CAPITOLO XI - COSE D’ALTRI TEMPI

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Racconti a Veglia (Intro) (1) (2) (3)



Calza e castagna
La Gerla, moglie del Merlotti del Catruppolo, per difendersi dal ghiaccio dell’ambiente, usava mettersi lo scaldino con la brace sotto le sottane, e la larga gonna lo copriva completamente costringendo il calore a rimanere sotto. Guido Rossi era un calzettaio abilissimo, e riforniva di calze tutta la sua famiglia a quel tempo dimorante al Mulino. La sera quando tornava prendeva i ferri e si metteva al lavoro. Nelle sera di veglia al Catruppolo, Guido e la Gerla si sfidavano in gare singolari. Misuravano alcune bracciate di filo di lana e facevano a chi finiva prima la calza. Fu in una di quelle sere che Guido di nascosto mise nello scaldino della Gerla un marrone senza castrare, e quando scoppiò fu una sarabanda. Si rammentano numerosi scherzi di questo genere che prendevano di mira le donne.

Giochi pesanti
Ogni tanto i ragazzi che giocavano in fondo al giardino dei Mori inventavano qualcosa di nuovo per passare il tempo e capitava anche qualche situazione strana. Quel giorno era già tardi, in quell’ora del tramonto quando il giardino cominciava a oscurarsi con alberi e cespugli che diventavano ombre, e si avvicinava l’ora di rientrare in casa. Ma per Elina non era possibile, perchè Lorenza l’aveva legata a un albero del giardino, e non si poteva muovere. “Guai a chi la scioglie”, disse alle altre, e si misero in attesa, mentre Teresa già chiamava a voce alta Elina per la cena. Ma chiama, chiama, Elina non rientrava; lo fece molto più tardi quando venne sciolta ed ebbe, come era prevedibile, la sua bella razione di scapaccioni.

Giochi innocenti
Sarà stato il 1938 ed era l’ora serale quando la Sita da Siena transitava da Quercegrossa condotta dal Giardini. Si fermava in piazza per la posta e per scendere qualche passeggero. Di solito non accadeva niente, ma quella volta autista e viaggiatori strabuzzarono gli occhi per l’originale quanto insolito e inaspettato spettacolo che si presentò loro. Dal portone del palazzo Mori videro uscire in fila indiana un gruppo di bambine dell’apparente età di 8/9 anni, le quali, semplicemente, si facevano vedere in quella che era una cosiddetta “ragazzata”. C’era la mi’ zia Piera, Albertina, le bambine del Losi e altre, in tutto erano sette o otto. Non gli toccò niente, una volta rientrate in casa. La mi’ zia si prese tanti ceffoni da Ersilia perchè si ricordasse che certe cose non si facevano, e altrettanti toccarono alle altre. Ah, dimenticavo di dire che le bambine si erano presentate in piazza completamente “gnude”, mostrandosi ai presenti. Chissà cosa gli sembrò di fare, ma le manate prese se le ricordano ancor oggi.

Tuttomio
Da ragazzi quando si rifaceva il verso alla civetta, si diceva "Tuttomio, Tuttomio" con il suono della voce che tentava di riprodurre quello dell'animale, oppure si usavano le mani congiunte e ne usciva un suono simile. Giulio Oretti era lo zio del Moro, ossia di Dante, e da questi venne invitato, come si usava con i parenti, una domenica a pranzo a Quercegrossa in casa sua, dove la moglie Dina aveva preparato un bel tegame di fagioli all'uccelletta come contorno al secondo di carne. Mentre chiacchieravano a tavola, Giulio, un tipo un po' alla spaccona, fece da padrone e prese subito in mano il tegame di coccio, quei tegami di ceramica scura e lucida con un manico, e col mestolo cominciò a cavare i fagioli verso i quali doveva nutrire un particolare appetito. Gli sembrò di averne presi pochi, allora cavò un'altra mestolata e poi un'altra ancora, infine rimise il tegame di coccio al centro della tavola. Fino a qui tutto normale, solo che il tegame era completamente vuoto con qualche poco avanzo di umido e due o tre fagioli. Fu distrazione? Forse. Comunque il Moro non potette star zitto e gli fece la doverosa osservazione: ”Ma lo vedi che hai cavato tutti i fagioli!”.

