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CAPITOLO VII - STORIA CIVICA

Il Trecento
Si chiude così un secolo di affermazione politica dei Comuni che si stanno sempre più liberando dalla tutela imperiale e vanno espandendosi in tutti i settori, guerre permettendo.
Sul piano locale anche Quercegrossa, che ha raggiunto una propria identità come comune sottomesso a Siena, con associati i comunelli di Gardina, Quetole e Petroio, si è ritrovata al centro di eccezionali avvenimenti costati sangue e sacrifici, ma ora si appresta con l’apparente pace a svilupparsi socialmente ed economicamente grazie al fenomeno degli investimenti cittadini che in misura notevole si riversano sulle campagne. Si prospetta, e si spera, in un tempo migliore, ben iniziato col primo Anno santo del mondo occidentale indetto da papa Bonifacio VIII nel 1300, ma purtroppo il peggio doveva ancora venire e agli uomini di quei tempi saranno riservati giorni difficili e tribolati, tra i peggiori che la storia ricordi, con abbondanza di “peste, fame e bello”.
Intanto, sappiamo che dalle numerose carbonaie attive sui terreni intorno al castello il Comune ritrae buone entrate, ma già nel 1303 una grave carestia dovuta a fenomeni naturali investe il senese e costringe lo Stato ad acquistare grano sui mercati siciliani. Un episodio interessante del 1306 ci mostra quanto fosse pericoloso viaggiare per le strade, oltre che darci la misura del mercato senese frequentatissimo da commercianti e coloni che vi si recavano per vendere o acquistare buoi da lavoro con una certa frequenza, essendo gli animali di allora molto diversi dagli incrociati tra il maremmano e la chianina, poichè avevano una vita lavorativa di due, tre anni.
Francuccio da Quercegrossa, probabilmente un coltivatore diretto, era stato al mercato di Siena con due buoi e li aveva venduti bene per 33 lire. Se ne tornava soddisfatto alla sua abitazione di Quercegrossa, quando, giunto a metà strada, forse prima della salita della Ripa, il luogo più adatto per una imboscata, venne aggredito dalla famosa banda armata di Mastro da Poggibonsi che lo derubò di tutto il denaro, risparmiandogli però la vita. Rimasto malconcio a terra per qualche randellata ricevuta, riprese dolorante la via della città dove si affrettò a denunciare l’accaduto alla Giustizia, ma certamente non rivide i suoi soldi.
L’elezione di Arrigo VII a Imperatore negli anni 1309-1313 riaccende la lotta in Italia e i senesi vi sono coinvolti, ma per quanto riguarda il nostro paese dico soltanto che ancora una volta il contado viene saccheggiato: nel 1312 l’Imperatore viaggia verso Siena passando da Poggibonsi, ma a Fontebecci è aggredito dai senesi che lo costringono alla ritirata. L’anno successivo con un forte esercito ritenta la presa di Siena e le sue milizie si spandono nel contado depredando e distruggendo anche da noi, e si rammentano i danni subiti dal castello di Basciano. La partenza e la repentina morte a Buonconvento di Arrigo VII chiudono la sua storia e per un decennio la pace finalmente regna e si dovrà aspettare un altro guerrafondaio come Castruccio Castracani per far udire il suono delle armi dal 1325 al 1327.

Tavole delle Possessioni
In questo periodo di pace il Governo mercantile dei Nove a Siena mise in cantiere una importante e vasta opera amministrativa di censimento che sostituisse il vecchio alliramento, col fine di rendere la tassazione dei cittadini più funzionale e quindi più proficua per le casse dello Stato, censendo tutte le proprietà cittadine e del contado e imponendo quindi una proporzionata imposta annua. Le rilevazione dei beni iniziò intorno al 1317 e terminò l’anno successivo e i numerosi dati raccolti vennero riportati in registri e carte che servirono per la definitiva stesura delle Tavole dette appunto delle Possessioni. Le tavole erano suddivise per Comuni e riportavano la proprietà del bene, la tipologia del possesso, i confini, l’estensione e il valore. Numerose commissioni di tecnici con un notaio si sparsero per il territorio e misurarono, stimarono ogni bene immobile, dalle case alle capanne, dai mulini ai castelli e naturalmente campi e boschi, avvalendosi anche del concorso di sindaci e gente del posto come testimoni.
Essendo giunti fino a noi i fogli dei comunelli di Quercegrossa e dintorni, l’opera assume una grande rilevanza per la ricostruzione dell’ambiente umano, agrario ed economico della nostra zona in quel lontano 1319 e senza addentrarmi in profonde analisi statistiche esporrò semplicemente gli aspetti che più si confanno alla nostra curiosità e conoscenza e, cammin facendo, prendere atto di tutte le forme contrattuali in vigore allora per la gestione delle terre.
Le tavole inoltre ci richiamano una toponomastica ormai dimenticata, con nomi di posti mai uditi che rivelano l’antico e prevalente uso di indicarli prendendo spunto dalle caratteristiche naturali del terreno o dalla vegetazione locale, e soltanto pochissimi si sono conservati fino ad oggi.
