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Introduzione

La scuola rurale a Quercegrossa

Le sedi scolastiche

Le maestre

Le pagelle

La signora Grassi e le sue recite

Tempi nuovi

Varie

Racconto Periccioli

Commedia Chiantini

CAPITOLO X - LA SCUOLA

Scuola varie


Il sabato fascista
Durante il regime fascista il sabato era il giorno dedicato da alcune categorie e settori, scuola compresa, ad esercitazioni pratiche, culturali e para-militari. Dall’anno scolastico 1936/37 era richiesta agli alunni, fin dalla mattina, la presenza in divisa con tanto di distintivo per una giornata dedicata al partito. Al tempo della Bongini, ossia dopo il 1939, il sabato mattina veniva impiegato per attività lavorative. Le femmine si dedicavano per lo più a lavori prettamente femminili come il ricamo, il cucito, apprendevano il “giornino”, cio a cucire orli di federe, tovaglie ecc., il lavoro a maglia e realizzavano calze, sciarpe ecc. I maschi si sbizzarrivano in occupazioni diverse secondo le proprie capacità: Pierugo Buti costruì un finto orologio di cartone con tanto di lancette usato poi per lungo tempo per insegnare le ore ai ragazzi. Dino Carli, ammaestrato dal suo zio Gigi a costruire panieri, fece sempre e solo quelli. Il pomeriggio, poi, seguiva l'adunata e la sfilata in divisa degli scolari inquadrati nei "balilla" e nelle "piccole italiane".

Le orecchie da ciuco
Prima di procedere nella nostra storia, apro una parentesi e mi appresto a descrivere quella che fu una tradizione di tutte le scuole d’Italia, le cui origini si possono rintracciare nella famosa storia di Pinocchio quando viene trasformato in ciuchino. Una consuetudine condannabile, primo per la sua discutibile utilità disciplinare, secondo per l'aspetto di costrizione verso un bambino, il quale messo alla berlina era costretto a subire passivamente l'ingiustizia; una sofferenza morale inaccettabile anche se molti degli ex scolari rammentano oggi, quasi divertiti, "le orecchie da ciuco". Alcuni di loro, però, furono seriamente perseguitati da questa usanza. Era questa una punizione riservata agli scolari pigri, negligenti e irrequieti, i quali dovevano indossare un copricapo e venivano esposti ad una finestra o in altro luogo ben visibile, cosicch tutti valutassero la loro cattiva condotta. Il copricapo, almeno quello degli anni Trenta, era una creazione di cartapesta, che copriva parzialmente la testa, con due lunghe orecchie laterali facendo somigliare l’alunno a un ciuchino; chi non ha visto Pinocchio con le sue orecchie smisuratamente allungate?
La prima maestra in casa Ticci ricordata perché applicava questo “gastigo” del "cappello con le orecchie d'asino". Lo spettacolo avveniva alla finestra dell’aula sopra la bottega, sulla via principale, e così il povero ragazzo non sfuggiva agli sguardi divertiti e ai commenti ironici dei passanti. Anche la Sig.ra Periccioli usò largamente questo metodo per punire gli scolari svogliati. La sua finestra era quella del Palazzaccio e anch'essa guardava la strada, proprio davanti alla bottega della sora Emilia. Il bambino punito era costretto a rimanere immobile davanti alla finestra anche per ore, alcuni ci ridevano, altri soffrivano in silenzio.
Passò la Periccioli, ma l’usanza rimase fino agli anni Sessanta. L'ultimo vero ricordo risale ai primi anni di quel decennio quando la Sig.ra Grassi sarà capace di far mettere ai suoi scolari, e tra questi Paola Pagliantini che ben ricorda, un bel copricapo fatto alla meglio, con due orecchie d'asino, e far fare il giro del paese a tutta la classe. Una vera e propria carnevalata senza onore per nessuno, tanto meno per l'insegnante.
Se da una parte si usavano le orecchie da ciuco, dall’altra non si esitava a rendere grandi elogi e onori alle alunne in evidenza per qualche componimento di qualità o almeno superiore alla media. Capitava allora di vedere la maestra nelle altre classi, per mostrare a tutti l’alunno/a meritevole e leggere il lavoro svolto. Pierina Rossi, bravissima in italiano, frequentando la Quarta e Quinta allo Stellino, ricorda i suoi temi letti e commentati nelle altre aule.

L'ora di religione
Un momento da non dimenticare nell'insegnamento l'ora di religione; un'ora alla settimana che per tanti anni vide il parroco trasformarsi in maestro di scuola. Puntualmente si presentava per svolgere la sua missione e la maestra gli lasciava campo libero. L'ultimo fu don Pierino Carlini. Nei momenti importanti della scuola di Quercegrossa, il parroco fu sempre fatto partecipe con l'insegnamento, o la benedizione o la S. Messa di inizio anno; questa ultima usanza stata abbandonata non molti anni fa, per non urtare il sentimento di alcune insegnanti e famiglie. L’insegnamento del Catechismo nelle scuole in forma ufficiale aveva avuto inizio nel 1923/24 a seguito del Motu proprio pontificio “Orben Catholicum” del 29 giugno 1923, e prevedeva l’insegnamento nelle Elementari primarie, Medie e Magistrali con relazioni triennali da parte delle Chiese diocesane e nomina dei sacerdoti ispettori. Nel 1930, Comune di Castelnuovo Berardenga, designato per le visite ispettive nella scuola di Quercegrossa il parroco don Luigi Grandi. La relazione diocesana di Siena in quel 1930 riporta che in alcune scuole rurali l’insegnamento religioso “lascia a desiderare”, mente in altre “ curato con zelo e competenza da maestre pie ben conosciute in ambiente ecclesiastico”. Nel 1934, dalla Direzione didattica di Asciano, dalla quale dipendeva la nostra scuola, arriva la conferma a Etra Periccioli come insegnante di catechismo a Quercegrossa.

