I GIOCHI DI CECCO ANGIOLIERI

Il bizzarro poeta senese nacque da una famiglia ricca. Giovanetto, si applicò agli studi, ma il suo carattere ribelle ben presto si manifestò: piaceva a Cecco, nobile senese, vivere in mezzo ai ragazzacci dei rioni di Siena.
Scorazzava tutto il giorno e parte della notte, in quelle vie DELLA nostra città semibuie che ancor oggi allo sguardo ricordano la atmosfera del passato. Il gioco preferito per strana coincidenza, ERA quello della "civetta" molto in voga a quei tempi e chi sa... non abbia dato nome alla Contrada in cui era nato. Il suddetto passatempo consisteva in questo: tutti "chio" intorno a tre dei giovinastri che vi partecipavano. Uno si poneva al centro con il cappello in testa e gli altri due alla distanza "d'un braccio", tentavano con manate di togliere il cappello all'avversario. Forse il gioco fu chiamato così perchè il giocatore di centro, per schivare i colpi, era costretto ad alzarsi od abbassarsi "e giocar di testa" proprio come fa la civetta.
La notte, quando tutta la città sembrava acquietarsi, lui, Cecco, insieme ai compari correva per gli entroni a schiamazzare oppure a prendersi gioco dell'uomo con la lanterna che girava le strade annunciando l'ore notturne. Più tardi la taverna, i luoghi infimi e i postriboli. Del resto è sempre lui che lo dice in uno dei suoi sonetti:

"Tre cose mi sono in sommo grado:
la donna, la taverna e il dado
queste mi fanno il cuor lieto sentire".



Cecco e il gioco