CAPITOLO XI - COSE D’ALTRI TEMPI

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Racconti a Veglia (Intro) (1) (2) (3)



Bricaca
I bambini dei miei tempi, e ancor prima, nella loro spiccata propensione al gioco all’aria aperta, godevano di ampia libertà di movimento intorno casa e anche oltre. Ma, come accadeva spesso, la loro esuberanza era frenata da sorelle e fratelli più piccoli che loro dovevano “guardare” e che si ritrovavano regolarmente tra i piedi. Così era anche per le bambine di Pomona verso il 1922/23, con Anna Tacconi, Gina Rossi e altre, alle prese con la piccola Albana di quattro/cinque anni, la sorella più piccola di Anna. Per poter giocare e correre liberamente, nascondersi e rincorrersi senza la noiosa presenza, Anna escogitò un espediente originale quanto ingegnoso, al quale nessuno mai avrebbe pensato, e propose un patto alla piccola Albana: “Se non vieni con noi ti do un bicchiere di vino”. Di fronte a questa scelta, che sapeva di grande, Albana rispose di si e dopo poco si ritrovò con un bel bicchiere di vino rosso in mano, mentre la sorella e le altre si allontanavano giocose. Piano piano, cominciò a centellinare il vino e gli piacque. Poi, con alcune sorsate votò il bicchiere. Subito la colse la sonnolenza e sentì il bisogno di dormire. C’era una grossa cesta da erba, a portata di mano, e vi entrò, si sedette, appoggiò il capino, in preda ai fumi dell’alcool. Qualche minuto dopo passò di lì Ersilia Rossi, la quale si senti chiamare da una vocina flebile, quasi fioca; pareva venisse da lontano: “Oh Ersiliaaaa, ...e sò bricaca!!!“. La donna si avvide della piccola accucciata nella cesta e la riconobbe: “Oh Albanina, ma che hai fatto?” e lei “...e so bricaca!!!”.
Tanti, cari e divertenti i ricordi della fanciullezza di Anna a Pomona. Era talmente forte il richiamo del gioco che lei scappava da tutte le parti, e alla fine per tenerla a freno la mamma cominciò a chiudere tutti i cancelli della fattoria. Ciò non servi a niente perchè lei riusciva ugualmente a darsela a gambe passando come una volpina dalla stretta buca del pollaio (da dove entravano e uscivano le galline) per andare a giocare con le sue amiche. Un'altra birichinata che fece fu quando, sempre a villa Pomona, la mamma Franca vedendo un grande svolazzio di piccioni in cima alla torretta, e pensando ci fosse un animale che cercava di mangiarseli, mandò un uomo a vedere. Quando questo tornò conducendo la bambina, le disse: “Guardi qua chi ho trovato in cima alla torretta che agitava i piccioni, altro che animale, c'era ma la su figliola che si divertiva a spaventarli e li strapazzava!”. La serata finì .., come altre sere, a letto senza cena perchè la mamma Franca si faceva intendere! Più tardi di nascosto però il babbo Pietro, quando la mamma andava a dormire, portava su ad Anna qualcosa da mangiare.

La sposa risoluta
Ai primi del Novecento si svolse nella chiesa di Quercegrossa una scenetta, che non dovrebbe aver riscontro da nessuna altra parte. Ricordava Luigi Buti, che in un matrimonio, il celebrante, dopo aver chiesto e ottenuto il si dallo sposo si rivolse alla sposa con le canoniche parole: “Vuoi tu prendere per tuo legittimo marito il qui presente... ecc.”. La sposina, forse un po’ tonta, che non aveva afferrato bene come funzionava la cosa, non rispose di si, come avrebbe dovuto, ma si rigirò, e col braccio alzato e l’indice teso, disse davanti a tutti: “No, voglio quello in fondo alla chiesa”, indicando uno dei giovani del paese.
Sarebbe stato interessante sapere come finì questo matrimonio, certamente combinato. Probabilmente la ragazza era stata convinta a prendere l’uomo che gli stava accanto e, nella sua confusione mentale, abbia forse aggiunto con indifferenza: “E va bene, vuoldì piglio lui”.

Esorcismo
Ci fu un caso che per qualche anno vide protagonista involontaria una giovanetta di un podere del nostro popolo verso il 1935. Le testimonianze non lasciano dubbi, e a quel tempo si ebbe la certezza di trovarsi di fronte a una possessione diabolica, per la risoluzione della quale intervennero sacerdoti e frati. Era la protagonista una bambina secca e mingherlina. I primi segnali del suo malessere li manifestò più volte nei campi, quando improvvisamente diceva accasciandosi “Mi sento male”. Allora di corsa veniva portata a casa dalle contadine. I sintomi dei suoi malori rimasero misteriosi nei primi tempi poi, quando con un agile salto montò facilmente sul tetto della casa con un cuscino in capo passeggiando tra le tegole, mentre tutti sotto stavano a pararla, e altri strani comportamenti, si incominciò a pensare a qualcosa di diverso, di soprannaturale. Un giorno, per impedirle di fare le solite stranezze, tentarono di bloccarla stendendola su un tavolo e quattro uomini non riuscirono a tenerla. “E’ indemoniata”, dissero, e pensarono per avere un qualche beneficio di portarla in chiesa, ma nemmeno il fattore, dotato di una possente forza, con altri uomini riuscì nell’intento, tanto diabolicamente si divincolava e opponeva. Don Luigi Grandi intervenne con l’esorcista della diocesi, e altri preti, con i riti e le preghiere dell’esorcismo, ma tutto fu inutile. Si faceva beffe dei sacerdoti, rinfacciandogli i loro peccati: “Te hai fatto questo... vaaatteneeee”. Gli buttavano addosso, di nascosto, l’acqua benedetta, e lei si rivoltava urlando. “Quando c’erano i preti, noi ragazzi ci mandavano via”. Pareva inguaribile, ma finalmente un giorno arrivò un cappuccino molto esperto che riuscì a sanarla del tutto, e mai più certi fenomeni si manifestarono in lei, la quale, dopo una vita condotta normalmente come tutti, è deceduta poco tempo fa.

