Quercegrossa (Ricordi e memorie)

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La parrocchia di Quercegrossa e i primi rettori

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I preti di Quercegrossa

Il complesso parrocchiale

Cappelle e Oratori

Opere d'arte

CAPITOLO VIII - STORIA RELIGIOSA

Monache del Santuccio
Per mettere fine alla girandola di accorpamenti fra parrocchie, che poi si rivelavano sempre fallimentari, l’arcivescovo Francesco Bandini Piccolomini si risolve di concedere alcune chiese in patronato a un monastero senese e nel 1536 affida Colle Malamerenda alle monache di S. Maria degli Angioli, dette le Picciole, o del Santuccio, cui fa seguito nel 1540 Petroio. E’ ancora rettore di questa chiesa ser Antonio di Giovanni del Gratta il quale in una relazione alla Curia denuncia che “essendo i frutti assai tenui, esili, tanto da non sopportare gli oneri che la chiesa prossima alla rovina richiede, rimette all’arcivescovo ogni decisione e da parte sua rinuncia all’incarico“. Da ciò scaturisce il decreto del 7 ottobre 1540, col quale l’Arcivescovo affida la Chiesa di Petroio alle stesse monache, e comanda di ottemperare a quanto di dovere essendo le patrone e per questo tutti gli anni per la festa di S. Michele Arcangiolo devono cedere alla mensa vescovile un'offerta. Quindi la parrocchia di Petroio è considerata annessa al Monastero e deve essere provvista di cappellano. Si raccomanda di non mancare alla cura delle anime, di celebrare la messa tutte le domeniche, per la festa dei SS. Apostoli, della Madonna, Pasqua, Pentecoste e Natale. E' impedita la vendita dei beni immobili e dei preziosi mobili della stessa chiesa sotto pena dell'interdizione. Inoltre è richiesto l'inventario da presentarsi in Curia entro un mese. Ordina di punire i detentori illeciti dei beni della chiesa.
Appare da ora la responsabilità delle monache di S. Maria nell'affidare le cose spirituali della chiesa a cappellani di fiducia ai quali assegnano una modesta congrua ricavata dagli affitti dei terreni ai lavoratori o ai proprietari dei dintorni e integrata dalle decime che esse riscuotono direttamente da contadini e possidenti.
Si ha di questi anni una rara denuncia fatta a un cappellano di Petroio per esser mancato al segreto della confessione. Si tratta di Giulio di Bernardo accusato da Lorenzo Borselli, sindico del comunello di Petroio che gli ebbe a dire: “Ser giulio tenete a mente che non fate bene a rivelar le confessioni come voi fate”, e confermò tutto al cancelliere della Curia senese: “Io revelo el vero e dico la verità”.
Con la guerra di Siena, e conseguente stato di anarchia che perdurò per almeno un decennio, si peggiorò una situazione amministrativa probabilmente già carente e si persero notizie delle rendite delle decime e dei contratti di affitto della chiesa di Petroio. Ciò portò molti affittuari ad impadronirsi più o meno legalmente delle terre del beneficio parrocchiale a loro precedentemente affittate.
Per ovviare a questo dannoso stato di cose che riduceva le entrate e costituiva motivo di contestazione, le monache nell'anno 1564 incaricarono un loro agente per ristabilire la verità. Il R.mo fratello Cristoforo dell'ordine Domenicano fu garante del nuovo decimario "...che corrisponde a verità... perché da lungo tempo a causa della guerra contro Siena perso il decimario e cambiato persone abitanti in detto luogo e parrocchia... hanno il compito di ristabilire la decima come era..."
Materialmente l'indagine fu svolta da ser Quirico di Donato, cappellano della chiesa di S. Pietro a Marciano, e da Orazio di Michelangelo da Città di Castello che ristabilirono le quote di grano, vino e lino che ogni "possessione" doveva annualmente consegnare e si sottoscrissero il 29 maggio 1564 rimarcando ".. per commissione del signor vicario...":
La possessione di iacomo tomasini a mocenni paga l'anno stara tre di grano e stara due di vino
La possessione di sig. fabio andreocci per l'uso d'essi paga stara uno l'anno e staia mezzo di vino
Le possessioni di iacopo e di g. battista peri paga l'anno staia mezo di grano
La possessione di m. dionigi d'abitudine paga l'anno staia mezo di grano e staia mezo di vino
La possessione di iacopo e g. battista peri a pietra alta paga l'anno staia due di grano e staia mezo di vino
La possessione deli redi di sig. iacopo credi a lato a la chiesa paga l'anno staia due di grano e staia due di vino
La possessione deli redi di sig. iacopo credi detto il poder del li redi di sotto la chiesa paga l'anno staia due di grano e staia uno di vino
La possessione de li redi di sig. domenico cosci paga l'anno staia due di grano e staia due di vino
La possessione di salustio abatini a sornano paga a l'anno staia due di grano e due di vino
La possessione de li redi di giovan battista lottolenghi paga l'anno staia due di grano
Il mulino a pie querciagrossa paga l'anno staia uno di grano
Il poder de lolmicino paga lanno staia due di grano e staia uno di vino
La possessione del le monache di santa maria deli angioli a quetole paga lanno staia uno di grano
La possessione di antonio lodoli a quetole paga lanno staia mezzo di grano e staia uno di vino
Decime di lino che si ricoglie deba darsi il cinque per cento in detto comune.