Bucce di Mela
Si erano sposati e lei era tornata in casa del marito a Quercegrossa. Non legò bene con le donne di famiglia, e cominciò a trascorrere le sue giornate chiusa in camera. Usciva poche volte, e infine non mangiava più con gli altri. Quando il marito rientrava la sera a buio, le portava una borsata di mele raccolte nei campi. Questa era la sua cena, e la mattina la strada sotto la sua finestra era cosparsa di bucce e torsoli di mela. Poi cambiarono casa e tornarono da soli, e così sparirono le bucce dalla strada.

Il dirigibile
Lentamente apparve una forma gigantesca, quasi minacciosa, che copriva parte del firmamento. Anna Tacconi dal giardino del Mori la vide e rimase a bocca aperta non si sa quanto, senza capire cosa fosse. Altri certamente furono affascinati dal passaggio silenzioso a bassa quota del dirigibile Italia, che attraversò il cielo di Quercegrossa e si allontano verso nord-ovest. Un'apparizione improvvisa quanto mitica di questo gigante del cielo che lasciò tutti stupefatti tra il 1925 e il 1927. Un altro insolito evento si verificò verso gli anni 1920/25. Una grande palla di fuoco con rombo tonante passò a bassa quota su Quercegrossa, visto da molti dalla piazza. Nessuno, mai, ha saputo dare una spiegazione a questo misterioso fatto raccontato dal Moro, testimone oculare.

Auguri sinceri
Nel primo volume di questi ricordi termino la storia della famiglia Andreucci con la consegna delle chiavi della villa al mi’ nonno Raffaello Mori accompagnato dal figliolo Elio, ma, ripeto, fu una consegna piena di rancore come se i Mori fossero i responsabili del catastrofico fallimento di quella famiglia che aveva portato alla perdita totale di tutti i loro numerosi poderi ed ora della villa. Si dice ancora che gli Andreucci abbiano svenduto la villa, e anche questo fu motivo di astio verso i Mori. Comunque Ferdinando Andreucci intascò senza fiatare le 16.500 lire ricevute il 17 maggio 1919 alla stipula del contratto presso il notaio Gino Nasimbeni, con il fattore Bucci uno dei testimoni (l’altro fu l’impiegato del notaio) per la vendita di quanto gli era rimasto, ossia la villa “con la mobilia, oggetti, e quant’altro oggi la correda”, valutata lire 15.000. Il denaro venne “contato e sborsato al signor Andreucci Ferdinando venditore dai compratori signori Mori Lorenzo e Raffaello alla vista e presenza di me notaro”. Circa un anno dopo, il 31 luglio 1920 secondo i documenti, il che significa che gli venne permesso di risiedervi ancora un anno, l’Andreucci partì dopo aver consegnato le chiavi al mi’ nonno, ma non seppe stare zitto e proferì quella frase che non gli fece onore: “Vi auguro di fare la stessa fine”.

I firmatari del contratto di vendita della villa Andreucci stipulato nel 1919.


Mele bianche
Dietro il garage di un'abitazione di Quercia si trovava il gabinetto usato da tutta la famiglia. Un giovane dei dintorni barzellava ogni tanto la ragazza di casa con la speranza che entrasse nel gabinetto, così lui si avvicinava volpino, e sbirciava dalla serratura per vedere quello che normalmente era proibito. Era un'usanza dei ragazzi, praticata un po' dappertutto, quella di spiare le giovani donne al gabinetto od ovunque quando era possibile. Un giorno il giovane si accorse che la porta del bagno era chiusa e non seppe resistere alla tentazione. Accostò l'occhio alla serratura e spiò, ma invece degli agili fianchi della ragazza si trovò di fronte alle due mele bianche dello zio, il quale si apprestava a farla.

