CAPITOLO XI - COSE D’ALTRI TEMPI

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Usi e costumi (1) (2) (3) (4) (5)



Ciliegie
“Si va a rubare le ciliegie dal...” era uno dei tanti suggerimenti che qualcuno del gruppo giovani proponeva nelle serate estive tra maggio e giugno, per chiudere la serata. La spedizione nottetempo partiva e guardinga raggiungeva il ciliegio preso di mira e gli dava una bella scossa. Alcuni contadini, non avendo ciliegi nei loro campi, le rubavano per uso alimentare e perchè piacevano. Lina Turchini, moglie di Giulio Baldi di Monastero, abitava al mulino di S. Polo e, non avendo ciliegi nei suoi campi, partiva con un’altra donna e insieme raggiungevano i campi di Ama o dell'Aiuola dove coglievano abbondantemente le ciliegie. Ma non sempre riuscivano perchè i padroni avevano incaricato un giovane, un po' tardo di testa, di sorvegliare i ciliegi ed egli non esitava a tirare sassi alle due donne, le quali dovevano desistere e allontanarsi a corsa da quello scalmanato.
L’orologio
Poteva succedere anche di rubar le ciliegie e ritornare il giorno dopo dal contadino derubato a ricercare un oggetto smarrito. E’ quanto capitò a Vittorio Castagnini quella notte, quando preso dall’euforia di mangiar più ciliegie possibili insieme agli amici del paese, non si accorse di perdere l’orologio, forse slacciato nel frucare tra i rami. Fu il babbo Corrado che il giorno dopo chiamò il Palazzi all’Olmicino, il contadino derubato, e insieme lo cercarono nello stradone e sotto il ciliegio. Lì lo trovarono e Corrado mortificato ringraziò... per l’orologio non per le ciliegie.
Nuova versione fornita dal ladruncolo stesso: "Poteva succedere anche di rubar le ciliegie e ritornare il giorno dopo dal contadino derubato a ricercare un oggetto smarrito durante il furto. E’ quanto capitò a Vittorio Castagnini quella notte, quando preso dall’euforia di mangiar più ciliegie possibili insieme agli amici del paese, non si accorse di perdere l’orologio, forse slacciato nel frucare tra i rami o accidentalmente sganciatosi lungo il filaio. Fu lui stesso che il giorno dopo chiamò il Palazzi all’Olmicino, il contadino derubato, e gli spiegò il fatto con un po' di soggezione: "Sai... ieri notte siamo stati a mangiare le ciliegie lungo lo stradone... ho perso l'orologio... forse al ciliegio... prima ce l'avevo... vorrei andare a vedere... Il Palazzi ormai avvezzo a questa consuetudine e per niente irritato, d'altronde di ciliegie ne aveva da buttare, collaborò pienamente e insieme si avviarono per lo stradone guardando attentamente fin sotto il ciliegio. Gira e rigira, cerca e ricerca lo videro infine luccicare lungo il filaio e Vittorio mortificato ringraziò... per l’orologio non per le ciliegie."
Ciliegie salate
Un fatto che impressionò tutta Quercia accadde negli anni Cinquanta. La storia ebbe inizio nel dopocena al bar del paese. La bella serata con un'arietta estiva aveva portato il gioco all'esterno davanti alla bottega e diversi tavolini erano occupati dai giocatori di briscola. Fra questi il contadino che chiamerò convenzionalmente "Beppe". Altri amici, cercando di far tardi, organizzarono una spedizione a uno dei tanti ciliegi della zona e il prescelto fu uno vicino all'abitazione di Beppe. Ebbero anche la sfrontatezza di avvertirlo: "Beppe, si va a rubarti le ciliegie", e si allontanarono. L'allegra compagnia dopo alcuni minuti raggiunse la pianta e tutti vi si arrampicarono. Tenendosi ai rami, cominciarono a cogliere a piene mani e gustare i dolci frutti. Passò del tempo e, mentre gli davano sotto a più non posso, il silenzio notturno venne rotto da una fucilata che passò distintamente sopra le loro teste. Capirono subito che si trattava di uno scherzo di Beppe che dal podere sparava col fucile. Risposero con aria di sfida all'amico: "L'hai fatta alta", ma un secondo dopo un'altra fiammata illuminò la casa. Il bruciore li trafisse in più parti del corpo e i pallini investirono il ciliegio con l'eco della seconda fucilata. Si convinsero che non era più uno scherzo e qualcosa di grave stava accadendo. Si fecero cadere a terra impauriti e doloranti. Temendo altri colpi si trascinarono a carponi con i gomiti per tutta una presa fino al sicuro bosco, da dove si lanciarono in una corsa affannosa verso Quercia. Raccontarono l'accaduto e furono medicati; a uno di loro, Benito Bandini, levarono dalla schiena diciotto pallini di piombo, e anche Nello Rossi ebbe la sua parte.