L’area del Comune di Quercegrossa presenta una superficie agraria suddivisa in circa 300 appezzamenti dove prevale nettamente il seminativo nudo per 120 ettari, ossia il 39% della superficie totale, stimata complessivamente a 2556 staia o staiori (310 ettari); qualche sodo (n° 8) e diversi orti (15). Scarso il pomato, vale a dire i frutteti (2) e poche anche le vigne (7). Un’altra parte di seminativo si presenta già con la caratteristica alternanza di filari di viti e olivi ed è detto “lavorativo e vignato”, ma è difficile stabilirne l’effettiva quantità, comunque è stimato in 20 ettari circa. La superficie boschiva che si estende a chiazze è censita quasi tutta insieme alla lavorativa, alla sodiva, alla prativa e solo l’1% è puro boschivo, vale a dire che le particelle di bosco sono collegate, in questo grande frazionamento che ha una sua logica produttiva, a campi, prati e sodi. Le terre sode, ossia quelle incolte, sono abbastanza estese e sono appezzamenti sparsi in zone scoscese o aride, dove l’eccessiva presenza di sassi impedisce ogni coltura.
Di questa notevole parcellazione del territorio risultavano possessori 37 allibrati locali (proprietà contadina) di cui 33 di Quercegrossa, 3 di Frassi e 1 di Galliano del territorio fiorentino, ai quali vanno aggiunti i 23 proprietari allibrati nei rispettivi Terzi cittadini (proprietà cittadina) che assommati agli enti religiosi e ai Comuni raggiungono il numero di 70. La maggior parte di questi proprietari cittadini appartengono a famiglie senesi del Terzo di Camollia, popoli di S. Pietro alla Magione, S. Stefano e S. Andrea, che investono nella terra e detengono un consistente patrimonio del 73%, mentre il 18% appartiene ai contadini, censiti come residenti a Quercegrossa con una ricchezza media di 159 lire. In altre zone più lontane dalla città la proprietà contadina tendeva a salire.

Enti religiosi
Agli enti religiosi risulta appartenere il 7% delle terre, cioè 22 ettari, e qui rientra anche il podere di Larginano, 9 ettari, in mano alle monache di Monte Cellesi, ora di S. Prospero, dato a mezzadria a Giorgio di Cenne che le lavora coll’aiuto del fratello Berto.
La “ Mansio Templi”, ossia la chiesa della Magione di Siena, possiede le terre del podere Magione per 12 ettari, che suddivise in 8 lotti ne ha date la maggior parte a mezzadria a Guiduccio da Gardina, 3 parti a Pietro di Guido e Vannuccio di Metallino, e concesso in affitto per 3 staia di grano annue un piccolo pezzo a Buto di Orlandino, affittuario del Castello.
Meno di un ettaro appartiene alla chiesa di Basciano che l’ha dato a mezzadria a Guglielmo di Accurso, mentre un piccolo pezzo di sodo risulta della chiesa di Lornano.
La chiesa di S. Stefano ha soltanto un piccolo pezzo di terra al Valico della Stagia.
Un certo Mazza di Pelliccia da Frassi possiede nel luogo detto lo Spedale un campo di poca superficie, ca. 1400 mq, e si tratta senz’altro della terra intorno allo Spedale di Quercegrossa che Mazza possiede o ha in affitto, ma che dà a coltivare a Toro di Bonaguida. La descrizione dello Spedale risulta soltanto “Hospitale cum chiostro”.

Affitti al Comune
Non si comprende come soltanto l’1% sia assegnato dagli studiosi come proprietà al Comune di Siena, mentre sappiamo che possiede case e terre intorno al castello per le quali alcuni affittuari pagano annualmente una quota. Sono in tutto 32 pezzi di terra per i quali riscuote 5 lire circa, escluse le case.
Infatti i fratelli Buto e Vannuccio di Orlanduccio, che posseggono altre terre, hanno preso in affitto dal Comune il castello con “fossis e carbonariis et muris”, vi risiedono e pagano annualmente 9 lire; Dinuccio di Giovannino, senese, paga due soldi all'anno al Comune per una casa in Quercegrossa; domina Beldomando, vedova di Cecco di Benvenuto, fa lavorare le sue terre al mezzadro Andrea di Giuntino, mentre lei abita in Quercegrossa e coltiva personalmente un orto, che con la casa è di proprietà del Comune di Siena. Le sue terre si trovano al Pelago, al Colto e in Via Piana; Cola di ser Massinghi, proprietario cittadino, risiede in paese e per due case e una capanna paga al Comune un affitto di 3 soldi all’anno; Tura di Schiatta è un senese di Santo Stefano che dà a mezzadria a Vannino di Palmerio di Quercegrossa un piccolo orto che ha in affitto dal Comune; Biagio di Guido, che abita in S. Stefano a Siena, è proprietario di 2 case con colombario presso le Gallozzole e paga un affitto al Comune di Siena. Ha dato a mezzadria le terre a Vannino di Palmerio di Quercegrossa.