Cancello chiuso
Era usuale la partita di mezzanotte a scopa o briscola con Feo, il Moro e altri tiratardi. Giocarono anche quella sera ben oltre mezzanotte poi, pagata la consumazione e data la buonanotte, si avviarono stancamente verso casa commentando la partita. Intanto, Marcello e gli amici di Quercia aspettavano ansiosi nascosti nel Palazzaccio l’esito dell’ennesimo scherzo da loro ideato. Dopo il breve tragitto, il Moro, salutò Feo che continuò verso il Leccino, e aprì il cancello di casa. Anzi, tentò di aprirlo perchè anche strattonandolo restava saldamente serrato. Di fronte alla difficoltà richiamò il compare: “Feo, non mi s’apre in cancello!”. “Vuol dire che dormi fori”, disse Feo allegro, mentre ritornava verso di lui. “Ma non vedi che è chiuso col fil di ferro”, osservò. “Sarà stato qualcuno di casa tua. Che ti cascano i gangheri?”. “Non facciamo chiasso, è tardi”, replicò il Moro; “Dammi una mano che scavalco il muro”. Ma a dirlo era facile e il farlo si rivelò un’impresa quasi impossibile non essendo il Moro più un ragazzino, ma un anziano con tanti acciacchi. Feo gli mette una mano al cavallo, ma l’ernia del Moro sotto pressione si ribella subito: “Ohi, mi fai male”, borbotta, mentre s’attacca con le due braccia al muro e in qualche modo riesce a staccarsi da terra. Ma la spinta seguente fu troppo energica e il Moro volò dall’altra parte cascando nell’orto senza un lamento. “Ti sei fatto male”, sussurrò Feo. “Mi dole un braccio, potevi spingere anche più piano”. Risolto in qualche modo il problema, Feo s’incamminò verso casa e il Moro salì le sue scale, mentre i ragazzi, spettatori dalla finestrina del Palazzaccio si sbellicavano dalle risa.

Legno ammaestrato
Non so dove sia successo e quando, ma fa parte di quell’ironico bagaglio aneddotico contadino per evidenziare la dabbenaggine e l’ignoranza di certi padroni. I rapporti tra padroni e contadini non sempre sono stati idilliaci e con certi caratteri c’era poco da scherzare. Un contadino batteva con la correggia il grano (un lungo palo con attaccato un altro più corto per mezzo di una cinghia di cuoio). C'era anche il padrone, e , mentre lavorava, questionavano sugli affari del podere. La discussione degenerò e il contadino, senza timore riverenziale, cominciò a battere il padrone invece del grano, e gli corse dietro brandendo il palo col correggiato, continuando a colpirlo. Il padrone rimase impressionato dalla parte snodabile del correggiato abilmente manovrato dal contadino, tanto che, sfuggito alla violenza, si recò all’osteria a raccontare ingenuamente che il suo contadino ci doveva avere il “legno ammaestrato”.

Sincerità
Da inquadrare nella secolare disputa tra padroni e contadini. Si racconta sottovoce la storia di un padrone di Quercegrossa e di un bambino, figlio di un suo contadino. Nel podere avevano ammazzato un maiale, uno solo, come spettava di diritto al mezzadro. Era venuto anche il padrone, che in certi casi non si fidava come tutti i padroni, e controllava sempre personalmente i suoi interessi. C'era l'ammazzino che con gli uomini di casa pelavano il maiale con l'acqua bollita, e c'era chi invece girellava intorno chiacchierando un po' con tutti come faceva il padrone, oppure giocando intorno casa come il bambino. "Sarai contento", disse alla fine il padrone rivolgendosi al bambino, "Avete ammazzato un bel maiale". “Si, sono contento”, rispose il bambino, “Ma se n'è ammazzato un altro, e s'è nascosto”.