Incidenti
Lo zio Sandro quando andava in moto metteva un giubbotto imbottito con una pelle di pecora che lo riparava dal freddo, ma forse quella notte tornando dalla tribbiatura per la strada dei Selvolini, con Piero Rossi di dietro, lo protesse troppo, tanto che si addormento e alla prima curva andò diritto nel finocchiaio, con Piero, naturalmente. A Poggiagrilli per la tribbiatura arrivarono in mattinata tardi. Lo zio Sandro e gli operai montano la macchina, sistemano il trattore, fanno le prove, poi tutti a tavola per il pranzo. Poco dopo si spande nell'aria un indefinito puzzo di bruciato. Tutti lo sentono, annusano l’aria: "Ma che è?", si chiedono. Controllano il trattore, la macchina, niente. "Tutto insieme" una fiammella si alza dalla giacca che prende fuoco. Sandrino aveva messo la pipa nella tasca senza spengerla.

L'Ape
L'azienda Mori andava col trattore a coltrare un po' dappertutto, e per rifornirlo di carburante ci si arrangiava sempre. Venne deciso allora di acquistare un'Ape, un mezzo che stava diffondendosi sempre di più per la sua utilità, col quale raggiungere gli operai. Comprata l'Ape a tre ruote c'era da imparare a guidarla; non era difficile, ma un po' di pratica non avrebbe fatto male. Raffaello e il mi' babbo, abile guidatore della moto di famiglia, si trovano con l'Ape in quel campetto tra lo stanzone e la scuola vecchia e decidono di fare una girata per “impratichirsi”. Sale il mi' babbo, chiude lo sportello e innesta la marcia a mano. Fatti pochi metri l'Ape sbanda a destra nella discesa e si infila nella capanna del Costanzi e finisce tra la paglia. Ripresa la posizione, il mi' babbo riparte verso lo stanzone, ma dopo pochi metri si vede l'Ape sbandare sulla sinistra e finire dentro la concimaia del Pruneti. Il mi' babbo scese e disse: "Basta, non ne voglio saper più niente".

Bottino
La concimaia del Losi si trovava a pochi metri dal podere e vi veniva scaricato, oltre alla paglia usata della stalla, anche il bottino del pozzo nero di casa, quando veniva svuotato. Ci si serviva per trasportarlo di una specie di carretta munita di bigoncio per i liquami. La concimaia era alta da terra e vi era stata appoggiata una tavola che, percorsa con la carretta, permetteva di gettarvi il bottino sopra, che sarebbe così stato assorbito. Presa una bella spinta, Fabio diresse la carretta sulla tavola. Ma il suo appoggio fu precario e scivolò sul legno bagnato. Cadde da una parte, in terra, mentre la carretta si rovesciava di lato versando il contenuto del bigoncio proprio lì dove lui si trovava, venendo investito in pieno dal puzzolente liquido che lo appestò. Gli accidenti si sprecarono.

Il morto
Quando morì Dino di Giotto, Piera Rossi di 10 anni e la coetanea Albertina Travagli andarono a trovarlo come si usava con i morti. Lo conoscevano bene il poro Dino e vollero dargli l'ultimo saluto. Salirono le prime rampe di scale del palazzo nella quasi oscurità; chiamarono più volte, ma nessuno rispondeva. Arrivate all’ultimo piano, alla camera di Giotto, con il cuore già in gola, aprirono la porta e videro il morto disteso sul letto. Non c'era anima viva. La visione del defunto, il silenzio e l'essere sole scatenò la paura, e la paura fa correre, come fecero loro che imboccarono le scale e, terrorizzate, si lanciarono in una corsa sfrenata incespicando e sbattendo negli angoli fino a che non rividero la luce in piazza. Solo allora si fermarono e respirarono.

