PILLOLE DI STORIA SENESE
Fatti più o meno conosciuti





70 d.c. - ROMA PUNISCE SAENA JULIA


Tacito nel IV libro delle Historiae riporta un singolare evento che riguarda Siena:
Il senatore romano Manlio Patruito riferì all'imperatore Vespasiano ed al Senato dell'oltraggio da lui subito nel corso della sua visita ufficiale a Saena Julia, piccola colonia militare della Tuscia. Il senatore fu malmenato e ridicolizzato con un finto funerale.
Il Senato romano decise di punire i principali colpevoli e di imporre ai senesi l'obbligo del rispetto verso l'autorità.
nell'immagine a sinistra: Gaius Cornelius Tacitus


650 - IMPORTANTE RISTRUTTURAZIONE DELLA DIOCESI

Negli ultimi anni del regno longobardo di Rotari la diocesi senese venne ristrutturata e dai ristretti confini coincidenti con quelli della colonia romana, passò ad un vasto territorio. Da tale concessione la città aquistò potere ed importanza.
Il cronista Giovanni Villani racconta che tanto beneficio fu acquisito grazie alla ricca cena offerta da una famosa ostessa del senese, madama Veglia, al potente Cardinale addetto alla ristrutturazione. Potente ma debole nelle godurie del vivere ed in primo luogo a quelle della tavola (goloso).
nell'immagine a destra: lo storico Giovanni Villani

711 - CONTESE FRA VESCOVI

La zona sud-orientale della diocesi (dal Chianti alla Val di Chiana) è stato luogo di lunghe contese fra i vescovi di Siena e quelli di Arezzo non prive di episodi anche drammatici come l'uccisione del cugino del vescovo di Siena Adeodato.
Il fattaccio avvenne presso la Pieve di S.Maria a Pacina da parte degli uomini del presule aretino Luperciano.
nell'immagine sotto: Pieve di Santa Maria a Pacina

994 - SIENA FRA GLI OTTANTA LUOGHI DI TAPPA SULLA FRANCIGENA

La strada che dal Monte Bandone (passo della Cisa) scendeva in Tuscia passava per Siena. Questa strada che poi si chiamò Romea o Francigena, divenne la via più sicura tra la Padania e l'Italia centrale, dato che la Cassia era troppo vicina al confino bizantino dell'Esarcato e l'Aurelia troppo vicina alla costa tirrenica e pertanto soggetta ad incursioni dal mare e con tratti d'impaludamento (tratto della Maremma).
Sigerico, arcivescovo di Canterbury, nel 994 segnala Siena (da lui chiamata Seocine) come una delle ottanta tappe sulla via Francigena.
nell'immagine a destra: tratto della via Francigena in Tuscia




META' IX SECOLO - LE GRANDI DINASTIE ARISTOCRATICHE

Arrivo dei Franchi ed insediamento anche in città di un conte rappresentante.
Quattro furono i gruppi familiari stabilmente insediati nel senese: i Berardenghi, discendenti dal conte Winigis, un franco venuto in Italia con Ludovico II (occuparono le colline del Chianti); gli Ardengheschi (a sud della confluenza fra il Farma e l'Ombrone); gli Scialenghi così chiamati per il loro castello di Asciano; i Lombardi di Staggia, nobili di legge longobarda.
Ai possessi di queste grandi dinastie aristocratiche, con cui il nascente Comune senese dovette fare i conti, si aggiunse il patrimonio del Vescovo (territori intorno a Murlo).

1168 - IL VESCOVO RANIERI LASCIA SIENA

Quando i senesi si schierarono decisamente dalla parte del Barbarossa, offrendogli aiuti militari nell'assedio di Milano ottenendo in cambio sostanziosi privilegi territoriali, il vescovo Ranieri, rimasto fedele al papa, dovette lasciare la città. Da allora (1168) si conclude la rappresentanza vescovile della comunità senese, ormai costituitasi in Stato territoriale laico.
nell'immagine sotto: tomba del vescovo Ranieri


1203 - LE MEMORIE DELLE OFFESE VOLUTE DAL PODESTA' BARTOLOMEO DI RAINALDINO

Il primo podestà di Siena fu un lucchese, Orlandino Malapresa ed il suo successore Bartolomeo realizzò la più importante documentazione statale trascritta e raccolta in un grande cartulario che poi venne chiamato "Caleffo vecchio"; un vero e proprio archivio cittadino dove si conservava di tutto, dalle delibere agli atti notarili e ad altre scritture come quelle inserite in un testo singolare chiamato: "Memoriale delle offese" dove si registrarono oltraggi ricevuti e diritti usurpati ai danni dei senesi.
nell'immagine a destra: pagina del Caleffo vecchio di Siena



1214 - LE SOCIETA' DELLE ARMI E LA BALZANA

In questo anno fu fondato un nuovo castello posto a nord a difesa della via Francigena: Monteriggioni.
Sempre a tale scopo, la difesa, si perfezionò l'organizzazione popolare delle associazioni di quartiere o rione (Società delle armi) che provvedevano al reclutamento militare, ed alla difesa armata della pace esterna ed interna. Tali "Società delle armi", originali nuclei delle Contrade, alimentarono però alcune sommosse che portarono al " Populus senese" -sotto la guida di un nobile, Ildibrandino Cacciaconti- rappresentante nel Concistoro, supremo organo di Governo. Quindi nobili e popolo (Capitano del Popolo).



1240 - LA TASSA SUGLI STUDENTI

Ildebrandino Cacciaconti, pochi mesi dopo la sua nomina a podestà fece un decreto, il 26 dicembre 1240, nel quale impose ai "locatores hospitiorum scolarium" cioè ai cittadini che affittavano camere agli studenti, di pagare una tassa, i cui proventi dovevano servire a stipendiare i maestri del locale Studio.
nell'immagine sotto: Usilia moglie di Geppo



1260 - BATTAGLIA DI MONTAPERTI

I senesi alleati con Manfredi, figlio naturale di Federico II stavano acquistando potere così Firenze il 20 agosto 1260 mosse un esercito di trentamila uomini (con i guelfi lucchesi, pistoiesi, aretini, volterrani) per liberare Montalcino assediata dai senesi. Ma all'alba del 4 settembre, presso Montaperti, si trovarono all'improvviso l'esercito senese giunto di nascosto sul luogo composto di undicimila fanti e cavalieri senesi e mille cavalieri ed arcieri di Manfredi con qualche centinaio di fuoriusciti fiorentini. Nostante la disparità di effettivi per i fiorentini fu una disfatta.
I mercenari furono ingaggiati grazie alla generosità di banchieri come Salimbene Salimbeni, che donò alla Repubblica un carro pieno di monete.