Il cantero
Nel primo volume di questi ricordi si narra del magnano a Viareggio che ripara un vaso da notte smaltato. La storia dei “canteri” parte da lontano: quelli più antichi erano di ceramica (porcellana) dipinti con fiorellini e altri soggetti naturali con qualche pretesa artistica in quelli delle famiglie signorili. Di discreto spessore erano pesanti e di difficile trasporto se impugnati per il manico, soprattutto quando erano pieni di pipì e anche popò, dopo una notte d'uso. Erano tenuti sotto il letto, oppure nel comodino alla maniera dei signori, e svuotati giornalmente dalla servitù. A un certo punto si diffuse l’uso del cantero smaltato e allora le massaie cominciarono a richiederlo essendo più agile, più leggero e manovrabile. Capitava però che l'orinale, soprattutto quando si andava a svuotarlo, cascasse, si smaltasse e anche si bucasse e allora si ricorreva al magnano. In casa Mori ce n’erano almeno quindici.

Testamenti
Non solo i ricchi, ma anche i garzoni, cosa rara, facevano testamento. Nell’anno 1912, Torello Ermini, da qualche decennio garzone a Vignale presso la famiglia Mori (era certamente un parente della zia Maria Ermini, moglie di Niccolò Mori), in età di 64 anni, avvertendo che la morte si avvicinava, senti il bisogno di fare testamento per destinare le sue povere cose. Si recò dal notaio Pianigiani a Radda e in presenza di testimoni con tutte le formalità del caso dettò le sue volontà in un testamento pubblico dove lasciò 90 lire a tre persone, ma soprattutto nominò una erede universale di tutti i suoi beni. Una fatto davvero singolare e con tutte le garanzie necessarie. Testamento Pubblico (Repertorio N° 105)
Regnando Sua Maestà Vittorio Emanuele Terzo per grazia di Dio e volontà della Nazione Re d'Italia.
L'anno 1912 e questo dì sedici del mese di Dicembre in Radda in Chianti e precisamente nello studio di me notaro posto in via Pianigiani al Civico numero settantasei, alle ore undici antimeridiane.
Avanti di me Dottor Baldassarre del fu Ippolito Pianigiani R° Notaro residente a Radda in Chianti, inscritto presso il Consiglio Notarile Provinciale di Siena ed alla continua e contestuale presenza dei Signori: Valentino del fu Francesco Curradi Perito agrimensore nato e domiciliato a Castellina in Chianti, Annibale del fu Gabbriello Rinaldi impiegato nato e domiciliato anzi nato a Cavriglia e domiciliato a Radda, Faustino del fu Angiolo Tanzini impiegato nato e domiciliato a Radda e Giuseppe del fu Serafino Braccini, calzolaio nato e domiciliato a Radda testimoni cogniti ed idonei, è comparso e si è personalmente costituito il signor Torello del fu Antonio Armini, agricoltore, nato in Comune di Gaiole e domiciliato in quello di Castellina da me notaro e testimoni personalmente conosciuto all'oggetto anzi il quale volendo disporre delle proprie sostanze per testamento pubblico mi dichiara alla presenza dei testimoni la sua volontà per mia cura ridotta in scritto nel modo seguente:
Raccomando l'anima mia a Dio ed a Maria S.S. acciò l'assistano nel punto estremo di mia vita. Istituisco mia erede universale l’anima mia e nomino esecutore testamentario il Signor Lorenzo Mori del fu Luigi con incarico di realizzare tutti i miei crediti ed alienare ogni altra mia sostanza e di erogare il ritratto (ricavato) nella celebrazione di tante messe in suffragio della detta mia anima senza obbligo di render alcun conto a quelli che avrebbero diritto alla mia eredità.
Solo voglio che siano soddisfatti per una sola volta i seguenti legati:
1) Lire cinquanta a Giovanni di Giuseppe Gori
2) Lire venti ad Annunziata Anichini
3) Lire Venti a Gioconda Sani.
Se Annunziata Anichini e Gioconda Sani preferissero prendere tanti oggetti della mia eredità per un valore di lire venti ciascuna, sarà loro facoltà di poterlo fare d'accordo col mio esecutore testamentario.
Null'altro ho da disporre.
Il testatore Ermini Torello dichiara di non sottoscrivere il presente atto per non saper fare la propria firma.