Abbiamo un totale di 21,5 staia di grano e 12, 5 staia di vino
Mentre furono accettate le quote di grano e vino, si accese una grossa contestazione sulla decima del lino che i predetti incaricati avevano fissato nel 5 per cento del raccolto come si usava universalmente, ma che i tassati affermarono decisamente non aver mai pagato per il lino come risulta dalla loro dichiarazione rilasciata diciassette anni dopo:
Al nome di Dio
Noi infrascritti Poderani, et homini di del Comune di Petroio acanto a Querciagrossa, facciamo fede come la verità fù et è, che al Padronato della nostra chiesa di San Michelagnolo et Sant'Agnolo già anni incirca trenta, et più, non si è mai dato lino per la Decima, ma solamente se li è dato, et se li dà Grano, et Vino, et per essere così la verità ci siamo sottoscritti di mano propria qui ai piei della presente affermando essere vero quanto sopra è scritto.
Io fabio andreocci affermo com io ... non ho dato mai lino
Sig. adriano credi affermo quanto di sopra
Ad oratio di fabio landi a nome di nencio di pierino che è stato anni dieci o dodici mezzaiuolo di sig. domenico cosci in detto comune affermo quanto di sopra
Io oratio cosci affermo
Io ... di piero borselli fo fede come di sopra
e io quirico mochi a nome suo ho firmato
Io Pomponio di Francesco Vecchi fo fede a nome di Tognio di salvatore benci come sendo stato dieci anni in circa avanti la guerra nel podere di Petroio de Cosci non pago mai lino per decima al detto cappellano
30 maggio 1581
Adriano de Credi si sottoscrisse e precisazioni come per fabio andreocci.
Questa dichiarazione era stata preceduta da un'altra di Giovanni Battista e del fratello Iacobi del fu Lattanzio Peri, possessori di “Pietra alta”, del 14 febbraio 1580, nella quale contestavano ancora sulla riscossione delle quote delle decime e citavano tra l'altro il cappellano Bernardino.
Appare come i Peri siano proprietari di Pietra alta e di un altra possessione definita in altri documenti "Piano al Colle": è la futura Casapera. Sono in parte terre già appartenute alla chiesa di Petroio e dalle monache date in affitto insieme ad altri appezzamenti a molti possidenti come risulta dall'inventario fatto tra il 1560 e il 1580: dei venti appezzamenti, otto risultano concessi in affitto e la forma di contratto prevalente sembra sia l'enfiteusi che dava si una rendita, ma portava col trascorre del tempo alla perdita del bene. I vari affittuari Peri, Credi, Tegliacci, Andreocci e Fani hanno già dato il via all'accaparramento dei beni della chiesa che solo apparentemente ne mantiene il possesso. Infatti sembra sia una chiara denuncia la parola usata per indicare ogni possessione. “occupa Tegliacci”; “occupa Peri”.
Per liberarsi definitivamente da ogni vincolo gestionale, le monache, in data 19 aprile 1613 concedono in enfiteusi tutti i beni di Petroio a Jacopo e Asdrubale Credi, patrizi senesi. Questo affitto sarebbe stato valido anche per la terza generazione a condizione di versare annualmente un canone di 13 scudi entro l'anno. Il canone doveva essere impiegato per restauri e riparazioni alla chiesa di S. Michele Arcangelo di Petroio e nei risarcimenti ai beni esistenti per scudi 80. Inoltre gli affittuari dovevano consegnare ogni anno per la Festa di S. Michele due staia di frumento per le persone che andavano a celebrare. Inoltre dovevano migliorare i beni. Al 29° anno si impegnavano rinnovare l'affitto enfiteutico e per il rinnovo dell'istrumento, due scudi. Dovevano inoltre mantenere i confini dei beni liberi e puliti (senza costruzioni e vincoli) pena la decadenza da ogni impegno contratto. Fu inoltre convenuto che le suore potevano rientrare nei propri possessi e decisioni e potevano inoltre interrompere l'affitto dietro fondati motivi, quando avessero voluto.
Nell'anno 1635, dai registri della Lira la proprietà della chiesa è ridotta del 30% ed è ulteriormente frammentata in ventisette pezzi: il tutto dovrebbe garantire una rendita di 1300 lire annue. Ma è pura teoria; in realtà siamo di fronte a uno stato di confusione determinato dall'incapacità e dalla poca accortezza delle monache ad amministrare il beneficio, quasi tutto dato in enfietusi agli Squarcialupi e ai Credi, e si dovrà ricorrere alle testimonianze dei contadini per ricostruirlo, come fece il Vicario del Vescovo nell'anno 1645.
Le condizioni della chiesa di Petroio dalla seconda metà del Cinquecento si ricavano dalle visite pastorali dei presuli senesi o dei loro vicari effettuate a intervalli regolari fino al 1653, data della soppressione della parrocchia.
In questi anni tra Cinque/Seicento si conferma l'appartenenza alle suore del Santuccio con indicazioni che non lasciano dubbi come "alle dipendenze del Monastero" oppure "appartiene alle monache" o "è unita alle suore", e alla fine del secolo, nel 1598, con la creazione delle vicarie da parte del vescovo Tarugi, la parrocchia Petroio viene assegnato alla vicaria di Monteriggioni insieme alle chiese “sine cura” dei “SS. Fabiani e Sebastiani a Larginano e S. Jacomo e Niccolai a Quercia Grossa hospitale”.
Insieme ai numerosi richiami dei visitatori al decoroso mantenimento della chiesa e degli arredi si cominciò a prendere coscienza fin dal 1575 della mancanza di una abitazione per il rettore come causa del disagio popolare e già nel 1609 il vescovo Borghesi prospettò la soluzione dell'ospedale di Quercegrossa. Tuttavia occorsero ancora le visite del 1627, 1635, 1640 e 1645, e l'insistenza del popolo, per far maturare la decisione finale di creare il nuovo ente parrocchiale a Quercegrossa.