5 SETTEMBRE 1260 - I PRIGIONIERI

Montaperti per Firenze fu uno scempio: oltre alle migliaia di morti che fecero l'Arbia "colorar di rosso", le cronache parlano di quindicimila prigionieri, trascinati a Siena in catene la mattina del 5 settembre; trentasei di costoro seguivano Usilia, una venditrice ambulante che li aveva catturati da sola.
Non bastarono le carceri ad accogliere tutti quei fiorentini. L'ufficio della Biccherna dovette affittare due palazzi, dieci case, trentadue torri ed un sotterraneo oltre ad assumere altri 472 guardiani.



1269 - LA BATTAGLIA DI COLLE

La morte di Manfredi a Benevento e l'ascesa di Carlo d'Angiò cambio lo scenario politico italiano e Siena ne subì le conseguenze con la sconfitta di Provenzan Salvani nella battaglia di Colle del 1269 contro la coalizione angioina-fiorentina.
Colle, che aveva sempre gravitato nell'orbita guelfa, nel 1268 cacciò i propri cittadini ghibellini, entrando definitivamente nella sfera di influenza fiorentina. Abbandonato ogni tentativo di mediazione diplomatica, il Capitano Provenzan Salvani ed il Potestà Conte Guido Novello lasciarono Siena e si riunirono agli alleati pisani a Monteriggioni, potendo contare su di un esercito di 1.400 cavalieri e 8.000 fanti. Dall'altra parte i fiorentini, i colligiani, i guelfi senesi e le truppe francesi (guidate dal maniscalco di Re Carlo d'Angiò, Giovanni Britaud) in netta inferiorità numerica (800 cavalieri e 300 fanti) ebbero la meglio grazie al genio militare del francese, la scoffitta per Siena fu cocente ... le cronache raccontano di un migliaio di morti ... lo stesso Provenzan Salvani fu ucciso nella lotta. La sua testa fu staccata e, issata su una lancia, fu esibita per il campo di battaglia.
nell'immagine a destra: la testa di Provenzan Salvani


1290 - IL GOVERNO DEI NOVE

Ne seguì una nuova politica di pacificazioe interna e nei riguardi della rivale Firenze.
L'obbiettivo fu raggiunto nel 1287 con il governo "dei Nove" che dette vita ad un periodo di prosperità: la popolazione raggiunse cinquantamila anime, si realizzò il Campo con la torre del Mangia (dal soprannome del campanaro Giovanni di Balduccio) il Duomo ed alcune Fonti (dal Buon Governo del Lorenzetti ne abbiamo una idea). Grandi opere artistiche di Simone Martini, Duccio Boninsegna, Giovanni Pisano (facciata del Duomo).
Furono però poste delle limitazioni a tanta esuberanza e gioia: nel 1309 nello statuto del Capitano del Popolo si proibiva alle compagnie militari di far festa, mascherarsi, ballare, sfilare in cortei e battersi per gioco. Preoccupò il gioco della pugna, una violenta gara fra contrapposte schiere, e che nel Campo (scrisse un anonimo cronista) "tutte le butteghe si serraro, et ogn'uno dava spalla a la sua schiera de la sua Contrada, finon a quando una parte non soprafacea l'altra, per la qual cosa si cominciò a fare a sassi sul Campo, ed eravi tanta gente e traevasi tanti sassi, che era una maraviglia vedere".
Queste tradizioni ludiche sono comunque sopravvissute nel tempo concentrandosi infine nelle Contrade e nel moderno Palio.
nell'immagine a sinistra: Piazza del Campo con torri limitrofe

1348 - LA PESTE NERA E LA MORTE DEL SALIMBENI

Ad interrompere bruscamente l'ordinato corso impresso dai Nove alla vita della città giunse nella primavera del 1348 la peste nera. Questa era già presente in Europa da un anno.
A Siena la terribile epidemia dimezzò più della metà della popolazione. Quelli che rimasero dovettero affrontare negli anni successivi "le malinconie e gli affanni" come annotò Agnolo di Tura.
Nel contesto politico amministrativo la peste e la successiva morte di Giovanni Salimbeni, caduto da cavallo il 2 agosto 1368, minarono il già pregario equilibrio del governo dei Dodici (succeduto a quello dei Nove).
nell'immagine a destra: appestati

1355 - LE COMPAGNIE DI VENTURA

Il governo dei Dodici doveva trovare nuovi cespiti di entrate per lo Stato, che proprio in quel periodo stava subendo i primi salassi dalle compagnie di ventura stanziatesi nel territorio senese.
In venti anni, dalla metà del secolo, la repubblica dovette versare nelle tasche senza fondo degli avventurieri che comandavano quelle bande armate devastatrici del contado, ben 275.000 fiorini d'oro, senza contare i grandi donativi di viveri e cavalli.
nell'immagine sotto: militi delle compagnie di ventura del medioevo con balestre



1363 - I REGOLATORI

Già l'8 giugno 1358 il Consiglio generale aveva deliberato "della electione, uficio, balìa e salaro di tre Riveditori de le ragioni del Comune di Siena e contra a chi occupasse de' beni del Comune".
Nel 1363 i Riveditori furono prima affiancati e poi definitivamente sostituiti da quattro nuovi magistrati detti Regolatori. Fu fatto tutto questo perchè le spese erano aumentate a dismisura come la corruzione e gli ammanchi amministrativi. Dal luglio 1363 i provveditori ed il camerlengo di Biccherna non dovevano effettuare alcun pagamento senza l'approvazione dei Regolatori; se l'avessero fatto sarebbero stati considerati "periurii et marrani" e avrebbero pagato una penale di cento fiorini d'oro.

1371 - BARBICONE

Conclusa l'esperienza governativa dei Dodici, un gruppo di Nobili e di Noveschi dette vita ad un anacronistico Consolato, ma i Salimbeni con l'aiuto del vicario imperiale Malatesta da Rimini, ripristinò di lì a poco una Signoria, composta anche da rappresentanti del "popolo minuto".
Ma nel luglio del 1371 proprio il popolo con gli operai dell'Arte della lana (detti lanini), che vivevano nel rione di Ovile [1], si ribellarono contro il Governo. Questi predecessori rivoluzionari del proletariato moderno, erano guidati da Domenico di Lano detto Barbicone, e volevano essere trattati alla stessa stregua dei loro maestri d'Arte. La rivolta si estese e con Barbicone in testa e tutto il popolo dietro penetrarono nel Palazzo comunale.