Avendo stimato e dato un valore alle proprietà vediamo che Pietro di Guido chiamato Peratta è il più ricco possessore di beni tra gli allirati di Quercegrossa e possiede 2 case, 1 capanna, 1 orto e 10 ettari di terra per un valore di 1067 lire che lo rende oltremodo facoltoso rispetto a tutti gli altri proprietari contadini che hanno un valore medio dei patrimoni stimato in 159 lire. Peratta abita in una casa nel borgo e coltiva con la famiglia, o con l’aiuto di operai, le sue terre che si estendono formando quasi un tuttuno, nel triangolo Gardina - Quercegrossa - Sornano, e comunque sulle due sponde della Staggia ad eccezione di un campo posto al Pian del Colle (la futura Casapera). Due appezzamenti sono definiti lamati con canneto a ridosso del fiume. Poi Erta, Stagia, Selvolino, Valico de la Stagia, Pogio de la Stagia, Pellonica, Querci de la Pescaola, la Soda de la Macchia e Pian degli Olmi.
Nella speciale classifica del patrimonio, dopo il detto Guido troviamo Berto di Ciolo con 587 lire. Egli coltiva, sia personalmente sia con aiuti, i due orti e i 12 ettari delle sue buone terre, composte quasi tutte da lavorativo nudo con un pezzo vignato e una capanna. Confina con la Staggia, con Andrea e Ceccantio di Giuntino e possiede nei luoghi detti Pontanelle, Costa, Selvolino e Prata, e le sue proprietà si potrebbero individuare negli attuali campi della Casanuova, del Mulino e del Casalino. Abita nella sua casa in paese con annessa cantina.
Ai suddetti seguono in quella speciale graduatoria Nuto di Giuntino e Vannuccio di Metallino che non si limitano a coltivare in proprio le loro terre, ma prendono anche a mezzadria altri piccoli appezzamenti da modesti proprietari. Ciò rivela la convenienza molto diffusa dei piccoli proprietari che tendono ad affittare le proprie terre. Nuto di Giuntino con 4 ettari posti alla Piombaia, a Fonte corta, al Boscone, ai Campaccioli e alla Fonte, lavora a mezzo le poche terre della senese Gera, figlia del fu Ghezzo, stimate 57 lire (poco più di un ettaro) e i 2 ettari della comproprietà eredi Vanni e Tolomei. I detti eredi e Tolomei hanno dato anche poco più di mezzo ettaro di terra a mezzadria a Bostella di Sozzo.
Vannuccio di Metallino abita in Quercegrossa dove possiede un edificio con orto e campi situati lungo la Staggia, con una capanna alla Piana, una vigna presso la Staggia e tanti pezzi sparsi detti le Piombare, il Selvolino, Pellonica, Pescada e uno nel Comune di Gardina. Inoltre ha in usufrutto le terre di Andreotta di Accursio e in affitto i 9 ettari di Metto e Vannino di Benvenuto; a mezzadria poca terra da Ferretto di Giovannino di S. Stefano alla Lizza e, come abbiamo visto, una piccola parte delle terre della Magione.
Buto di Orlanduccio, che risiede al Castello, concede le sue terre della Staggia e ai Campaccioli al fratello Vannuccio che le lavora a mezzadria, mentre lui prende altre terre in affitto.
Pelle del Priore da Frassi lavora a mezzadria i tre ettari di ser Naccio di Ventura da Frassi, forse guidice o notaro, posti in località Macchione.
Ricca, vedova di Ghiruccio, abita una casa con orto in Quercegrossa e possiede terre nei luoghi detti Fontebondi e Piano lungo. Vanni del fu Viscontino, cittadino, soprannominato Cherubino, possiede un “casalium con muri in borgo Querciagrossa”, dove risiede saltuariamente, e 10 ettari di terra nei posti detti Perada di Sotto, Erta, Pelonica e Petroio. Inoltre, Vanni ha in comproprietà con Cecca, vedova di Ghezzo dei Tolomei, un edificio in Quercegrossa con orto e alcune terre, e paga 3 soldi per un affitto di un altro orto. Le terre sopraddette, 15 ettari circa, sono date tutte a mezzadria a Giuntino di Sozzo, proprietario di una casa e di 20 ettari di terra in Quercegrossa e presso le castellacce: potrebbe essere la zona di Quercegrossa, oggi in Monteriggioni, fino al Castellare. Dovrebbe confinare con le proprietà di Nerino di Ghezzo che possiede 20 ettari presso il Castellare, la Stagia e Campaccioli, e non è difficile collocarle tra i poderi del Castellare e del Mulinuzzo.
A proposito del detto Ghezzo registriamo anche una Bellafante del fu Ghezzo possidente di una casa in Quercegrossa col modesto patrimonio di 36 lire.
Tra gli allirati contadini abbiamo diverse figure e alcune vedove:
Boccha di Viva di Quercegrossa, proprietario alle Piombare di un modesto appezzamento coltivato, con un prato, prende un piccolo orto in affitto in Quercegrossa da Vannuccio di Guido;
Binduccio di Gualtiero, della famiglia Rinaldi, possiede terre in luogo la Fonte, tra le Gallozzole e Sornano, e le dà a lavorare al mezzadro Guidoccio di Fuolo.