Le visite pastorali citate sono fonti importantissime per la conoscenza degli ultimi decenni della parrocchia di Petroio, i cui "cappellani", se si escludono gli inventari e i decimari già ricordati e utili per il beneficio, non hanno lasciato nessuna scrittura relativa al loro ministero. A questo stato di cose va aggiunta la perdita dei registri della popolazione che il Visitatore del 1575 impose a tutte le parrocchie e che sappiamo essere stati redatti successivamente, ma ciò si può attribuire all'assenza costante del parroco.
Era, in quell'anno 1575 al tempo della visita apostolica del cardinale Bossi, rettore incaricato dalle monache il parroco di Vagliagli, Ser Bernardino di Simone da Monterchio, il quale fece gli onori di casa al Visitatore, il gesuita Rev. Sig. Curzio, inviato dal cardinale. Entrato in chiesa e fatta la solita preghiera, avvicinandosi all'altare si accorse che non vi era il Sacramento e neppure il tabernacolo. Vide la vetusta icona della Vergine Maria e dei Santi Angeli e notò che la pietra sacra (la mensa) era coperta, ma si notava che non era livellata come doveva e comando di aggiustarla. L'altare non era stato consacrato (ma bastava lo fosse la pietra sacra) ed era munito di due candelieri di legno e ricoperto dalle tre tovaglie come richiesto. C'era anche il pallio di lana dipinta che ricopriva tutta la parte anteriore dell'altare e vide anche una croce di legno dipinta. Chiese di vedere l'olio degli infermi, ma gli fu mostrato solo il vasetto di stagno vuoto con la sua borsa. Il cappellano don Bernardino si affrettò a dirgli che gli oli santi li conservava nella sua chiesa di Vagliagli distante un miglio circa non avendo a Petroio la casa parrocchiale e per questo mancava tutto ciò che era necessario per la conservazione del sacramento degli infermi. Visitò l'insieme della chiesa e lo ritenne soddisfacente, ma comandò di murare una finestra posta sopra la porta d'ingresso della chiesa. Vide che la campana era tenuta da due pilastrini malridotti che minacciavano di rovinare e comandò di restaurarli entro un anno.
Nella visita del Bossi al Monastero del Santuccio in Siena le monache risposero di avere tra i benefici... “et altro a Petroio che si chiama Sant'Agnolo, et abbiamo cappellani posti da noi con licenza del Vicario”.
Tre anni avanti questa visita, fu compilato dal chierico Virgilio del già Cesare Iacomelli, cappellano incaricato dalle suore, un inventario degli arredi della chiesa di Petroio che ci presenta un materiale usurato e appena sufficiente. Oltre la pietra sacra e la "vechia" tavola della Madonna e S. Michele possiede un solo calice di rame dorato con coppa d'argento con una patena di rame dorata, un corporale, una "pezola di seta crespata" per coprire il calice; una vecchia croce dipinta, quattro candelieri, alcune tovaglie, due pianete usate, anzi vecchie: una verde e l'altra violacea con una stola e un manipolo; turibolo e navicella con vari bossoli e borse per l'ostie e l'oli santi; una lanterna e un campanello per portare la comunione degli infermi e una cassa per tenervi i paramenti con toppa e chiave. Per la liturgia un solo libro. L'elenco termina con "Un cielo sopra l'altare di seta azura".
Nella successiva visita del 1584 è ancora cappellano Ser Bernardino "il quale ha più benefici", come puntualizza il Vicario, e dopo che Conterius (il visitatore) ha benedetto il popolo con la croce astile, prega per i morti sia in chiesa che nel cimitero. La visita termina con il De profundis, ma prima il Conterius ha comandato di imbiancare la chiesa, di rinnovare le teche degli oli, di aggiustare le finestrelle e munirle di tende di tela, di fare il turibolo e la navicella, di rimettere a posto la pila dell'acqua santa, di rinnovare la croce e il luogo degli oli santi perché si conservassero meglio e di togliere il muro in mezzo alla chiesa che divide gli uomini dalle donne.
L'inventario fatto da ser Bernardino il 22 ottobre, poco tempo dopo la sacra visita ci dice che sono aumentate le suppelettili, ma permangono ancora grosse carenze per la liturgia:
"Inventario delle cose della Chiesa di S. Michele a Petroio
In prima tovaglie otto, Calice e suo finimento; 2 borse; 2 corporali, Messale; 2 candelieri; pietra sacrata; Pianeta b.; Camice e suo finimento e borse; 2 purificatoi; 4 fazoleti; 2 amitti; davanzale b.; banda da croce; Campanello da comunione; 2 doppieri. Fato da Ser Bernardino di Simone da Monterchi il dì 22 ottobre 1584"


Fortunio Barbucci
Alla visita del vescovo Borghesi nel 1609 appare la figura di Fortunio Barbucci il nuovo rettore della parrocchia, al quale era assegnata la decima e la congrua affinché potesse svolgere i propri carichi pastorali. Il Barbucci, cappellano già nel 1598, sarà rettore per oltre quarant’anni e non darà un buon esempio di pastore e amministratore. Infatti, l'Arcivescovo, vista la miserrima situazione si propose di togliere la chiesa alle suore e di allegarla a quella di Quercegrossa dove il cappellano avrebbe potuto fissare la propria dimora godendo delle rendite della chiesa. Questo era però da attuarsi quando il rettore dell'ospedale avrebbe lasciato o comunque fosse rimasto vacante il posto.