Leggende e paure
Molto spesso un motivo di conversazione e di racconto a veglia erano le “paure”. Tante erano le leggende che ogni popolo aveva ereditato e tramandato da generazioni, nate da quell’oscura e atavica paura di un misterioso mondo popolato di mostri e di apparizioni, o parte dell’enigmatica e incompresa fenomenologia del mondo naturale, o dei tanti misteri che circondano la vita stessa. Gli episodi narrati a veglia nelle stalle o nelle cucine dei poderi, lasciavano senza fiato i presenti intenti alla calza o a schiccolare il granturco. L’intenzione dei narratori, spesso eccelsi creduloni loro stessi, era quella di impressionare e far paura, specialmente ai ragazzi e alle donne, e ci riuscivano così bene che al termine della veglia gruppetti di persone si affrettavano verso casa facendosi coraggio, come anche a me è successo quando ero ragazzo. Col tempo, poi, i racconti si ripetevano, e un po’ perdevano di effetto, e col passare degli anni facevano solo ridere. Il più famoso era quello della scommessa fatta tra due persone, dove uno dando del pauroso all’altro lo sfida a entrare nel cimitero di notte. Nottetempo lo sfidato doveva entrare nel cimitero munito di un palo e piantarlo in terra come prova della sua presenza. Lo sfidato accettò, e a notte alta, coperto da uno svolazzante mantello nero, scavalcò il muro di cinta del cimitero e si affrettò a piantare l’appuntito palo in terra, sopra a una tomba dove il terreno era più morbido. Con un colpo deciso lo fece affondare nella terra smossa e si mosse per tornare indietro. Fece il primo passo, ma non il secondo perchè si senti dare uno strattone al mantello come se qualcuno lo tenesse. Il suo cuore non resse allo spavento e si schiantò di colpo. L’uomo stramazzò a terra morto, con la faccia stravolta da una smorfia di terrore. Il giorno dopo il custode trovò il cadavere così come era caduto, e vide accanto questo palo infilato stranamente nel mantello dell’uomo, palo che l’aveva così trattenuto quando aveva cercato di andarsene.
Altra paura di moda era il lume fatuo che appariva ai viandanti la notte. Il lume, silenzioso, li seguiva per un certo tratto e poi scompariva; inoltre si faceva vedere nei cimiteri dove era, secondo la spiegazione del tempo, un’anima in pena uscita dalla tomba. Molti asserivano di averlo visto, e si raccontava di persone morte dalla paura. Rossi Nello fu seguito più volte dal fuoco fatuo nella strada dei Selvolini, ma faceva finta di niente e poco dopo svaniva. Una spiegazione più razionale ci viene data da Marcello: “Il fuoco fatuo è un gas che si sprigiona dal terreno e assume una colorazione, non è che brucia, leggerissimo si muove col minimo soffio del vento”. La scienza propende per la decomposizione sotterranea di materiale organico.
Un racconto che ci faceva allungare il passo la notte ritornando verso Quercia dal bar della chiesa, era quello dell’apparizione di un’ombra nera che molti giuravano di aver visto alla porta di chiesa. Molte volte di sfuggita guardai quella porta, ma non mi accorsi mai di niente.
Alla querce bella sulla strada di Petroio si sentiva il suono fitto del campanellino. Raffaello Mori e il babbo Sandro dopo una giornata di tribbiatura, verso le dieci di sera tornano a piedi da Poggiagrilli. Si sente solo il rumore dei loro passi sul breccino dello sterrato, ma alla Catena, vicino alla querce bella lo zio accellera improvvisamente il passo. “Lo senti il campanellino”, ma Raffaello non sentiva niente.
L’altra apparizione caratteristica di Petroio, conosciuta da tutti, ma che non intimoriva più di tanto in quanto te la raccontavano di giorno quando transitavi sulla strada di ritorno dal cimitero, era quella del defunto guardiacaccia Baldi, un “omino” che fu visto dal Ferrozzi alla fontana di Poggiagrilli. Altri indicavano il luogo dell’apparizione una macia dei sassi nella vigna davanti alle Redi. Oggi nemmeno se ne parla, e non lo vede più nessuno. Ricordo ancora che il giorno dei santi e dei morti in novembre, non si doveva uscire dopo il tramonto perchè giravano i morti.
Alle paure si accompagnavano le leggende più strane, come quella dell’esistenza di una cappellina nei campi del Poggio davanti alla Chiesa, senza aver mai potuto capire quale era il fine di questa narrazione, frutto soltanto dell’immaginazione di qualche antico canta storie. Racconti fantastici e assurdi come quello che ai serpi piaceva il latte e che un serpente venne trovato a pocciare al seno di una donna addormentata, o di un serpe introdottosi in una carrozzina dove vi era un bambino allattato e il rettile gli era entrato in bocca per succhiargli il latte, erano frequenti e l’ingenuità e l’ignoranza della gente tendeva a credere a tutto quello che sentiva dire.
Anche a Quercegrossa giunse l’eco delle più famose gesta del Barone Ricasoli, e la sua leggenda divenne familiare nelle veglie suscitando paura e sgomento negli ascoltatori e nelle ascoltatrici. Rievocavano quest’uomo intento a succhiare il latte delle mamme o aggirarsi fantasma nei boschi di Brolio dove era stato confinato, oppure ascoltavano a bocca aperta la storia della bara che al trasporto cambiava di peso: quando era leggera e quando pesante da far sbandare i portantini. Ma un evento particolare vissuto da Bruno Sestini ha forse un tocco di originalità non essendo molto conosciuto (almeno dalle nostre parti) e lo riporto come me lo ha raccontato. Il barone aveva predetto che cinquant'anni dopo la sua morte sarebbe ritornato. In l'occasione del cinquantenario della morte, che cadeva nel 1930, fu organizzata a Brolio, in memoria di questo famoso statista italiano, una grande festa. Un avvenimento eccezionale al quale parteciparono personalità e possidenti. Inoltre in tutti i numerosi poderi dei Ricasoli era stato imposto ai fattori di portare tutti i capocci, sì che la massa di persone era enorme. Si videro arrivare decine e decine di macchine. I ragazzi lungo le strade le aspettavano meravigliati: “Un'altra, ce n'è un'altra, ma quante sono?”. A metà mattinata, mentre tutti erano riuniti e la celebrazione era in atto, una grande folata di vento improvvisa quanto inattesa fece volare il cappello a tutti, nessuno escluso, e questo fenomeno avvenne solo nelle terre dei Ricasoli e fu visto come la manifestazione del defunto barone, proprio come aveva promesso. La sera al focolare tutti ne parlarono e, mentre i ragazzi impauriti si stringevano alle sottane delle mamme, la leggenda si alimentava e si arricchiva di nuovi particolari.
Il peschio
L’ora era quella della tarda veglia, verso le 23, in una notte di primavera quando distintamente già si sentiva in lontananza il canto degli uccelli notturni. Quel momento di pace illuminato dalla luna piena fu interrotto dall’inconfondibile rumore che fece lo scorrere del peschio della porta d’ingresso alla chiesa. Il gruppetto di uomini si aspettava che la porta si aprisse e comparisse don Luigi, ma così non fu. “Che sarà stato? Che sarà stato?”, ma la domanda rimase senza risposta e gli uomini ripresero la loro pacifica conversazione. Cinque minuti dopo lo stesso rumore fatto dal peschio che questa volta veniva chiaramente richiuso. A questo punto Bruno Sestini col babbo Sallustio, Dino Finetti e altri, rimasero in silenzio sotto gli archi della chiesa con i sensi allertati per la strana e inspiegabile presenza che si era manifestata, perchè i catorci nè si aprono da soli nè tantomeno si chiudono da sè. La loro non più tranquilla veglia seguitò ancora per poco e li vide parlare sommessamente del fatto, infine si augurarono la buona notte e sparirono nel buio verso le rispettive abitazioni. Il giorno successivo chiesero a don Luigi se era stato lui a muovere il peschio, ma egli asserì che a quell’ora era a letto da un pezzo. Quando gli rivelarono l’accaduto commentò prudentemente con queste parole: "Bambinetti, non ci scherzate". Ai presenti venne la pelle d’oca.