Andrea di Giuntino che ha preso a mezzadria alcune terre, possiede una casa in Quercegrossa e appezzamenti nel luogo detto Sanesi, una vigna alla valle della Fonte, al Fosso e orti in paese;
Coccante di Giuntino possiede un campo al Fosso e casa con capanna in Quercegrossa;
Gli eredi di Neri lavorano un piccolissimo campo alla valle della Fonte, mentre gli eredi di Spinuccio Bonfiglioli posseggono una casa in paese;
Palmerio di Vannino lavora poche terre lungo la Staggia e il Bozzone;
Domina Ricca possiede due pezzi di terra lungo la Staggia;
Domina Vagholinella, vedova di Giovanni, ha un orto e abita in Quercegrossa;
Domina Sabia, vedova del calzolaro Venturino, ha casa in paese, orto, vigna e terra anche a Gardina;
Notto di Salvuccio da Galliano, proveniente dal territorio fiorentino, possiede 2 ettari e mezzo di sodo ai Campaccioli stimati solo 23 lire, che usa forse come pascolo.
Tutti i piccoli proprietari contadini, che certamente non traevano piena sussistenza dalle loro terre, svolgevano altre attività come salariati o artigiani.
Tra le grandi famiglie senesi che posseggono beni a Quercegrossa, con le terre date quasi tutte a mezzadria (98,7%), risalta la proprietà di Margheria, figlia di Ugo della famiglia Bonsignori, del popolo di S. Giovanni, con 40 ettari di terreno, tre case, un orto e una capanna. Terre a Gardina e Sornano che dovrebbero essere situate intorno ai poderi di Sornano e Casalino. Suo figlio Iannino coltiva personalmente un podere di 6 ettari, mentre il resto l’ha concesso ai mezzadri Bindo di Ghinuccio, Guglielmo di Accursio e Dante di Braccio.
Anche Gualterio, della famiglia Rinaldi, è proprietario cittadino con 27 ettari dati a mezzadria a Guiduccio di Fuolo e Ghinuccio di Chello. Si tratta di bosco e terra soda. L’altro Rinaldi, dal nome di Ventotto, possiede palazzetto, vigna, capanna e colombaio alle Gallozzole per 9 ettari di terra data a mezzadria a Ciuccio di Mino da Gardina, e possiede a mezzo col fratello la terra data a Guiduccio di Fuolo.
Vannuccio di Guido, della Magione di Siena, possiede una capanna, terra in luogo detto il Castellare e altra a Spugna e alla Macchia per un totale di 29 ettari e un valore di 2.823 lire. Questo nominativo è un’aggiunta successiva in quanto per circa un decennio si tentò di apportare modifiche alle Tavole aggiornando le nuove proprietà.
Molti ancora i piccoli proprietari che per la maggior parte danno a mezzadria i loro piccoli appezzamenti onde ricavarne prodotti alimentari, mentre alcuni coltivano in prima persona le loro poche terre perchè l’estensione media di questi beni non supera l’ettaro e mezzo.

Petroio e S. Stefano
Per completare l’informazione dataci dalle Tavole accennerò brevemente ai Comuni di Petroio e S. Stefano citando soltanto alcune proprietà e luoghi cominciando dalla chiesa di S. Michele Arcangiolo a Petroio che possiede una casa con vigna in Petroio e tantissimi, ma piccoli appezzamenti frutto senz’altro di donazioni. Sono quasi 30, e di ogni tipo, situati al Roncione, alle Gorgale, alla Peschara, alle Domiche, a Patronecchio, al Colle, al Pollentone, alle Pianora, a Vigna Domica, al Fossatello, alle Percosse a Ticchiano, all’Erta, a Quetole e Vignamaggio. Alcuni toponimi li ritroveremo negli inventari parrocchiali del ‘600, altri scompaiono per sempre. Gli altri possidenti del comunello di Petroio sono:
Bartolomeo di Lando da Frassi possiede alle Gorgole e Certine;
Michele Salvucci ha proprietà alla villa di Petroio, Pietralta, Tassinara e Fossatelli;
Vanni di Martino possiede al Piano al Colle;
Un certo Duccino, con i figli Martino e Vanni, possiede una casa con aia e capanna e frutteto insieme ad una quindicina di campi e boschi posti a Petroio, Sornano, alla Stagia, al Bozzone, al Pian del Lupo ecc.
Nel Comune di S. Stefano si rammentano i luoghi di Castagnuoli, Muriccie, Castellare di Brusciano, Petriccio, la Valle, Ginestretello, la Chosta, Vignoni di Quercegrossa, Poggiobenichi, Acquaiola, Ginestreto, le Pianora, Bozzoncelli, Sorbino, Querciola.

Ritornando a Quercegrossa vediamo che i dati relativi ci mostrano un borgo dove sono concentrate quasi tutte le abitazioni del comunello, un paese economicamente attivo e produttivo con una discreta popolazione. Le sue strade sono percorse giornalmente da padroni, commercianti, fattori, coltivatori diretti e coloni, con i loro cavalli e i loro asini carichi di some e affaccendati nei campi, negli orti e nelle stalle. Una florida attività agricola che trova la sua massima espressione nei periodi di forte impegno lavorativo come la segatura, battitura e la vendemmia. Allora la campagna di Quercegrossa si anima e offre un paesaggio simile a quello magistralmente rappresentato dal Lorenzetti nell’affresco “Effetti del buon governo”, dove possiamo vedervi con un po’ di immaginazione i nostri compaesani Berto di Ciolo, Nuto, Peratta, Metto e Vannino o Bindo di Ghinuccio assai intenti ai loro lavori.