Sugna
Il Fabiani della Casanuova, detto Il Notti, si era rivolto al Cappelletti per farsi fare un bel paio di scarpe nuove da lavoro. Un paio di scarpe “come sapeva fare il Cappelletti”. Dopo qualche giorno il Notti si accorge di avere i piedi bagnati, e vede che le scarpe nuove non parano l’acqua. Allora torna dal calzolaio e gli spiega il difetto dell’acqua che entra dentro le scarpe. “Mettici un po' di sugna”, suggerisce il Cappelletti. E il Notti: "Ce la metto tutti i giorni". Un calzolaio ora si trova senza uscita, ma non il nostro Cappelletti che ribatte soddisfatto dell’intuizione: “Allora ce ne metti troppa”.

Brandano
Si racconta che nei piani di Casapera c'era una capanna con al centro una pianta di sorbo. Quella era la casa di Brandano, del famoso predicatore Brandano da Petroio e oltre alla casa si raccontavano tanti aneddoti senza sapere che Brandano era si di Petroio, ma di quello di Trequanda. Era bastato sentir dire che era di Petroio per adottare subito il famoso personaggio nelle nostre campagne. Ora l’equivoco è chiarito.

Una gita al mare
Quel lunedì mattina di un luglio tra il 1963 e il 1965 erano partite euforiche di buon ora per una splendida gita al mare che prometteva bene. Infatti il sole era levato in un cielo azzurro e tutto faceva presagire un’altra giornata di caldo. Già indossati i costumi, coperti da sottili e fantasiose vestaglie di lino, con occhiali e zoccoli ai piedi, avevano caricato in macchina anche l’immancabile ombrellone per ripararsi dal sole cocente delle ore di punta. Bianca alla guida della Bianchina, ben rifornita di carburante per l’occasione, Elina nel seggiolino davanti con l’ombrellone, Paola e Luciana di dietro con borse e teli da bagno, presero la via di Colle e di Volterra per raggiungere la costa.
Intorno alle 10 mi trovavo in piazza di Quercia a bighellonare quando mi chiama il mi’ cugino Raffaello e mi invita ad andare con lui in macchina. Senza problemi si parte e durante il viaggio mi parla di un incidente avuto da Bianca con la sua macchina. Intanto la nostra auto, una vecchia Fiat Abarth che aveva partecipato anche il rally del Chianti, aveva il vizio di spengersi quando rallentava, e anche quella mattina le fece spesso, ma lo fece anche nel momento sbagliato, quando, transitando da Colle si stavano attraversando i binari del treno in quel passaggio senza sbarre. La macchina spenta si fermò proprio sulle rotaie della ferrovia e, dopo un paio di tentativi inutili per riaccenderla, ci si accorse che un treno, anzi un convoglio di pochi vagoni in manovra, stava venendoci addosso. Aprire lo sportello e scendere fu tuttuno. Cominciammo a gesticolare per avvisare il manovratore, e fortunatamente uno di questi, seduto sul respingente del vagone che ci veniva incontro, si accorse subito dell’ostacolo della macchina e cominciò a fischiare con fischietto e sventolare una bandierina rossa verso il macchinista che fermò immediatamente il convoglio; era a venti metri dalla macchina. Bene o male si rimise in moto e si raggiunse Bianca, e trovammo la Bianchina notevolmente ammaccata.
Alle ragazze di Quercia in gita, passato Campiglia di Colle, quando la strada iniziava a salire con tanti tornanti, era successo che in una curva l’ombrellone, appoggiato davanti, si era spostato improvvisamente verso Bianca, ostacolandone l’azione di manovrare il volante, e come andò non si sa, la macchina si capovolse sulla carreggiata e dopo un sottosopra rimetteva le gomme a terra. Le quattro all’interno non subirono nessun danno, e superati i primi minuti di smarrimento riuscirono ad avvertire a casa, e per l’appunto Raffaello ed io si stavano raggiungendo. Rientrate a Quercegrossa le quattro donne cercarono di non far sapere niente a nessuno, soprattutto alle mamme di Elina e Luciana, e di soppiatto si nascosero nella bottega da parrucchiera di Bianca nel Palazzo Mori, dove trascorsero l’intero pomeriggio per poi, all’ora di cena, rientrare in casa, e certamente devono aver magnificato la bellissima giornata trascorsa al mare. Teresa non ha mai saputo dell’incidente della sua figlia Elina.