Queste buone intenzioni del pastore non trovarono per il momento applicazione pratica forse per la resistenza delle monache o di don Adriano Panducci titolare dell'ospedale o più probabilmente per la noncuranza della Curia e del Barbucci. Inoltre, in questa occasione si comandò che gli arredi fossero convenienti e sufficienti e di munire la balaustra di un cancello e di imbiancare le pareti. Si doveva costruire un baldacchino sopra l'altare e munirlo dei debiti ornamenti affinché il luogo acquistasse maggior dignità e si ordinò di costruire un confessionale. Si prese atto che nessuno dei precedenti comandi era stato applicato. Traspare da queste righe la povertà dell'ambiente e l'incuria del nuovo rettore, e dalle cronache successive appare una figura del tutto indifferente allo spirituale impegno da lui assunto.
Diciotto anni dopo, nel 1627, si ha la memoria della visita del vescovo Alessandro Petrucci e del convisitatore il vicario Pietro Martino. L'interno della chiesa presentava degli inconvenienti come il tabernacolo che non chiudeva bene mancando di una buona serratura e la pietra sacra non era ben disposta e comandò di sistemarla. Buona impressione fece il baldacchino e i sacri oli erano regolari come il rituale, il libro dei morti e dei matrimoni. Presero atto che non vi erano sepolture all'interno della chiesa e l'uscetto del cimitero non chiudeva bene. Officiava ancora Fortunio Barbucci "cappellano delle monache" con l'obbligo di celebrarvi la messa a domeniche alterne, ma, come vedremo, non sempre adempieva il suo dovere. Ancora una volta si ribadiva la mancanza dell'abitazione per il parroco, e ciò rappresentava un pericolo per le anime in quanto non poteva essere presente per impartire i sacramenti. Si ipotizza, ma tutto resterà come prima anche per la morte del Vescovo avvenuta l'anno successivo, lo smembramento della chiesa dal patronato delle monache, e con i redditi dello spedale di S. Jacopo, uniti a quelli delle chiesa di Petroio e Larginano, poteva essere possibile costituire, insieme ai popoli vicini, una parrocchia sotto un unico rettore.
Si fa cenno per la prima volta alla possibilità di assegnare alla parrocchia da costituire anche il territorio che una volta era attinente a Larginano. Questa interessante prospettiva, che dimostra anche la lungimiranza del Vescovo preoccupato di costituire un compatto distretto intorno alla nuova parrocchiale, verrà poi abbandonato dai successori per la decisa opposizione da parte della chiesa di Basciano e dei suoi patroni Piccolomini.
Con l'avvento dell’arcivescovo Ascanio Piccolomini nel 1628, anche se occorreranno ancora venticinque anni, si giunse a risolvere l'annosa questione del popolo di Petroio. Il Vescovo, ed è quello che conta, mise finalmente fine ad una conduzione del tutto inadeguata di una parrocchia e di un popolo; conduzione ormai non più consona alle nuove impostazioni che la chiesa si era data sotto la spinta del rinnovamento scaturito dal concilio di Trento. Nelle due visite del 1635 e 1640 da lui compiute alla chiesa di Petroio prende atto personalmente dell’indignazione dei fedeli assai spesso privati dei sacramenti a causa di un prete che non fa il suo dovere ed è distratto dai suoi "negozi". Per evitare gli inconvenienti e i malumori del popolo si cercò di consigliare il parroco “affinché esercitasse la cura delle anime e risiedesse in parrocchia”, tuttavia il presule comprende che la mancanza di abitazione e la tenue congrua assegnata dalle monache non era sufficiente al curato per mantenersi tutto l'anno, e per questo raramente vi si celebrava. In questa circostanza don Fortunio Barbucci si giustificò e venne perdonato, ma nella seconda visita, quella del 1640, il tono cambiò: gli si impose fermamente di prendersi cura delle anime, e si sollecitò affinché provvedesse la chiesa di pianete bianche, rosse e violacee, di provvedere degli stessi colori anche i veli dei calici, di mandare entro tre mesi a dorare la patena e di procurare nuovi purificatoi sotto la pena dell'arbitrio e multa. Interdisse anche alcune pianete che erano indecenti.
Nella prima visita del 1635 si recò all'ospitale di Quercegrossa e si rese conto che la canonica, una volta riparata, poteva accogliere il nuovo parroco e soprattutto ebbe il consenso a procedere dal rettore Adriano Panducci, il quale poteva rinunciare avendo comodamente da vivere sia con i frutti della parrocchia di S. Antonio in Fontebranda di cui era rettore sia con il proprio patrimonio.
Infatti, nel 1640 si ha la morte dell’anziano rettore Panducci e subito appare che il beneficio viene unito a quello di Petroio e attribuito a Fortunio Barbucci, ma già nel 1643 è titolare Antonio Barbucci, suo nipote, poi, dal 1645, il beneficio passa al rettore di Basciano Giovanni Cerchi, il quale si dichiara “economo della Chiesa di S. Iacomo detto lo spedale di querciagrossa”. Sono tutte manovre provvisorie in attesa di costituire la nuova parrocchia.
Del cappellano Fortunio Barbucci è rimasta una dichiarazione sull’entità della popolazione della parrocchia di Petroio (l’unica esistente), richiesta a tutti i parroci della diocesi nell’anno 1598: “Si denuncia per me fortunio barbucci al presente capellano della Cura di santo Michele a Pretoio tutte le anime che di presente si ritrovano in detta cura la quali fanno il numero di centoquattro in tutto. Famiglie che di presente abitano in detta cura numero sedici inclusovi tre pigionali e tre ... e di tanto si denuntia per la verità esser 16”.