E richiesto ricevo questo testamento da me scritto e da me letto in presenza dei testimoni al testatore il quale lo dichiara conforme alla sua volontà. Sono state occupate tre pagine e cinque righe di un sol foglio bollato.
Segue firme
Appare manifesta la volontà di Torello di tutelarsi nell’aldilà con la celebrazione di tante messe finanziate con il ricavato della vendita dei suoi beni. Ma quante saranno state queste messe per un povero garzone: 10 o 20 o 50 ma anche se fossero state 100 certamente non poteva competere su questo piano con il Sig. Ferdinando Andreucci, padrone a Quercegrossa, e col suo testamento, che essendo un documento di notevole interesse e un modello di quei tempi, ne propongo un estratto:
Testamento Eccellentissimo Signor D. Ferdinando Andreucci
L'anno della salvifera incarnazione del nostro Signor Giesù Cristo 1719 Indizione 12 e il dì 26 maggio Clemente Undecimo sommo Pontefice Sedente, Carlo Sesto d'Austria Imperator de Romani eletto regnante s S. A. R. del Serenissimo D: Cosimo Terzo de Medici sesto Signor nostro felicemente dominante.
Il Sig. D: Ferdinando Andreucci del fu Sig. Tenente Gio: Battista Andreucci di Pienza ritrovandosi sano per l'Iddio grazia di mente, ma infermo di corpo, ha determinato di procedere all'infrascritto testamento, quale di ragione(?) si dice senza serviti dove dispone delle cose sue per queste a Se medesimo e de suoi figli, che Iddio benedettogli permette che lasci
Primieramente come Cattolico raccomandò l'anima sua all'Onnipotente Iddio supplicando la Santissima Vergine sua speciale avvocata, come anche tutti i suoi Santi Avvocati particolari, e tutti gli Spiriti beati a volerli intercedere da sua Divina Maestà il perdono delle sue gravi colpe commesse per lo spazio di sessanta sett'anni di vita malamente menata e concederli la Gloria del Paradiso, e separata che sia l'Anima dal Corpo volse che il suo cadavere fosse portato nella chiesa curata di S. Stefano da quelle Compagnie che saranno nominate dalla Signora Calidonia Bonci sua dilettissima Consorte e dal D: Gio: Francesco suo figlio et ivi esposto e poi sepolto con quella pompa funebre, che ivi fu sepolto il fu Sig. D. Francesco Andreucci suo Zio.
Quanto a beni poi dispose quanto assegnò
Prima per titolo di legato et in ogn'altro lasciò e legò a Monsignor Illustrissimo Arcivescovo di questa Città alla Curia(?) della Metropolitana et al Piissimo Spedale di S. Maria della Scala Soldi dieci per ciascuno per ogni loro canonica porzione Item ordinò, e volse, che mentre il suo cadavere sta à esposto in detta Chiesa Curata di S. Stefano seli celebrino quel maggior numero di Messe, che sarà possibile, e se ne mandi anche a celebrare nell'altre Chiese all'Altari privilegiati in tutto fino al numero di cento, e poi si proseguisca dentro il temine di sei mesi a farne celebrare numero quattrocento di più secondo la sua intenzione coll'obbligo all'infrascritti suoi eredi di mostrarne l'adempimento alla Curia Archiepiscopale di questa Città
Item asserì et affermò che la Villa di Quercia Grossa con tutte le sue ragioni e pertinenze s'appartiene al detto D. Giovanni Francesco suo figlio amatissimo natoli dalla fu Signora Costanza Nelli sua prima Consorte. Lasciatali (la Villa) dal fu Sig. Tommaso Andreucci fratello di detto Testatore al quale s'apparteneva e perciò sopra d'essa gl'altri suoi Signori figli (avuti dalla seconda moglie) non n'hanno azzione alcuna, a tutto si deve ad esso niente eccettuato e salve le ragioni al detto Gio: Francesco per i suoi crediti dotali ascendenti a Scudi due mila sopra i beni di detto Sig. Testatore. Ecc.