Grazia collettiva
Fra i tanti fatti legati alla circolazione automobilistica rammento un incidente del 1963/64 che poteva essere una tragedia, ma Qualcuno di lassù ci diede una mano.
Dopo la messa domenicale delle 11 si era soliti ritrovarsi, specialmente i giovani, al bar e alle panchine dei Mori. Parlando e scherzando s’aspettava l'ora del pranzo seduti fitti nelle panchine di pietra. Verso mezzogiorno e mezzo “Gnamo si va a mangià, è l’ora”; ci si alzò tutti, chi a destra, chi a sinistra, si mossero i primi passi per le rispettive abitazioni. Non si fece in tempo a compiere due metri che una Fiat 500 color avana guidata da un signore di Siena, un anziano postino, sbandò e perse il controllo schiantandosi contro la panchina di destra, là dove fino a dieci secondi prima sedevano tre/quattro persone con altrettante intorno. All’urto violento delle lamiere contro la panchina fece seguito lo strillare dei più vicini, specialmente delle ragazze, cui fece eco il berciare spaventato degli altri che si immaginarono chissà quale tragico spettacolo. Tutto avvenne in una frazione di secondo, anche perchè nessuno aveva fatto caso all'arrivo sostenuto di questa macchina; poi tutti avvertirono lo scampato pericolo e l’emozione salì. Una discreta folla si radunò intorno al mezzo molto danneggiato commentando il fatto. Il signore di Siena non si fece niente, mentre la macchina venne tagliata dalla panchina e il davanti quasi scomparve. Ricordo alcune ragazze con le calze di nylon rovinate dall’acido fuoriuscito dalla batteria.

5.000 lire
Il Moro dei Perugini di Passeggeri a quei tempi stava alla Piaggia, un isolato e povero podere tra Radda e Castellina, e la mi' mamma ci stette un mese a guardargli i ragazzi perchè Bianca Rodani, sua cugina, era all'ospedale. Il Moro faceva il bighellone non pensava nè ai figlioli nè a niente. Passava le giornate a caccia e quando prendeva un tordo se lo cuoceva e lo mangiava. Poro Moro era sempre stato in quel modo. Aveva quattro figlioli e la sera dormivano in qua e là in casa e pativano la miseria. Il Moro un giorno morì e i familiari piangevano sopra il corpo. La moglie nell'ultimo gesto di affetto compì un atto assai insolito. Rivolta alle donne presenti disse: "Gli voglio mettere 5.000 lire nel taschino; gli garbavano tanto i soldi", e infilò il foglio ripiegato nel taschino della giubba che il Moro portò con sè nella tomba. Quei pochi soldi maneggiati nella vita li aveva spesi per i suoi vizi e per divertirsi. Requiem eternam.