Nel 1645, cinque anni dopo l'ultima visita, ed è evidente che qualcosa si sta muovendo nella Curia anche se i tempi sono ancora biblici, il Vicario convocò il popolo di Petroio per avere dati certi sulla reale situazione della parrocchia, sia sulla consistenza del beneficio parrocchiale, i cui beni erano ormai di difficile determinazione per il disimpegno delle monache e l'opportunismo dei cappellani, sia in merito all'assistenza religiosa dei fedeli. Il 12 marzo del 1645 "chiamato il popolo", interrogò per primo Domenico di Angiolo Lodoli, il quale disse “che da cinquant'anni in qua che è stato nel Comune di Petroio non ha memoria che ci sia stato il curato e proprio nemmeno haver sentito dire che vi fosse curato e che la Chiesa di S. Michele ha l'infrascritti beni: un campo alle Ghallozzole...; un altro campo a prataccio circa tre staia; un altro pezzo di terra presso Domenico di Francesco Andreocci non sa quante staia ha; un pezzo di terra nel bosco di Mocenni nel mezzo staia sei incirca”.
Antonio di Domenico Pagliantini, mezzaiolo degli Squarcialupi a Petroio, disse “che la Chiesa ha li beni infrascritti: ha un campo di terra quale l'ha Andrea Credi per enfiteusi ne paga £ 13 l'anno alle Monache del Santuccio ... olivata e arborata non sa quante staia sono: un campo alle gallozzole sodivo; un pezzo di terra di tre staia circa avvitato e olivato e ha per mezzaiolo Asdrubale predetto per enfiteusi consueto. Son dieci o dodici anni che morì mio padre senza i sacramenti e che ebbe male un mese et inoltre che morì alla fornace sopra lo staggia Domenico Niccolucci ... Alessandro Gori Pigionale et ebbe anche dieci o dodici giorni e morì senza i sacramenti et ... per pure senza i sacramenti che non me ricordo ... alle fornace”.
Federigho di Michelangelo Borselli, disse “che morì Sandro Gori pigionale senza i sacramenti et esso fu presente a portarlo a sotterrare et anco degli altri”.
Domenico di Iacomo Marrocchi da Petroio, disse “sapere che la chiesa ha li beni infrascritti: un pezzo di querceta confina con Asdrubale ... e con Domenico Granai di staia circa quattro; un altro pezzo di terra lavorativo chiamato campo al boschetto di circa otto staia; un altro campo doppo la chiesa chiamato l'Oppiaccio di circa tre stai lavorative et avvitato lo gode Asdrubale Credi; ...aver sentito dire che ha alle Gallozzole ma non sa la quantità nemmeno i confini; un altro pezzo di terra posto in luogo deto Cannetani di circa due staia confina ... detti beni la maggior parte li gode il padrone e gli altri li hanno a goder alcuno ma 4 mezzaioli li fano per abandono ... alle querci ne è state tagliate a capitozze ... non se dovevano tagliare et opure prendere. A non saper che sia morti alcuno senza e sacramenti”.
Andrea Carli, di detta Cura, disse “che morì tre anni prima Francesca di Vestro Carli, sua cognata, senza i sacramenti “che haveva avuto male quindici et non saper d'altri et molte volte si sonava per la festa che ci haveva ad essere”.
Iacopo di Lorenzo Pedani, abita a Petroio da più di trent'anni, disse “sapere che si deve dire la messa qui ogni quindici dì e in domenica et più volte sendo stato sonato a messa non vi era et se questa Chiesa fosse unita con Quercia grossa si starebbe benissimo a sacramenti et a messa per la vicinanza che vi è”.
Cosimo di Giovanni Vannetti, mezzaiolo del Sig. Asdrubale Credi “ha sentito dire che alle Gallozzole vi ... campetto di quattordici o quindici stai, et li lavorava già et le gode il detto Asdrubale; un pezzo... di circa tre stai; un pezzo vicino a Domenico Lodoli: che un pezzo nella chiusa del podere di Mocenni, godeno li sigg... di circa due o tre staia; un pezzo nei boschi di Mocenni nel mezzo di ... di sette o otto staia, un pezzo alle stoppiaccie di circa tre staia, un pezzo dal Bozzone per là circa quattro staia luogo detto il quercieto tal Granai el Credi et un pezzo dietro la chiesa chiamato la piaggia di circa tre staia ... et un pezzo avanti la casa del Credi di staia nove, e tre che sta in questo popolo nel qual tempo è morta senza li sacramenti detta Francesca moglie di vestro carli ebbe male circa quindici giorni et quando questa chiesa si unisse con lo spedaletto di Quercegrossa non ci patirebbe ne nei sacramenti ne nelle messe che qui ci la deve una domenica si et una no ma molte volte non ci si dice e la detta chiesa dell'ospedale di quercia grossa e la più vicina del circondario e per non esservi prete un suo nipote bisognò tenerlo due dì in casa prima che si sotterrasse”.
Francesco di Bartolomeo Sancasciani disse “che Domenico suo zio, Caterina sua moglie cioè di Francesco, et M. Angiola sua madre sareano morti senza sacramenti se non fussero stati chiamati sacerdoti di fuori alla Diocesi et facendosi l'unione di questa chiesa a quella dello spedaletto di querciagrossa saria anche grande vantaggio per le anime perché quando non trova qua per la grande lontananza la maggior parte del popolo non ode messa perché a Basciano il curato a chi è ... per questa Cura”.