Monteroni
I Pistolesi tornarono a Quercia nel 1943 e provenivano da Monteroni. Secondo il vizio del tempo Altero venne ribattezzato subito “Monteroni” e così la famiglia. Un giorno al podere capitò un omino, il quale si presenta ad Altero: “Mi hanno detto che da queste parti ci stanno i Monteroni”. “Siamo noi” rispose deciso Altero. Non è un caso isolato questo, perchè capitò a molte famiglie di essere scambiate per lungo tempo con altre. L’esempio più significativo ci viene da un ramo della famiglia Manganelli di Pietralta, i cui componenti tornarono a Belvedere nel 1939. Ancor oggi mi è stato detto che a Belvedere ci stavano i Cicali. In realtà erano i Manganelli, i quali si portavano dietro da decenni questo cognome “Cicali”, e non s’è mai saputo dove l’abbiano ereditato; si dice che questa identità abbia creato qualche equivoco come quel giorno quando dissero a un padrone che sarebbero venuti i Cicali a vedere il podere sfitto. Si presentò un capoccio e il padrone gli chiese: “Ma voi chi siete?”. “Siamo i Manganelli”. “Mi dispiace, ma il podere l’ho già promesso ai Cicali e non ve lo posso dare”.

Colazione pasquale
"Per Pasqua in casa Rossi si andava tutti alla Messa presto". Otto fra fratelli e sorelle e nessuno mancava. Il rientro in casa, al Palazzaccio, avveniva in modo spedito perchè sapevano che si apprestava un momento speciale: "La tavola era ben apparecchiata dalla mi' mamma per la colazione". La colazione pasquale era un rito ereditato da Ersilia dai suoi vecchi Rodani, e lei lo riproponeva da sempre ai suoi figli come momento di unione fraterna da non dimenticare. In un angolo della tavola, ricoperta di una candida tovaglia con le posate migliori in bella vista e i bicchieri di vetro fino, venivano poste le uova benedette, accanto a dolci fatti in casa e a un vassoio con un salamino regalato a Egisto dalla fattoria, a ogni Pasqua. Mamma Ersilia chiamava smanettando: "Via, tutti a tavola", e ognuno prendeva il suo posto. Era un ordine perentorio al quale erano educati ad obbedire i figli di Egisto. In piedi, prima il segno della croce e la preghiera, dopodiché Ersilia distribuiva i pezzetti di uovo benedetto, al quale seguiva una fetta di pane con un paio di fettine di salame che il babbo tagliava personalmente e le distribuiva. Infine un pezzo di dolce, crostata o ciambellone. Nel 1940 in casa Rossi fecero l’ultima colazione pasquale tutti insieme.
Lo stesso rito si teneva in molte famiglie e in alcune particolarmente devote presentava delle varianti che acquistavano un significato particolare di giustificazione del singolo verso la divinità e i familiari; una forma di ammenda pubblica per gli eventuali torti fatti. Dopo Messa, presa nella chiesa di S. Lucia a Bolsano vicino Cerna, verso le nove, nove e mezzo, tutta la famiglia Nencioni si schierava intorno alla tavola. Erano circa venti persone con il capoccio a capotavola. Egli dava inizio alla preghiera con una formula precisa, poi ripetuta a turno da tutti i componenti, compresi i ragazzi: parole semplici e chiare dette con compunzione: “Chiedo perdono a Dio e alla Madonna e a tutti voi altri”. I familiari rispondevano: “Dio ti perdoni”. Dopo che tutti avevano fatto la loro dichiarazione seguiva la preghiera comunitaria recitando il Padre nostro, l’Ave Maria, il Gloria e infine il Credo. A quel punto la massaia tagliava le uova benedette distribuendone a tutti seguite dal tradizionale pane e salame per una colazione fatta in letizia e fratellanza.

Gelosia
Quando nasceva un fratello si “cascava dal fico”. Si intendeva con ciò una perdita di affettività da parte dei propri genitori, che l’avrebbero riversato sul neonato. Prima del lieto evento i poveri fratelli e sorelle venivano tormentati dai grandi, i quali ci si divertivano: “Ora caschi dal fico eh, eh”. C’era però una bambina alla quale non piaceva questa storia e ogni volta che le donne di casa Mori la canzonavano: “Ora ci hai poco a cascare dal fico”, lei si metteva a piangere e strillare. Anche quando nacque la sorellina Laura, Lucia manifestò tutta la sua gelosia in modo aggressivo e alle donne che venivano in casa a visitare la puerpera, portando zucchero e complimenti come era costume del tempo, lei glielo impediva prendendo tutti a calci, botte e graffi, e ben le ricordavano Maria del Socci e Maria la moglie di Mario Rossi particolarmente prese di mira dall’arrabbiata bambina. Appena entrava in casa una donna in visita a Dina, lei si nascondeva dietro la vecchia madia nell’oscurità del corridoio al pianterreno, luogo obbligato per le camere, e da lì aggrediva chi passava. Molte donne del paese prima di salire chiedevano se c’era Lucia, tanto erano impaurite.
