Racconti di una famiglia

1500 - FINI ALESANDRO: LA FUGA DI UN PADRE

Ne è passato del tempo da quel giorno in cui mio padre, nel buio della notte, mezzo ricurvo su se stesso, con lo sguardo di chi vive solo con la sua anima e male anche con questa, passò la soglia di casa per nascondersi e poi sparire nella nebbia e nel buio del vicolo. Da quella notte non è più tornato.
Io avevo un’età che non saprei dire di preciso, anche perché nessuno mi ha mai detto con esattezza l’anno, il mese ne, tanto meno, il giorno della mia nascita. Ero un ragazzo che faticava a divenire uomo alle prese con il primo lavoro, nella bottega del Barbassi fra panni stracci e stoffe. Di quel periodo ricordo il vicolo degli Orafi, nel quale ho passato la mia infanzia e, poco distante dal vicolo, la casa del Barbassi, il mio patrigno; dove sono stato accolto da lui e dal resto della famiglia come un figlio, il settimo per loro, anche se l’unico a sopravvivere alle disgrazie della vita.
Ma in modo preciso ed indelebile ricordo quel momento; il momento in cui mio padre prima uscì dalla casa dove abitavamo, nel vicolo degli Orafi, e poi dalla mia vita.
Adesso vivo in Fontebranda dove per un lungo periodo di tempo ho fatto il legrittiere, il venditore di panni al ritaglio; quindi sempre a che fare con cenci e stoffe, il lavoro che il signor Clemente Barbassi mi aveva insegnato. Poi la guerra, la lunga guerra contro Firenze; vivere e sopravvivere era stata la priorità. Quando finalmente tutto finì, non importa come, in città ci contammo; eravamo rimasti veramente in pochi; ci dissero che eravamo poco più di diecimila, ma questo significava poco, il fatto è che eravamo diecimila affamati, senza lavoro, molti ammalati, insomma disperati.
Adesso non è che le cose siano molto migliorate dal momento in cui sono stato escluso dalle liste degli assistiti. Fino ad ieri mi venivano elargite sussidi, soprattutto alimentari, dal Santa Maria, dai monasteri e da quei pochi nobili che potavano farlo. Pochi perché anche loro sono in queste benedette liste, non chiedono il vitto quotidiano ma un sussidio per far studiare il proprio rampollo di famiglia. Tuttavia sono e mi sento attivo. Il mio tempo è utilmente impegnato, produce senso, costruisce scoperte, razionalizza esperienze. Ma la memoria vive nel tempo ed è del tempo.
Dal momento in cui decidi di aprire gli occhi al momento in cui i tuoi occhi vedono c’è un attimo vuoto ; anche questo attimo vuoto è vero, reale, esiste; fa parte di quel tempo e della tua memoria. Oggi io sto vivendo un momento analogo. Quel momento vuoto sta condizionando tutta la mia vita.
Chi era mio padre? Perché se ne andò? Perché mi lasciò solo? Sarà vivo? E se così fosse… dov’è?
L’altra notte quando chiusi gli occhi per dormire, tirai un respiro forte cercando l’aria che conoscevo e che mi dava vita, l’unica aria che mi era rimasta perché quella della memoria mi opprimeva e non mi faceva più vivere. L’indomani, con la forza di quel respiro sarei andato dal Barbassi che, come mi era stato detto, si trovava in pessime condizioni di salute; sarei andato a salutarlo, forse per l’ultima volta e per provare ancora di sapere da lui qualche altra cosa di mio padre.


