DALLE CACCE AI TORI ALLE BUFALATE
testo ripreso da libro: "Siena, il Palio" di Giulio Pepi, edito dall'Azienda Autonoma del Turismo

Le "Cacce ai tori": il veicolo attraverso il quale le Contrade entrarono nel rituale come soggetti attivi.
Spettacoli del genere erano già in uso a Venezia nel 1155 e a Roma fino al XIV secolo. Ma erano antichi di secoli e non vi era gioco ai tempi d'Etruria e di Roma e di Bisanzio che non ospitasse giostre di lotte con animali feroci e con i tori. Là erano "professionisti" a parteciparvi. A Siena erano i "dilettanti", persone del popolo che amavano il rischio e che successivamente si presenteranno in schiere che a volte riuniranno gli appartenenti a due o tre Contrade, a volte si limiteranno alla propria: è il caso di Ovile di Sopra, Ovile di Sotto, Spadaforte, Monistero, Porta Salaia, San Cristoforo. Ma sempre inalberando una diversa insegna e cambiando nome, fatta eccezione della Spadaforte, che conservò il suo e per il Valdimontone, in derivazione diretta dalla Contrada di Sant'Angelo a Montone a cui si unirono Borgo Santa Maria e Samoreci.
Furono nomi di animali (lo abbiamo visto) meno cinque: la Selva, la Querce, la Spadaforte, l'Onda e la Torre. La prima toponomino della località (in tempi assai remoti, "Selv'alta"). La seconda - Contrada di Monistero - per evidente simbolismo della forza. La terza, da Spadaforte, capostipite leggendario della famiglia dei Conti di Sticciano, castellare sorto in quel territorio verosimilmente agli albori del medioevo. L'Onda, che in qualche occasione si chiamò anche "Delfino", riferimento chiaro all'onda del mare, che la tradizione spiega indicandone il motivo nelle mansioni di difesa del litorale maremmano, da parte degli uomini in armi delle Contrade di San Salvatore e del Casato di Sotto. La Torre - che si chiamò anche" Lionfante" - riferimento troppo facile alla Torre del Mangia che su quel territorio si erige, tanto da dover supporre una diversa provenienza: la Torre è sulla groppa dell'Elefante che diviene il temibile strumento di guerra degli eserciti orientali e cartaginesi.
La presenza delle Contrade, fu certa nel 1499. Alla "Cacciata" parteciparono Aquila, Bruco, Civetta e Torre. Ma già nel 1489 si trovavano citate Chiocciola e Giraffa quali aspiranti a correre addirittura il Palio. Sintomo inconfondibile del prolificare di una tendenza già manifestata anteriormente: quella di porsi sullo stesso piano del governo della Repubblica, nei momenti di simbolica manifestazione.
Le antiche Contrade - nel numero, nella dimensione territoriale e giuridica, nei compiti civili - sussistono. Le loro nuove germinazioni si stanno affermando invece sul piano del rito­celebrazione, quasi a recuperare una dimensione di autonomia che, con il tempo, si era forse eccessivamente diluita.
Perfino nelle battaglie che saranno combattute nel 1552 e nel 1553-59 i riferimenti vanno alla vecchia nomenclatura (Salicotto, Porta all'Arco) ma tendono anche ad ampliarsi (i "Fontebrandesi" o "Fontebrandini").
Comunque le briglie delle Cacce ai tori, non vengono lasciate lenti né in braccio alle casuali circostanze. In certo modo inserite nei festeggiamenti "nazionali" di Siena, accanto al corteo dei" ceri e dei censi", accanto al Palio, sono sottoposte da parte del governo a un regolamento che diverrà sempre più vasto e sempre più preciso, mano a mano che cresceranno lo sfarzo, l'imponenza, la partecipazione delle Contrade.
La Piazza del Campo, l'antico e perenne cuore della città, fu l'anfiteatro dell'esaltante e spettacolare cerimonia, preceduta da un corteo che appare stupendo anche oggi di fronte a testimonianze quali un affresco nel Palazzo Comunale, due pitture del 1590, la descrizione di Cecchino Cartajo del 15 agosto 1546.
Le Contrade si presentavano con grandi carri, ciascuno riproducente il proprio emblema, preceduti da schiere a piedi o a cavallo, alla cui testa marciava, solenne e compreso, l'alfiere con la bandiera spiegata.
La parata si snodava lentamente sulla strada che forma una stola di pietre grigie ai margini della conchiglia di ammattonato rosso. Trombe, tamburi, canti e il suono della campana maggiore si confondevano alle grida della gente, agli applausi, agli incitamenti. Ogni Contrada, con il carro che fungeva anche da riparo ai "cacciatori" prendeva posto all'interno della Piazza.
Quando la prima parte della manifestazione era compiuta, le lunghe chiarine, come le "tirreniche" etrusche, annunciavano l'inizio della "Cacciata". La grande prova misurava l'ardimento degli uomini e ne sottolineava l'abilità e l'intraprendenza.
In questo modo ha inizio la grande metamorfosi attraverso cui l'antica e vasta simbologia, espressione della libertà, della indipendenza, della autorità di Siena, passa dal "corteo dei ceri" al corteo delle Contrade e, alla loro manifestazione che, nel secolo XVII trasformatasi in corsa di cavalli, surrogherà in seguito anche il Palio.