La rissa fu tremendamente dura verso quei governanti, alcuni furono gettati dal loggione mentre il notaio Maso di Francesco, che era stato l'anno precedente Capitano del Popolo, fu addirittura sbranato dalla folla inferocita. Morirono trucidati anche un Salimbeni e Nannuccio Nasi, uno dei maggiori esponenti dei Dodici.
I Lanini ottennero dei benefici ma col tempo li persero nuovamente mentre Barbicone (personaggio popolare molto amato dai senesi) sparì nel nulla e niente sappiamo del prosieguo della sua vita nè quando e come avvenne la morte.
[1] rione e porta presero questo nome (Ovile) in nome del prato che si stendeva dinanzi alla porta d'Ovile dove sostavano e brucavano le bestie transumanti di passaggio per la Maremma.

nell'immagine a lato: dipinto che raffigura il momento in cui vengono gettati dal Palazzo Comunale alcuni governanti



1402 - IL TRISTE PERIODO DI GIAN GALEAZZO VISCONTI

Nella lunga lotta contro Firenze per il possesso di Montepulciano la Repubblica cercò di trovare in Gian Galeazzo Visconti, tiranno lombardo detto "la vipera" (così lo chiamava Coluccio Salutati), il sostegno militare a tale scopo dato che questo aveva la mira di isolare Firenze. In realtà Siena perse la propria indipendenza venendo sottomessa dal Visconti e quando questo morì (3 settembre 1402) Firenze si prese Montepulciano e mantenne inalterato il suo potere.

1412 - SEI SAVI DELLO STUDIO

Chiusa la poco onorevole parentesi di sottomissione al Visconti, Siena recuperò la sua indipendenza e concluse con Firenze un accordo di pace. La crisi economica derivata in parte dalle enormi spese per il mantenimento dell'esercito [2] face sì che molti aspetti e settori della vita sociale venissero privati di risorse: così anche lo Studio senese venne sospeso.
Solo nel giugno 1412 il Concistoro, su richiesta di alcuni cittadini, propose la riapertura dello Studio. Vennero eletti Sei Savi dello Studio e spediti fuori dallo stato alcuni messi per cercare dottori e maestri per istituire il collegio universitario. Inaugurata nel 1416 con l'entrata di trenta scolari forestieri, la Sapienza divenne stabile sede dello Studio cittadino, sempre più frequentato da giovani stranieri.
Il Comune cercò sempre di agevolare il soggiorno di questi scolari in città, per esempio facilitandoli (insieme ai docenti) nell'acquisto del vino, esentandoli dalle tabelle per l'introduzione in Siena di libri, vesti e favorendoli nella ricerca di case e stanze con affitti convenienti.
[2]Ricordiamo che l'esercito senese dovette muovere per difendersi dalle truppe di Ladislao D'Angiò ed allo stesso tempo dovette tenere a bada Paolo Orsini, Cocco Salimbeni e altri ribelli.



1458 - ENEA SILVIO PICCOLOMINI (papa PIO II)

A seguito dei difficili equilibri interni alcune famiglie avevano acquistato maggiore peso in città: fra queste soprattutto la famiglia di Enea Silvio Piccolomini, papa dal 1458 al 1464 col nome di Pio II. Fece costruire ex novo una cittadina, che dal suo stesso nome chiamò Pienza, e volle creare in Siena un grande palazzo e una Loggia presso la chiesa di S. Martino, vicino al Campo.
Particolare la sua morte: il 18 giugno 1464, partì per Ancona allo scopo di condurre una crociata di persona. Pio soffriva di febbre quando lasciò Roma, l'esercito crociato si sciolse ad Ancona alla ricerca di un trasporto, e, quando infine giunse la flotta veneziana, il Papa morente poté solamente vederla dalla finestra.
Mistero sulla sua salma: il suo corpo fu sepolto nella Cappella di San Gregorio Magno in San Pietro per poi essere traslato nella Basilica di Sant'Andrea della Valle. Il monumento funebre ed il sarcofago permangono, ma il corpo è andato perso o sottratto.
immagine sopra: Enea Silvio Piccolomini papa PioII.


1510 - IL MAGNIFICO PANDOLFO E CATERINA DI SALICOTTO

I difficili equilibri interni e le sommosse dettero vita ad un convulso periodo che portò alla signoria di fatto di Pandolfo Petrucci. Il Pandolfi divenne l'uomo forte del regime e, all'esterno, il referente era Ludovico il Moro. La scesa al potere non fu priva di sangue: eliminò tutti i possibili avversari e l'assasinio del suocero Niccolò Borghesi (uno della sua parte), da lui ordinata nel luglio del 1500, segnò il definitivo passo verso una signoria di fatto se non di diritto che in pochi anni venne addirittura ereditaria. Infatti il Petrucci lascio nel 1511, un anno prima della morte, il governo nelle mani del figlio Borghese.
Si racconta che il Pandolfi malato fosse stato irrimediabilmente indebolito dal suo turboloso innamoramento per la bella Caterina di Salicotto, detta "Spada a due mani", figlia di un fabbro e moglie di un bastiere. Una vita gestita nei conflitti, da quelli politici a quelli di cuore. All’imbuto di via dei Pellegrini fece costruire la sua residenza, il palazzo [3] di quel Pandolfo Petrucci che, nonostante uno spregiudicato e tirannico esercizio del potere, fu detto il Magnifico per come riuscì a tenersi la desiderata Siena (anche dalle mire di Cesare Borgia) e la bella Caterina di Salicotto.
[3] Il palazzo del Magnifico, edificato nel 1508 su disegno di Giacomo Cozzarelli, era una delle più sfarzose dimore del tempo. Il salone mostrava affreschi (alcuni perduti, altri finiti nei Musei) di artisti quali il Pinturicchio, Luca Signorelli, Girolamo Genga. Allegorie che a loro modo celebravano il Petrucci e la sua famiglia. La figura pacificatrice di un dio Pan era da leggersi, ad esempio, come un Pan/Pandolfo. Il “Ritorno di Ulisse” dipinto dal Pinturicchio alludeva al ritorno dall’esilio di Pandolfo e di suo figlio. Le peripezie degli eroi mitologici erano tutte allegorie che adombravano le vicissitudini del Petrucci alle prese con Cesare Borgia, bramoso di conquistare Siena, superate solo nel 1503 grazie all’alleanza col re di Francia.

immagine a destra: Petruccio Pandolfi.


