi agli anni 1666 e 1667 e recano l'autorizzazione concessa "per tutto carnevale solamente per la caccia fuor dalle bandite di S. A. S. luoghi pubblici e radunate coll'incorso nelle censure e nelle pene contrafacendo".
L'attività venatoria era molto diffusa tra il clero, anche don Girolami il precedente parroco era stato cacciatore, ma molti preti ne abusavano e giravano armati, cosa loro proibita.
La più tarda lite coll'oste della Ripa per futili motivi risale al 22 agosto 1681, quando era già rettore a Quercegrossa e ne siamo a conoscenza per la denuncia inoltrata da don Berteschi all'autorità curiale la quale intende scoprire se vi siano stati da parte dell'oste comportamenti offensivi verso il sacerdote tali da meritare una condanna. Dalla vendita di una cavalla da parte di Alessandro Panerai, oste alla Ripa, al rettore Berteschi per dieci scudi con pagamento in due rate, da pagarsi una alla consegna di sei scudi e i rimanenti quattro all'8 settembre, nasce l'atteggiamento minaccioso dell'oste verso il rettore accusato di insolvenza, e una mattina, quando il curato passò davanti all'osteria, fu bloccato minacciosamente dall’oste: “Ho ordine da mons. Vicario che voi scendiate da cavallo per ripigliarmi la cavalla”. Il curato non vuole scendere e gli chiede se ha l’ordine scritto. Allora l’oste afferra le briglie e insiste, strattonando il cavallo, per farlo smontare. "Potendo dubitare qualche insulto", il Berteschi scende e l’oste si porta via la cavalla. Successivamente il nobile Lelio Borghesi, presente al fatto, saldò il debito del curato alla scadenza dell’8 settembre, mentre Girolamo Granai gli aveva anticipato lire 26 per la prima rata (che non sono i 6 scudi pattuiti, bensì meno di 4, e da qui la lite). Dopo il pagamento del Borghesi il curato riebbe la sua cavalla.
Qualche anno dopo, un'altra vertenza di tutt’altro tenore lo mette contro la famiglia dei proprietari di Petroio, i quali, secondo il rettore, hanno disatteso il contratto che li legava, attraverso le monache del Santuccio, alla parrocchia di Quercegrossa, e lui intende in qualche modo recuperare alcuni crediti. Le monache avevano sì stipulato nel 1613, come riportato alla Chiesa di Petroio, un’enfiteusi con i Credi per la quale riscuotevano annualmente 13 scudi, ma tutto era passato alla parrocchia di Quercegrossa secondo i decreti del 1653. Probabilmente i pagamenti erano stati sospesi quasi subito se già nel 1673 ci si rivolge a un notaio per la stessa questione. Continuando i Credi a non adempiere a quanto stabilito, si chiedevano risarcimenti agli eredi il 25 gennaio 1684 con la richiesta causa di Giuseppe Berteschi, rettore del beneficio di S. Michele Arcangelo, si ebbe la citazione di Giovanni ed Elisabetta figli ed eredi di Adriano Credi affinché comparissero entro tre giorni per rispondere della denuncia fatta.
Le risultanze della causa ci sono sconosciute, e tantomeno se vi fu un accordo, ma restando in mano alla famiglia Credi soltanto una casa a pigione di Petroio e i Lottorenghi e le Monache della Madonna sono i nuovi proprietari dei poderi di Petroio, si suppone che la causa non abbia avuto nè vincitori nè vinti.
Ancora un diverbio per questo rettore con il curato di Basciano nel 1685, quando gli volle impedire di fare una processione davanti alla chiesa di Quercegrossa come da tradizione (I - pag. 581). Certamente qui don Berteschi aveva ragione.
Ma una imprevista ricchezza cadeva sul misero beneficio della chiesa di Quercegrossa, quando il 20 giugno 1697 don Domenico Montorselli, il già citato rettore di S. Michele Arcangelo alla canonica al Bozzone, moriva e lasciava alla chiesa di Quercegrossa il beneficio della Canonica stessa consistente in due poderi. Egli possedeva detti beni da molti anni avendo acquistato il podere della Buca posto in Pescaia a Siena il 7 settembre 1663, rogato da Carlo Piocchi, e il podere dell’Erede a Petroio acquistato dai Credi con contratto del notaio Simone Sciarelli del 15 luglio 1669. Non perse tempo don Giuseppe, e pochi giorni dopo, il 25 giugno, prendeva possesso della chiesa della Canonica con i suoi arredi, del podere detto la Buca nel comune di S. Prospero a Siena, con casa per il lavoratore, e del podere Erede alla presenza dei testimoni Pietro del fu Ippolito Michi, mezzaiolo del Sig. Niccolò Lottorenghi di Petroio, e di Vittorio Sampieri. Quest’ultimo bene consisteva in una casa con cinque stanze con colombaia, senza colombe, con il forno, abitata da una famiglia dall'insolito cognome di Luigi, eredi di Francesco Luigi, con Diamante sua vedova e Giovanni Battista figlio.