Con la caduta della città e del suo Stato in mano medicea nel 1559, le Contrade furono pronte così, ad assumerne l'eredità ideale e a tramandarne i suoi valori, fieramente e pubblicamente dimostrandolo in ogni occasione. Tutto questo con gradualità, con quieta, quasi inavvertibile evoluzione.
Dal 1449 al 1597 (anno dell'ultima "Cacciata"), apparvero al completo ventitré Contrade con la nuova nomenclatura, comprese sette che si spensero nel tempo e i cui territori furono tacitamente annessi dalle altre. Di queste, una tentò invano di riemergere nel 1693 (la Spadaforte) e un'altra mandò a segno la sua aspirazione rientrando a pieno diritto al suo posto nel 1718 (l'Aquila).
Le quarantadue progenitrici restarono solo nel ricordo di un passato bellicoso e illustre, con le loro nitide pagine di gloria, con il grande merito di aver saputo conservare attraverso tanti secoli ciascuna la propria identità autonoma, per cui gli appartenenti si sentivano prima di tutto membri della comunità - Contrada, poi federati nel Terzo e attraverso questo nella Città.
Le epiche gesta sono quelle che penetrano più a fondo nella fantasia e quelle che più facilmente si prestano a suscitare il mito. Forse per questo, i loro nomi si vollero identificare con il loro compito più difficile, quello, di "Compagnie Militari" al servizio della Repubblica, le cui insegne anche oggi rimangono, orgogliosamente incluse in quelle delle attuali Contrade, non effimera immagine di continuità.
Le "Cacciate" si spensero nel 1597 ma non trascorsero due anni, che una nuova manifestazione ne prese il posto: le corse con le bufale, le "Bufalate" come si chiamarono con popolare familiarità. Le Contrade, stavolta, non solo partecipavano in prima persona al corteo e alla gara (che si svolgevano intorno a Piazza del Campo, in senso opposto a quello che sarà il "nuovo" Palio), ma avevano un traguardo da raggiungere ben preciso: la vittoria. Il magico momento di sublimazione del proprio" io" nello spazio dei ricordi, solo in parte giustificato dalle cronache, dai verbali, dai documenti, dalla trasmissione orale. Una saldatura fugace ma acuta, fra coscienza e incoscienza, con il fremito di antichissimi trionfi e di mondi lontani appena percepibili. Con la consapevolezza però di salire alla ribalta in nome di "Sena vetus, civitas Virginis", il libero Comune di tutte le Contrade o meglio, composto da tutte le Contrade.
Grandi carri allegorici o simbolici, schiere di cavalli o di gente armata, con tamburi o trombe, "comparivano" (di qui l'origine della parola "comparsa" a significare l'intero gruppo rappresentativo) in Piazza del Campo, con bandiere spiegate e roteanti. I carri, non più simboli resi un po' cupi dalla funzione di fortezza-riparo, erano ogni volta diversi, collegati ad episodi tratti dalla storia, dalla geografia, dalla mitologia e abbinati direttamente o meno alla rispettiva Contrada. Nel 1650 l'Oca presentò un carro "sopra del quale vi comparve Glauce cantatrice famosa di Tolomeo Re d'Egitto che col suo nobile e leggiadro canto fece innamorare l'Oca". Nel medesimo corteo la Lupa intervenne con" un nobile maestoso carro sopra il quale vi erano uno che rappresentava Marte, un altro Venere e un altro Vulcano che con i suoi Ciclopi batteva sopra un'incudine ed in faccia del medesimo carro vi era una grossa Lupa e Romolo e Remo che l'accarezzavano".
Ciascuna" comparsa" era guidata da un Capitano, un Tenente e un Sargente. Dopo di loro, l'Alfiere che "maneggiava" la bandiera.
A quella giudicata più bella, veniva assegnato il "masgalano", parola di provenienza spagnola che stava a significare il "mas" (più) "galante".
Dopo il corteo, con il quale sfilavano anche le bufale, la corsa. Gli animali venivano montati da un fantino che li guidava usando uno strano strumento applicato alle narici, con la stessa funzione della nasiera che anche oggi guida i buoi al giogo. Una squadra di "pungolatori" stimolava la bufala o cercava di ritardare l'andatura di quella concorrente. Ne uscivano spesso zuffe e schermaglie, e la gara procedeva lenta e piena di imprevisti.
Un drappo di ricca stoffa (come per il Palio) era il premio che la Contrada vittoriosa prendeva, qualche volta con l'aggiunta di "talleri": veniva usato, quasi sempre, per farne arredi sacri per la Chiesa. Nel 1648 vinse la Vipera, una Contrada fra le sei oggi non più esistenti.
Si veniva creando, intanto, un'atmosfera agonistica particolare intorno allo spettacolo, che poteva essere considerato tale solo dallo spettatore casuale e sprovveduto. Perché il senese era già parte di esso, si sentiva diretto protagonista più di quanto succedeva nelle "Cacce ai tori". "Colla bufola siamo / uscite donne, questo giorno fuori / correndo il Palio, ancor vincere vogliamo", cantavano i contradaioli arraffando la speranza con l'impegno.




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