1531 - GLI ALLIRATORI E LA DENUNCIA DEL SODOMA

L'accertamento fiscale, fatto con una denuncia dei beni, fu migliorato grazie all'apporto di alcuni ufficiali (150 eletti dal governo).
Gli Allirati venivano ospitati in alcuni conventi senesi, da cui non potevano uscire se non alla fine del loro lavoro che consisteva nel leggere tutte le denunce presentate dai cittadini. Fra queste dichiarazioni dei beni e redditi assai curiosa e particolare è quella del grande Sodoma che fedele al suo personaggio di artista tutto genio e sregolatezza, presenta una denuncia così articolata:
"Prima un orto a Fontenova, ch'io lavoro e gli altri ricogliono. Una casa il litigio con Niccolò dè Libri per mio abitare in Vallerozzi. Trovami al presente otto cavalli; per soprannome sono chiamati caprette et io sono un castrone a governarli. trovami una scimmia e un corvo che favella e lo tengo chè insegni a parlare a un asino teologo. Un gufo per far paura a' matti. Trovomi sei galline con diciotto pollastrine . E due galline moresche e molti uccelli, che per lo scrivere sarìa confusione. Trovami tre bestiacce cattive che sono tre donne. Trovami poi trenta figlioli grandi".
immagne sul lato sinistro: il Sodoma


1526 - ASSEDIO DI PORTA CAMOLLIA

Dopo la morte di Pandolfo Petrucci, il figlio Borghese non riuscì a perpetuare il potere di famiglia; i senesi non avevano alcun rispetto per Borghese nè questo lo aveva per Siena.
Le fazioni ripresero il sopravvento ed un gruppo di popolari avversari di Petrucci, i "Libertini" prese il sopravvento costringendo all' esilio (presso lo Stato della Chiesa) i rivali. Il papa Clemente VII, parente dei Petrucci, inviò contro Siena le sue milizie. Unitosi a truppe fiorentine comandate da Roberto Pucci, l'esercito pontificio pose l'assedio alla città di fronte alla porta Camollia. Il 25 luglio 1526 i senesi uscirono di sorpresa da questa porta e da quella di Fontebranda, accerchiarono i nemici e li costrinsero a una precipitosa fuga.
il Governo fece riprodurre a Lorenzo Cini la scena della battaglia in un dipinto conservato nella chiesa di S.Martino.

immagine a destra: di L. Cini la battaglia di Porta Camollia.


1546 - LA FORTEZZA SUL COLLE DI SAN PROSPERO

Il governo repubblicano per garantire la difesa di Siena si affidò a Baldassarre Peruzzi per migliorare il sistena difensivo urbano e soprattutto alla protezione dell'imperatore che, nel 1536, aveva inviato a Siena un contingente di 400 soldati. Ma la decisione di Carlo V di far costruire una grande fortezza sul colle di S. Prospero come presidio militare sulla città rivelò il vero obbiettivo dell'imperatore e del suo rappresentante don Diego de Mendoza. Dentro quella fortezza dovettero però asserragliarsi don Diego e i suoi soldati il 27 luglio 1552, quando i senesi al grido "Francia, Francia! Libertà, Liberta!" li assalirono, li scacciarono e distrussero il forte simbolo dell'oppressione spagnola.


1554 - ASSEDIO: LE BOCCHE INUTILI

L'aiuto dato dai francesi agli insorti contro gli imperiali segnò l'inizio di un altro protettorato, quello di Enrico II che inviò a Siena Piero Strozzi, un fuoriuscito fiorentino, e Blaise de Monluc, un guascone che Alessandro Dumas prese poi a modello per il suo D'Artagnan. Insieme a lui i senesi soffrirono un durissimo assedio di otto mesi propiziato da Carlo V alleatosi con Cosimo dei Medici.
Il coraggio con cui fu affrontata la drammatica situazione è rimasto leggendario. I "Commentaires" dello stesso Monluc offrono varie testimonianze delle tragiche sequenze finali della repubblica senese: esempio "la cacciata delle bocche inutili" dalla città assediata, quasi cinquemila persone non atte alle armi fra vecchi, donne e bambini furono espulse fuori dalle mura e destinate a morte certa; furono cacciati anche "250 putti dello Spedale grande, dalli sei fino alli dieci anni", orfani e trovatelli che gli spagnoli (dal Diario del Sozzini) ammazzarono più di mezzi ed i superstiti, tutti fuori porta Fontebranda "a diacere per terra con grandissime strida e lamenti". Anche nel contado si riportano atti estremi di coraggio come quello della "vecchia di Torrita". Questa di anni settantacinque fu presa dai gendarmi (tedeschi) ed obbligata a gridare "Duca, Duca". La donna che imprecava ogni mal evento al duca di Florenza invece di dire Duca Duca, cominciò a gridare "Lupa Lupa!!" ... ed a nulla servì averla spogliata ed inchiodata con braccia e gambe divaricate alla porta del castello che guardava le Chiane. Continuò a gridare "Lupa, Lupa!" anche doppo che "missero due sbarre di legno, una alla natura e l'altra alla bocca, gliel'acconciarono di sorte, che non poteva esprimere parola".

immagine a sinistra: Blaise de Monluc.


1571 - IL MONTE PIO E LA BANCA DI PRESTITO EBRAICA

Per il Duca fiorentino Cosimo I (poi Granduca per beneplacido di Pio V) Siena ed il suo territorio rappresentò uno "Stato nuovo".
Siena ed i senesi erano rappresentati dai quattro Monti superstiti (Gentiluomini, Nove, Riformatori e Popolo). Questi sempre in contrasto; anche per la rigida spartizione delle cariche. Le più ambite erano quelle per il Monte pio: gli otto cittadini destinati alla guida del Monte pio furono scelti due per ogni Monte. Il Monte pio oltre a provvedere all'esercizio del prestito su pegno, con la sua origine laica, favorì il riconoscimento della liceità del credito feneratizio. Inoltre un Monte di pietà, con finalità non solo caritatevoli ma anche creditizie, era già nato a Siena, per iniziativa del Comune, nel 1472; questo aveva sede nella rocca de' Salimbeni.
La chiusura del banco di prestiti degli ebrei, ordinata nel dicembre 1571 da Cosimo de' Medici, ebbe dirette conseguenze sull'attività del Monte pio rimasto solo ad affrontare le richieste di sovvenzioni su pegno.
Gli utili netti del Monte (dopo l'accantonamento di una quota di riserva) erano distribuiti ogni cinque anni per metà ai poveri vergognosi e ai monasteri cittadini e per l'altra metà ai contadini poveri del senese.