L'Albana
L’Albana in questione non è una signora, ma un liquore dolce tipo vinsanto molto in uso nel dopoguerra. Che cosa ha a che fare con noi? Niente con noi, ma con Nanni sì. Nanni, gran bevitore, veniva dai poderi del Nord-Est, al confine con Vagliagli, ed era solito frequentare molti locali per soddisfare la sua sete. Quel giorno, nel circolo Enal, evidentemente l'alcool gli stimolò l'ingegno per raddoppiare la sua dose. Senza dare nell'occhio, perché anche lui si riguardava, ordinò al barista due Albana fingendo di essere in compagnia "Daccene due", mentre guardava a destra e a sinistra come se cercasse qualcuno. Vuotò il suo bicchiere, si pulì la bocca, attese qualche secondo, poi gridò ad alta voce per farsi sentire da tutti. “Oh, ma dove sei andato?” Insistette: “Ehi, dove sei?” Poi, convinto di aver fatto effetto, commento: "Forse se n'è andato! Sai che fo? Me lo bevo io e festa finita". Bevve doppio e se ne partì soddisfatto.

L'Ultima sbornia
Nell'annuale festa di S. Barbara un gruppo di minatori delle miniere di Lilliano, insieme al proprietario Serafin, si dirigeva a Vagliagli a bordo del camion aziendale. Entrati nel bar del paese il minatore Nello Rossi, già in preda all'euforia, si scolava un’intera bottiglia di cognac, offertagli dal Serafin. Da lì l'allegra compagnia si portava in casa di Giuseppe Fabiani, detto il Burbera, dove continuavano le abbondanti libagioni con vino di tipo aleatico. Il suddetto Rossi dichiarava, che appena bevuto l'aleatico si sentiva mancare le gambe, avvertendo un senso di svenimento. Allora barcollando usciva dall'abitazione per respirare meglio, avviandosi verso il circolo di Vagliagli. Giunto a metà strada si appoggiava al muro in evidente stato di malore. La locale pattuglia di carabinieri, trovatolo in quella posizione, chiedeva al medesimo se si sentisse male, ma l'interrogato rispondeva di essere soltanto mezzo brillo, e di essere aggregato alla squadra che stava festeggiando in casa Fabiani. Al che l'appuntato si affrettava ad avvisare gli amici i quali, nelle persone del fratello Piero, del padrone di casa e altri accorsi, provvedevano a trasportarlo nella detta abitazione e adagiarlo sul letto matrimoniale del Fabiani detto il Burbera. Vistosamente sofferente e sudante freddo, il Rossi, facendo forza sull'avambraccio, si alzava all’improvviso col busto e roteando gli occhi iniziava a vomitare tutto il pranzo e il vino fino allora trangugiato, allagando il letto e impregnando la stanza del fetore tipico del rigettato. Il Fabiani, tempo dopo, dichiarava al Rossi che ci vollero dieci giorni per togliere il puzzo di vino dalla camera. Questa fu l'ultima sbornia dello zio Nello.

Vinsanto
Nell'anno 1950 don Luigi Grandi, ormai ammalato cronico di bronchite e oppresso da altri acciacchi, chiamò per la benedizione delle case il parroco di Tregole don Staderini. Questi, un pretone grande e grosso, amava particolarmente il vinsanto, e in ogni famiglia che benediva accettava il bicchierino che gli veniva offerto, o che lui stesso richiedeva come ristoro per il lungo camminare. Consapevole del suo eccesso, si giustificava con i sagrestani: “Sapete ragazzi, non si può rifiutare, anche per educazione", e la sua grande educazione lo portava a finire il giro completamente brillo.

