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CAPITOLO IX - MEZZADRIA

Tribbiatura
La tribbiatura del grano si effettuava dalla metà luglio a quella di agosto, ed era la chiusura di un ciclo di lavoro iniziato esattamente un anno prima con la preparazione dei campi, la coltratura e la semina.
Finalmente, superate le avversità stagionali, ci si apprestava a ricevere il meritato compenso per la fatica spesa e a riempire il granaio; ciò voleva dire pane per tutto l'anno. La tribbiatura era dunque l'avvenimento più importante per il mezzadro e coinvolgeva non solo la sua famiglia, direttamente interessata, ma molte altre persone. Erano soprattutto contadini dei poderi vicini, i quali, nel sistema del reciproco scambio, facevano fronte a quella giornata dove si richiedevano un grande numero di braccia. Lo scambio dei contadini era semplicemente l'aiuto che si davano l'un l'altro: io vengo a tribbiare da te e tu vieni a tribbiare da me. Tutti e due risparmiavano e facevano fede all'impegno che loro spettava nella consuetudine. Per molti coloni, quindi, le giornate di tribbiatura si moltiplicavano. “In certi poderi con grande produzione durava anche quattro giorni, ma non riguardava i poderi di Quercegrossa che in una giornata di solito tribbiavano”.
Per contratto le spese di tribbiatura spettavano a metà col padrone, ma l'alimentazione di tutto il personale lavorante era a carico del contadino che doveva provvedere a dar da mangiare a tutti e, quando necessario, alloggiare i macchinisti e gli aiutanti. Era, in sostanza, una giornata particolare dove regnava l'armonia, dove i lavoranti intuivano l'importanza dell'avvenimento e si finiva tutti a tavola con l'allegria che traboccava.
In una breve escursione storica vediamo che in antico sull'aia rotonda veniva fatta la battitura a mano usando il correggiato per battere il grano che in piccole quantità alla volta veniva trasportato dai campi. Si prestavano al bisogno anche cavalli e bovi che scalpicciando sull'aia liberavano i chicchi, oppure trascinavano una pietra sopra le spighe. Molto diffuso era il sistema di battere le spighe sopra un banco di legno inclinato e in questi casi il pagliaio veniva fatto con le manne legate. Gettando poi tutto per aria in presenza di vento, il grano ricadeva, mentre la pula si disperdeva a qualche metro. La vagliatura era l'operazione finale. Il tutto durava alcune settimane.
Ad interrompere questa pratica millenaria sul finire dell'Ottocento, anni 1860/70, fanno la loro comparsa le prime macchine tribbiatrici che si presentano a forma di cassa di legno senza ruote con una puleggia sola e mosse a braccia con una manovella o a forza animale. Si hanno inventari con la presenza di tribbiatrici anche in provincia di Siena anteriormente al 1879. Sul finire del secolo cominciano ad arrivare le prime tribbiatrici a ruote, le antenate di quelle moderne come le abbiamo conosciamo noi mosse dalla forza della macchina a vapore. Un modello ancora molto semplice che svolgeva la funzione essenziale con pochi organi e il grano cadeva direttamente in terra su due tavole. Ma in pochissimi anni la tecnologia progredì enormemente e ben presto si ebbero tribbiatrici altamente efficienti in tutte le fasi di lavorazione, con ingranaggi interni per la battitura delle spighe e vagli per la ripulitura e insaccamento del grano, mossi da tante cinghie esterne collegate a una puleggia che trasmetteva loro il movimento. Questa puleggia, o volano, era a sua volta fatta girare per mezzo di un'altra grossa cinghia detta "cignone" collegata ad un motore a vapore fino alla seconda guerra mondiale e poi ad un trattore. L'uso di queste moderne “tribbie” si diffuse celermente nei primi due decenni del Novecento e rese più celeri e meno dispersive le operazioni di tribbiatura. Invece di "battere" si incominciò a dire "tribbiare", anche se anziani contadini mantennero il primitivo dire.
La tribbia per funzionare necessitava quindi un motore cioè della "macchina a foco" detta anche "a vapore", che gli trasmetteva l'energia attraverso il cignone. Un "fuochista" patentato avviava e controllava la macchina. Queste macchine chiamate "Locomobili" erano alimentate a legna, o lignite, e dovevano essere trasportate sul posto da robusti paia di bovi o dal trattore, aiutato da più paia nei tratti in salita. I contadini preparavano l’occorrente sull'aia: tanta legna accatastata o lignite per fare fuoco a volontà, e acqua. "I ciocchi degli scopi servivano per alimentare i motori a vapore, si accatizzava il forno di combustione e uscivano scintille dalla canna, ma una fitta rete sulla cima impediva che si propagassero e che prendesse fuoco la paglia".
I motori a vapore e i modelli a testacalda rimasero funzionanti fino alla seconda guerra mondiale poi vennero definitivamente accantonati, sostituiti dai più moderni trattori che si stavano imponendo già dagli anni Trenta e muniti di volano per il cignone. La macchina a vapore, col suo caratteristico tubo verticale lungo e nero, arrivava sull'aia con la tribbia di colore rosso arancione e venivano piazzate a una distanza dieci metri l'una dall'altra. Molto spesso, quando si era lontani dalla base, il trattore trainava anche il carro dei lubrificanti e del combustibile e qualche cinghia di ricambio.
Sia con la macchina a vapore sia col trattore le operazioni di piazzamento sull'aia erano le stesse. Il personale specializzato dietro alla tribbia, in genere tre/quattro operai, dal trattorista all'imboccatore, al manovratore, la prima operazione che compivano era quella di piazzare la macchina, accanto alle grosse mucchie, in perfetto piano usando livelle, alcune incorporate nella macchina, e serrando le ruote con ferri e zeppe manovrate con leve. Si provava che tutto funzionasse: col trattore in moto si tirava il cignone, messo in modo incrociato affinchè avesse la giusta tensione. Quando noi ragazzi ci si avvicinava al cignone che girava vorticosamente, i berci degli uomini ci facevano subito allontanare. Non era raro che le cinghie di cuoio e lo stesso cignone si strappassero durante la tribbiatura.
La mattina presto, appena fatto giorno, cominciavano ad arrivare gli aiuti scambisti dai poderi, alcuni si erano alzati alle tre per curare la loro stalla, e iniziava la tribbiatura.
“Il fochista che alimentava col ciocco alle sette fischiava e tutti al loro posto e iniziava la tribbiatura”.
La macchina, appena mossi vagli e ingranaggi, cominciava ad emettere polvere che sarebbe poi aumentata con l'imbocco delle prime manne, fino a che un polverone rendeva l'aria quasi irrespirabile, mentre un rumore sordo, continuo sommato a quello del trattore rompeva la quiete dell'aia tanto che dovevi alzare la voce per farti sentire. Eccitazione, ammirazione per lo spettacolo che dava l'imponente macchina e dovere si fondevano negli animi dei presenti e ognuno si portava al suo posto per i compiti che ben conoscevano. Cinque sei persone sulla mucchia munite di forchicchi di legno, o con i rebbi di ferro, passavano le manne sulla macchina e da lì altri contadini le porgevano all'imboccatore, il quale, con un falcino dentato tagliava il legaccio della manna e la infilava nella bocca della tribbia che la ingoiava rumorosamente. L’imboccatore, concentrato sul suo lavoro, era protetto dalla polvere che aveva tutta in faccia, da occhiali tipo motociclista, e da un fazzoletto al collo. Il grano, schiccolato e vagliato, fuoriusciva con forza dalle bocchette che in numero di tre/quattro si trovavano nella parte posteriore della macchina, ed a ognuna di esse erano attaccati i sacchi. Il capoccio e il fattore con le mani aperte raccoglievano i chicchi e ne controllavano, commentando, la qualità. Una volta pieni, i sacchi venivano pesati e ammassati lì vicino prima di essere portati nel granaio del padrone alla fattoria e nel granaio del contadino, dopo che si era scelto il seme per la prossima semina. Il seme veniva tenuto dal padrone e poi consegnato al bisogno.