Don Ottorino Bucalossi si appresta a benedire il nuovo edificio scolastico nel 1963. A destra la signora Branconi. Nel 1950 al suo ingresso in parrocchia don Ottorino era stato accolto da tutta la scolaresca festante, schierata al Leccino Nuovo con le parole: "Benvenuto a Quercegrossa, un paese gentile di gente perbene a modino, benvenuto Don Ottorino".

Le insegnanti Rina Grassi e Branconi con tutti gli alunni della scuola ripresi alla chiesa nel giorno della messa scolastica.

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L'esame di riparazione
Ho già accennato a certe particolari situazioni e atteggiamenti benevoli, frutto della simpatia, mostrati dalla sig.ra Grassi verso alcuni alunni, espressi in modi e tempi più disparati. La pagella di una sua alunna ce ne dà un soddisfacente esempio. A quei tempi era sempre in vigore la norma che prevedeva l'esame di riparazione a settembre, ma raramente veniva applicata nella nostra scuola; bisognava proprio essere svogliati e soprattutto maleducati e ribelli per non avere la promozione a giugno. L'alunna in questione viene "mandata a settembre" in due materie, come si nota dalla sua pagella nella foto a fianco. Le materie insufficienti sono Aritmetica e Geometria la prima, e Scienze e Igiene la seconda. Ma un attento esame dei voti fa risaltare una grossa contraddizione e ci conferma che siamo di fronte a dubbie valutazioni da parte della maestra. Certamente successo qualcosa tra l'insegnante e l'alunna o la sua famiglia. Non si spiega altrimenti la bocciatura con cinque all'esame di giugno e il magnifico otto di settembre in Aritmetica, e parimenti non si comprende il sette del terzo trimestre in Scienze diventare un quattro a giugno per poi raddoppiare a otto all'esame di riparazione. C’ qualcosa che ci sfugge, ma senz'altro i due voti negativi di giugno non sono altro che un espediente della maestra per punire un'allieva caduta in momentanea disgrazia.



I voti e gli esami
Una delle tante novità della scuola moderna fu l'abolizione dei tradizionali voti numerici usati per dare una valutazione ben precisa, sostituiti da giudizi estesi, espressi dalle insegnanti o da una commissione. Detto tra noi, venne un po' meno l'istintiva e immediata comprensibilità del voto a causa di giudizi presentati con frasi spesso cervellotiche, che stringi stringi, non dicevano niente. Comunque ad ogni tempo i suoi costumi. Ma se si pensa che questo nuovo metodo di verifica e voto sia stata una novità ci sbagliamo; anche nel passato come evidenziano le pagelle degli anni Quaranta, i numeri furono sostituiti, seppur per pochi anni, dai sempre concisi Buono, Sufficiente, Lodevole ecc. Il Sei, il mitico Sei, ossia la sufficienza, rimase l'obbiettivo da raggiungere non tanto nelle scuole elementari, quanto nelle Medie e fu il miraggi di tanti, sottoscritto compreso. Per gli esami, la scuola elementare del tempo prevedeva due sessioni, una logica al termine del quinto anno con valutazione dell'alunno da parte di una commissione formata da tre insegnanti, e l'altra, peraltro senza nessuna importanza, alla fine della Terza. Un esame insignificante, retaggio del vecchio sistema che licenziava in Terza elementare e che ben presto scomparve, anzi morì di morte naturale.

La sesta classe
In seguito all'abilitazione della scuola di Quercegrossa al conseguimento della licenza di Quinta, molti ragazzi, in attesa di definire meglio il loro futuro, continuarono a frequentare la scuola per fare la cosiddetta "Sesta".
Data la difficoltà economica e logistica di molti ad affrontare lo studio superiore in città, si preferiva rimanere in ambito scolastico locale e così la Sesta divenne un prolungamento dello studio, tuttavia senza offrire particolari vantaggi dal punto di vista del titolo, anche se veniva rilasciato regolare attestato. Questa classe, nonostante ciò, ebbe numerose adesioni fino a quando iniziarono i corsi popolari promossi dallo Stato e ricordati con il nome di "Scuola serale". Da ricordare ancora che nell'anno 1958 solo un ragazzo su otto arrivava alla Scuola media; figuriamoci la statistica dell'immediato dopoguerra e la diversità fra campagna e città nel proseguire gli studi.
La prima aula della Sesta stata la stanza parrocchiale e la signora Chiantini la prima maestra di questo corso. Il primo allievo, in assoluto, della Sesta fu Losi Alighiero, il quale, ottenuta la licenza di Quinta elementare nel 1944 a Fonterutoli e per di più in una scuola esonerata dall'obbligo dell'esame di ammissione alla Scuola Media, si ripresentò nell'ottobre del 1945 a Quercegrossa per iscriversi nuovamente alla Quinta; sulla sua pagella venne registrata la nota "ripetente volontario". L’insegnante la stessa di Fonterutoli e ciò fa pensare che in un clima di amicizia e simpatia sia nata l’idea in "Dedo" di tornare agli studi non avendo, come detto, nemmeno la necessità di sostenere l'esame di ammissione alla Scuola Media.