1575 - FRANCESCO BOSSI E GLI AFFARI DI CHIESA

Il papa Gregorio XIII per applicare i decreti tridentini nell'archidiocesi senese mandò a Siena il vescovo Francesco Bossi, uno zelante prelato, permeato di spirito riformatore e rigido interprete del nuovo dettato tridentino. Come contromossa il Granduca di Firenze si avvalse dell'abile Federigo di Montauto, governatore dello Stato di Siena dal 1567.
Il Granduca aveva ordinato, ai suoi rappresentanti e anche ai vescovi delle diocesi che il Bossi andava a visionare, di cooperare col visitatore affinchè potesse svolgere il suo compito nella "sfera spirituale" (visitare i luoghi pii, controllare gli statuti delle confraternite per rilevarvi errori di dottrina) ma che non si doveva permettergli di vedere i libri delle amministazione di ospedali, confraternite laicali e Monti di pietà. Dato che questi erano in realtà le cose che interessavano alla Chiesa nella persona del vescovo Bossi, questo nel settembre 1575 minacciò la scomunica a quegli enti. Ma il rappresentante dei Medici fu abile nell'insabbiare tutto; anche in merito alle nuove regole tridentine sulla clausura. A Siena infatti si temeva che i costi della clausura ricadessero sulla comunità una volta che il visitatore avesse obbligato circa 900 monache, prima autosufficienti, a restar chiuse nei 20 conventi cittadini con mura altissime. Ma il Bossi propose prima una limitazione del numero delle monache e poi suggerì di assegnare i fondi eccedenti dei luoghi pii senesi al sostentamento dei conventi stessi. Praticamente diplomaticamente girò il problema nel calderone irrisolto del controllo delle opere pie e dei loro fondi.



1603 - LO STATO NUOVO E LA "VEGLIA" SENESE

La perdita della propria sovranità, il declino economico e demografico (Giovanni Botero scrisse:"Siena gira cinque miglia e fa ventimila anime") fece sì che la città si riducesse a precari privilegi di casta. La classe dei nobili, trasformatasi da oligarchia imprenditoriale e mercantile a aristocrazia terriera, rappresentò quell'èlite senese che reagì in parte alla minaccia di una troppo marcata decadenza cittadina. Ciò avvenne specialmente quando un menbro della famiglia medicea venne nominato governatore di Siena, offrendo così una corte in miniatura anche alla capitale dello Stato nuovo. Siena non potè avere il vanto di un mecenate e di conseguenza lo splendore delle Corti dei Medici, dei Pontefici, degli Estensi, ma ebbe la fioritura delle Accademie, o per meglio dire, di geniali titrovi, eleganti crocchi di nobili, dove la donna siede regina e dove i più colti intelletti gareggiano d'ingegnosità e fantasia.
In questi sodalizi culturali cittadini riaperti nel 1603 il gioco raffinato della "veglia" senese, codificato nei manuali di Girolamo e Scipione Bargagli, qualificò un modello salottiero d'intrattenimento che ottenne una fortuna europea [4].
[4]Nella commedia madrigalesca di Orazio Vecchi intitolata appunto "Le veglie di Siena" o nei "Senesischen Spiele" di Georg Harsdorffer abbiamo una testimonianza di questo successo europeo.
[5]Clicca ed hai la possibilità di consultare le pagine di "Accademie e Convegni senesi"



1588 - "LENGUA SANESE" OVVERO LA "TOSCA FAVELLA"

La difesa sull'idioma locale fu molto perseguita e si volle assicurare un primato toscano. Il vivacissimo dibattito sulla "lengua sanese", caratterizzato da un'accesa antifiorentinità si deve anche all'esistenza nello Studio cittadino di una cattedra di "tosca favella" fin dal 1588. Siena aveva il primato nell'insegnamento di questa lingua e l'istituzione di tale insegnamento era stata ribadita e concessa dal granduca Ferdinando I su richiesta degli scolari della Nazione germanica. In effetti la cospicua presenza in Siena di studenti tedeschi, boemi, polacchi e fiamminghi, quasi tutti di nobili e ricche famiglie , costituiva una grande risorsa per l'economia cittadina e tale da giustificare la particolare benevolenza del governo nei loro confronti. La loro corporazione possedeva una propria cappella nella chiesa di S.Domenico, dove celebrava i suoi riti religiosi e seppelliva i suoi morti; tutto questo nonostante le accuse di luteranesimo spesso formulate contro quei giovani.


1656 - IL PALIO "ALLA TONDA"

I tre "Signori del Brio" (organizzatori delle feste) decisero che il Palio del 2 luglio del 1656, giorno dedicato alla Visitazione di Maria, fosse corso nel Campo, e non più alla "lunga", per le vie di città, dando così modo al pubblico di gustare interamente la corsa dei cavalli.
Il Palio "alla tonda" era già stato fatto molti anni prima. Il granduca, infatti, già nel 1605 aveva dato il permesso per una simile gara nella piazza, a condizione - come riporta il documento ufficiale - "che la festa non diventi tragedia, ne si ammazzi gente". Evidentemente il tradizionale entusiasmo che i senesi manifestavano nelle loro contese preoccupava da sempre l'autorità costituita anche se delle deprecate lotte intestine ne avevavo avuto dei bei vantaggi nell'acquisizione del potere.

