Racconti di una famiglia

1320 - LANDINO FINI: LE CATENE DELL'AMORE

Nel pozzo dei nostri ricordi i tempi avvenuti saranno sempre "i bei tempi". Questo perchè i nostri residui non sono altro che i frammenti dei momenti migliori, il resto è nel cestino "memoriae" ormai scongiunto e scollegato da noi. Stessa cosa accade per gli eventi non personali, quelli della storia: tempi, persone e fatti del passato sono sempre migliori di quelli attuali. Questo sempre per lo strano "gioco dei residui" nel quale cadono anche i veri storici, quelli più autorevoli ed accreditati. Nella Siena del Trecento non tutto era rosa e fiori. E' vero che la città stava vivendo il momento migliore della sua storia, il fiorire di tante attività, l'espensione territoriale della propria cultura fino alle lontane terre del nord, delle Fiandre, di Champagne, dell'Inghilterra. La "grande" Siena del Trecento si guardava e si rifletteva nel luminoso specchio del potere e della goduria. Così anche la vita quotidiana della sua gente risentiva della piacevole brezza del benessere; tutti ne avevano, anche se in piccola parte, la possibilità di usufruire di questo momento in cui tante cose stavano andando per il meglio. Tuttavia se facciamo una lettura storica del quotidiano ci accorgiamo che di problemi ce n'erano e ... quanti ce n'erano! Tanti ! Forse anche troppi se è vero che il suo governo ritenne, ad un certo punto, opportuno transennare con delle catene alcune sue strade per fermare, bloccare, le sommosse popolari che periodicamente si verificavano. Queste catene tirate da un lato all'altro della strada nei momenti dei tumulti avevano come addetti alla propria manutenzione ed uso, spesse volte, gli stessi proprietari delle case in cui venivano appese.
Uno di questi addetti fu, nei primi decenni del secolo, un certo Landino Fini, abitante e "catenaro" di via delle Sperandie, una delle cento strade che fu attrezzata di tale marchingegno di sicurezza.
Landino per svolgere questo servizio percepiva dal Governo della Città un compenso mensile di circa due libre ma al di là della cifra vi era in quel lavoro qualcosa in più; soprattutto un collegamento e coinvolgimento con il potere; Landino se ne vantava e lo evidenziava oltremodo con tutti quelli che incontrava e conosceva.
Landino era un bel tipo, uno di quelli che la vita se la vogliono godere, un giovane di pochi scrupoli, uomo d'ordine, quanda tirava le catene, uomo di confusione quando sbinbocciava con gli amici all'osteria.
LANDINO FINI Landino era Fini di nome e di fatto, nel senso che aveva un fisico filiforme, o per meglio dire "finiforme", ma non esile. Aveva infatti una muscolatura ben scolpita sul corpo e lui, ogni mattina quando le donne andavano al mercato, le metteva a nudo ed a buon vista nei suoi movimenti di carico, spostamento ed allaccio delle pesanti catene di ferro.
I suoi capelli di colore castano scuro e un pò mossi, erano da lui volutamente tenuti un pò scomposti, un pò qua un pò la, come al mattino le lenzuola del piacere li avevano disegnati. I suoi occhi scuri erano vivi e ficcanti e ridevano insieme ai suoi denti bianchi come porcellana.
Landino era conosciuto come un giovane, forse un eterno giovane; tipo sempre pronto alla battuta, al gioco, quello dei dadi, e soprattutto a dar dietro a gonnelle sia di serve che di padrone. L' osteria del Pellegrino viveva delle sue battute e delle sue storie e quando arrivava Landino si animava oltremodo, ed è proprio all'osteria del Pellegrino che noi lo vediamo entrare nel mezzo del giorno di quel lontano settembre del 1320. Più che affannato ci sembra sudato, forse preoccupato. Aveva corso, questo è certo; aveva corso ed anche tanto.
"Da dove vieni Landino da essere cotanto stanco?" gli chiede subito Cecco, uno dei suoi amici, richiamando anche l'attenzione degli altri.
"Tacete amici, tacete ! ! La cagione di tanto affanno è orribile ! Anche paurosa!"
"Anche paurosa?!" "Dicci Landino ...dicci!! replicano gli altri mentre si fanno intorno a lui ed al tavolo. Poi quando sono seduti tutti nella panca, Landino prende a dire a bassa voce:
"Amici da questo nefasto giorno io non andrò più con donna alcuna! Mai più ! Basta!! Anche se sono loro a cercarmi io devo girare la testa altrove e pensare solo a quelli che so' i miei affari, alle catene".
"Ma che stai a di' Landino, che cosa ti è accaduto?" replica l'amico Cecco.