La pagella di Dedo “ripetente volontario”.

Certificato di Studio della Sesta classe rilasciato a Losi Armando.

D'altronde nella scuola del tempo non era la prima volta che si infrangevano le regole. Già dal tempo della Periccioli si avevano frequentazioni di giovani già licenziati. Il fenomeno avrà un seguito specialmente al tempo della Bongini e della Grassi. E non mi riferisco a casi come quello di Losi Alighiero, ma alla facilità, o meglio faciloneria, con la quale si ammettevano ragazzi di cinque anni alla prima classe, quando la legge parlava chiaro: a scuola si andava a sei anni compiuti. Bastava avere un cugino, una sorella o persino un amico in età scolare e accompagnarlo una volta, frignando perché volevi entrare con lui a scuola, che la Signora maestra dicesse: "Ma ce lo mandi, almeno smette di piangere", oppure, "Ma lo lasci, poi si vedrà". Andava a finire che questi bambini facevano la prima anticipatamente con tanto di riconoscimento. E non furono pochi i beneficiari di questo sistema. Uno dei precursori a fare la cosiddetta “primina” fu Enzo Pianigiani nel 1947 che seguiva il cugino Giorgio. Tornando alla Sesta, dopo la parentesi della stanza parrocchiale durata un paio d'anni, le lezioni ritornarono nel loro ambiente naturale, cio l'aula scolastica, e si tenevano nel pomeriggio, ma non sempre. Si ricordano fra i tanti alcuni alunni fedelissimi come Ottorino Sanleolini, che frequentò per due anni consecutivi insieme ad una certa Liliana di Santo Stefano. Alcuni fecero la Sesta e poi la Scuola Serale. Fu un continuo studiare come fece Armando Losi che, terminate le elementari nel 1946, sta fermo un anno prima di iscriversi alla Sesta classe con l'insegnante Rina Grassi. Nel "Certificato di Studio" rilasciatogli alla fine dell'anno si dichiarava che "Ha completato gli studi di livello superiore" e recava la firma della Commissaria Bongini, l'altra maestra di Quercia.

La Scuola Serale
La cosiddetta Scuola Serale non erano altro che corsi gratuiti finanziati e promossi dallo Stato per concedere a tutti gli italiani la possibilità di istruirsi, di migliore la propria formazione e di avere "un pezzo di carta" per entrare con un titolo nel mondo del lavoro. Sul piano politico si può inquadrare l'iniziativa governativa come una lotta all'analfabetismo, ancora molto diffuso tra certi strati della popolazione, e con l'opportunità di seguire i corsi in ambienti diversi dalle aule scolastiche. Infatti la legge stabiliva, e questa fu un’importante novità, di istituire corsi in aziende, scuole elementari, fabbriche, ospedali e carceri. Una legge di grande valenza politica e sociale che trovò immediata attuazione e discreta adesione tra la popolazione. Articolata in tre Corsi, A, B e C, dava la possibilità a tutti, analfabeti compresi, di scegliere secondo la propria esigenza. Il corso C fu quello tenuto a Quercegrossa ed aveva la funzione di aggiornamento e di approfondimento culturale nonché di orientamento al lavoro. Attivati a Quercegrossa fin dal 1953/54, questi corsi si protrassero per almeno quindici anni, ma con alcuni intervalli, fino a quando, esaurita la loro funzione, furono sostituiti dall'introduzione della normativa delle 150 ore.
I corsi, condotti da insegnanti provenienti per lo più da Siena, e con il valido contributo dei maestri del posto soprattutto nelle commissioni d'esame, furono frequentati da numerosi iscritti e alcuni di questi li ripeterono più volte.

Nella foto: un bel gruppo di alunni della Scuola serale di Quercegrossa del corso 1953/54, fotografati con l'insegnate Marisa Peccianti, con la quale ebbero rapporti di buona amicizia e collaborazione. Le lezioni si svolgevano in un clima di sentita e interessata partecipazione lontano dal tedio della scuola classica. Notevole la differenza di età tra gli iscritti.

Il Certificato di Studio della scuola serale rilasciato a Losi Armando, e a tutti coloro che frequentavano con continuita e profitto. La seconda pagina del certificato riportavala dicitura: "Con 20 assenze su 180 giornate di lezione". Firmarono il documento i componenti della Commissione: Spaghetti Franca, Bongini Cesarina, don Ottorino Bucalossi, in data 13 aprile 1954.