Scena di tribbiatura con una macchina dei Mori.

Fino Landi all’Arginano, comanda il trattore che fa girare il “cignone” appena visibile tra le ruote.

Si lavora al pagliaio. Sopra: siamo all’inzio; il capo pagliaio Damino Losi aspetta la paglia che cade dall’elevatore; il lungo stile è ancora visibile. In basso: lavoranti immersi nel pagliaio giunto a metà, nel podere di Macialla per la tribbiatura dei Finetti.



La foto in alto documenta la tribbiatura con la macchina del Vienni al podere Casalino nel 1936. L’operaio a sinistra, alle ruote del trattore, è Giovanni Bandini. In basso: primo piano della locomobile a vapore del Soderi di Castellina, col fuochista Ferruccio Leri, il babbo di Rino.



Altre immagini di tribbiatura a vapore. Le due foto si trovavano attaccate nella bottega del barbiere di Pantaneto, quando entra un cliente e le vede: “Queste sono le macchine dei Mori di Quercegrossa!”, dice. E così si credeva, ma l'affermazione è sbagliata, almeno per la foto sopra, perchè la macchina ripresa è dei Buti delle Miniere e mostra la tribbiatura alle Quattro Vie (Fattoria di Topina) nell'anno 1923 diretta da Giuseppe (in primo piano sulla destra) con la nuova macchina tribbiatrice acquistata in quell'anno. Giuseppe Buti aveva iniziato la sua attivita di imprenditore agricolo per conto terzi nel 1919.