Quando la piccola apprese a camminare con le proprie gambe un giorno nel giardino salì sul muretto che divideva dalla strada dello Stanzone. Lucia, ancora gelosa, credette di compiere la sua vendetta contro questa antagonista, e con un’energica spinta la buttò di sotto nella parte più alta della strada dove si trovava la fonte in cemento e il conchino murato. Le donne presenti furono colte alla sprovvista e “Non s'aveva il coraggio di andare a vedere”. Ma, grazie al Cielo, non era successo niente di irreparabile e Laura continuò a sgambettare.

Pericoli
Il mondo mezzadrile non era quel vivere ameno e idilliaco che tante poetiche opere ci raccontano, era in realtà un mondo pieno di pericoli quotidiani. Tante sono le notizie di incidenti con gli animali, di cornate e calci, di ferite autoprodotte incidentalmente con zappe, falci e pennati, oppure di cascate da ulivi o di affogati in torrenti e gore. Non mancarono nemmeno i fulminati: il 23 giugno 1846 Giuseppe Pianigiani di Bellavista all’età di 22 anni venne ucciso da un fulmine; il 22 luglio del 1868 un certo Lapi Antonio di 46 anni della cura di Lecchi, colpito da un fulmine, venne trovato morto dopo qualche giorno in un bosco di Quercegrossa. Tante sono le vittime delle fonti: bambini o donne affogate per esservi cascate dentro nel lavare i panni. Bastava una scivolata e se non c’era nessuno ad aiutarla la povera disgraziata spesso ci moriva. Così rischiò quella fine anche una donna del Buti nel 1922 alla fonte del boschetto inglese. Era Caterina, la mamma di Ginetta, agli ultimi giorni di gestazione, quindi con una bella pancia. Lavando cascò nella fonte. In un attimo andò a fondo e tornò su. La zia Giangia riuscì a prenderla per i capelli, ma si si sbarbarono; ritornò in giù in uno schiumare di acqua. Giangia ce la fece a salvarla, ma Caterina stette male e la neonata Ginetta “fu rallevata col latte di capra perchè la paura aveva fatto perdere il latte alla mamma Caterina”.
Verso gli anni Trenta i Carli di Petroio avevano un garzone di nome Severino. Era un buon uomo e pienamente soddisfatto di abitare in quella famiglia dove trovava amicizia e da mangiare. Un giorno d’inverno, in un periodo particolarmente rigido, il fontone vicino casa era ghiacciato e il giovane Dino si divertiva a scivolarci sopra incosciente del pericolo che correva. Infatti il ghiaccio si ruppe e Dino sprofondo nell’acqua e se non c’era Severino a tirarlo fuori chissà se ce l’avrebbe fatta. Ma il vero pericolo per Severino non furono i fontoni, ma le ragazze del Carli, le quali si vollero sostituire a lui: “Oh babbo! Quello che date (si dava del voi ai genitori) a Severino datelo a noi che si farà il suo lavoro”. Allora Severino fu rimandato a casa e quando glielo dissero scoppio in lacrime; “e come piangeva”.

Gastighi
“Castighi” sul vocabolario. Rientravano sotto questo termine tutte quelle punizioni più o meno severe rivolte dai genitori verso i figli indisciplinati, soprattutto in presenza di disobbedienze e mancanze di rispetto. Un ceffone dato rientrava nella norma specialmente con certi ribelli naturali, ma l’uso di cinghie dei pantaloni o fruste per punire i ragazzi costituiva un eccesso e purtroppo era diffuso anche ai miei tempi. Certi babbi non si facevano scrupoli di privare della libertà i figli, rinchiudendoli per ore nelle cantine o altri luoghi bui. Alcuni tentativi di avere un approccio amoroso tra due giovani erano magari ostacolati dalla famiglia e non mancano episodi di percosse selvagge per riportare alla ragione (quella dei genitori) i giovani. “Il mi’ babbo ci chiudeva in cantina quando si disubbidiva. La mi’ mamma veniva a portarci da mangiare di nascosto”. Non c’erano solo i genitori in casa a comandare: “Lei non aveva voglia di andare a fare l’erba per i coniglioli, e quanti schiaffi ha preso dal fratello”. Si può dire che si praticava una certa severità verso i figli che conseguentemente rendeva maneschi i genitori, ma la più classica e diffusa delle punizioni era quella mandare i ragazzi a letto senza cena.