Ancor prima della guerra alcuni corsi di recupero, previsti nel dopo cena, erano stati attivati su iniziative probabilmente comunali in diverse scuole; una di queste era Fonterutoli, dove le lezioni erano tenute dalla maestra di ruolo signora Chiantini. Stazzoni Ezio del Casino di Quercegrossa doveva prendere la licenza di Quinta per fare domanda nei carabinieri e vi si iscrisse. In molti approfittarono e si unirono a lui formando un bel gruppo. Era l'anno 1940/41 e parteciparono Vico Barucci, Nello Rossi, Guido Lazzeri, Bruno Vegni di Gardina, Gino di Fusino e Nello Taddei. Partivano in bici la sera per la lezione dalle nove alle undici. Vico Barucci, che "si era infatuato della maestra", rimaneva a lungo in classe, quando ormai gli altri avevano da tempo preso la strada del ritorno. I corsi delle scuola serale per l'ammissione alle Medie si tennero molti anni dopo anche a Quercegrossa, nel nuovo edificio, fino agli anni Settanta. C'erano Enzo Pianigiani, Francesca e Fanfani del Castello. Veniva una maestra da Siena e la bidella Settimia aveva il compito di aprire la scuola: "Una sera avevo lasciato la chiave dentro, nella veste, e dovevano entrare. Allora mandai il Sartini Maurizio a prenderla dalla Fineschi a Siena".

La Scuola Agraria
Un’altra opportunità offerta agli alunni licenziati a Quercegrossa con la Quinta fu la Scuola Agraria Professionale, parificata alla Scuola media. Già da tempo immemorabile, su iniziative varie, nelle scuole erano stati istituiti corsi di Agraria per la formazione di futuri fattori ed esperti contadini, ma dalle nostre parti la prima vera scuola di Agraria vide la luce a Monteriggioni nel 1949. Uno dei giovani che parteciparono ai tre anni di corso fu Lorio Corbini, tornato con la famiglia a Quercegrossa nel 1942. La sua esperienza scolastica si intreccia con le forti vicende della sua fanciullezza e questo decennio di studio, molto articolato, merita di essere ricordato. Lorio nato nel 1933 alle Volte Alte e lì frequenta le prime tre classi elementari, ma finisce gli ultimi mesi della Terza a Quercegrossa con la Bongini. Continuò lo studio per ottenere la licenza di Quinta e si iscrisse alle Badesse che poteva raggiungere a piedi, non disponendo della bicicletta per andare allo Stellino come avrebbe voluto. Mentre frequenta la Quinta (siamo a marzo 1944) cominciano i bombardamenti sulla ferrovia al Pontottarchi e smette per prudenza di andare alle lezioni. Riprende a fine 1944 dopo il passaggio del fronte. A giugno 1945 ottiene la licenza di Quinta. Trascorrono tre anni e si decide di partecipare ai corsi della nuova Scuola di agraria di Monteriggioni dove si reca in bicicletta con Ilio Taddei e Beppe del Bardelli. Porta a termine brillantemente lo studio e a diciannove anni "Agricoltore specializzato". La Scuola organizzerà solo quel corso, poi chiuderà i battenti. Lui partecipa anche ad una ulteriore specializzazione di un mese a Scacciapensieri dove stata aperto il nuovo Istituto Agrario che sarà attivo fino a tutti gli anni Sessanta, Qui si iscrissero e frequentarono anche Mario Nocciarelli e "Dedo". Più tardi vi si recheranno, per la licenza media, gli ultimi alunni in bicicletta: Roberto Mori ed Enzo Stazzoni.

La Scuola media
Il compimento degli studi della Scuola media, o almeno l’iscrizione alla stessa, si fece sempre più intenso col passare degli anni dopo il 1950, pur restando sempre in un numero molto limitato di partecipanti. Tra le scuole di Siena frequentate c'erano la Scuola di Avviamento Professionale a S. Domenico, detta popolarmente "Artimestieri", e l'Istituto Caselli di indirizzo amministrativo, più indicato per le femmine: Raffaello Mori, Bernardino Castagnini, Bruna Castagnini e Mirella Guarducci sono i nomi ricordati tra i nati dal 1940 al 1945 che compirono gli studi medi a Siena. Negli anni precedenti questo periodo abbiamo il ricordo di Spartaco Carletti, iscritto nel 1939, ma abbandona dopo il secondo anno senza conseguire il diploma; era l'unico del paese a frequentare a Siena. Pochi anni dopo, Sergio Losi, il figlio del bracciante Angiolo, fa la sua positiva esperienza di studio che lo immetterà immediatamente nel mondo del lavoro. La carriera scolastica di Sergio inizia a Quercegrossa nel 1937 con le prime tre classi elementari e proseguita con la Quarta e Quinta a Fontebecci, terminate nel giugno 1942. Si iscrive subito all'Avviamento professionale con sede allora a S. Domenico, dove si recava con la sua bicicletta. Lezione mattina e pomeriggio. Dalla stagione autunnale, sul tardi verso le 17-18, quando già si rabbuiava, il su' babbo Angiolo, dalla Ripa dove lavorava, si avviava a riscontrarlo verso Fontebecci e insieme tornavano a casa. Nel tempo degli studi entra alla Tortorelli, l’industria meccanica, che lo assumerà definitivamente dopo la licenza, e dove lavorerà fino alla sua chiusura negli anni Sessanta. Un altro alunno di Quercegrossa frequentò senza successo la stessa scuola nel 1954/55 ed rimasto famoso per la sua bicicletta che dava a noleggio ai suoi amici per un giro di Lizza. Nel 1958/59 frequentare la scuola di Avviamento professionale di Siena creava notevoli disagi allo studente di campagna e rappresentava un grosso ostacolo per lo studio. Io mi iscrissi e mi fece compagnia Luciano Carapelli del Castello. Era una scuola dove si poteva trovare una buona rappresentanza dei figli degli ultimi contadini. Raggiungevo Siena con la Sita delle 7,20 e mi portavo alla fortezza dove si tenevano tutte le lezioni, sia le materie solite, sia quelle manuali di officina e falegnameria. La ginnastica al campo di atletica sotto fortezza. Le lezioni si svolgevano sia la mattina sia il pomeriggio, costringendo quelli di fuori Siena a rimanere in città tutto il giorno, arrangiandosi per il pranzo con un panino in cartella consumato allo Stadio, in Fortezza e alla Lizza. In quell’intervallo, il campo del mercato, allora sterrato con una terra nera e polverosa, era teatro di interminabili partite di calcio tra i numerosi ragazzi, i quali vi si trattenevano fino al suono della campanella. La sera ritornavo a casa con la Sita delle 19,20 e il dopocena, dalle 21 sarebbe dovuto essere riservato ai compiti, ma dopo una lunga e impegnosa giornata la voglia di studiare andava a farsi benedire.