Ai tempi del motore a vapore ogni cento sacchi si faceva fischiare la caldaia, con grande euforia dei lavoratori.
La lolla, o "pula", cioè la sbucciatura dei semi, usciva lateralmente dal basso, spinta con violenza dal ventilatore. Sparpagliandosi, riempiva le ceste o veniva rastrellata da alcuni contadini impolverati e protetti da fazzoletti, che la portavano nella capanna. Sarebbe servita durante l'anno per integrare il pasto degli animali e anche per letame. La paglia, invece, usciva lentamente dal davanti, dalla grande bocca della tribbia, cadeva sul carrello elevatore e, trasportata da un nastro scorrevole, cadeva sul pagliaio dove intorno allo stile, o stollo, alcuni esperti contadini armati di forchicchio sapevano come sistemarla per evitare che tutto franasse o il pagliaio si spanciasse. Questo era il compito del capo pagliaio. Si ricorda Damino Losi che disponeva la paglia ai bordi e il secondo dietro a lui la consolidava, mentre gli altri uomini e donne completavano l’opera di riempimento.
“Mucchie anche quadrate dove era troppa paglia”. “Rutilio Bruttini era un omo grosso e a tribbià col forchicchio buttava anche tre manne alla volta”.
Prima dell'avvento dei carrelli elevatori la paglia si spostava a mano, e quando il pagliaio era alto, da noi, si legava in grosse fastella, e con alcune funi veniva tirata a braccia sul pagliaio.
La mattinata di lavoro, con una breve colazione, finiva verso mezzogiorno e tutti si rifocillavano; si toglievano la polvere di dosso, si sciacquavano e si accomodavano per il pranzo, al tavolo sistemato da qualche parte all'ombra. Se la tribbiatura era finita, nel pomeriggio gli addetti smontavano la macchina, pulivano i vagli, sistemavano le cinghie, la ripulivano alla meglio e ripartivano per un altro podere dove si sarebbe ripetuto lo stesso rito. Se, al contrario, non si era finito, dopo un paio d'ore di riposo si riattaccava fino all'esaurimento della mucchia. Ultimi viaggi al granaio e la cena concludeva la giornata. Un grosso impegno per la massaia mettere a tavola tanta gente, spesso cinquanta persone e anche di più, e con appetito vorace. Era tradizione per la cena della tribbiatura cucinare il papero lesso, animale allevato proprio per l'occasione. Era preceduto da una minestra in brodo, oppure pastasciutta, e si accompagnava a salse, collo ripieno e gallina lessa.
Riempito il granaio dai tanti viaggi dei contadini più giovani e robusti che portavano i sacchi in spalla e li vuotavano in fondo alla stanza creando un "monte" che aumentava a vista d'occhio, si procedeva ora, a tribbiatura finita, alla medicazione del grano con il famoso "zorfuro" per preservare il grano da ogni aggressione batterica. Questa semplice operazione era fatta immergendo nel grano, ora spianato nella stanza, un grosso tubo metallico entro il quale vi veniva versato lo zorfuro che così raggiungeva il grano in profondità. Poi si ricopriva il grano di vecchie coperte e coltroni per mantenere a lungo l'effetto dell'anidride solforosa, e si abbuiavano anche le finestre. Così per quindici giorni il grano si purgava e al termine era pronto per la molinatura.
Ricordi:
Bruno Sestini: "Le spese della tribbiatura cioè il mangiare della giornata a carico del contadino ed erano 60/70 persone a colazione, pranzo e cena; ci volevano 25/30 pani".
Dalla Nazione del 30 giugno 1936 si ricavano i prezzi di vendita del grano all'ammasso:
£ 108 al q per i grani teneri;
£ 123 al q per i grani duri.
Il 17/18 maggio 1936 si ha un accordo fra la Confederazione Lavoratori dell'Agricoltura e la Confederazione degli Agricoltori per la stagione di tribbiatura.
“Si precisano le tariffe in vigore:
1 Categoria; uomini dai 18 ai 60 anni, all'ora £ 1,50;
2° Categoria; uomini dal 61 ai 65 anni e ragazzi, all'ora £ 1,40;
3° Categoria; donne all'ora £ 1,40.
Qualora al lavoratore venga somministrato il vitto secondo le consuetudini locali, la mercede giornaliera verrà diminuita di £ 5 per gli uomini e £ 4 per le donne.
Per gli imboccatori addetti alle macchine tribbiatrici, tanto agricole quanto industriali, le tariffe da valere per la giornata di 10 h sono state fissate in £ 12,50 più il vitto”
.

Trasporto col carro, grano o farina, da o per il mulino.

Una ricevuta rilasciata a Losi Michele dal mugnaio Bonelli per la macinatura di 240 kg di grano il 3 dicembre 1940.





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