Pecchie
Ape, nome scientifico Apis mellifera, in italiano ape, ma a Quercia si chiamava “pecchia”, dal latino apicula (piccola ape). Usato come dolcificante il miele selvatico o d’arnia venne soppiantato dallo zucchero, nondimeno cessò l'allevamento delle api e in alcuni poderi non era raro vedere qualche sciame catturato dai contadini e tenuto in arnie (casine delle pecchie) lungo le prode dei campi. In Quercegrossa Alessandro Mori teneva nell'orto della villa una quindicina di arnie per una buona produzione. Le curava con passione e vi si dedicava con amore tanto da dargli anche da mangiare. Ammorbidiva dei fichi secchi nell’acqua e poi li metteva in trogolini davanti all’alveare, e qualche ora dopo soddisfatto esclamava: “Brutte bestie m’hanno mangiato tutti i fichi”. Lo ricordo affaccendato, protetto da un vecchio cappello e una fitta retina di tela intento a far fumo col soffietto, o mantice, all'arnie per addormentare le pecchie e poter togliere i telai con la cera e il miele, o girare la centrifuga, nei locali del frantoio, da dove fuoriusciva un dolcissimo miele, ma soprattutto ricordo i pizzichi delle pecchie, quando in certi periodi attaccavano chiunque passasse dalla stradina che, costeggiando l’orto, portava dalla villa allo Stanzone. Causavano gonfiori e bernoccoli, soprattutto nel capo.
Per le sue qualità medicamentose il miele era usato, messo nel latte, contro la tosse, e in cucina nella preparazione di dolci.

Briciole
Il ruolo primario tenuto dal pane nell’alimentazione di quei tempi, lo poneva in una considerazione quasi sacrale, derivata da un sentito senso religioso e anche dal sudore speso per ottenerlo. Era perfino proibito metterlo capovolto in tavola. I bambini fin dalle prime pappe erano educati al massimo rispetto verso di esso. Amabile Tracchini nonna di Lea raccattava le briciole del pane, gli avanzi sparsi sulla tavola, li tagliava e li metteva in un sacchettino per la pappa di domani. Diceva alla nipote: “Non buttare via il pane perchè vai all'inferno, e con i diti bruciati e un panierino sfondato andrai alla ricerca di quello sprecato”. E’ ciò che dicevano tutte le nonne.

Muscoli
Gente particolarmente dotata sotto il piano fisico, avvezzi com’erano al lavoro pesante e continuo, i contadini e gli operai di quei tempi avevano sviluppata una gran forza muscolare e molti andavano famosi per le imprese compiute per necessità, ma anche per sfida. Raccontava il vecchio Rodani che il nonno dei Lorenzetti di Maciallina (entrambe le famiglie abitavano al Poggiolo ) passò alla storia per un’impresa, si può proprio dire, fuori del comune. Fermato col carro in città dalle guardie per una irregolarità, gli venne sequestrato il carro e, come da regolamento, gli furono levate le pesanti ruote (probabilmente i cerchioni non erano a norma) e portate in Comune. Quando gli fu possibile ritirarle non ci pensò due volte, afferrò una ruota per ogni mano se le mise sottobraccio e ritornò al podere distante diversi chilometri.
In altre pagine ho accennato alle balle da 130 chili portate in spalla dai boscaioli, o un carico fatto con balle da 100 kg, ma anche il Lorenzetti non scherzava e per scommessa prendeva due sacchi di grano da 60 chili sotto braccio e uno con i denti e girava intorno.
A piedi o in bicicletta non era un pensiero compiere tragitti lunghi o faticosi che oggi appaiono come vere imprese: per pagare il dazio a Vagliagli, il fattore Tacconi dava la bicicletta dei padroni a Dino Lorenzetti, poco allenato al pedale, ma: “Partivo da Macialla e salivo a Vagliagli via Petroio. Ripartivo e scendevo a Quercia senza mettere mai piede a terra, nemmeno nella ripida salita del cimitero di Vagliagli”. E le biciclette erano quelle che erano. Giulio Carli nell'immediato dopoguerra, quando c'era ancora la tessera, doveva sbrigare al Comune una pratica ad essa relativa. Partendo da Petroio di buonora si diresse a Castelnuovo B.ga, ma l’impiegato comunale lo informò che mancavano dei dati. Giulio non si scoraggiò, ripartì verso Siena per il Pian delle Cortine, passò dalla stazione e ritornò a Petroio. Preso quanto gli occorreva, ripartì per Castelnuovo, sbrigò la pratica e, passando nuovamente da Siena, giunse nel pomeriggio a Petroio.

Serpi e serpenti
La discreta diffusione di serpi e vipere nei nostri boschi ha da sempre alimentato timori e paure, e la cronaca dei fatterelli minori che hanno visto questi rettili protagonisti, spesso invisibili, è ricca di racconti e leggende.