Il cero
Sempre in questi decenni del Trecento le Comunità tassate sono chiamate a rinnovare il loro patto di fedeltà con Siena per mezzo di un concreto omaggio costituito da un paglio, da un cero e cera per i fiori, portandoli in Cattedrale per la festa dell’Assunta in segno di sottomissione e cittadinanza, in una cerimonia pubblica di grande effetto. Il paglio o palio, stimato secondo la tassa del comunello, era formato da un drappo velluto di grana foderato di sciamitello (seta o altra stoffa fine).
Nella festa del 1334 il sindico di Quercegrossa con alcuni massari entrarono in duomo in corteo, aggregati a quelli del Terzo di Camollia, recando il drappo, un cero del peso di 3 libbre e 6 once di cera per i fiori. Seguivano quelli di Gardina con un cero di 2 libbre e 2 once di cera per i fiori; Quetole un cero di 1 libbra e 3 once di cera; S. Stefano a Brusciano 1 cero di 3 libbre e 3 once di cera per i fiori; Petroio un cero di 3 libbre e 6 once e 3 once di cera per di fiori. Nel 1400 l’offerta del cero è aumentata per i comunelli e Quercegrossa deve offrire il doppio: un cero di 5 libbre e 6 once di cera per i fiori.
Si ha invece notizia che nel 1416 la Balia dispone che l’Operaio dell’Opera del Duomo riceva il censo dovuto dalle comunità del contado solo in cera e non in denaro. Si cercava probabilmente di sfuggire a una cerimonia forse superata dai tempi e il sistema era sempre lo stesso: pagare.
Il Comune di Quercegrossa è regolamentato senz’altro da uno statuto, come tutte le altre comunità, ma non ne è rimasta notizia.

Il Vicariato
Guerra_1 Nel 1310, per controllare un territorio ormai esteso, il contado senese viene diviso in nove “Vicariati” sotto il controllo del Capitano del Popolo. Sono comandati da senesi con funzioni prevalentemente militari e di polizia. Quercegrossa è compresa nel vicariato di Mensano. Questa istituzione si sovrappone alle podesterie o distretti, generando qualche incertezza tra gli storici sulle specifiche competenze a loro attribuite, ma col tempo la vicaria svolgerà esclusivamente compiti di polizia e militari, restando alla podesteria compiti prettamente amministrativi e giuridici.
Il IV Vicariato di Mensano che confina con l’altro di Castelnuovo comprende:
“Radicondoli, Belforte, Sovicille, S. Colomba, Marmoraia, Pieve a Castello, Strove, Abbadia a Isola, Lornano, Riciano, Corpo Santo, Basciano, Vagliagli, Dievole, Quetole, Petroio, Quercegrossa, Chieci, Gardina, Coscona, S. Stefano a Brusciano, Ripa sotto Vagliagli”.
Pochi decenni dopo, nel 1337, il Governo dei Nove procede ad una nuova organizzazione territoriale del contado con l’allargamento del numero delle vicarie portandole a 12. Tra i nuovi vicariati o distretti di polizia, amministrati da un Capitano o Giudice, figura quello di Quercegrossa che insieme a quelli di Castelnuovo Berardenga e Mensano sono di competenza del Terzo di Camollia.

Stemma della Vicaria di Querce Grossa sullo sfondo dei colori senesi: uno scudo con leone rampante racchiuso da due rame di quercia, incrociate alla base, su campo rosso.

Questa scelta come sede di vicaria valorizza politicamente ed economicamente il territorio che si ritrova centro amministrativo tra quelli di Castelnuovo e Mensano; il vicariato comprende tutta la zona fino a Monteriggioni, con l’evidente scopo di controllare le due strade maggiori per Firenze, e si stende fino a Vagliagli con Coschine e Chieci. Le vicarie sono amministrate da un capitano che ha al suo comando notai, messi e familiari e riceve uno stipendio di 600 lire per sei mesi, e al termine del mandato poteva esser giudicato da parte del Maggior Sindaco. Dimora e uffici sono nel castello, e da lì vigila sul suo distretto e su coloro che vi transitano. Perseguita banditi, cattura ladri e assassini e sostanzialmente protegge la popolazione assicurando alla giustizia ogni malandrino, facendo rispettare la legge. Come gli uomini delle compagnie cittadine, anche quelli del vicariato potevano essere chiamati alle armi o ingaggiati per servizi vari.