Una notte da lupi
Benito Bandini era a ballare a Quercegrossa, e sul tardi, “come si faceva da bordellacci”, va ad accompagnare una ragazza di Lornano che avrebbe dormito dai parenti della Magione. Prendono la scorciatoia dei campi, superano la Staggia passando sulla panca e raggiungono la Magione. Arrivati là, scoppia un temporale mai visto: tuoni, fulmini, vento e acqua come le funi; una notte nera, non si vedeva a un metro. Benito aspetta, e aspetta. L'acqua continuava a cadere incessante e forte; invadeva strade e viottoli e già si udiva il mugliare della Staggia in piena giù al Mulino. Non sa decidersi. Pastina del Tanzini gli propone: "Rimani a dormire da noi". "Si meglio!", rispose brevemente. Aggiunse Pastina: "Domani mattina ti sveglio presto e non se ne accorge nessuno". A quel tempo Benito dormiva col su' nonno nella stanza di sopra a metà piano del Palazzo Barucci. “Mi convinco, tanto non se ne sarebbe accorto nessuno e, anche se con un po’ di preoccupazione, rimango. La mattina, nel dormiveglia, sento un gallo cantare; prendo coscienza. Guardo fuori della finestra, un forte chiarore mi dice che è già tardi. Alla svelta mi metto i pantaloni e mi butto giù per i campi, per la strada più breve, con la speranza che a casa non si siano accorti della mia assenza”.
Era cambiato il tempo, l'aria era fresca e non pioveva. Benito arriva vicino al borro della Staggia per ripassare la panca, quando vede un branco di gente sparsa sulle rive. Alcuni di loro con lunghi bastoni in mano sondavano le acque ancora terrose del torrente, altri osservavano sotto la vegetazione che copriva la riva, e altri ancora chiamavano a gran voce. Avevano tutti quel daffare tipico e preoccupato di chi cerca qualcuno o qualcosa. Infatti, cercavano proprio lui. La mattina presto si erano accorti della sua assenza e pensarono fosse affogato nel borro della Staggia che si era gonfiato oltremodo nella nottata. Il paese si era mobilitato per la ricerca. “Quando tornai a casa il mi' babbo mi fece fare diversi giri della tavola. Poi incominciarono a dire che era stata la paura del buio a farmi restare alla Magione, ma non è vero”.

Il paradiso guadagnato
“Oggi mi so' guadagnato il paradiso!”, andò ripetendo tutta la sera, il Volpini, ancora incredulo ed eccitato per quanto gli era capitato. La voce si era sparsa in paese e un brusio sommesso si diffuse in piazza, al bar e infine tutti seppero. Più aumentava il numero di coloro che, incuriositi, cercavano di capire cos'era successo, più nel povero Vasco cresceva il desiderio di raccontare, per giustificarsi, per spiegare, particolareggiando tutto per far capire che era stato il destino a giocargli quel brutto scherzo. Quel giorno era iniziato senza sole e seguiva a una notte piovosa, umida, e la nebbia ristagnava ancora a Quercegrossa, tanto che alcuni banchi più estesi nascondevano il paesaggio alla vista. Si presentava una di quelle giornate in cui i lavori agricoli erano sospesi e Vasco, lavorante in una non ben individuata fattoria, rimase a letto. Più tardi, come altri sfaccendati, si recò alla bottega del Cappelletti, in questi casi punto di ritrovo per scambiare due parole e ciarlare dei fatti altrui. "Bongiorno colonnello", l'apostrofò secondo il suo costume il Cappelletti, "...e c'è il Volpini", aggiunse, rivolto agli altri, con la sua calata fiorentina. Ora, il giorno precedente gli s'era rotto un vetro della porta della bottega; ne aveva due nella metà superiore per dare luce all'ambiente. In chiusura di giornata, alla porta di un color verde tendente al marcio, venivano applicati due scuri a protezione dei vetri e in questa manovra ne era stato rotto uno. "Senti Volpini un ci hai da far niente oggi, mi ci arrivi a Siena a comprare un vetro per la porta?" chiese il Cappelletti con tutta naturalezza, mentre risolava una scarpa. Vasco, senza esitare, prese le misure, inforcò la bicicletta e si diresse in città, contento dell'incarico che avrebbe fruttato qualche lira. Alla vetreria fissò bene il vetro alla parte destra della bicicletta, appoggiandolo sul pedale e legandolo con uno spago. Impugnato il manubrio, restando dalla parte sinistra, si avviò a piedi per Quercegrossa, tenendo la parte superiore del vetro appoggiata alla canna. In questo viaggio di ritorno si preoccupò di scansare sassi e buche, mentre col braccio e mano destra teneva fermo il prezioso oggetto. Ma tutto ciò non valse a niente. Giunto all'altezza della chiesa, quando ormai era arrivato, forse allentò il controllo, o forse a causa della corda recisa dal vetro, questi scivolò dal pedale, batté in terra e si divise in tre, quattro pezzi. Rimase di sasso il Volpini e forse non ebbe nemmeno la voglia di imprecare. Costernato, continuò il suo passo, mogio mogio, verso la bottega. "Un gli fa nulla!" lo incoraggiò il Cappelletti, "Oh via, un è niente, lo sai che fai? E ci ritorni e festa finita". Vasco, desideroso di riparare al danno, ripartì in bici senza farselo ripetere. Rifece esattamente le stesse manovre e con maggior cautela e attenzione s'incamminò per il secondo viaggio di ritorno sulla strada di Quercegrossa. Si fermò proprio davanti alla bottega: "So' arrivato!", chiamò. "Questa volta ce l'ho fatta", aggiunse con soddisfazione. "Datemi una mano a scendere il vetro". Gli tennero la bicicletta, sciolse la corda che lo fissava stretto al pedale, lo prese con due mani per consegnarlo al Cappelletti, ma da verticale lo mise in posizione orizzontale e per piano. Tardi si accorse dell'errore commesso. Il vetro, di circa un metro di lunghezza, sbilanciato nel peso, con un secco crac si divise nel mezzo. Il Volpini restò ammutolito, con una metà del vetro in mano, mentre l'altra si frantumava in cento pezzi al suolo. Non si sa se e cosa disse in quel frangente, dopo il primo momento di stupore. Fatto è che più tardi cominciò ad avvertire intorno a sé una certa ironia nei suoi confronti. Qualche pacca sulle spalle e "Un te la piglià, poteva capità a tutti". Ma non c'era solo allegria. Gli parve di notare alle sue spalle risolini e ammiccamenti; allora un malessere indefinito lo colse a causa della sua dabbenaggine. "Oggi mi so' guadagnato il paradiso", disse più tardi, e il detto rivelava l'interiore tormento causato da quest’esperienza tanto stupida quanto banale, e soprattutto per una figuraccia fatta davanti a tutti.
La mattina dopo riuscì dove aveva fallito per due volte; il Cappelletti ebbe finalmente il suo vetro nuovo, e questa storia passò tra i ricordi per giungere fino a noi che siamo qui a riflettere su quanto sia difficile trasportare un vetro in bicicletta da Siena a Quercegrossa.