La festa degli alberi
Questa antica tradizione della scuola si celebrava nel mese di novembre e consisteva, almeno per quanto ci riguardava a Quercegrossa, nell’interrare simbolicamente alcune piantine di albero nei posti più disparati: poteva essere il giardino della scuola o il vicino bosco. La foto seguente, del 1959, illustra gli alunni maschi armati di attrezzi agricoli, e in un clima di festa piantavano dove capitava, sotto il vigile controllo delle maestre.

21 novembre 1959: Festa degli alberi. Dal diario scolastico di Roberto Mori:
"Eccomi in mezzo ai miei amici di scuola: (da sinistra) Rolando Sodini, Mario Ancilli, Giorgio Testi, Roberto, e Luciano Vettori, il giorno che si piantarono gli alberi. Dietro a noi c'era il Signor Curato, che benedì le piantine e fece un bel discorsetto".

"Quel giorno si fece anche la recitina sulle piante. Io ero il fusto, coperto con un grosso ramo, dove era intrecciata l'edera come si vede in questa fotografia".

La Festa degli alberi, celebrata in tutte le scuole d'Italia, doveva servire a educare al rispetto della natura e dell'ambiente. Se a Quercegrossa non produsse niente di significativo, in alcuni paesi, anche non molto lontani, in questa ricorrenza vennero piantate estese superfici diventate oggi boschetti e cipressaie.


Gli strumenti del sapere
Non saprei chiamare in altro modo quegli strumenti che ci servivano, e che servono tutt'oggi a svolgere i compiti richiesti dallo studio. Naturalmente dagli anni Sessanta ad oggi ci sono stati dei notevoli cambiamenti sia per quanto riguarda l'arredo scolastico sia nel materiale per uso scrittura o negli accessori come la cartella. Non interessa un confronto, ma solamente una illustrazione di quelle poche e semplici cose a nostra disposizione prima che si imponessero le penne a sfera, gli zainetti e altro che fa parte dell'oggi.
Una bella foto degli anni Cinquanta ci rammenta subito alcuni oggetti: l'immagine risale al Natale 1949 e mostra in primo piano i banchi di scuola. In dotazione dal 1928, anno di apertura di questa aula, erano ancora in buone condizioni, ma portavano deturpazioni come graffi, scritte e tagli, ricordo del passaggio di numerosi alunni. Molti a due posti, come quello in prima fila, altri a tre posti sistemati sul fondo dell'aula. Il piano dei banchi si alzava e sotto vi si metteva la cartella. Se ne nota una nella foto, quella tenuta in mano da Bernardino Castagnini. Le cartelle, quasi tutte di modesto materiale, erano in fibra di cartone e venivano portate a mano dagli alunni. Tenute con poco rispetto, duravano il tempo del ciclo elementare. Appena fu asfaltata la strada molti alunni all'uscita della scuola si divertivano a lanciare le cartelle sul nuovo e liscio piano asfaltato e guardarle scivolare per molti metri.

Natale 1949. Le classi di 1°,3° e 5° al piano terra della Scuola di Quercegrossa. Da sinistra con il grembiule bianco: Giulio Nencioni, Fabio Losi, Giorgina Rossi, Bernardino Castagnini e Giancarlo Brogi. Tra i due banchi Raffaello Mori.

Della quantitativamente modesta documentazione della scuola di Quercegrossa fa parte una serie di fotografie scattate da un fotografo di Montalcino nel 1956/57. Invitato dalle insegnanti, riprese tutti gli alunni singolarmente, in posa sullo stesso banco, a ridosso della grande carta geografica dell'Italia. Fotografò anche le maestre contorniate da alcuni alunni. Una lodevole iniziativa che purtroppo ebbe un saltuario seguito.