Da precisare che il Podestà della relativa podesteria (Castelnuovo) era responsabile di far rispettare l’arruolamento nelle campagne sotto il comando di ufficiali del Terzo pertinente, redigendo una lista di tutti gli uomini fra i venti e i sessanta anni, e ordinarli in gruppi d’azione militari di dieci o cinquanta. Queste milizie di campagna potevano essere inviate ovunque fosse necessario sia dal Podestà sia dal Capitano del Popolo (che lentamente si assume le responsabilità militari), ed erano multati i recalcitranti. Gli arruolati ricevevano un soldo direttamente dalle comunità dalle quali provenivano, detratti poi dalla tassa annuale o rimborsati direttamente dalle casse di Siena. Si raccomanda inoltre, per uniformare l’armamento cercando di superare evidentemente quelle condizioni precedenti di insufficienza e confusione, che ognuno di questi armati dovesse avere almeno un elmo, una gorgiera (protezione), uno scudo, un coltello, una camicia corta, un’ascia, una lancia lunga, un giavellotto leggero o una balestra.
In questi anni della vicaria a Quercegrossa, la presenza di uno Spedale è testimonianza di un certo movimento, e si rammenta la richiesta di riedificazione della chiesa di S. Maria. La continuità della sede di vicaria in Quercegrossa si protrae a lungo ed entra nel Quattrocento e ancora nel 1425 essa risulta esistere ed il suo territorio d’azione comprendeva: “XI. Viacariatus Quercegrossa communia”. Quercegrossa, Sancta Columbe, Cecinani, Canuccie, Fungaie, Arnani, Montisagutoli de Boscho, Plebis ad Castellum, Sancti Martini Vallis Strove, Sancti Petri ad Strove, Abbatie Ynsule, Plebs ad Lornanum, Porghiani e plebis Lornani, Ricciani, Corposanti, Basciani, Sancti Stefani de Brusciano, Coscona, Gardine, Petrorii, Vaglialli, Dievole, Quetole, Mucenni, Ripa sotto Vagliagli, Chieci, Castiglion Ghinibaldi, Sancti ... da Magiano, Sancta al Colle et S. Marie Novelle”.

La peste nera (1348)
Partita dall’oriente questa micidiale epidemia arrivò in Sicilia alla fine del 1347 e da lì si diffuse in tutta Italia e nell’intera Europa perdurando fino al 1350. Fu una vera strage: la popolazione toscana diminuì quasi della metà. La peste era stata preceduta da due anni di grande carestia in Toscana dove le piogge torrenziali avevano provocato penuria nelle campagne, e nel fiorentino si ebbero persino dei morti per fame; si viveva quindi una recessione alimentare e di conseguenza il virus trovò una popolazione debole e indifesa. La drammaticità di quei giorni a Siena e nel contado è ben descritta dalla vicenda personale del senese Agnolo di Tura detto il Grasso. Egli seppellisce con le sue mani i cinque figli e la moglie Niccoluccia nelle fosse comuni, e narra con lucidità dei mucchi di cadaveri, dei cani affamati che raspano le fosse, dei becchini a torso nudo che scavano. Il risultato fu una moria del 60% che ridusse la popolazione di Siena a 20.000 abitanti dai 50.000 contati prima della peste.
Il contagio, iniziato nel mese di aprile, non risparmia nessuno: muoiono pittori famosi, governanti, religiosi, soprattutto frati che assistono gli appestati, e notari che sono a contatto con i malati: gli ultimi giorni della peste non si trova più un prete per seppellire cristianamente i morti nè un notaio per fare testamento.

Tavena di Biagio a Petroio
La fatalità di quei giorni portò molte persone a raccomandarsi a Dio e fu di moda esercitare una carità pelosa che aveva lo scopo di salvarsi dalla peste, e nel caso peggiore la propria anima, lasciando dei beni a chiese e monasteri. Anche Tavena di Biagio, senese del popolo di S. Stefano di Siena, nel suo piccolo fece altrettanto e in un testamento custodito nell’archivio dell’ospedale di Siena, ma steso in data 3 luglio 1348 nella villa di Petroio in casa del fratello Bartolotto di Biagio, lasciò alla chiesa di Petroio due doppieri di cera di otto libre l'uno per illuminare il Corpo di Cristo. Il nostro Tavena si era rifugiato in campagna, a Petroio di Quercegrossa presso il fratello, e qui si era premunito con questo lascito. Molti e assurdi furono i tentativi per difendersi dalla peste, ma tutti senza nessun effetto e l’unico parzialmente efficace fu quello adottato da Tavena, ossia isolarsi in campagna, cosa che fecero i più facoltosi, ma non siamo a conoscenza se Tavena riuscì a sopravvivere al morbo oppure se una mattina di quel caldo mese si sia svegliato sudato, dopo una notte insonne nel suo saccone di paglia, con il fetido bubbone sotto le ascelle. Morì forse all’ospedale, ma non si sa.
Anche il contado di Siena venne colpito dalla pestilenza e la mortalità nelle campagne fu di poco inferiore alla città ed è certo che a Quercegrossa risuonarono pianti e lamenti.
Passato il 1348, la peste non si dileguò del tutto, ma si ripresentò spesso colpendo localmente anche se in modo meno aggressivo e nessuna città ne fu immune, poi spari dopo la grande peste di Londra del 1664.
Comunque occorse oltre un secolo per ritornare ai livelli anagrafici del 1347.