Il lupo mannaro
Di cose strampalate ne ho sentite molte, ma questa le supera tutte.
C'era la diffusa credenza del “lupo mannaro” anche in tempi recenti. Non sapendo però dare una spiegazione razionale a questo fenomeno, di difficile comprensione anche per i più creduloni, si modificò la leggenda facendo passare la possessione per una malattia. Si diceva che un contadino di un nostro podere ne fosse ammalato, e quando gli prendeva una crisi si aggirava la notte nei boschi fra il Casalino, Sornano e Petroio, ululando come un lupo, in cerca di un torrente per gettarvisi dentro. Il suo ululato spaventava i vicini, rannicchiati e inermi, sotto le lenzuola, e tutti accennavano un tremante segno di croce. Il lupo vagava, in preda a un bruciore fisico, alla ricerca di borri e fonti, perchè, si diceva, la crisi finiva se si immergeva nell'acqua. Si diceva ancora che la famiglia del malato, per metter fine alla storia preparò in camera da letto una bella conca grande, tipo vasca da bagno, e risolse così il problema. Quando gli pigliava un attacco entrava subito nell'acqua e ritornava normale. Questa ingegnosa soluzione mise fine alle scorribande notturne del lupo.

Maranghi
Si dice che un certo Nicchio di Gaggiola, della famiglia Anichini, andò a Siena e pagò con una moneta d'oro, un "marango", e non avevano da fargli il resto. Ne doveva avere tanti di marenghi d'oro, ma li teneva ben nascosti. E’ un mistero come li abbia avuti, e in vita fu disprezzato da quanto era cialtrone e miserabile. Sul letto di morte si decise a rivelare il nascondiglio al figliolo. Con le ultime forze alzò il braccio e con l’indice puntato balbettò: “Quel legnino ... quel legnino ...”. La frase gli si smorzò in gola e se ne andò lasciando tutti nel mistero. Sono stati in tanti a Gaggiola a cercare quel legnino sotto il quale ci deve essere sepolto il pentolino con dentro i marenghi d'oro.

Scatolette
Una delle tante imprese tentate dal Mosca fu quella di aprire una fabbrica di prodotti in scatola. Dopo il suo fallimento anche la produzione cessò, e il Mosca portò centinaia di queste grosse scatole piene di non si sa cosa all’Arginano. Che farne se non buttarle come concio nelle buche degli ulivi. Saranno servite alle piante?

Portacappelli
Al tempo che i ragazzi di Egisto Rossi erano garzoni alla Sugarella, il pievano di Lornano era don Giuseppe Pianigiani. Doveva essere un prete di grande ironia e spirito a sentire il ricordo di Maria Rossi che con lui si preparò alla Comunione. Dietro la porta che immetteva in chiesa, passando dalla canonica, c’era una statua di S. Giovanni con una croce astile, suo simbolo tradizionale. Don Giuseppe, entrando in chiesa con i ragazzi, regolarmente si toglieva il cappello e rivolgendosi al santo diceva: “Tieni, fai qualcosa anche te, reggimi il cappello”. E gli attaccava la berretta in punta alla croce.

Lo zipolo
Ogni botte di vino aveva il suo zipolo. Era un bastoncino di legno più o meno piccolo in forma conica allungata che serviva per tappare un buco in basso nella botte. Toglievi lo zipolo e usciva il vino. Quando serviva, al suo posto ci mettevi una cannella con rubinetto. In una cantina di Passeggeri, un contadino, non si sa cosa combinò, ma gli cadde lo zipolo per terra e il vino prese a fuoriuscire dalla botte con un bel pisciolo che si disperdeva sul pavimento. L’istinto fu quello di fermare il flusso del vino, e il contadino infilò con forza il dito indice nel foro, fermando così la perdita. Ma il dito rimase incastrato e non ne voleva sapere di uscire.