Il vicolo degli Orafi era ancora là, più stretto e più buio di come me lo ricordavo. Alcuni scalini laterali lo restringevano ancora di più. Sembrava vivere un’altra realtà , dominata dalle ombre ed abbandonata dal sole. La notte arrivava sempre prima fra quelle mura e se ne andava sempre dopo. C’era un odore che proprio non ricordavo, forse di muffa o non saprei. Come un tempo il mio sguardo andava involontariamente verso l’alto; attratto dalla luce e dal piccolo spicchio di cielo . La casa del Barbassi era nella via traversa, in via Pagliaresi, la strada dalla quale nasce a metà il vicolo degli Orafi.
Il signor Clemente era l’unico che mi aveva detto qualche cosa di mio padre. Ho sempre avuto la percezione che sapesse molto più di quello che mi aveva da sempre riferito. Lui lo aveva conosciuto bene; era suo amico, anche se, come mi aveva più volte ripetuto, mio padre non aveva amici o, per lo meno, non ne aveva avuti più da tempo.
Quando mi vide arrivare notai che era felice; felice e preoccupato. Era a letto. Una manciata d’ossa tenute assieme da un involucro di pelle carta-pergamena sopra una nuvola di guanciali giallastri. Questa è l’immagine che oggi ho impressa di quell’incontro.
Clemente stava attento a non piangere; era un uomo abituato a fare tutto in silenzio: l’amore, il pianto, le risate; ed anche quel momento di emozione intensa lo visse in silenzio. Poi cominciò a chiedermi della mia vita, con insistenza, con ansia, ed a mano a mano che le mie risposte lo rassicuravano si rasserenava. Dopo l’ennesimo silenzio disse di prendermi da bere. Un gottino di Vin Santo, “quello bono”, invecchiato che, come in passato, custodiva gelosamente nella credenza e che riservava alle persone e nelle situazioni importanti. Io rifiutai; non mi sembrava ne il caso ne il momento anche se di quel Vin Santo ho un ricordo eccellente; fra le dieci cose buone della mia gioventù al pari dei dieci peccati più frequenti dato che andavo di tanto in tanto a scemare quella bottiglia.
“Patrigno… che succede ?!”
“Figlio mio … ho un bubbone, un malanno che mi toglie l’aria, la voglia di mangiare ed il sangue dalle vene dato che è l’unica cosa che esce da dietro…” ma dopo altre due o tre domande dovute alla situazione sentii che era arrivato il momento, l’inizio dell’inferno.
Senza accorgermene mi trovai dritto in piedi in un angolo angusto della stanza; ma la domanda fu ugualmente chiara anche se breve: “Clemente è arrivato il momento che io sappia tutto di mio padre ” Questa volta il suo silenzio sembrava non terminare. Fui così costretto, con più decisione, ha ripeterli la domanda aggiungendo: “Voglio sapere tutto! Anche quello che fino ad oggi, non so perché, ritengo mi abbiate sempre nascosto.”
Dopo poco lui: “Sabbatino… una brutta storia, di quelle che non vorremmo mai raccontare e, soprattutto, non vorremmo mai aver vissuto. Tuo padre fuggì perché perseguitato più che dagli uomini dalla sua coscienza. Era un uomo senza pace e, forse, senza anima. La sua storia è custodita ancora fra le mura del vicolo degli Orafi ed il terrore e la paura avvolgono ancora oggi le persone e gli animali che vi abitano. E’ difficile dirti, spiegarti, ma soffriva di un male strano, anzi più che di un male è giusto parlare di una maledizione.
Tuo padre aveva un grosso debito con un losco tipo che prestava soldi per poi rivolerne quasi il doppio. Per liberarsi dal debito fece la cosa più facile ma anche la peggiore di questo mondo, si liberò, uccidendolo, dello strozzino. La giustizia umana non arrivò mai a lui; nessuno seppe, nessuno capì e quell’omicidio morì dimenticato dagli uomini. Il misfatto fu consumato atrocemente in fondo al vicolo degli Orafi. Luogo nascosto dalle ombre della notte e dal vento che quella sera tirava forte. Le mani di tuo padre, forti come solo quelle di un bullettaio possono essere, afferrarono per il collo lo strozzino, reo d’aver creduto all’appuntamento liberatorio che tuo padre gli aveva dato.
Io intravidi tutta la scena in lontananza; fui l’unico. Tuo padre in quel momento non ebbe nulla di umano. Si accanì, come solo un animale può fare, desideroso di sangue, con tutta la forza che aveva e non gli bastò la morte. Andò oltre in una azione violenta che non aveva fine.” L’uomo cadde ancora nel silenzio ma questa volta nemmeno io trovai la forza di rimuovere. Capii che proprio da quella sera il silenzio entrò a far parte della vita del mio patrigno quando, nel buio di quel vicolo, la paura gli morse la gola; quando anche il respiro si dovette arrestare per non mostrare una presenza che sarebbe stata di troppo.
Poi riprese a dire: “ Figliolo, la cosa peggiore per tuo padre doveva ancora arrivare. Non fu la giustizia umana a perseguitarlo, altri malfattori furono accusati di quell’atroce delitto, ma una terribile maledizione. Al pronunciamento di quella parola, “maledizione”, un nodo gli avvolse la gola, gli tolse il respiro. Mi allarmai anche se capii che non stava soffocando; era l’ennesima crisi, più forte del solito, con la bocca semiaperta, la lingua come paralizzata e la voce che non prendeva corpo. Poi lentamente i primi suoni gutturali, le prime parole stoppate a metà:” Non preoccuparti di me! Voglio dirti …come altre volte ti ho accennato e come altre persone forse ti hanno in parte riferito, tuo padre pagò la sua atrocità in modo terribile. Nelle notti buie e tempestose, simili a quella del misfatto, cadeva preda di atroci pensieri violenti e sanguinari; dopodiché la sua persona subiva una trasformazione . La prima cosa che percepivi era il cambiamento dell’odore corporeo, più forte, sudorento. Si ritiravano tendini e muscoli, prima quelli della faccia poi quelle delle mani per finire quelli del corpo. La dentatura sembrava accrescersi ed anche l’atmosfera intorno a quel corpo in trasformazione sembrava mutare; si formava un campo strano che gli animali percepivano in modo particolare, cominciando ad abbaiare come impazziti.”
“Ma che mi racconti Clemente !? Mio padre …”
“Sabbatino!! Tuo padre si trasformava in un mannaro ! Ora capisci perché non poteva più vivere. La cosa lo tormentava. Così lui … così dovette fuggire.
Dopo la fuga di tuo padre di voci ne sono passate tante da queste parti. Chi diceva fosse andato a gettarsi nelle Fonti, chi nell’ Arbia; chi invece sosteneva che fosse andato in un convento poco lontano, forse a Lecceto; chi diceva di averlo visto nei boschi insieme agli animali, a Castel che Dio Sol Sa. Di certo è che io non ho saputo più nulla di lui e fu per me, in parte, una liberazione.”