Lucia Mori.

L'alunna della foto precedente Lucia Mori. Ha in mano una penna stilografica che veniva caricata a stantuffo, usata per le foto. Erano di uso corrente le penne di legno con i pennini che, intinti nel calamaio, lasciavano la loro sottile traccia sulla carta, ma spesso anche delle grosse macchie che deturpavano la pagina. Fondamentale strumento il pennino: dalla sua perfezione dipendeva il segno. Per una buona calligrafia era indispensabile avere dei pennini buoni; ve ne erano di diversi tipi più o meno larghi, per ogni tipo di scrittura. Le penne, nelle quali veniva infilato il pennino, erano quasi tutte mangiucchiate dai ragazzi senza accorgersene, pensosi nello scrivere. Il calamaio era un piccolo contenitore a forma circolare che conteneva l'inchiostro blu o nero, riempito dalla bidella la mattina; si trovava incassato sul bordo del banco. Oggetto complementare e indispensabile in questo tipo di scrittura era la carta assorbente. Il suo tempestivo uso sullo scritto fresco evitava baffi e sbavature sul quaderno. L'astuccio di legno in primo piano era in dotazione ad ogni scolaro. Era impossibile farne a meno. Si apriva dalla parte superiore scorrevole e vi si mettevano le cose necessarie: una penna, un lapis, dei pennini, alcune matite marca Giotto per colorare e una gomma da cancellare. Tutto qui. Nella cartella di quel tempo trovavano posto, insieme all'astuccio, il libro di lettura, il libro di Storia e Scienze dalla Terza classe, un quaderno a quadretti grandi o piccoli, un altro quaderno a righe, più larghe per le prime classi e più piccole per le successive e un piccolo album da disegno. Chi non ricorda quei quaderni con la copertina nera lucida? La tragedia di quel tempo, per noi alunni, non era la semplicità e la scarsità di questi strumenti, ma era l'uso che se ne faceva: cancellature che sfondavano la pagina, pagine strappate e ricopiate per i molti errori, “orecchi” grossi alle stesse che non sapevi come salvarti se non con delle mollette da bucato agli angoli, dita perennemente macchiate dall'inchiostro, pennini regolarmente spuntati per il cattivo uso.
Un agire quindi piuttosto disordinato dal quale, però, si distinguevano le bambine, sempre precise e composte.
Obbligatorio era, al tempo della foto, il grembiulino nero con colletto bianco e fiocco blu. Il tutto doveva essere a posto e guai a presentarsi in classe senza indossarlo. Le maestre, nel loro educare all'ordine e alla pulizia, controllavano continuamente che il grembiule non fosse strappato, che il colletto non fosse sporco, il fiocco se era ben fatto, le mani se erano pulite, le unghie nere e ... “orecchi” sporchi. Nella foto del 1949 si notano alcuni grembiulini di colore bianco. Un grosso azzardo vestire di bianco gli alunni alla scuola elementare. Infatti, il nero prese ben presto il sopravvento.
Un accessorio assolutamente indispensabile per l'insegnamento era la lavagna. Questa tavola nera di ardesia (o pietra di Lavagna, in Liguria) corredata di una cimosa di stoffa e di alcuni gessetti bianchi sulla piccola mensola sempre stata l'incubo dei ragazzi: "Vieni alla lavagna", era il massimo della pena. L’alunno chiamato, con le spalle rivolte alle classe, della quale avvertiva l'attesa, restava solo a risolvere i suoi problemi e in caso di difficoltà non gli rimaneva altro che tormentare il povero gesso. Nell'aula di sotto della vecchia scuola, la lavagna era di tipo mobile, con il piano inclinabile; serviva per i compiti e molto spesso per mettervi in castigo, dietro di essa, nascosti alla classe, gli alunni irrequieti.

Il Direttore
Figura di spicco nel panorama scolastico il Direttore rappresentava da sempre l'autorità superiore che in ogni istituzione veniva tenuta al massimo grado. Questo personaggio si presentava sempre in visita ufficiale; arrivava in macchina ed era accolto dalla scolaresca schierata e osannante. Ne fa testo una strofetta che la signora Grassi volle dedicare al Direttore in una delle sue ispezioni alla scuola di Quercegrossa:
“Battiam, battiam le mani arriva il Direttore / battiam battiam le mani, a un uomo di valor”. Nessuno ricorda il seguito, certamente erano parole di benvenuto, di omaggio e di elogio.

Il Direttore e don Ottorino siedono in primo piano per una riunione generale della nostra scuola. Siamo negli anni 1961/62 e tra gli scolari fanno capolino Francesco Provvedi, Riccardo Rossi, Stefano Socci e Silvano Sestini.

Fatto il suo ingresso in classe, preceduto da un “In piedi bambini”, della maestra altrettanto emozionata, si intratteneva bisbigliando sottovoce con le insegnanti che avevano assunto un'aria seriosa e dopo si rivolgeva alla scolaresca, interrogando a caso questo e quello su i più vari argomenti; non ho mai compreso l'utilità di questo procedere, anche se era una manifestazione della sua premura e preoccupazione che la scuola funzionasse a dovere.
Non erano frequenti le visite a Quercegrossa e ben poche ne ricordo nei miei quattro anni di studio.

