Tempi passati

ALL' ARBIA CON MICHELE

Una delle cose di cui ci dovevamo vergognare erano le nostre origini se non eravamo nati nelle pietre. Anche nei diverbi fra persone era abituale sentir dire: "Sei un contadino!" ed equivaleva a un ignorante, un inferiore, un bischero.
Una forma discriminatoria sulle origini molto diffusa che per coloro che abitavano in città ma di provenienza rurale era una vera sofferenza, vissuta come un pesante handicap, una evidente inferiorità da nascondere, se e quando possibile, agli altri.
La mia generazione è stata forse la prima ad infrangere gradatamente questa convinzione discriminatoria.
Io ero molto orgoglioso delle mie origini cittadine e contradaiole ma, in cuor mio, ero indifferente ed altrettanto felice di avere in famiglia i nonni, da parte di mia madre, ed i loro parenti di origini contadine. I Menchiari provenivano dalle Taverne d' Arbia, avevano come massimo esponente della famiglia uno zio prete di Asciano, che io non ho mai conosciuto. Gli altri della famiglia o avevano dei campi lungo l' Arbia, o lavoravano alla fornace passata la ferrovia. Lo zio Guido invece faceva lo stradino lungo la provinciale che porta alla Casetta e Carlo, il nipote, il casellante al passaggio a livello della ferrovia dopo il ponte sul fiume.
Ricordo con piacere quella gente che vedevo raramente ma che nelle sporadiche frequentazioni mostrava di avere una gentilezza e cordialità nei nostri confronti oltre l' abituale. Ogni volta che venivano in città ci portavano tante cose buone: dalle uova fresche, quelle della mattina, giuste per farci 'il buchino e succhiare', al conigliolino tenero tenero, dal pollo ruspante alle tenere insalate dell' orto o del campo per finire con i dolci caserecci: schiacciate, ciambelloni, crostate.