Cognac
Tanasio dell’Innocenti quella sera del ballo nella Società era di servizio ai tavoli e si affaccendava a portare ai clienti seduti caffè, bibite e liquori. C’era una disposizione che vietava ai Circoli di tenere e servire i cosiddetti superalcolici, ossia quei liquori che superavano una certa gradazione, ma naturalmente la disposizione veniva disattesa da tutti o quasi tutti. Fra i liquori proibiti rientravano la grappa e il cognac, che in Società servivano solamente ai clienti conosciuti, specialmente per correggere il caffè. Entrarono in sala, come al solito, due carabinieri in servizio, che si facevano vedere spesso in quelle serate, e si accomodarono a un tavolo. Premuroso Tanasio si avvicinò e chiese che cosa prendevano. Birbo, un carabiniere chiese un “Cognac”. Tanasio pensò un attimo, e nel timore di compiere una gaffe, rispose con padronanza, senza accorgersi della corbelleria che stava dicendo: “Il cognac c'è, ma non si può dare”.
Stessa storia era successa nei primi anni del bar dell’ACLI alla chiesa, quando i carabinieri sorpresero la Cice a versare cognac in una tazzina di un cliente, o scoprirono sottobanco la bottiglia incriminata del cognac. Fattostà che scattò immediata l’inevitabile multa, e il presidente del circolo Dino Castagnini ci rimase male. Erano tempi in cui uno teneva a una certa dignità e serietà di comportamento, tanto da fargli dire: “Ma guarda se devo star qui e ritrovarmi a prendere multe”.

Limoni gratis
Andare a rubacchiare in qua e là era da sempre un’abitudine dei ragazzi e nessuno era esentato dal subire piccoli furti, sia stato il padrone o il contadino. Anche la bella limonaia del Mori, le cui piante erano curate dallo zio Sandro, era presa di mira e in particolare da Albana Tacconi, assai golosa, che con poche parole incitava le amiche: “Oh citte, si va a vedere se i Mori sono a tavola, così si va a rubargli i limoni”.
Il giardino della parrocchia di Quercegrossa era in realtà un frutteto con decine di piante intorno al pozzo, e diverse generazioni di ragazzi hanno fatto man bassa di mele e albicocche. Anche ai tempi della ragazzina Anna Tacconi, verso il 1927/28, c’era quest’abitudine, e lei con le sue amichette si arrampicavano sugli alberi del giardino e coglievano. Il parroco don Luigi, quando si accorgeva del fatto, si arrabbiava e arrivando di corsa tutto trafelato diceva, secondo suo tipico modo di esprimersi: "Ovvia bimbette, mondo birbone, scendete dagli alberi e fatela finita di portar via tutta la frutta".

La moglie persa
Sembra una barzelletta, ma si può anche perdere la moglie in motocicletta e non accorgersene. Brunetto Rossi, il rinomato falegname di Quercegrossa, possedeva una motocicletta e quel giorno andava a Siena con la moglie Annita, seduta di dietro alla maniera delle donne con le due gambe dallo stesso lato. Era in bilico sulla sella, e ogni scossa faceva scivolare la donna che si arreggeva ad una maniglia. Probabilmente una buca più grossa, verso il Colombaio, fece perdere la presa ad Annita, che cadde sulla strada, ma senza subire danni. Brunetto, tutto preso dalla guida con i suoi grossi occhiali da motociclista, non si accorse di essere rimasto solo sulla moto, e continuò la sua corsa ancora per diverse centinaia di metri prima di rigirare e riprendersi la moglie a bordo.