Le bidelle
“Alda Losi ... tutti i giorni ci lustra il banchino”. E’ l'ultima strofa della canzoncina di Quercegrossa composta dalla Grassi: un inno alla professione. Alda Losi, la bidella della guerra e dopoguerra, ereditò l'incarico dalla mamma Maria e lo tenne fino all'anno scolastico 1961/62 compreso. Non sono molte le donne susseguitesi in questo ufficio, e tutte lo hanno svolto con piena disponibilità e coscienza, sopportando con pazienza, capricci e idee delle, spesso esigenti, maestre. Ho già parlato della famiglia del fattore Bucci, che, dal 1921 circa al 1927/28, ospitò nella propria abitazione l'aula scolastica, provvedendo alle sue necessità.
Con l'apertura della nuova scuola ci fu bisogno di una donna che la mattina, corrispondesse a tutte quelle richieste rivolte solitamente ad una bidella e come supporto alla maestra: fu assunta Maria Vienni, la moglie di Damino Losi, contadina dei Mori. L'amicizia che legava Damino con Raffaello Mori determinò probabilmente la scelta. Il pomeriggio poi, per la fine delle lezioni intorno alle ore 16, vennero ingaggiate delle giovani con il compito di spazzare l'aula per un modico compenso annuo. Tra queste ci furono Gina Rossi e Settimia Brogi. Maria Vienni cederà il suo posto alla figlia Alda nel 1940 o poco dopo. Alda Losi segnerà un'epoca: ventidue anni di servizio ininterrotto senza dar l’occasione a nessuno di lamentarsi e portando avanti nello stesso tempo il suo impegno di mamma, di massaia e di contadina. Una donna eccezionale temprata per tutti i lavori. Lascerà nel 1962, quando abbandonerà Quercegrossa per stabilirsi a Monteriggioni.

Da sinistra: Alda al matrimonio del figlio, al centro Settimia fa capolino tra gli scolari cosi come Ada Nencioni nella foto di destra.

Gli succede Ada, la moglie di Ezio Nencioni, abitante all'ultimo piano del Palazzaccio. Una breve stagione la sua, poco più di un anno e poi le toccherà rinunciare per il trasferimento della famiglia a Monteroni. Ed ecco che rientra nella scuola Settimia Brogi in Mori, la ragazzina che per pochi spiccioli spazzava l'aula trent’anni prima. Lei inizia il suo mandato nel nuovo stabile inaugurato da poco e, come Alda Losi, per 21 anni, fino al 1985, eserciterà questa professione a tempo pieno. Ormai il suo ruolo inquadrato, con orario da rispettare e mensile fisso. Lei onorerà come meglio non si poteva il suo lavoro. Sono memorabili i suoi viaggi al bar di Quercegrossa prima della ricreazione, per tornare poi stracarica di ciaccini, pizze, panini e bevande sia per gli alunni sia per le maestre. Una disponibilità totale, conseguenza della sua laboriosa onestà dimostrata, come tutti sanno, fin dalla fanciullezza, sia quando serviva in bottega del babbo Carlo sia quando consegnava lettere e raccomandate ad ogni ora del giorno affrontando disagi e sacrifici. Un’istituzione che si pone in tutta la sua bellezza davanti al paese e al quale tutti dobbiamo toglierci il cappello. Sono convinto che Settimia sia stata molto rimpianta nella scuola di Quercegrossa. L'album fotografico illustrativo delle bidelle talmente inconsistenze da non aver nessuna foto che le riprenda nello svolgimento delle loro funzioni. Già l’iconografia della scuola di Quercegrossa si presenta insoddisfacente e lacunosa ed difficile, quindi, ritrovarvi, se non di sfuggita, immagini delle bidelle. A questo neo hanno contribuito loro stesse con la loro riservatezza, preferendo sempre rimanere nell'ombra.

Il presepio
Il Natale del 1961 documentato dalla foto seguente.
Le festività natalizie esercitavano sugli alunni un grande fascino e nei giorni precedenti le vacanze essi erano coinvolti e presi da questa atmosfera di festa con la preparazione dell'albero e del presepio, la poesia di Natale da imparare a memoria, la recitina davanti alle mamme, la letterina per il babbo e le vacanze imminenti.
Erano giorni di pace anche all'interno dell'aula, e ogni mamma consegnava al suo bambino un regalino per la maestra: piccioncini, uova, salumi, focacce; ogni ben di dio veniva accettato dalle maestre che non trascuravano di mandare o fare personalmente auguri alle famiglie in un clima di grande serenità.

Natale 1961: il presepio in classe.