Bambole
Si usava da sempre nella società contadina fabbricare giocattoli con i mezzi a disposizione, e spesso, per la loro bellezza e perfezione non avevano niente da invidiare a quelli in vendita in città. Avveniva però che molte famiglie modeste si arrangiassero, e ne venivano fuori giocattoli semplici e grezzi come la bambola avuta da Ottorina del Barucci e tante di altre bambine: "Una bambola col capo di stoffa riempito di paglia e dipinta, con stecchi al posto degli arti". In casa Rossi ci si ingegnava con una forca di ginestra per il busto, e un pezzo di stoffa riempita di semola per la testa. Per le braccia andavano bene gli stocchi di una vecchia granata. Erano bambole anche bruttine, se si vuole, ma come tutti i giocattoli, avevano un'anima per le bambine che sognavano. Gliela regalò lo zio Gino che l’aveva comprata a Siena prima di partire militare nel 1940. Era una bella bambolina di gomma che sostituì quella fatta con stecchi di legno e segatura dalla mamma Ersilia. Pierina Rossi aveva cucito anche dei vestitini con i quali la cambiava, e gli voleva bene alla su’ bambola e ci giocava spesso.
Ma quando nel 1944 arrivarono gli inglesi, Pierina aveva 14 anni, gliela tolsero e la misero come una mascotte davanti al camion. Erano proprio dei birbanti perchè mentre lei piangeva loro si divertivano a mostrargliela dal finestrino, e da quel giorno non l’ha più rivista.

Sonnolenza
Ho un ricordo personale di Agostino Starnini del Leccino in una domenica nella chiesa di Quercegrossa alla messa delle undici. Gli uomini, in fondo di chiesa a sedere nelle ultime panche e nelle vecchie sedie, aspettano annoiati l'Ite missa est. Agostino sonnecchia, dondolando in avanti. Improvvisamente un tonfo sordo e uno sbattere di seggiole per terra ci fa rigirare tutti. Vedo alcune persone aiutare lo Starnini a rialzarsi. Era caduto in avanti e aveva una bella ferita sanguinante in fronte e il colorito pallido; fortunatamente niente di grave, ma i colpi di sonno sono pericolosi anche in Chiesa!

Sciopero!
Al tempo della Classe Sesta, la signora Grassi era la maestra del corso e giungeva in bicicletta da Siena. Quel pomeriggio tardava ad arrivare, e i ragazzi già pregustavano la festa. Giorgio del Marri, il più baldorione, volle aggiungere da capopopolo: "La maestra non viene e noi si fa sciopero"; e tutti a giocare a piaccella nella pista del Circolo. Dopo poco arriva la Grassi e trova ad attenderla le ragazze che non si erano mosse. Gli spiegano la faccenda dello sciopero e dove si erano recati i maschi. "Ora glielo do io lo sciopero", strillò la Grassi minacciosa, e si avvio impettita a prenderli. Si presentò a loro inaspettata e con due berci li mise sull’attenti e, mogi mogi, li fece entrare a scuola. Nessuno fiatò e tantomeno si parlò dello sciopero.

Sei per otto
Si ricorda una memorabile scenetta avvenuta nella Scuola serale degli anni Cinquanta tra la maestra e uno dei giovani che frequentavano il corso: "Quanto fa sei per otto?", chiese la maestra alla ripetizione delle tabelline: "Quarantotto”, rispose prontamente l’alunno che sembrava preparato. “E otto per sei”, ribatté scaltra la maestra. "Non lo so!", disse il giovane dopo una breve riflessione. “Come ti chiami?”. “Torsoli”, rispose deciso il giovane. La maestra rimase muta di fronte all’involontario accostamento, ma non la scolaresca che rise a crepapelle. Torsolo era una bonaria offesa che si faceva a chi si rivelava un po’ lento di riflessi.