Santi e l’Anno santo
Santi della Casa, ossia Santi Vannini di Casa Frassi, era di casa a Quercia dove tutti lo conoscevano ed era rinomato per certe sue imprese un po’ strampalate. Si atteggiava a fattore e capo ufficio della Fiat Bardini, e dal suo taschino della giacca facevano bella mostra quattro, cinque penne di vari colori, tra stilografiche e biro, e alla vita portava mazzi di chiavi a dimostrazione della sua posizione professionale. Lo rivedo a Quercegrossa vestito con un camice bianco svolazzante, e tante penne nel taschino. Nelle Missioni della parrocchia di S. Leonino, nel 1950, intervennero tre frati che rimasero diversi giorni celebrando, predicando e invitando alla conversione e alla penitenza per l’Anno santo. Fra i tanti peccatori che confessavano i loro peccati (e chi non l’aveva) ci fu Santi, che convinto da fra Pergentino, uno dei tre, a redimersi e cambiar vita, in un momento mistico ideò un pellegrinaggio di penitenza a Roma, trasportando una croce in legno, non troppo pesa. Erano i primi giorni di novembre, quando l’aria cominciava a farsi fresca e le giornate corte. La mattina presto davanti a una folla più curiosa che devota, il frate benedisse la Croce e Santi, e questo giovanotto in pantaloni corti prese con tutta umiltà e compunzione il suo carico di dolore e si avviò verso Roma. Passò da Quercegrossa additato da tutti, accompagnato da tanti segni di croce per il penitente e il suo seguito, mentre padre Pergentino benediva. Superarono Siena e si immisero nella Cassia. Ma, dopo tante ore di cammino la croce cominciava a farsi pesante e più aumentavano i chilometri più diminuiva lo spirito del pellegrino; il sole scendeva e si prospettava una notte all’addiaccio in qualche fredda canonica o peggio ancora in uno scomodo ricovero di fortuna. Una notte di vera penitenza, e quando fu il momento di affrontarla Santi non ebbe più dubbi. Affaticato e indolenzito nelle giunture dal peso del legno, i piedi stanchi dal lungo camminare, il sudore ghiacciato in pelle che gli procurava una indefinita sensazione di malessere, maturò la sua decisione. Nei pressi di Monteroni, ma c’è chi dice anche più lontano, afferrò con due mani la rustica croce e la scaraventò nel greppo della strada, e dimentico delle promesse fatte disse: “Porca ..... Ma m’importa una s.... dell’Anno santo”. Cambiò direzione e prese la strada per casa.

Si racconta che Santi si infatuò di una ragazza, ma non aveva il coraggio di dirgli niente e spesso la barzellava nell’ombra. Quella notte che lei prese la strada a sterro della Carpinaia per andare a casa, lui la seguì, ma per non farsi sentire si levò le scarpe e se la fece tutta a piedi scalzi da Quercia al Mulino.
I Bruni delle Sodole cercavano una bicicletta da donna e, conoscendo Santi come maneggione, si rivolsero a lui per averla. Dopo pochi giorni, una sera lo videro arrivare con una bici da donna, un po’ fangosa per il viaggio, ma in buone condizioni, e furono contenti di prendere quell’Atala al buon prezzo di 2/3.000 lire. Poi, dopo qualche settimana, uno dei Bruni va a Siena con la bicicletta e la lascia, come usava, dal Rossi in Camollia. Martino Rossi, da vero esperto, riconobbe il mezzo come quello consegnato a Santi di Casa Frassi, ma che non aveva mai riscosso. La storia finì che i Bruni dovettero pagare questa bici una seconda volta per riprendersela.

Il maiale nel pagliaio
Isanna Sestini di Gaggiola aveva perso un maiale. Poco dopo arriva il sor Emilio Bindi, il padrone che ha con sè il suo fidato cane lupo. Nel passare il sor Emilio vede il pagliaio muoversi e ondeggiare: rimane perplesso preoccupandosi per qualche presenza ostile. “Vai lupo”, e lancia il cane contro il nemico invisibile. Poco dopo giunge al Bozzone dove c'è Bruno Sestini: "Oh sor Emilio che cos'ha fatto?”. Aveva tutti i pantaloni strappati e sporchi di terra. "Sai c'era un maiale dentro il pagliaio, è uscito e mi ha aggredito, meno male ci avevo il cane”. Quella volta Bruno rise soddisfatto.