Le testimonianze tramandate confermano pienamente quanto finora evidenziato dalle sacre visite e tutto il popolo sembra concorde nell'intravedere come pratica soluzione l'unione con la chiesa dell'ospitale di Quercegrossa. In questa circostanza furono registrate le decime che i poderi dovevano alla chiesa di Petroio. Ogni podere dà tante staia di grano (1 st = ca.22 Kg) e misure di vino (ca. 23 litri) secondo le loro possibilità:



Le monache donano ogn'anno quattro staia di Grano e due libbre di cera al prete per la festa.
In totale le decime assommano a circa quattro quintali di grano all'anno che costituiscono un reddito assai scarso.
Dopo l'indagine condotta dal Vicario venne nominato rettore di Petroio un certo don Enea Buonaventuri il quale, dopo breve tempo, invia la sua rinuncia all’Arcivescovo non ritenendo vantaggioso l’incarico. In una lettera di mano sconosciuta indirizzata al Vicario si suggeriscono alcuni provvisori rimedi in attesa che la casa dello spedale sia pronta per accogliere il parroco:
“Perchè il molto reverendo sig. Enea Buonaventuri si è risoluto non voler officiare la chiesa di S. MichelArcangiolo a Petroio stante il poco utile che ne cava, però sè pensato con questa dar parte a VSRma el modo che quei popoli vorrebbero tenere per non restare totalmente abbandonati ... essendosi ritrovati per i tempi andati a veder morir poveri huomini senza confessione e che i padri hanno havuto a condurre i propri figli alla chiesa per non esserci il prete che gli facessi levare della propria casa Ms Enea si contenterà d'officiare le due chiese cioè di Petroio e dello Spedaletto con le sottoscritte entrate per modum provisiones finchè sia fatto e accomodato la casa dove il curato di dette due chiese doverà risedere”.
Aggiunge che la soluzione sarebbe quella di aumentare le rendite alle quali contribuirebbero le monache e alcuni possidenti, maggiorare le decime nonchè acquisire alcuni fuochi del popolo di Basciano. Termina dicendo che “que popoli vedendo bene incominciato il negozio faranno quella carità che potranno dando aiuti e con le persone e con le bestie per condurre quel lavoro che farà di bisogno per murare et accomodare la casa et i curato potrà camparci onoratamente perchè oltre all'entrate delle due chiese haverà la messa libera ogni giorno e stante la vicinanza alla città quando non abbia occasione di dire la messa a dette chiese potrà venire a Siena”.
Ma la proposta cadde nel vuoto e don Enea si riguardò bene da metter piede a Petroio. Trascorse così altro tempo prima che si mettesse fine a questa annosa disputa e il Vescovo decretasse l'erezione della nuova parrocchia di Quercegrossa. Finalmente nel 1653 si svolsero tutte le pratiche indispensabili per attivare l'amministrazione vescovile.
Si cominciò con l'inviare dal popolo una lettera di supplica all’Ill.mo Mons Arcivescovo, probabilmente pratica burocratica richiesta dalla Curia, e anche se il documento ci è giunto in parte mutilo contiene tutte le problematiche fin qui discusse:
"Il populo di Petroio a Quercia grossa ritrovandosi già molto tempo sensa proprio curato per tenuità delle rendite di quella Chiesa, et essendo perciò nell'occorrenze di malattie necessario ricorrere alla Cura di Basciano lontano dalla Chiesa del Popolo supplicante miglia quattro in circa, per gl'aiuti spirituali; non può dandosi, come spesso avviene caso d'urgenza con tanta prestezza, quanto bisognerebbe, esser sovenuto, onde più volte di quei poveri fedeli che sono passati all'altra vita senza il dovuto sussidio dei S. Sacramenti anziché si sono infino visti i propri padri portare nelle spalle i figli defunti alla sepoltura ... non trovandosi in tanta lontananza di luogo e scarsezza di persona ... di tanta Carità.
In oltre sebene al detto Petroio... dir messa... ogni quindici giorni, nondimeno per non haver quivi da fer(marsi)... modo di rinfrescarsi... convenendogli sollecitare la partenza ... trattenersi, come converrebbe in a maestrare quel popolo ... dottrina cristiana ne pure insegnarli il Pater, l'Ave Maria ... ne segue che molti d'età adulta si moino in tutto ignoranti delle cose più necessarie di nostra fede.
Desiderando veder rimediati tali inconvenienti supplica V. S. Ill.ma ... far annessa la Chiesa Curata di S. Michele Arcangelo a Petroio ... semplice di S. Iacomo e S. Cristofano (sic) a Quercia grossa, e perché ... Benefici, benché uniti non sono sufficienti ad alimentare ... con la sua suprema Autorità in atto di visita decretare ...are, e comandare alli descritti nell'acclusa nota, che paghino (le decime) ... descritte nella medesima annualmente al Curato, che da V. S. Ill.ma ...nessori sarà conferita la Cura; il che ottenendo come ... pregherà l'Altissimo per ogni sua maggior felicità".

Alla supplica si unirono altre iniziative miranti a valutare la disponibilità dei vari possidenti e coloni ad aumentarsi le decime per garantire la rendita al nuovo curato e in questo vi furono coinvolti i rappresentanti Amidei e Mastacchi di Quercegrossa con il Credi di Petroio. A conclusione di tutto questo daffare, il 20 settembre 1653 i popoli di Petroio e Quercegrossa si riunirono nella chiesa di Petroio dove incontrarono il Vicario del vescovo, Benvenuto Maria Borghesi, e gli documentarono le difficoltà della popolazione come riporta lo stesso decreto di erezione della nuova parrocchia.