"Io non volevo andare con quella femmina che è in casa di maestro Friscello; ma ieri, dalla finestra dove l'ho sempre vista quando passavo dall'Orbachi, si è sporsa, quasi ha rischiato di carede tanto si è sporsa, e mi ha detto con un soffio di voce .... domani nella stalla! ... a questo momento del giorno ... le lascio la porta aperta. Io, amici, sono andato"
"E allora ?!" Cecco; "Le avventure sono la farina del tuo pane" Cuccarolo.
"Amici, dopo averla tutta sbracata nel buio della stalla, l'ho trovato il "Fiore" (come lo chiama il sommo poeta Cecco Angiolieri) e vi assicuro che non è stata cosa facile. Lei urlava e faceva la bava alla bocca; mio disgusto quando ho provato di darle un bacio. Ad un certo punto però mi sono fermato come i cavalli davanti alle mie catene, perchè ho sentito un colpo alla schiena. Come se fosse qualcuno dietro con un bastone. Via ... a rivestissi ed a cercare i panni nel buio !! Ma quando ho capito che non c'era alcuno, come assicuratomi anche da lei, l'ho ripresa e l'ho sbracata un'altra volta. Amici ... l'ho risbracata in un lampo! Ma mentre cavalco la puledra in calore sento ancora una botta nella schiene. Dio mio !! Ho cercato luce e che vedo !?"
"Chi vedi Landino ?" fanno gli altri in coro.
"Legno ... legno!! La donna aveva una gamba di legno con lo snodo di ferro! E siccome la gamba s'era snodata, ogni volta che io c'ero sopra la gamba mi picchiava nello dietro della schiena. Senza sprecar parola alcuna ho preso la rincorsa e son fuggito!".

Landino amava raccontarsi ed in genere le sue storie finivano fra risate e sfottii. Il massimo lo raggiungeva nella rappresentazione del suo io quando con aria seria si dichiarava fortemente preoccupato per il suo corpo statuario perchè in più occasioni era stato causa di disavventure. Le sue donne erano tutte come Bellacoglienza di Cecco:
"Io gli abbandono
me e'l fiore e ciò ch'io ò'n podere,
e ne prenda tutto quanto in dono.
Per altre volte avea aclun volere,
ma or lui può farne tutto'l su piacere
".
Le sue donne erano tante Bellacoglienza; prese dal desideio, pronte al piacere ed al concedersi.
La storia più raccontata è quella vissuta con madonna Benincasa, forse è anche una delle storie più vere fra le tante raccontate, tanto vera che Landino preferisce stranamente non raccontare. Una storia in cui ha rischiato tutto di quello che più conta ... anche la vita.

Il Benincasa era uno di quelli che nel Terzo di Città aveva la sua importanza. Abitava in Castelsenio, nella parte più alta della città, ed era persona rispettata, servita ed anche odiata, come tutti quelli che hanno potere e comando. Veniva detto che la sua moglie era una delle donne più belle della città; veniva detto perchè pochi avevano avuto la fortuna ed il piacere di averla vista. Il Benincasa la teneva chiusa nel palazzo lontana da occhi indiscreti e desiderosi.
Si dice che un giorno madonna Benincasa abbia visto Landino Fini al suo fermanrsi davanti alle catene di via delle Sperandie, in un giorno di tumulti nella zona di Romana e pertanto anche quelle catene erano state chiuse per un allarme generale. Madonna Benincasa era in un carro, tanto avvolta da mille panni che Landino non si accorse nemmeno di lei ma la signora lo vide, lo guardò e lo rimirò tanto quanto basti per innamorarsi di lui. Da quel giorno la vita di Landino cambiò ma soprattutto si complicò.
La donna, di nome Angelica, fece chiamare al suo cospetto, con una procedura non molto ufficializzata, il catenaro di via delle Sperandie.
Landino più preoccupato che altro si recò al palazzo dei Benincasa. I brutti pensieri svanirono quando si vide libero dalla presenza delle milizie che erano venute a chiamarlo e soprattutto quando ebbe il piacere di sedersi su un sediolo che aveva quasi timore di offendere con i suoi panni di poco conto; tessuti meravigliosi! Si sedette per poi rialzarsi subito, come una molla, il dubbio di rovinarli gli venne dopo ma ... gli venne. E quella stanza immensa, dal soffitto più vicino al cielo che alla sua persona. Anche l'impiantito di pietra lucidissima lo mise in difficoltà. Con le sue scarpe poteva rigarlo, poteva rovinarlo. Così si tolse le calzature ma al primo passo provò quasi difficoltà a stare in piedi; al secondo traballò, forse scivolò, al terzo cadde.