immagine sopra: Festa sul Campo: il Palio alla tonda




1691 - ACCEDEMIA DEI FISIOCRITICI

Nel XVII secolo la profonda crisi econimica della Casa della Sapienza creò prima rivolte e poi nuove iniziative culturali.
Il 22 marzo 1611 quando il granduca Cosimo II rifiutò gli antichi privilegi concessi agli studenti ed allo Studio (vedi sopra), questi per protesta occuparono la Sapienza: "gli scolari serrarono lo Studio perchè nessun dottore vi potesse entrare e leggere" riporta Carlo Gongaga.
Successivamente si ebbe l'espansione dell'insegnamento dei Gesuiti. Ad essi, particolarmente potenti durante il granducato di Cosimo III, era stato infatti affidato il nuovo Collegio per nobili voluto da Celso Tolomei e inaugurato nel 1676.
Ma per una cultura più libera, meno teologica e cavalleresca, per una cultura libera da pregiudizi e compromessi si alzarono diverse voci favorevoli.
Verso questa cultura si orientò nel 1691 Piro Maria Gabbrielli, lettore di medicina e di botanica nello Studio senese, e con l'aiuto di Elia Astorini, chiamato a Siena proprio in quell'anno per coprire la cattedra di matematico, creò l'Accademia dei Fisiocritici . Lo scopo di tale istituzione, sull'esempio dell'Accademia del Cimento, era quello di difendere il metodo sperimentale, elaborando le teorie di Galileo, di Gassendi e di Hobbes.


immagine a destra: Elia Astorini docente di matematica



1737 - L'ABATE SALLUSTIO BANDINI ED I LORENA

Dopo la morte di Gian Gastone, ultimo rappresentante della dinastia medicea vi è il passaggio al governo degli Asburgo-Lorena.
L'aria riformatrice fu auspicata e suggerita dall'abate senese Sallustio Bandini che fece dono a Francesco di Lorena della sua ultima opera, il "Discorso sopra la Maremma di Siena". Le concezioni fisiocratiche del Bandini non furono subito raccolte ma un successore del Francesco Lorena, il giovane granduca Pietro Leopoldo, apprezzo l'opera, i concetti ed i suggerimenti sui rimedi alla crisi in atto, individuando nel settore agricolo il fulcro di tutta l'economia statale da basare sulla libertà del commercio dei prodotti agricoli con sostanziali riforme al sistema fiscale ed alle imposizioni indirette.
Così anche Siena riuscì lentamente a godere di una rinnovata politica economica capace di rendere libere la vendita del pane e l'estrazione dei grani, di eliminare i dazi ed il Magistrato dell'Abbondanza; e poi di tentare, attraverso le allivellazioni, di eliminare la "schiavitù coloniale" e la proprietà parassitaria, cercando di far crescere una borghesia campagnola.


immagine a sinistra: Sallustio Bandini (inventore della cambiale)



1770 - IL SALOTTO DI TERERA REGOLI MOCENNI

Siena rimaneva una cittadina di sedicimila abitanti con "traffico di piccolo oggetto e poca industria" come osservò sinteticamente Pietro Leopoldo, ma lo stesso annotò la buona salute di alcune istituzioni: "l'Università ha un fondo considerevole, è bene montata da molti professori ed ha ogni anno 200 o 300 scolari, per mia opinione più moderna di quella di Pisa. Vi è annessa l'Accademia dei Fisiocritici con belle raccolte d'historia naturale e bellissime macchine ..."
Questa aria culturale veniva respirata anche nei buoni salotti senesi ed in principal modo in quello di Teresa Regoli Mocenni [6], madre di Quirina, la "donna gentile" del Foscolo. Quello della Mocenni era uno dei pochi salotti dove s'incontravano gli intellettuali della città, fra cui spiccavano Guido Savini, primo provveditore dell'Ateneo, Giuseppe Ciaccheri, eruditissimo biblotecario che raccoglieva i dipinti dei "primitivi" senesi, oggi patrimonio della Pinacoteca Nazionale, Piero Cocchi e Franco Venturi, fra gli intellettuali più ricordati e traduttori delle opere di Greorg Schmidt, Jean-Louis De Lolme, Alain René e William Robertson (contributo fondamentale alla diffusione della cultura illuminista). Fra questi vi era anche quel Vittorio Alfieri che deve aver apprezzato molto quel salotto e la città di Siena in generale dato che decise di stabilirvisi nel maggio del 1777.[7]
[6] Teresa Regoli Mocenni era di San Leonino in Val d'Ambra, ed era stata data in sposa ad Ansano Mocenni, ricco mercante e banchiere senese.
[7] Vittorio Alfieri scrisse nel suo diario: "in codesta città combinai un crocchietto di sei sette individui dotati di senno, giudizio, gusto e cultura da non credersi in così picciol paese".


immagine a destra: Teresa Regoli Mocenni




1798 DAL TERREMOTO AL "VIVA MARIA"

Siena fu colpita da un terribile terremoto il 26 maggio del 1798. Le conseguienze del sisma pesarono per molti anni sulle finanze della città che proprio allo scadere del XVIII secolo subì un altro violento trauma: l'arrivo delle truppe francesi e la conseguente invasione delle bande sanfediste del "Viva Maria". Il 29 marzo 1799, infatti, dopo il trattato di Campoformio, i soldati del generale Vignolle invasero la Toscana ed entrarono in Siena fra il tripodio dei pochi repubblicani e giacobini locali, che innalzarono sul Campo l'albero della libertà. Tre mesi dopo anche il legno di questò servì ad alimentare il tragico rogo che, sempre sul Campo, i fanatici reazionari provenienti da Arezzo al grido di "Viva Maria!" accesero per bruciare vivi tredici ebrei , accusati solo di avere simpatizzato con i francesi, ormai messi in fuga.[8]
[8] Il ghetto degli ebrei fu completamente saccheggiato; fatte violenze contro i giacobini fra cui lo scenziato Paolo Mascagni, scopritore dei vasi linfatici.


immagine a sinistra: Paolo Mascagni , nato a Pomarence il 25 gennaio 1755 e morto a Chiusdino il 19 ottobre 1815




1800 - GLI SCONTRI ALLO STELLINO

Nel dicembre del 1800, rotta la tregua fra Francia ed Austria, le truppe napoletane attraversarono la Toscana per congiungersi con quelle imperiali in Lombardia. Per contrastare questa avanzata i francesi si scontrarono con i napoletani alle porte di Siena, allo Stellino, dove perirono sotto il fuoco incrociato degli archibugieri oltre cento uomini di entrambe gli eserciti con il Santa Maria preso d'assalto per gli altrettanti rimasti feriti da entrambe le parti.