Nemmeno oggi ho cognizione di quello che accadde dopo quel dire. So che mi ritrovai poche ore dopo all’ Osteria del Gallo Nero, a metà della Francigena, dove si beve vino a buon prezzo ed anche dopo il calar del sole. Non ricordo con chi parlai, ne quello che dissi e con quali gambe tornai alla mia casa in Fontebranda. Passai una notte senza fine che si protrasse anche per l’intera mattinata e pomeriggio successivo fino a quando una reale fame mi stanò. Oggi, da quel momento, sono passate poco più delle ore che compongono due giornate. Il signor Clemente è morto; ha deciso di farlo poco dopo la mia partenza dalla sua casa. Giusto il tempo di chiamare don Gaetano, il prete, per l’estrema unzione e per consegnare al sacerdote una epistola da recapitare al sottoscritto, al figliastro e per chiedere la remissione dei suoi peccati e morire in santa pace. Come se fosse stato facile. Perché ?! Perché questo ?! Ora vi leggo la lettera e capirete. Da Clemente Barbassi al figliastro Sabbatino Fini Riceverai questa epistola per mano di don Gaetano all’indomani della mia morte quando la mia anima sarà dinanzi a Colui che ha il compito di giudicare i vivi ed i morti. Questi pochi ma importanti pensieri hanno lo scopo di liberare tanto la mia anima colpevole e penitente quanto la tua, angosciata da troppo tempo, per la scomparsa di tuo padre Alesando. Figlio mio, da patrigno, dopo la di partita di Alesando, ti ho preso in cura e ti ho amato più di quello che non abbia fatto con i miei stessi figli che Dio ha deciso di portarmi via in breve tempo. Ho sentito il dovere di farlo per i troppi torti a voi fatti dei quali oggi, in punto di morte, chiedo umilmente perdono. Perdono per avere ucciso io Nunzio Silferini, lo strozzino. Perdono per aver deviato la verità ed aver incolpato nascostamente, e non troppo, il tuo genitore Alesando. Perdono per aver trasformato agli occhi degli altri la sua retta e buona figura umana, la sua anima incapace di fare del male, in quella di un lupo-mannaro senza bene e senza pace alla ricerca di altro sangue. Perdono per non averti dato le notizie di tuo padre quando questo era ancora in vita nel convento di Camaldoli in Vallombrosa e per non averti comunicato della sua morte avvenuta nell’ottobre del 1552 quando Alesando aveva da poco compiuto i cinquantasei anni. Non sono bastati tutti gli anni che ho dedicato alla tua crescita per farmi riacquistare la pace dell’anima mia. Voglia Dio perdonarmi e te, in parte, capirmi ed accettarmi nei tuoi pensieri e preghiere.
Clemente Barbassi.
Epistola consegnata a don Gaetano
della Chiesa di San Martino


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