Il podere acquisito alla parrocchia di Quercegrossa, dal discreto valore di trecento piastre con una rendita di 11 scudi all'anno d'affitto, con casa per il colono e una a pigione, aumentò considerevolmente il patrimonio della parrocchia e il Berteschi si preoccupò subito di tutelare il bene intimando alla famiglia che occupava il podere, ma il cui primario interesse era la fornace che avevano attivato su quelle terre, di lasciarlo immediatamente perché a parer suo lo stavano rovinando e deteriorando. Le Redi erano state date in affitto al Luigi dal defunto Montorselli. La contesa sembrava placata, quando una sera sul tardi il Luigi attese il curato e l’accoltellò col preciso intento di ammazzarlo, ma lo ferì soltanto (vedi Cose d’altri tempi: “Accoltellamento”). Dopodichè il cinquantenne parroco sopravvisse tre anni, poi un giorno di giugno fu colto un attacco di "apoplilia" nella canonica a Quercegrossa, dove il parroco di Vagliagli lo confessò e gli diede il SS. Viatico. Portato a Siena, per curarsi in casa del rammentato cugino Brogi, fu preso da nuovo accidente e rese lo spirito al Signore alle ore 14 del 18 giugno 1700. L'estrema unzione gli fu amministrata dal parroco di S. Maurizio e il suo corpo venne seppellito nella Pieve di S. Giovanni nel sepolcro della Compagnia di S. Giovanni Battista sotto il Duomo.
Il giorno stesso del funerale si attivò immediatamente la solita procedura per la nomina dell'Economo spirituale e la messa a concorso della parrocchia da parte del vicario Orazio Piccolomini Aragona. Il prete senese don Antonio Serravalli fu l'economo prescelto e si recò immediatamente a Quercegrossa dove in un giorno e mezzo completò l'inventario delle chiese di Quercegrossa, Petroio e S. Michele Arcangiolo a Bozzone che consegnò il giorno 20 a Giuseppe Sciarelli attuario della Curia. Non si poteva perder tempo col rischio di veder saccheggiate abitazioni e sacrestie. La quantità di suppellettili e arredi sacri di proprietà della chiesa di Quercegrossa al momento della morte del Berteschi era rimasta praticamente quella lasciata dal precedente rettore Girolami. Nel confronto degli inventari si nota soltanto una pianeta in più, ma il calice è sempre lo stesso così come i messali. L'inginocchiatoio che don Girolami teneva in camera è stato spostato e messo in chiesa e l'altarino colorato e dorato vecchio con crocifisso piccolo per l'infermi tenuto in camera ora non esiste più e non si fa nemmeno menzione della scancia. La camera di don Berteschi deve essere in condizioni di tale sciatteria da far scrivere nell'inventario "camera dove si supporre voglia dormire il prete". Tutto è "uso bene", ossia molto usati, quasi logori: il vecchio letto con colonnette, il materazzo di pelo, il capezzale di penna (cuscino), due sgabelli e un tavolino con due sedie di stiancia. Nella camera della serva, non presente con don Girolami, vi è il solo letto.
Questi erano i beni detti sinodali che il Berteschi si era ben guardato di aumentare, mentre la sua roba personale servì per saldare i diversi creditori che appena morto si fecero avanti compreso un suo ex garzone che avanzava 20 lire. Il debito maggiore era con Giuseppe Buzzichelli per 534 lire, e in tutto forse 700 lire che in parte furono saldate con la vendita dei beni personali del rettore, curata dal cugino Giovanni Francesco Brogi. Egli si accordò con nuovo parroco di Quercegrossa, don Lucchi, il quale spese 276 lire, con lo stesso Buzzichelli che si ritenne roba per 93 lire e altri acquirenti per un realizzo totale di circa 555 lire. Curiosando nell'elenco della "robba" del curato Berteschi vi troviamo tutti quegli oggetti di uso personale e per la casa. Ci sono lenzuola, tovaglie, mantelli, calzoni, un paro di calse nere, brocche, padella, grattacacio, sgabelli, candelieri, una decina di quadri e immagini con una tavola della Madonna e altra tavola con l'adorazione dei Magi, un servitore (attaccapanni), un orologio a polvere (clessidra), briglia, staffe e morso da cavalli, un cucchiaio, nove forchette ecc. Tra i beni nei poderi, presi da don Lucchi troviamo un bove, stimato 92 lire, nove pecore, due agnelli, una troia con otto porcelli e quattro piccioni. Da altri compratori si realizza per la lana filata, non filata, accia grossa, lino, canapa e l'altro bove arante. Nella corposa lista non c'è traccia di libri, mentre viene venduto il breviario. La vicenda si trascinò per un paio d'anni.
Indetto dunque il concorso per l'assegnazione della parrocchia di Quercegrossa fin dal primo giorno numerosi candidati si presentarono per l'iscrizione e il 6 luglio 1700 alle ore 10 in Curia ben dieci sacerdoti, come tanti scolaretti, si apprestarono a rispondere alle tre domande che loro vennero sottoposte. C'erano preti novelli in cerca di sistemazione e preti con parrocchia desiderosi di cambiare. Quercegrossa, con i due nuovi poderi e altre rendite cominciava a essere un benificio appetitoso. Prometteva una sistemazione definitiva e dignitosa al vincitore che solo lui avrebbe in seguito potuta perdere perché, essendo di libera collazione, nessuno gliela avrebbe mai tolta salvo il caso di qualche gravissima colpa. Vi partecipò anche Carlo Bruni 27 anni prete di S. Leonino con lettere patenti del Vescovo di Colle. Don Anton Maria Lucchi, colui che con tempismo si era presentato per primo il 23 giugno, parente stretto del parroco di Pievasciata cui fungeva da aiutante, in età di 25 anni vinse il concorso. Il Lucchi rispose bene a tre domande su tre come Galgano Leggieri e Luca Magnani, ma fu il prescelto. Tre concorrenti risposero negativamente a tutti i quesiti.


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