In realtà il vero motivo di quella involontaria caduta a sedere o riseduta, fu la improvvisa vista di madonna Angelica nel frattempo entrata nella stanza. Rimase senza fiato o forse la bocca se l'era chiusa con le mani. Era apparsa la donna più bella del creato, meravigliosamente modellata, di uno splendore mai visto, solo immaginato!
ANGELICA BENINCASA Per la prima volta Landino ebbe l'esatta concezione della bellezza femminile. Se l'identificazione della grandezza era per lui rappresentata dalla possente figura del Monte Amiata che ogni giorno vedeva in lontananza da porta Romana sulla via Francigena ora anche la bellezza aveva la sua identificazione: madonna Benincasa. Quegli occhi, quei capelli, quel seno prosperoso, quel carnato marmoreo ... che meraviglia! Era vero?! Era tutto vero. E quando donna Angelica con fare suadente e dolce gli parlò, lui si perse fra le parole; ne prese una su dieci poi incominciò a sillabare; ma perchè poi! se non aveva capito nulla di quello che gli era stato detto. Che figura da gnocco, da giullare!
"Quindi lei è il Fini, vero?! Io sono Angelica Benincasa" e così dicendo s'inchinò leggermente, quel poco sufficente a mostrare ancora di più le rotondità di un seno da svenimento, da sudorazione, da salivazione.
Landino s'ingoiò saliva e lingua ed esordì: "Sì sono Lan..nino"
La gentil dama a fatica trattenne il riso e mentre lei era la grazia e la bellezza in persona lui si sentiva il più idiota essere di questa terra. Non sapeva più neanche dire il suo nome; poi in un momento come quello poteva chiamarsi Jacopo, Senio ... no ! Lannino si chiamo.
Quando per la terza volta la signora gli disse di avvicinarsi lui si alzò, ma inciampò nella gamba del sediolo. Peggio di così non poteva fare. Lei questa volta rise veramente.
Dove era andata a finire tutta la sua maestria, tutta la sua arte di ammaliatore di gonnelle. Che figura! Poi passo la mano sulla testa per levarsi il cappello quando lui il cappello non lo aveva mai portato. Lei sicura di se: "Signor Fini si sta strappando i capelli!"
Certo! Vero! Comunque sono qui per ascoltarla e servirla per quanto mi è possibile". E di servigi, per la verità, ne furono richiesti assai. Donna Angelica con dire e fare inizialmente incerto ma poi sempre più sicuro rendendosi conto che davanti a lei vi era una persona che in quel momento non sapeva dirle altro che "sì" accondiscendendo a tutte le sue richieste, gli disse cose veramente importanti e grosse. Landino fu messo in un amen al corrente di una relazione extraconiugale che lei, donna Angelica, aveva con un gentiluomo senese di cui non fu fatto il nome ed il nostro Landino doveva essere il complice segreto delle loro malefatte. In poche parole venne chiesto a Landino di sorvegliare alla barriera ed in caso di necessaità di tirare le catene di via delle Sperandie, le sere, al rientro dal lavoro di messer Benincasa con il suo cavallo. Ogni volta che la madonna si ritirava segretamente in casa con il suo amante lui avrebbe avuto un segnale, un messaggio concordato, così lei poteva sentirsi sicura, liberandola da ogni preoccupazione di un eventuale arrivo improvviso. Logicamente un servigio del genere aveva una cospiqua ricompenza, tanti soldi quanti Landino non aveva mai visto in vita sua.
Da quel preciso istante, da quella lunga serie di "sì", le risposte di Landino alle graduali dichiarazioni e richieste della signora, il catenaro di via delle Sperandie entrò nello spietato gioco ammaliatore di donna Angelica. In realtà di gentiluomini senesi e di relazioni extraconiugali nemmeno l'ombra. Tutto falso. Anche se al "poro" Landino toccò tirare, un paio di volte, le catene per fermare l'arrivo fuori orario alla sua dimore del Benincasa.
BENINCASA CON LANDINO E mentre andava in strada richiamato dal brontolio di messer Benincasa e dallo scalpitio del suo cavallo, impaziente come il suo padrone dietro a quelle catene, Landino era diviso da due pensieri: le natiche di donna Angelica che in quel momento qualcuno, molto fortunato, stava stringendo fra le sue mani e le "corna" del signor Benincasa. Quando al segnale convenuto il Fini staccava le catene si scusava con il potente signore per l'inconveniente per poi ripetere fra se e se, mentre quello si allontanava. "Vai! vai!! becco di un Benincasa!!".