1808 - 1815 - DA NAPOLEONE A FERDINANDO III

Nel 1808 l'armata di Napoleone spianò ogni conflitto. La Toscana fu incorporata nell'impero e divisa in tre Dipartimenti. Siena divenne la capitale del Dipartimento dell'Ombrone , con a capo un prefetto nominato dallo stesso imperatore.
Il governo francese non ottenne consensi a causa dell'arruolamento coattivo, dell'aumento delle tasse, della sostituzione dell'Università con la Scuola di medicina aggregata all'Accademia pisana, per la soppressione delle cofraternite e per l'introduzione della ghigliottina.
Il ritorno del granduca Ferdinando III nel 1815 fu salutato, perciò, con grande entusiasmo. In città circolavano caricature di Napoleone impegnato in tutte le sue funzioni quitidiane e satire contro i "frammassoni" e i giacobini.
Si riaprì l'Università e si inaugurò una Scuola di belle arti.


immagine a destra: Ferdinando III di Lorena



1832 - LA SOCIETA' "DEI FRATELLI DI BRUTO"

Contro i vecchi privilegi nobiliari, di casta e più in generale contro una politica poco sensibile alle più avanzate esigenze di rinnovamento civile, avevano iniziato a combattere i membri di una società segreta, detta "dei Fratelli di Bruto" e legata alla Giovane Italia. Tra i "fratelli" c'erano studenti professori universitari e un giovane farmacista, Policarpo Bandini, che nel 1832 fu imprigionato per qualche mese insieme ad alcuni compagni con l'accusa di congiurare contro il governo [9].
[9] Più tardi, sotto il governatorato del Serristori, il Bandini divenne il motore di due iniziative: l'una tesa a sviluppare il credito pubblico e l'altra a dotare Siena di una ferrovia. Il primo obbiettivo fu raggiunto con la creazione di una nuova banca, la Banca Senese. Alla realizzazione del secondo obbiettivo si giunse nell'ottobre del 1849 quando fu inaugurata la strada ferrata "Centrale Toscana" da Siena ad Empoli con innesto nella Leopolda.

immagine a sinistra: il farmacista Policarpo Bandini




1847 - L'UCCISIONE DEL "CARBONARO" ED IL GIORNALE "IL POPOLO"

Il 15 agosto 1847 Francesco Corbani che copriva la cattedra di economia politica dette vita al primo giornale politico senese, "Il Popolo". Pochi giorni prima si erano svolti a Siena, in un clima di forte commozione, i funerali di uno studente di medicina, noto come "carbonaro" e ucciso dalla polizia granducale in un notturno tafferuglio. La protesta popolare che ne seguì sfociò anche in assalti e saccheggi a tre forni cittadini, mentre "Il Popolo" accusava il governo di non vigilare sul prezzo del pane e di favorire gli speculatori. Per cercare di ripristinare l'ordine fu istituita una Guardia Civica e poi una Guardia universitaria.

immagine a destra: il Popolo




1848 - LA BATTAGLIA DI CURTATONE

Dalle file della Guardia Universitaria uscirono 55 studenti, 4 professori e il cancelliere dell'Ateneo che formarono, insieme con i pisani, quel Battaglione Toscano capace di resistere alle truppe di Radetzky nei campi di Curtatone il 29 maggio, permettendo così ai piemontesi del generale Bava di evitare, il giorno dopo, un drammatico accerchiamento.
La Compagnia senese del Battaglione lamentò due morti, quattro feriti e dieci prigionieri. Le notizie dal fronte lombardo scossero la città, che rinunciò al Palio del 2 luglio, offrendo ai militi della Guardia Universitaria le 420 lire del premio dovuto al vincitore.

immagine a sinistra: battaglia di Curtatone




1852 - IL PROCESSO SPANNOCCHI

A seguito del Palio non corso per i fatti di Curtatone i senesi ebbero un risarcimento con la carriera straordinaria organizzata in occasione dell'inaugurazione della strada ferrata. Tutto era stato predisposto per la vittoria dell'Aquila, Contrada che aveva stemma e coloro graditi ai Lorena; vi fu invece l'improvvisa vittoria dell'Oca. Questo mandò a monte la festa e esaltò i liberali e i democratici che avevano adottato come simbolo dell'unità e dell'indipendenza italiana la bandiera bianca-rossa-verde del rione di Fontebranda.
Contro tutto questo si scatenò una forte reazione: venne chiuso il giornale "Il Popolo" nel novembre del 1849, ridotto l'Ateneo alle sole Facoltà di Giurisprudenza e Teologia; nei primi giorni d'agosto del 1852 una retata di liberali e repubblicani senesi mise in moto una lunga azione penale che dal nome del più illustre degli imputati, si chiamò "processo Spannocchi".



1860 - BETTINO RICASOLI E LE VOTAZIONI

In occasione del plebiscito organizzato in fretta e furia dal governo provvisorio nel marzo 1860 perchè i toscani scegliessero fra l'unione al Piemonte e il "Regno separato" Bettino Ricasoli ordinò all'amministratore della sua fattoria di Brolio di condurre i contadini a votare per l'unione "con bandiera tricolore alla testa e avendo ciascuno la scheda in tasca". Non ostante questa imposizione e forse proprio per dispiacere a un padrone come il Barone di ferro, allora capo del governo furono soprattutto i contadini del Ricasoli a disertare le urne o a votare contro l'annessione , che tuttavia ottenne nel compartimento di Siena una schiacciante vittoria. Cosi il 26 aprile 1860 Vittorio Emaniele II fu accolto trionfalmente in città.

immagine a destra: il Barone di ferro, Bettino Ricasoli




1891 - LA CAUSA DEL POZZI

Nel 1891 fu fondata una "Lega dei ferrovieri" per iniziativa di Cesare Pozzo. La Lega divenne il centro di raccolta delle forze radicali e repubblicane della città. Lo stesso Pozzi, vincendo una causa che Augusto Barazzuoli, deputato senese per nove legislature, gli aveva intentato per diffamazione a mezzo stampa, offrì un chiaro esempio delle possibilità di denunciare con prove certe le malversazioni di alcuni notabili cittadini e di affermare finalmente i principi della democrazia.

immagine a sinistra: Cesare Pozzo




1920 - MANIFESTAZIONI E REPRESSIONI

In occasione delle elezioni politiche del 1909 i giovani cattolici senesi raccolti intorno a Don Orlandi si astennero in massa dal voto agevolando la vittoria dei socialisti contro quella dei "costituzionali".
L'esasperazione dello scontro politico a Siena ebbe tragiche conseguenze: l'uccisione del giovane ferroviere socialista Enrico Lachi di fronte alla Casa del popolo (inaugurata nel 1905), la violenta repressione dei carabinieri in occasioni di manifestazioni mezzadrili con tre morti a Monterongriffoli, sei ad Abbadia S.Salvatore (1920), l'assassinio di Spartaco Lavagnini, ferroviere e attivista socialista (febbraio 1921), l'assalto e l'incendio della Casa del popolo da parte dei fascisti e dei carabinieri il 4 marzo 1921.