Da noi sono presenti alcuni tipi di rettili: il Biacco, ossia quel conosciutissimo serpe di colore verde nelle varie sfumature che non raggiunge grosse dimensioni ed è molto agilissimo e aggressivo: morde dolorosamente se viene afferrato; il Cervone, un serpe di colore bruno che invece può superare i due metri di lunghezza negli esemplari più vecchi, ed al contrario del precedente è assai pacifico. Ne vidi uno gigantesco sulla strada di Uopini, allungato sulla carreggiata, e il solito automobilista che lo aveva messo sotto si vantava di esserci passato sopra 14 volte per ucciderlo; era veramente un esemplare straordinario e molte storie nate sui vari mostri, descritte di seguito, avevano probabilmente il Cervone come protagonista. La Natrix Natrix è una biscia simile alle vipere, con la quale può essere scambiata, e vive lungo i corsi d’acqua. Fu uno spettacolo quel giorno al borro del Molinuzzo vederla scattare e afferrare una granocchia che riuscì a distendersi con le gambe, impedendo al rettile di richiudere la bocca. Rimasero immobili in questa lotta per la vita e chi sa quanto sarebbe durata se il nostro intervento non avesse messo in fuga la biscia. Un serpe acquatico di un bel verde acceso lo vidi passare nelle acque sotto il ponte del Mulino, ma non so di che specie si trattasse. Il biacco aveva anche il vizio di invadere gli abitati, e ben se ne rammenta Ilda Nencioni all’Arginano, la quale trovandosi nella sua stanza di sgombro si senti cadere sulle spalle qualcosa dal soffitto. Gli rimase addosso un attimo, poi scivolò in terra, ma bastò per vedere il serpe e farsi prendere dal terrore. Il letargo invernale portava decine e decine di serpi a ripararsi nel murone a retta della strada, posto davanti alla cabina della luce. Quando il mio amico Enzo ne vedeva uno, cercava di impedirgli di rientrare nel buco. Lo prendeva con le mani e lo tirava, ma il serpe non indietreggiava di un centimetro e finiva sempre strappato a metà. Un’antica leggenda dice che i serpi sono attirati dal latte di cui si nutrono avidamente e che il “serpe vaccaio” si attaccasse alle pocce delle vacche per succhiarne il latte. Si narra di casi straordinari di serpi entrati nelle culle dei neonati per succhiarne il latte appena pocciato. Un discorso a parte meritano le vipere, presenti nel nostro territorio nella specie Vipera Aspis, che per la loro pericolosità difficilmente sfuggivano alla caccia e alla morte una volta individuate. Anche la vipera è stata soggetto di leggende più inverosimili come quella di figliare i propri piccoli dall’alto di un ramo per non essere da questi subito pizzicata. Non sono mancati a Quercegrossa casi di pizzicature come alla mia cugina Nunziatina. Nel 1952 venne punta al piede in un viottolo di bosco sopra il Mulino. Era insieme a un gruppo di ragazze, in fila indiana, sulla scorciatoia per Sornano. Lei, era l’ultima della fila, e sentì una puntura al piede destro come di un aculeo di quelle piante spinose dei nostri boschi. D’istinto alzò il piede di slancio e vide la vipera attaccata al piede volare dall’altra parte. “Mi ha pizzicato una vipera”, gridò, e subito rientrarono al Mulino dove trovarono Armando Masti, il quale le consigliò di tornare a casa e chiamare il dottore, mentre la gamba della parte colpita cominciava a tumefarsi all’altezza dell’inguine. A Quercia decisero di portarla all’ospedale e vi venne accompagnata dal fattore Alberto Tacconi con la sua Topolino. Inoltre venne avvisato il dr. Provvedi, il medico di famiglia. In sostanza quando quest’ultimo giunse all’ospedale erano già passate diverse ore dal pizzico e decisero ugualmente di praticargli un’incisione locale per far fuoriuscire il veleno. Il Provvedi afferrò la giovinetta e la strinse a se all’altezza del petto, mentre gli altri tagliavano la ferita al piede. In questo stringere e divincolarsi Nunziatina staccò e si ritrovò in bocca un bottone della giacca del dottore. Questa operazione non aveva di fatto nessuna utilità, praticata com’era con molto ritardo e con il veleno ormai entrato nel sistema circolatorio. Nessun danno grave riportò Nunziatina, ma si rese conto che per un certo tempo il suo sistema nervoso si era alterato così come avvenne per altri pizzicati. Non ebbe conseguenze di un pizzico, invece, il Magnelli (Ezio Losi) in quanto la vipera lo pizzicò nelle nocche callose della mano da contadino e non fu necessario nessun intervento. Non ci sono notizie di decessi a causa dei morsi di questo rettile, ma certamente la pericolosità del loro veleno consigliava il ricovero ospedaliero e l’uso del siero antivipera. Non si contano i pizzichi ai cani da caccia; un antico rimedio, efficace se tempestivo, consisteva di gettare subito il cane nell’acqua fresca dei borri per rallentare la sua circolazione sanguigna. L’animale passava tre o quattro giorni come intontito e poi si riprendeva.