Parlarono i suddetti rappresentanti e premisero che essendo la chiesa di Petroio priva del reddito necessario per permettere il mantenimento di un sacerdote e svolgendosi gli uffici religiosi nella Chiesa di Lornano che distava circa tre miglia ed era scomoda anche perché vi passava il torrente della Staggia e allo stesso tempo rimanendo scomoda la chiesa di Basciano distante altre tre miglia soprattutto in occasione della cattiva stagione, quando la pioggia gonfiava i torrenti, per cui i parroci di Basciano e Lornano andavano a dare i sacramenti ai morenti con grande pericolo di annegare.
Parlarono dei contadini costretti a morire come bestie non potendo ricevere i sacramenti ecc.
Parlò il Mastacchi, come oste di Quercegrossa appartenente alla pieve di Lornano, e disse delle difficoltà avute nel giorno di Pasqua per prendere la S. Messa “perché il torrente Staggia era gonfiato per le pioggie e nel passarlo vi cascai dentro e rischiai di annegare”.
Per concludere, questi uomini implorano il Vicario e la S. Sede Apostolica “ad erigere una nuova parrocchia nella chiesa di Quercia grossa che viene detto Spedale di Quercia grossa”, e il detto Vicario della visita si rendesse conto “che effettivamente questi fiumi e torrenti”creavano dei problemi per i sacramenti.
Di fronte al popolo e ai suoi rappresentanti, il Vicario, sentite le lamentele, promise di risolvere come meglio poteva e approvò verbalmente la costituzione della nuova parrocchia e la nomina di un rettore: il decreto di erezione porta la stessa data di quell’assemblea popolare. Il processo di unificazione era dunque terminato e il Vicario visitando quello stesso giorno l'ospitale di Quercegrossa si rese conto dei lavori necessari da effettuarvi. Cosa rara, aveva visitato anche l'oratorio intitolato a S. Maria delle monache del Santuccio situato nel podere detto il Paradiso (vi sono degli evidenti resti interni) nei pressi della chiesa di Petroio, e nel quale le monache, quando rimanevano in campagna, si riunivano per le proprie preghiere e liturgie. Il verbale della visita dice "che era tenuto molto male".
Di grande ampiezza è la descrizione delle nuove decime stabilite per mantenere il curato. Da queste ricaviamo che furono aggregati alla nuova parrocchia alcuni luoghi dismembrati da Lornano (Castello, Osteria, Casanuova e Cappannetta), ma nessuno dei poderi di Basciano fu unito a Quercegrossa, nè tantomeno si aggregarono i poderi di Gardina, Gardinina e le Gallozzole come era stato richiesto, nè si tenne conto dei suggerimenti a integrazione del reddito come concedere le quattro staia di grano che le monache della Madonna, proprietarie di Larginano, davano annualmente al curato di Basciano per l'onere di officiare mensilmente una messa nell'oratorio di S. Sebastiano a Larginano: si richiese che questo utile fosse dato al nuovo rettore di Quercegrossa. Si aggiunge “anco che tutti i poderi che saranno sottoposti a questa unione siano obbligati ogni anno doppo la festa di tutti i Santi a portare al curato per ciascun paio di bovi... una soma di legna grosse”. Nè si prese in considerazione un’altra proposta: “...nè avendo il popolo per esser povero modo di farlo, si mette in considerazione come il molto Rev.do Giovanni Cerchi ha goduto per più anni come economo tutte l'entrate della chiesa di S. Iacomo a Quercia grossa et non vi ha hauto altro peso che dirvi la messa una volta il mese e farvi una poha di festa per S. Iacomo, che detratta quella recognizione che pareva... di far buono agli eredi di detto Sig. Giovanni potrà fare a strengere ai medesimi a pagare quali sia che annualmente è entrato nelle mani del medesimo Sig. Giovanni, il che ogni cenno vi potrà liquidare”.
Le decime dei poderi di Petroio vennero aumentate dove di mezzo staio di grano o vino, dove uno staio, alle quali si aggiunsero quelle dei nuovi luoghi tanto da raggiungere gli otto quintali di grano e 180 litri di vino. A queste si sommavano altre entrate di natura diversa che riporto integralmente:
Del Comuno di Lornano si levano l'infrascritti fuochi, e si sottopongano alla nuova Curata
L'Osteria di Quercegrossa paga ogn'anno uno staio di grano per oblazione spontanea di chi vi habita di presente.
Il Podere del Castello del Ricchetti che pagava alla Chiesa di Lornano staia due e mezza di grano e staia uno di vino si agumenta di uno di grano.
Il podere della Casa Nuova del Vecchi paga ogni anno staia due di grano e vino staia uno si agumenta uno staio di vino il tutto staia ...
Il podere della Cappannetta dell'Richetti paga ogni anno staia tre di grano si agumenta di staia uno di grano in tutto.
Del Comuno di Basciano senza pregiudizio delle ragioni del Curato di quella Chiesa doverà pagarsi alla nuova Cura di Quercia Grossa e suo rettore:
Il podere del Molinuzzo dell'Ill.mo Amidei paga ogni anno staia uno di grano per obbligazione spontanea di detto sig.re.
Il podere di Quercia Grossa delli medesimi Signori paga ogni anno staia due di vino per obbligazione spontanea di detto sig.re.
Il podere del Mochini paga staia uno di grano e uno di vino per obbligazione spontanea di detto Mochini.