Indimenticabili sono stati per me i periodi passati in vacanza all' Arbia, dallo zio Guido e dalla zia Angiolina , chiamati così impropriamente da me perchè in realtà erano gli zii di mia madre.
Io ero giovanissimo, ero un bambinetto, facevo i primi anni delle scuole elementari ed appena arrivavano le vacanze i miei genitori mi lasciavano per qualche settimana da questi zii alle Taverne d' Arbia. I primi ricordi sono legati ai risvegli mattutini. Nessun rumore di auto o bisbiglio di persone; solo il tubio dei piccioni, il gorgoglio delle galline e il canto del gallo. Ai ricordi dei suoni seguono quelli delle immagini: principalmente le Crete senesi che da Taverne dominano il paesaggio andando verso Asciano; poi la fornace ed il fiume dove le donne si recavano per fare il bucato. Lavare i panni era un evento, senz' altro faticoso, ma quelle donne nascondevano la fatica dietro le tante canzoni che intonavano ed ancor più alle tante storie, in verità veri pettegolezzi, che raccontavano mentre sbattevano i panni sui grandi sassi del fiume. Così dopo le prime faccende domestiche della mattina la zia mi metteva in una carriola con i panni e mi portava al fiume dove, in tempi che sembravano concordati, arrivavano anche le altre donne. Arrivava anche quello che fu il mio amico di campagna, Michele Cresti, un ragazzino della mia età, timido, particolarmente buono e disposto da subito a fare l' attendente ai miei ordini. Noi al fiume facevamo il bagno e sguazzavamo nell' acqua per tutto il tempo in una rientranza che sembrava fatta apposta per noi.
Con Michele ci trovavamo anche quando veniva ammazzato il maiale, un evento che si ripeteva tutti gli anni, verso dicembre, quando l' animale dall' essere il grande amico del cortile passava ad essere l' amico della tavola.
Il rito della lavorazione non conosceva varianti come non variavano le cantine che nascondevano salami, buristi, soppressate, prosciutti, rigatini. Il segreto del loro mantenimento stava in quelle cantine, tutti i segreti stavano in quelle cantine . Ho detto 'nascondevano' perchè per noi ragazzetti quelle cantine erano proprio delle vere fortezze da espugnare. Quelle cantine erano però inaccessibili: chiavistelli, catene, lucchetti e sguardi attenti. Noi potevamo arrivare a qualche biscotto di sugna, questi custoditi nella dispensa; biscotti da mangiare uno per volta. Il loro contenuto energetico era enorme. Poco interesse per il lardo che veniva messo nelle vesciche per non essere buttato perchè, lo sappiamo, del maiale non si butta via nulla. Col sangue venivano fatti anche i sanguinacci , e di quel sangue ho ricordi nauseabondi, una vera over dose visiva causata dalla nostra curiosità.
Una volta io e Michele ci nascondemmo ed all' insaputa dei grandi assistemmo alla mattazione. I tempi imponevano metodi sicuri ed economici; il sistema era infatti crudele ma efficace ed economico. Si infilava un lungo e acuminato coltello sotto la gola del maiale per sventrarne il cuore garantendo così una morte immediata. L' operazione richiedeva esperienza, decisione e forza ed il risultato era un fiume di sangue raccolto in tegami come l' oracolo santo.
Per me, Michele e tutte quelle famiglie un bel momento del giorno in cui veniva ammazzato il maiale era rappresentato dal pranzo. Le donne erano al lavoro in cucina sin dal mattino: sulla tavola le abituali tagliatelle di pasta fatta in casa , tirata sulla spianatoia con un mattarello di legno che le massaie infarinavano per poi passarlo sulla pasta. Cosi' veniva stesa, arrotolata e poi stesa nuovamente con il palmo delle mani, a destra e sinistra, in una operazione che ricorda quella dei giocolieri del circo. Logicamente le tagliatelle erano condite con ragù di maiale e dopo queste arrivava il piatto forte, l' attesa tegamata.
La 'tegamata' era una raccolta di tutto quello che del maiale doveva essere mangiato subito ed era soprattutto una raccolta di sapori gustosissimi ed anche una vera bomba per i trigliceridi; bomba i cui effetti venivano debellati da eventuali analisi del sangue dopo una diecina di giorni. Bomba o non bomba, trigliceridi più o trigliceridi meno, la goduria gastronomica era enorme. Poi la capacità culinaria di zia Angiolina. Per me era elevatissima. In una scala da uno a dieci, per me, valeva nove e mezzo proprio per non dare un limite alla buona volontà di chi volesse fare meglio. Di quello che passava dalle sue mani era buono tutto, anche il pane con l' olio. Forse l' olio era buono di suo! Era buono anche il pane molle con lo zucchero. Buono ! Buono la prima volta poi alla lunga ! Un anno non vi fu la possibilità 'della lunga' perchè per disgrazia o per fortuna i topi entrarono nella dispensa, una stanza che la zia teneva chiusa a chiave. Lo zucchero era un bene prezioso, spesse volte reperito dallo zio con difficili operazioni di baratto e pertanto gelosamente custodito nella dispensa. Un chilogrammo di zucchero poteva valere un pollo o tre chili di farina. E di questo valore se ne dovevano essere accorti anche i topi che, una volta scoperto quel delizioso alimento nella dispensa, si organizzarono e dopo aver bucato la carta ed averne mangiato a sazietà, a sommo spregio, decisero di utilizzare quel cartoccio come la tazza del cesso. Così quello zucchero non fu più adoperabile e per me e Michele, da quel momento, niente più pane con lo zucchero.
Michele ebbe una adolescenza un pò problematica. Seppi che smise di frequentare la scuola a seguito di un profitto non certo brillante, che dovette iniziare a lavorare presto per la morte prematura del padre. Seppi che cambiò diversi datori di lavoro per incomprensioni contrattuali. Diciamo così! Diverbi, anche pesanti, in merito a contributi non pagati ed a ore lavorative non rispettate. Non vidi più Michele per un decennio; poi un giorno, quando non faceva più parte nemmeno dei miei ricordi, un articolo a tutta pagina nella cronaca locale del La Nazione me lo riportò presente. Michele Cresti si era ucciso all' età di 23 anni sparandosi con il fucile da caccia del nonno.
I nervi non avevano retto una storia d' amore e di tradimento. Il più caro amico di Michele, Nino, aveva distrutto la sua storia d' amore con Giulia, il sogno più importante della sua vita. La reazione di Michele era stata ripetutamente violenta e per questi suoi comportamenti aveva conosciuto anche le carceri. Il giorno prima del suicidio Michele aveva incontrato ancora una volta Nino e lo aveva lasciato riverso per terra in una pozza di sangue nel buio della notte. Michele fu portato a Santo Spirito perche' all' arrivo dei Carabinieri la sua ira si rivolse verso i due gendarmi. Poi tanta confusione in testa: il carcere e la paura di avere ammazzato Nino. Inoltre, l' idea della perdita della libertà insieme a quella dell' amore lo portò a compiere il folle gesto, il suicidio.
Oggi quando risento la canzone di De Andre', Miche', per uno strano gioco di coincidenze, penso sempre al mio amico Michele Cresti: "Stanotte Miche', s'è impiccato perchè, non voleva restare vent' anni in prigione lontano da te. Io so che Miche', ha voluto morire perchè, ti restasse il ricordo del bene profondo che aveva per te". Certo, strano! Strano modo d amare e di dimostrare amore. Certo ... strano! Il mio amico Michele ... era proprio strano!


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