Dopo la peste nera il mondo cambiò. Il forte calo della popolazione ebbe notevoli ripercussioni sul mondo del lavoro per circa mezzo secolo. Nelle campagne quasi deserte venne rivalutata la scarsa mano d’opera contadina con i coloni che ne approfittarono chiedendo sempre di più. Molti di essi entrarono in città pretendendo alti salari per ogni lavoro svolto, provocando tensioni e turbamenti nelle classi dirigenti che legiferarono per riequilibrare una situazione economica compromessa.
Intanto, oltre ai saltuari ritorni di peste, si patisce del nuovo fenomeno causato dalla presenza in Italia, in Francia e Germania, di numerose compagnie di ventura assoldate dai Comuni e dagli Stati per le proprie guerre, essendo ormai i cittadini, tutti presi dai loro affari, contrari all’arruolamento forzato. Queste efficienti bande militari, formate da migliaia di veterani esperti e senza scrupoli, consci della loro forza e sotto la guida di famosi capitani di ventura, offrivano a pagamento i loro servigi a stati e re, ma una volta rimaste senza contratto non esitavano a trasformarsi in briganti derubando e depredando dappertutto e cominciando a ricattare i loro vecchi datori di lavoro, minacciandoli politicamente e devastando i loro territori. Città e Stati furono costretti a pagare sostanziosi ricatti per liberarsi di questi temibili e indesiderati ospiti, oppure perfino pagarli per impedirgli di entrare nei loro confini, tanto era cattiva la loro fama, dirottandoli in altre terre magari nemiche. La prima nefasta irruzione nel contado senese fu della compagnia di Fra Moriale, un ex cavaliere di S. Giovanni, avvenuta nel 1354, del quale si rammenta la ferocia e la crudeltà, alla quale fa seguito quella del conte Lando nel 1357, assoldato da Siena e a capo di una soldatesca scatenata. Intanto sembra che la deleteria peste non sia stata di monito a nessuno, e nelle città riprendono le lotte tra fazioni col risultato che a Siena, nel 1355, cade il governo dei Nove e prendono il potere nobili e popolani con l’avvento del governo dei Dodici, dopo le peripezie con l’imperatore Carlo IV e il suo vicario l’Arcivescovo di Praga. Nel 1359 si ha la guerra contro Perugia.
In tanto sconcerto si dà il via, nel 1360, ai lavori dell’acquedotto che dai dintorni di Quercegrossa (Quetole) porterà l’acqua a Fontebecci. Lavori che dureranno sette anni.
Per completare il quadro catastrofico degli ultimi decenni del Trecento, di una società dove sembra non ci siano più certezze, le notizie di guerre e carestie si susseguono portando a limiti estremi la desolazione e la sofferenza.
Nel 1363 la compagnia del Cappello è sconfitta a Torrita, e quella del famoso Giovanni Acuto, inglese, l’anno successivo rimane a lungo in territorio senese sconfiggendo le milizie inviategli contro. I capitani di Quercegrossa e delle Masse corsero in soccorso dei senesi “che se fossero intervenuti in tempo la rotta sarebbe stata evitata”. L’Acuto mette a ferro e fuoco S. Colomba e dintorni ed è pensabile che qualche escursione l’abbiano fatta anche a Quercegrossa.
Ancora nel 1363 “cagionò gran pestilenza non in Siena solamente ma in tutta l'Italia”. Cominciò dal mese di aprile uccidendo in tutte le classi.
I due anni 1364 e 1365 videro scorribande di mercenari in lotta tra loro con Giovanni Acuto sconfitto dalle altre compagnie dette della Stella e dell’Arnechino, il quale insieme ad Ambrogiuolo Visconti forma la Compagnia di S. Giorgio. I senesi sono costretti a pagare in tre riprese 12.000 fiorini all’Arnecchino, col patto di non farsi vedere per tre anni, e 26.000 fiorini agli altri, più 20.000 fiorini per donativi ai capitani di quelle genti per evitare azioni isolate. Si fanno cifre chiaramente esagerate dagli storici per rimarcare lo strapotere di quelle masnade e si parla di 5.000 cavalieri oppure 17.000 fanti che si accampavano quando a Viteccio, quando in Val di Pugna, quando a S. Ansano e altri posti tanto che la città pareva accerchiata.
Le condizioni di sfruttamento dei lavoratori cittadini, unite ad una carestia che colpisce Siena e il contado nel 1371, portano alla rivolta di Barbicone nel Bruco con tumulti, uccisioni, caduta di governo e lotte interne contro i Salimbeni. Nel 1374 fa la sua ricomparsa in Siena e nel contado la peste, portandosi via il suo numeroso carico di morti, e in quell’anno le soldatesche del Papa invadono il territorio senese devastandolo.
E’ in questi turbolenti anni che a Quercegrossa tra il 1371 e il 1374 nasce Iacopo, detto “Iacopo della Quercia”, uno degli scultori più famosi nel panorama artistico italiano. Figlio di Angiolo di Guarnieri, intagliatore e orafo, e di Maddalena, il Vasari nelle sue “Vite” riporta con qualche inesattezza, ma con una chiara indicazione che: "Fu adunque Iacopo di maestro Piero di Filippo dalla Quercia, luogo del contado di Siena, scultore...”. Pochi i dubbi, quindi, sul suo luogo di nascita pur non avendone nessuna prova documentaria se non la tradizione orale. Verso il 1386 il dodicenne Iacopo si trasferisce con la famiglia a Lucca.