Curva pericolosa
Provenendo da Siena percorrendo la statale, entrando in Quercegrossa al guidatore di un mezzo qualunque sembra che la strada finisca, ritrovandosi di fronte il palazzo con la bottega. A causa di ciò, specialmente quando si fece più rilevante la circolazione di auto e moto, si registrarono diversi incidenti sia per l’alta velocità che per distrazione dei conducenti che non girarono a sinistra come dovevano, e finirono, invece, diretti in bottega o si scontrarono nella stretta curva. Il caso più eclatante fu una Vespa negli anni Cinquanta che si intrappolò tra la porta e la vetrina e non riuscivano a tirarla fuori. Una mattina, alle sette, di un freddo dicembre del 1963, s’era in attesa della Sita da Radda, quando si sentì in lontananza un rombare di motore, e poco dopo apparve all’altezza della scuola una Wolfwaghen a tutta velocità. La strada era leggermente innevata e scivolosa e ci volle poco a capire che la macchina non avrebbe svoltato alla curva. Detto fatto. Appena l’autista toccò il freno il mezzo gli partì a diritto, e con uno squatercio prese in pieno la robusta saracinesca della bottega, che venne piegata. Scesero dalla macchina due tedeschi, che sembravano un po’ allegri e incoscienti di quanto era capitato: uno sembrava in pigiama. Dopo poco apparvero i bottegai Bruno e Picciola e se la videro loro con questi due stranieri. La saracinesca venne addirizzata alla meglio con due martellate e la bottega aprì regolarmente. Non mancò una volta nemmeno il ciclista distratto che prese in pieno la porta e cadendo a terra si ruppe gli occhiali. Spettacolare, invece, fu l’incidente verso il 1959 tra una moto Guzzi “Galletto”, condotto dall’economo del Comune di Castellina Silvano Parronchi, e una moto della Polizia Stradale. Si scontrarono proprio al centro della curva battendo con le ruote davanti e impennandosi entrambi in un volo per aria prima di rovinare a terra, con i motociclisti fortunatamente incolumi.

Processo sbagliato
Carlino Brogi da giovane prima di tornare a Quercia era un gran cacciatore e come si vedrà anche un po’ indisciplinato. Infatti, un giorno a caccia insieme al falegname Giulio Fusi di Basciano, passando dalla fattoria di Misciano, territorio bandito alla caccia, vide dei colombi intorno alla colombaia del palazzo, e non esitò a sparargli. La fucilata richiamò contadini e il fattore che gli corsero dietro e gli si avvicinarono minacciosamente. Allora Carlino, spianando il fucile verso di loro, con la sua voce nasale li minacciò: “Io assassino, se fate un altro passo vi buco la pancia”. Questo fermo atteggiamento li fece desistere, e Carlino, retrocedendo, se la diede poi a gambe. La cosa, però, non finì li, perchè i proprietari sporsero denuncia per caccia abusiva in proprietà privata e minacce. Dal tribunale di Radda venne inviato mandato di comparizione a Giulio Fusi di Basciano, essendosi sparsa la voce che il cacciatore bracconiere era di Basciano. La mattina dell’udienza, Giulio Fusi si presentò puntuale, e c’erano i testimoni pronti ad accusarlo. Al primo di loro fu chiesto dal giudice se riconoscesse nell’imputato l’autore della fucilata e delle minacce. Il testimonio, deciso, rispose che non era lui, ma un altro cacciatore. Il giudice spazientito da tanta approssimazione prese e chiuse sedutastante il processo.

Suini
C’era anche chi ci teneva alla forma o forse gli piaceva fare la distinta, mentre non si rendeva conto che faceva ridere tutti. Era ancora una bambina e frequentava la scuola di Quercegrossa, ma, di condizione contadina, capitava che avesse necessità di anticipare l’uscita dalla lezione per andare a guardare i maiali. Allora alzava la mano: “Signora maestra, posso andare via prima perchè devo portare i suini a mangiare nel bosco”.



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