Poi qualcosa cambiò. Vedendola dall'esterno possiamo semplicemente dire che cambiò "il cartenaro". Alcune sere al posto di Landino c'era un certo Tommasino, suo grande e fedele amico; dov'era Landino? Nel Paradiso dei Paradisi. Era da donna Angelica fino a quando l'ultimo sospiro di lei era interpretato da lui come un bravo mi hai fatto stare d'incanto, ora puoi andare.

Ma com'è breve la felicità.
Per i due amanti l'inizio della fine arrivò all'inprovviso, alle prime ombre della sera di una piacevole giornata primaverile. In quel tardo pomeriggio i due amanti si trovavano abbandonati nel letto del piacere quando furono scossi e sorpresi dallo scalpitio di alcuni cavalli. Era messer Benincasa con il suo fido servitore. Qualcosa non aveva funzionato come doveva alle catene; a Tommasino gli era sfuggito il sopraggiungere del Benincasa e poi nessun segnale di preallarme. Molte le cose che non avevano finzionato.
I cavalli erano appena entrati nell'entrone del palazzo che il cavallo di Ghino Benincasa fece un balzo tremendo, mettendosi a saltare disordinatamente: "Per la croce di Dio! - esclamò il cavaliere - che cosa succede!"
Anche l'altro cavallo sembrava in preda ad un furor pazzo "Ma che cos'è questo? - gridava il servitore mentre si sforzava a trattenere il suo cavallo. "Guardate ! Guardate!" esclamò messer Benincasa. Una figura dall'aspetto spettrale, dal camicione bianco era saltato dalla finestra e dopo essere passata come una saetta davanti a loro si apprestava a saltare il muraglione . Era Landino in fuga ma per i due era un ladro, un malfattore o ...."Chiunque tu sia che osi sfidare le mie proprietà sarai un uomo morto" tuono la voce del Benincasa
"Pietà non mi uccidete!"
- Ah ! Ah! – esclamò Benincasa afferrandolo - Vediamo, vediamo che cosa si cela sotto le spoglie di un fantasma -. Lacerò violentemente il leggero panneggiamento che lo ricopriva tanto quanto bastò per far apparire il giovane in tutto il suo aspetto volgarmente naturale. Ma a Ghino non rimase nella mano che il panno, dato che il giovane con la forza della disperazione e con un balzo degno di un cervo , gli era sfuggito velocemente. - Chi sei ? Chi sei usurpatore ?! - ma lo spoglio fantasma era così atterrito che non articolò parola. Landino corse con tutta la forza che aveva ed a tale e tanta velocità che nessuno, fra i passanti di Castelsenio, riuscì ad identificarlo; l’unico elemento visto e ricordato era la nudità di Landino; successivo motivo di considerazioni e risate di varia natura. Landino non si fermò nemmeno in via delle Sperandie, davanti alla sua abitazione. Continuò a correre all’impazzata, lasciò ogni casa alla sua destra ed alla sua sinistra. Corse su prati verdi e si arrampicò su pendii sassosi e scoscesi e si fermò solo quando le ombre della notte ed un fitto bosco nascosero completamente la sua persona.
Com’era breve la felicità. Per Landino non ci furono più appuntamenti amorosi e di tutta la sua storia d’amore non rimaneva che il sapore finale della paura. Per donna Angelica fu la fine di quella poca autonomia che aveva; Uguggia di Meo, servitore del Benincasa, fu messo stabilmente al suo fianco togliendole ogni libertà. Landino si sposò per mettere ordine alla sua vita sregolata. Della donna, sua sposa, non si conosce poi molto, nemmeno il nome: si sa solo che in quattro e quattr’otto gli “scodellò” sei figli. Lui cominciò ad odiarla sempre più perché personificava quel mondo di doveri ed obblighi che proprio non sopportava. Così gioco e balordi, balordi e gioco; e come pochi istanti prima lo abbiamo visto entrare nell’osteria del Pellegrino ora lo vediamo uscire. La storia della donna con la gamba di legno s’era conclusa con l’immancabile bevuta, poi, con la stessa velocità con la quale era entrato, se ne riesce….. - Dove vai Landino così di fretta ?! – gli grida Cecco – non andare a fare qualche altro danno ! Lasciale stare le gonnelle ! –
- Ci pensa lui a lasciar stare le gonnelle – sussurra Cuccarolo all’orecchio di Cecco - i suoi interessi sono ben altri !! Sono per Malabocca – e con voce ancora più bassa – il maniscalco di via di Mezzo – Così oggi si viene a conoscenza della bisessualità di Landino; viene detto .... bisessualità poi confessata per sua stessa ammissione negli ultimi giorni di osteria prima dell'eterna avventura.


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