Le rendite che si assegnano alla detta Chiesa e suo rettore che sarà pro tempore sono le seguenti, cioè:
Dalle Monache del Santuccio doverà pagarlisi piastre nove a moneta di lire sette l'una per la Chiesa di Petroio e in conto delle tredici che ricevano dalli Sigg. Credi delle terre di detta Chiesa e reservarsi il restante per loro medesime per recognitione del possesso o ius che vi hanno anzi lire novantauna
Dalle Medesime riceverà anche un annuo credito di lire cinque che hanno dalli Sig. Squarcialupi per causa di certe poche di terre di detta Chiesa di Petroio che li detti Sig. posseggono.
Dal Sig. Credi e suoi heredi e successori dovrà riscuotere ogni anno staia due di grano, che soleva pagare per la Festa di San Michele alle dette Monache è far detta festa per causa delle dette terre che possiede appartenenti a detta Chiesa.
Se li assegnano anco tutte le entrate e rendite della Chiesa Spedale di Quercia grossa che sono le seguenti o cioè:
Dal Sig. Francesco Salvani dovrà ricevere annualmente trentanove moneta, che è tenuto a pagare ogni anno a detto Spedale
Dal Sig. Francesco Bichi o suoi heredi e successori doverà essere imborsato ogni anno di lire tredici moneta, che esso deve ogni anno pagare a detta Chiesa e spedale
Item Se li assegna tutte e ciascun pezzo di terra che si appartengono a detta Chiesa e Spedale di Quercia grossa della qual fin hora ritrova, che se ne è cavato sette piastre l'anno di fitto. L. 49
Item Seli assegna anco la casa che è di detta Chiesa e Spedale di Quercia grossa poco distante dalla detta Chiesa quale debba servire per uso et usufrutto di ciascun Rettore che sarà di detta Chiesa e Nuova Cura della quale è solito cavarsi due piastre di pigione. L. 14".
Nota come alle dette RR Monache del Santuccio non solo le nove ma l'intere tredici piastre se le levano, alle quali monache si obbliga pagarci dal Curato stesso libbre quattro di cera bianca ogni anno in perpetuo per recognitione d'ogni asserita ragione di come più largamente si dirà nella sentenza del'erezione.
Compilato da Benvenuto Borghesi visitatore apostolico ecc.
25 settembre 1653
La costituzione della nuova parrocchia di libera collazione con la nomina del primo rettore Girolamo Carducci servì in definitiva anche all’Arcivescovo che riordinò una regione dove da sempre vigeva l'incertezza delle cure spirituali esercitate in modo discontinuo e dove gli stessi confini parrocchiali, tracciati in tempi antichi, contrastavano con le esigenze della popolazione. Se qualcosa fu realizzato, come l'accorpamento del Castello, dell'Osteria ecc., fu persa invece la grande occasione di assemblare tutta la zona che geograficamente era vicina alla nuova chiesa di Quercegrossa. Il podere Amidei (Casagrande) di Quercegrossa, il Casino, Viareggio, Gaggiola, Larginano, Castellare e Macialla racchiusi in poche centinaia di metri attorno alla chiesa, rimasero invece di competenza di Basciano ed è importante ricordare che questa chiesa era un patronato dei Piccolomini e la loro Consorteria impedì ogni variazione di confine fino all'Ottocento. Tale situazione presentava degli aspetti reali di disagio e difficoltà per gli abitanti di detti poderi costretti a frequentare la chiesa di Basciano distante qualche miglio e a portarvi i loro morti e celebravi i loro matrimoni, quando potevano soddisfare tutte le loro necessità a breve distanza. Questa divisione fece anche venire meno l'aspetto identificativo del popolo che si ritrovò disunito e sconcertato e in più circostanze si tentò di rimediare con azioni legali presso la Curia a questa ingiusta e assurda confinazione.
Il decreto vescovile come abbiamo visto fissò confini ed entrate al beneficio della nuova parrocchiale, ma le richieste del popolo inoltrate dai suoi tre rappresentanti erano state di ben altra portata come riportano gli atti allegati al decreto stesso.
Il decreto di erezione non tenne in considerazione gli obblighi così caldamente richiesti, ma ordinò al nuovo rettore di Quercegrossa che si celebrasse a Petroio una messa ogni quindici giorni. E così fu fatto dal rettore e dai suoi successori fino al Novecento.
Tutta questa revisione parrocchiale fu facilitata anche dalla rinuncia delle monache al patronato e non sappiamo quanto fu volontaria o quanto sia stata imposta dal Vescovo; a loro rimase il solo censo annuo di quattro libbre di cera bianca, puntualmente soddisfatto fino al 1808, quando le leggi francesi tolsero i beni ai monasteri: "1752 - Entrata: Cera bianca che si riceve annualmente per perpetua dal curato di Quercegrossa".
Dal 1653 ad oggi la chiesa di Petroio ha svolto egregiamente il suo compito di supporto alla parrocchia; ha avuto i suoi acciacchi e più volte è stata restaurata. L’intervento più consistente venne realizzato a fine Ottocento al tempo di don Rigatti con spese a carico dello stesso curato e del popolo di Quercegrossa. Il 27 luglio 1893 ne chiede la benedizione “coram populo” all’Arcivescovo: “... difatti è stata restaurata ... conoscendola troppo necessaria per soccorrere i fedeli coll'amministrazione dei SS. Sacramenti in caso di bisogno, e per l'associazione dei cadaveri che la maggior parte, per essere la detta Cappella nel centro della popolazione e in prossimità del nuovo cimitero, vengono ivi associati.
Il restauro di questa cappella consiste nei nuovi scialbi delle quattro parti, nella nuova riquadratura, nel nuovo tetto, nel nuovo impiantito, nel nuovo altare fatto alla romana servendosi della pietra sacrata del vecchio altare, nel nuovo campanile, nella porta e finestre e in tutti gli arredi sacri rifacendosi dal Ciborio”
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