Il mostro del Quercetello
Una donna dei contadini di Casapera subito dopo pranzo andava a battere la coccola in quel boschetto a destra sopra quel podere, quando dalla cima di un cespuglio vide ergersi la testa di un enorme serpente che cominciò a fissarla. Non era il solito serpe, ma un rettile mai visto prima per dimensione, e la fuga fu immediata. Raggiunse il podere, impaurita e senza fiato, e quando potè raccontare l’accaduto, un gruppo di persone si recò sul posto a vedere questo grande serpente che gli s’era affacciato, trovando tracce sul paleo del suo passaggio. Misero dei recipienti con del latte per attirarlo e organizzarono anche una battuta con i carabinieri, ma la ricerca del serpente fu vana e si ritenne fuggito verso il borro ai Forcoli.
Il serpente di Gaggiola
Un altro grosso serpente dette da fare a tutti e fu chiamato ”il serpente di Gaggiola”. Venne visto per la prima volta da Luce di Passeggeri negli anni Cinquanta. Poi, tempo dopo, da Sallustio Sestini e da altri nei dintorni di Gaggiola, esattamente nel bosco detto della fornace Pometti che dava sui piani, dove si trovava l’antica fornace, di fronte alla costa dei boschiccioli dell’Arginano.
Sallustio amava certi animali e cercò di sorprenderlo, ma non vi riuscì. Giangio Sestini invece ne fece l’involontario incontro quando si mise “a falla” nel campo e questo serpente gli si alzò davanti minaccioso. Lui partì a razzo senza nemmeno tirarsi su i pantaloni, persi dalla paura correndo fino a casa. Infine, Bruno Sestini passando col trattore vide qualcosa in terra: “Oh chi ce l’ha messo quel querciolo attraverso alla strada?”, pensò fra se, ma il querciolo cominciò a muoversi e attraversò la strada. Era una bestia di oltre 10 cm di diametro, di lunghezza non definita con una striscia nera che gli partiva dagli occhi e un manto bellissimo. Silenziosamente svanì tra gli arbusti. L’ultimo a vederlo fu il Sanna all’Arginano, il quale gli corse dietro coraggiosamente, ma il rettile sparì.
Marcello: “Nei piani di quel podere il terreno e pieno di ambienti sotterranei, dette tombe etrusche, dove questa bestia definita dagli esperti sensibile e intelligente trovava rifugio, e fu ipotizzato che per un qualche scherzo della natura fosse cresciuto a dismisura”. L’allarme dato sulla sua presenza ebbe come conseguenza la diffusione di un certo turbamento generale, ma il serpente non venne mai catturato o ucciso. In compenso venne trovata una spoglia di serpe fuori misura (la vecchia pelle cambiata quando la rinnovano), attribuita al nostro serpente. Anche solitari e coraggiosi cacciatori, tra i quali Marcello Landi, si appostarono guardinghi nei boschi di Gaggiola sperando di sorprendere il mostro. Con il fucile ben stretto in mano tendevano l’orecchio per captare il minimo rumore e la tensione non risparmiava qualche sobbalzo con palpitazione fatto fare da un fagiano o da una lepre in movimento.
Un caso analogo avvenne a Pentolina intorno al 1960. Anche in quei boschi alcune persone giurarono di aver visto un serpente enorme lungo una decina di metri che li aveva inseguiti. Venne subito definito “il mostro di Pentolina”. La notizia si diffuse in tutta la provincia: raccolta e amplificata dai giornali locali che contribuirono così ad allertare e impressionare le popolazioni della zona e non solo. Per metter fine a questa storia, che stava condizionando un po’ tutti, furono effettuate in quei boschi numerose battute di caccia alle quali parteciparono anche cacciatori di Quercegrossa, tra i quali in mi’ babbo. L’esito fu negativo e il mostro rimase sempre invisibile. Poi col tempo l’allarme si affievolì e il mostro scomparve a poco a poco così come era apparso nelle chiacchiere della gente.



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