Le mamme
Giunto al termine della memoria sulla scuola di Quercegrossa, che ho tentato di riassumere attraverso i suoi personaggi e fatti degni di essere ricordati, d'obbligo, per la completezza del lavoro, e facendo riferimento alla "riconoscenza collettiva", volgere il pensiero a coloro che sono state realmente il motore di questa storia: le mamme. Mamme di ogni tempo e di tanti modi, figure velate, nascoste, ma sempre presenti; viste e giudicate indirettamente nei figli, i quali non sempre hanno corrisposto alle loro sollecite raccomandazioni e richiami, dando così di esse una immagine distorta e falsa agli occhi della gente: raramente dietro al bambino scorretto, sgarbato o sporco c'era una mamma a lui simile; c'era invece una creatura che pativa in silenzio la propria delusione. Ah, quante amarezze e lacrime per quei birbanti! Al contrario, su quel figlio ordinato e bravo, vigilava un essere che gioiva intimamente della propria fortuna, e si rallegrava degli unanimi consensi.

Partecipazione di mamme alla recita degli alunni nella scuola di Quercegrossa. In primo piano l’alunna Maura Auzzi, al centro Lea Socci con in braccio i gemelli Antonio e Antonella e intorno a lei Gina Vettori, Lina Cappelletti, Ottorina Barucci, Franco Landi, Meri Tacconi, Anna e Tiziana Riversi, Pia Travagli, Faustina Starnini, Giuseppa Ciampoli, Assunta Vettori.

Premurose e attente, spesso ansiose, hanno percorso in parallelo il cammino scolastico dei loro figli, vegliando sui loro passi al pari e più delle insegnanti. Nella pratica quotidiana del compito scolastico hanno sollecitato energicamente e guidato all'apprendimento; quando occorreva, la pazienza ha dato spazio alla severità del contegno che si traduceva in innocui castighi o qualche salutare romanzina. Sempre pronte a spronare i figli non hanno mai cessato di credere in loro, anche quando l'evidenza di un deludente risultato, di un fallimento, appariva in tutta la sua chiarezza. Voglio ricordare infine quella mamma che con totale dedizione portò a “cavallucci” per due anni interi da Petroio a Quercegrossa il recalcitrante figlio iscritto alle prime classi. Dedico, quindi, una foto a tutte le mamme, alle quali va la riconoscenza di ognuno di noi, al di là dei risultati ottenuti sia nella scuola che nella vita. Il rapporto delle mamme di Quercegrossa con le insegnanti fu sempre d'impronta familiare. Il così detto "colloquio" con le signore maestre negli anni Cinquanta e precedenti era del tutto casuale e non ritenuto necessario, spettando esclusivamente alle stesse la valutazione comportamentale, il giudizio e la gestione dall'attività didattica, senza interferenze da parte di nessuno.

Suona la Campanella
Al suono della campanella i ragazzi sciamavano chiassosi e bercianti nella strada. I più lontani si avviavano a piedi verso i poderi a gruppetti di tre o quattro. Alcune soste erano obbligatorie: da Attilio a prendere il latte, da Landino per i palloni oppure da Brunetto a vederlo piallare. Il ritorno a casa era anche un momento di gioia scherzosa e ne facevano le spese i contadini ai quali i ragazzi nascondevano zappe e attrezzi e rubacchiavano qualche frutto magari lasciato maturare dentro il pagliaio. Favoloso poi l'ultimo giorno di scuola che liberava da un obbligo opprimente e prospettava, nei primi caldi di giugno, giocose e gaie giornate all’aria aperta, unico obbiettivo della nostra spensierata fanciullezza.

La signora Branconi coi gli alunni di Terza e Quarta nell’anno scolastico 1964/65. Da sinistra in alto con la maestra: Mariangiola Mori, X, Letizia Pucci, Mauro Taddei, Emanuela Bandini, Isolina Leonini, Daniele Carli. In basso da sinistra: Gabriella Ciampoli, Francesco Stazzoni, Fiorenzo Brogi, Giorgio Bossini, Massimo Morini, Giovanni Sanna, Tiziana Riversi.


La maestra Branconi con la scolaresca all’inaugurazione del “Madonnino” nell’anno 1960.


Giorgio Rossi di V (a sinistra) e Fabio Francioni di IV nell’anno scolastico 1958/59.


La maestra con la V classe nel 1970. Da destra, davanti: Antonio Socci, Antonio Sanna, Massimo Dragoni e Fabrizio Papi. In alto a sinistra tre alunne: una Ricci, una Ferrieri e una Lorenzoni. Accanto alla maestra: Antonella Socci. Alla porta: Ivano Ferrieri.


Stefano Socci nei nuovi banchini della scuola nuova. Anno 1964/65.


Iliana Manganelle ed Enza Rossi al banchino; fine anni Cinquanta.


Anno scolastico 1962/63. Ancora nella vecchia scuola e i vecchi banchi. Da destra: Paola Pagliantini Luciano Sestini, Laura Mori, X, Emanuela Riversi, Manola Morini e Simonetta Stazzoni.


...molti anni dopo. Anno 1973 ca. La signora Rossi con la sua classe. Da destra, seduti: X, Serena Castagnini, Gabriele Sarchi, Roberto Cancelli, Fabrizio Ruberto. In piedi, da destra: Tiziana Baldi, Fabrizio Pistolesi, Claudio Capitoni, Fabrizio Cancelli, Sabrina Carletti, Massimo Lorenzetti, Massimo Vannoni e Tiziana Brogi.



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