In trappola
Un sospettoso padrone di Quercegrossa usava arrivare al podere all'improvviso per controllare stalle e numero di capi che allevava il suo contadino, comprese le pecore per le quali entrava personalmente nella stalletta. Le contava e controllava gli agnelli nati; non si fidava per niente. Il capoccio, stanco di questo andamento, gli preparò una trappola per disavvezzarlo, e una mattina in famiglia parlò così: "Stamani probabilmente passa il padrone, allontanatevi tutti da casa, andate nei campi e non vi fate vedere". Puntuale arrivò il padrone, il quale, senza farsi sentire, alla zitta, in punta di piedi entrò nella stalla delle pecore. Il capoccio, che aspettava nascosto nelle vicinanze, lesto lesto chiuse la porta dello stalletto dall'esterno e se ne andò anche lui nei campi. Il padrone sentì serrare il peschio e si irrigidì. Lì per lì rimase zitto, per non farsi scoprire, dopo chiamò invano il contadino che lo liberasse da quella scomoda e puzzolente prigione. Un paio d'ore più tardi, al suo ritorno, il capoccio, facendo finta di niente, si fece sentire armeggiando e liberò il padrone che lo chiamava. Si scusò mille volte per l'accaduto e si giustificò col dire più volte: "Sor padrone, non l'ho visto per niente, ma per niente”.

Distrazione
L’arcivescovo Castellano, in visita pastorale a Quercegrossa per tutta la giornata, dopo la liturgia della mattina, visitò nel pomeriggio le famiglie dei malati, accompagnato dal parroco don Ottorino, e sul finire della visita fece ingresso nel giardino di casa Mori dove si intrattenne amabilmente con tutti, con lo zio Gigi a fare gli onori di casa. Don Ottorino, il quale aveva ripreso con la sua macchina fotografica i momenti salienti della giornata, propose di ricordare l’avvenimento con una foto di gruppo a tutta la famiglia Mori riunita intorno a Monsignor Arcivescovo. Ci schierammo tutti, ragazzi e grandi, sui gradini delle larghe scale di pietra serena che dividono i due giardini, con l’Arcivescovo nel mezzo a quella “festosa famiglia”. Tutti fermi, tutti in posa e don Ottorino scattò alcune foto. Tempo dopo riusò la macchina fotografica e solo quando cominciò a scattare all'infinito si accorse che non c'era il rotolino nella macchina. Di quella bella giornata non esiste documentazione. Peccato.

Promesse e certezze
In occasione della visita pastorale del 23 febbraio 1941, l’arcivescovo mons. Toccabelli celebrò le cresime e rimase a Quercegrossa anche nel pomeriggio per presenziare alla solenne processione. Tanta gente vi partecipò. La processione si fermò in piazza. Le donne lentamente si disposero ai lati per permettere il passaggio del Santissimo, che venne collocato sopra un tavolino coperto da una ricamata tovaglia bianca, e del Vescovo che si inginocchiò all'altare posticcio, mentre il sopraggiungere degli uomini riempiva la piazza. Mons. Toccabelli comincio la preghiera e al consueto Paternoster seguì la predica tra il silenzio assoluto dei fedeli timorosi di fronte al Vescovo. Elevato da terra, in piedi sopra un largo sgabello, tenne il suo autorevole discorso sulle tribolazioni correnti causate dalla guerra e dalla perfidia degli uomini, e alzando la voce chiese ai fedeli radunati se erano contenti della guerra, sollecitando una risposta. Un “Nooo” accorato si alzò dalla piazza. Continuò la sua omelia sopra i mali causati dalle offese a Dio, e dalla bestemmia in particolare. Preso da ardore su tanto argomento, infiammato dalle sue stesse parole e forte della risposta precedente, gli venne voglia di strappare una promessa al popolo presente e con la voce tonante del trascinatore li invitò a non bestemmiare più: "Giurate di non bestemmiare più?” e rimase in attesa del si. Non poteva sbagliarsi, ma la piazza questa volta rimase muta; tutti zitti. Credendo di non aver usata la necessaria convinzione ripetè ad alta voce, mantenendo il suo sguardo fermo sulla gente in piazza: “Giurate di non bestemmiare più?”. Tutti zitti; nessuno fiatò. Il Vescovo attese invano una risposta dai fedeli ammutoliti e sconcertati, ma decisi a non assumersi un pesante impegno con la propria coscienza, e impelagarsi in un giuramento che anche uno sprovveduto avrebbe capito che nessuno dei bestemmiatori presenti avrebbe mantenuto. Ripetè l’appello ancora una volta poi, irritato, scese dallo sgabello e tutto alterato riprese la processione. La settimana dopo, questo episodio venne commentato negativamente all'altare da don Luigi Mori che biasimò il comportamento dei propri concittadini.
La certezza
Il vescovo Toccabelli, prima della celebrazione della Cresima, usava alla maniera antica rivolgere paternamente e con voce mielosa domande ai bambini, e un ragazzino di una parrocchia sconosciuta venne interrogato su Erode e la fuga in Egitto. Il Vescovo introdusse l’argomento della Sacra famiglia che fugge in Egitto e dei Re Magi che, avvertiti da un angelo, invece di informare il re Erode riprendono la strada di casa. Poi si rivolse al bambino con tono interrogativo: “Che fece Erode allora; che fece dopo che erano fuggiti in Egitto”. “Che fece?”, lo incalzava il Vescovo cercando di strappargli la risposta di bocca. Ma il bambino aveva già la certezza della risposta e prontamente disse: “Erode, Erode lo prese ni' culo”.



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