immagine a destra: Spartaco Lavagnini




1936 - IL POTERE DELL'AVV. BRUCHI ED IL "PARTITO DEL CIANCICO"

I dirigenti del fascismo chiesero al Monte dei Paschi quegli aiuti finanziare che già altre banche avevano dato ed importanti al fine del successo politico del fascismo ed alla presa del potere di Mussolini. Dalla Rocca Salimbeni, però, non giunserò i contributi sperati; anzi grande freddezza da parte della direzione della banca. Questo scatenò nel 1930 un'aspra critica fascista contro il provveditore della banca, Alfredo Bruchi, avvovato che aveva iniziato il suo "cursus honorum" come consigliere comunale, uomo determinato che in circa trenta anni era riuscito a mantenere una difficile autonimia alla guida del Monte, grazie anche alla protezione della Massoneria. Eletto deputato al Parlamento nel 1929, prima fece nominare presidente della banca un nobile senese mai iscritto al partito fascista, poi, nel 1936, riunì le due cariche nella sua persona scatenando critiche. Fu detto che favorisse gli interessi di un "clan" che gli avversari avevano battezzato "il partito di ciancico". [10]
[10] Uno dei più autorevoli avversari del Bruchi era il podestà di Siena Fabio Bargagli Petrucci



1920 - FERVORE ARTISTICO

Già nel 1904 la Mostra di arte antica senese allestita nel palazzo comunale ebbe un successo inaspettato (oltre 40.000 visitatori). A questa negli anni seguirono altre iniziative sostenute dal podestà Barbagli Petrucci che dettero nuovi stimoli all'orgogliosa identità civica dei senesi: furono pubblicate raffinate riviste d'arte, nacquero un'Accademia musicale e una Scuola per stranieri, un periodico, "Il Selvaggio", di Mino Maccari e le autobiografie di scrittori come Federigo Tozzi a testimonianza di una Siena sempre sofferente ma viva.

immagine a destra: Federigo Tozzi nella sua casa ai Cappuccini




1930 - I NUOVI QUARTIERI

Mentre continuano i lavori per dotare la città di acqua sufficente e potabile [11] si dette origine ad una fase di costruzione di nuovi quartieri.
Il "piccone risanatore" insistentemente invocato per ragioni igeniche con un nascosto ma evidente fine speculativo, portò alla distruzione dell'antico ghetto ebraico e la ricostruzione del nuovo quartiere di Salicotto (1935). Dato che questi lavori slittarono di alcuni anni cambiò la destinazione del nuovo quartiere che stava per nascere sulla collina di San Prospero; divenne un nuovo quartiere signorile della città, densamente popolato di villette con giardino.
Dopo la legge speciale per Siena del 21 giugno 1928, in cui per la prima volta viene formulato il principio dell'assoluta tutela dei quartieri storici, il pericolo dello sventramento sembrava scongiurato; ma il piano di risanamento cambiò molte cose e così nel 1930 si dette via alla costruzione di quartieri nuovi: Salicotto e, fuori dalle mura, Ravacciano e Valli. nel primo furono ospitati gli abitanti del ghetto e di Salicotto.
[11] Per risolvere il problena idrico il Comune già nel 1898 aveva deciso di acquistare dai marchesi Cervini le sorgenti del Vivo, sul Monte Amiata, e di costruire da lì una conduttura di 60 chilometri fino a Siena. I lavori andarono avanti fino a 1919 poi ebbero varie interruzioni.


immagine sopra: Lavori per l'abbattimento del ghetto in Salicotto




1943 - CHIURCO E LA LIBERAZIONE

La seconda guerra mondiale sembrava scorrere in modo abbastanza indolore sulla città. Dopo l'8 settembre 1943, al posto del prefetto regio divenne capo della provincia un medico, Giorgio Alberto Chiurco (autore di cinque volumi sulla "Storia della rivoluzione fascista"). Mentre ordinava durissime azioni repressive contro alcuni nuclei antifascisti delle campagne [12], Chiurco cercò di evitare a Siena i danni della guerra, facendola dichiarare "città ospedaliera".
La lotta partigiana intanti divampava in Val d'Orcia, sul Monte Amiata, sul Monte Cetona e nelle colline del Chianti, ove operavano soprattutto le Brigate Garibaldi "Guido Boscaglia" e "Spartaco Lavagnini". Ma Siena venne risparmiata (solo alcuni bombardamenti nella zona della stazione); il passaggio del fronte fu quasi indolore e il 3 luglio 1944 le truppe del Corpo di spedizione francese entrarono in città il cui comandante era il generale de Monsabert.[13]
[12]L'eccidio di Montemaggio è stata l'azione repressiva maggiormente ricordata (al pari dei caduti di Vicobello). Furono uccisi 19 partigiani ad opera di soldati della Guardia Nazionale Repubblicana il 28 marzo 1944, in località la Porcareccia, sulle pendici del Montemaggio (Monteriggioni). Le vittime furono 19 in totale: erano tutti giovani ragazzi che si erano dati alla macchia per sfuggire alla leva fascista e per unirsi alle formazioni partigiane della Brigata Garibaldi. Vittorio Meoni ferito riuscì a scappare.
[13] Il generale Monsabert, alle insistenti domande del colonnello che guidava l'artiglieria della divisione alleata sugli obbiettivi da colpire aveva risposto: "Arrangiatevi, tirate dove volete, ma vi PROIBISCO di tirare al di là del XVIII secolo!"

immagine a destra: Truppe alleate all'inizio di via Pellegrini


1945 - LE PAROLE DI MARIO BRACCI

Mario Bracci, senese, professore universitario, e poi rettore dell'Ateneo, scrisse nel suo diario il 26 giugno 1944:
Non m'illudo dell'importanza politica di Siena, modesto centro di provincia, faziosa, un poco presuntuosa e stizzosa come una vecchia signore decaduta. Invece, il suo patrimonio spirituale, quello che vive nei suoi palazzi, nei suoi musei ed anche nei suoi cittadini ha davvero una rilevanza nazionale e forse europea".



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