La situazione politica rimane sempre incerta e i fuoriusciti tentano continuamente di trescare ai danni del Comune: il 10 luglio 1377 il “Fortilitium” di Quercegrossa è dai Riformatori tra i castelli diffidati ad accogliere gente di malaffare. Il governo senese si era premunito e “per assicurare gli abitanti e il bestiame tutti i luoghi forti erano stati rincastellati”.
Anche Firenze non fu immune da rivolte interne e nel 1378 si registra la grande ribellione di Ciompi, con l’intervento di armati senesi per ristabilire l’ordine. Ma il grande problema interno di Siena è rappresentato dalla compagnia di S. Giorgio che in quell’anno invade il contado senese, e devono essere pagati 12.000 fiorini per allontanarla.
Il 21 settembre 1379 una nuova diffida viene inviata al castellano di Quercegrossa di non accogliere e proteggere “sbanditi”.
Nel 1383 il signore di Viterbo, un avventuriero, fa invadere il contado senese da compagnie di ventura francesi e inglesi ed è sconfitto dagli aiuti della Lega. Seguono congiure in Siena con la caduta del governo e la nomina del nuovo governo dei Dieci; si ha inoltre la congiura di Spinello Tolomei che fa devastare il contado da diverse bande. Dal 1384 aumenta il numero degli esiliati per congiure interne, e nel 1387 viene sottomesso Montepulciano sobillato da Firenze, che l’anno successivo dirige verso il territorio senese la compagnia di ventura di Giovanni Belcotto, tutto distruggendo.
I successivi anni vedono la recrudescenza dello scontro con Firenze, e nel 1388 un’altra banda armata britannica fa razzia a Strove e Monticiano. Con la lega tra Siena e il Visconti, nel 1389 un gruppo di cavalieri fiorentini giunge fin sotto porta S. Marco, ma è respinto. Truppe fiorentine scorazzano nel contado senese a Quercegrossa e assediano Basciano. I senesi contrattaccano in uno scontro detto di Porta Camollia, ma il castello di Basciano è preso e distrutto dalle fondamenta, e perde ogni importanza. Il 9 novembre viene siglata la pace con Firenze, ma immediatamente ripresero le nocive scorribande delle compagnie pagate dai fiorentini, mentre i senesi facevano altrettanto e così si riuscì e rendere un deserto il territorio al confine nord.
Nel 1392 si ha la nuova pace con i fiorentini, ma questi anni di incursioni militari e carestie hanno spopolato tante campagne ed ora si tenta di ricostruire un tessuto sociale là dove regna il silenzio. Quercegrossa è tra i paesi più colpiti e da tempo la sua campagna è abbandonata e inselvatichita tanto da muovere il governo a prendere iniziative per il suo ripopolamento concedendo privilegi, come con la famosa proposta delle "capre". Si sa dagli statuti del Comune, era vietato tenere nel raggio di 6 miglia dalla città questi voraci animali che tutto divoravano, ma anche producevano e ben si adattavano all’ambiente collinare, incolto, boscoso e sassoso di Quercegrossa e dintorni. Ora si derogava alla norma per consentire ai contadini di allevarli proficuamente, anche per contrastare e respingere l’invasione dei pastori fiorentini, i quali dalle zone limitrofe di Fonterutoli, Castellina ecc. stavano invadendo il territorio spopolato di Quercegrossa e Vagliagli per circa un miglio di profondità. E il 5 febbraio 1395 la proposta dei Savi al Concistoro era legge, e si autorizzavano i contadini e lavoratori di terra dei distretti di Quercegrossa, Gardina, Petroio, Coschine, Mucenni, Quetole e Badia a Isola ad allevare becchi e capre nel numero voluto, nella consapevolezza che questa concessione avrebbe convinto molti cittadini e contadini a ritornare ai campi come mezzaioli.
Questa, che sembra una patetica iniziativa, dimostra tutta l’impotenza del Governo a risolvere una disastrata situazione che ben altri provvedimenti avrebbe richiesto, fra i quali un lungo periodo di pace, e certamente se vi fu qualche ben intenzionato deve aver subito desistito perchè l’anno successivo, a seguito della ribellione di Montepulciano, i fiorentini invasero nuovamente il territorio senese giungendo fino a S. Regina, attaccando la città e risultando respinti dal popolo uscitogli contro, con il contado continuamente devastato fino alla pace dell’11 maggio 1398.
Tra i fatti da ricordare, il 17 aprile 1396 una puntata di 70 cavalli e fanteria senese, passando da Quercegrossa e Castellina, raggiunse S. Donato in Poggio dove si scontrò con la milizia fiorentina che venne rotta, e rientrarono portando prigionieri e preda.
Il 31 luglio 1396 il Governo aveva deliberato sulla custodia della fortezza di Quercegrossa.
Ne 1399 Siena si dà al Visconti, e in quell’anno e nel successivo si registrano fame e peste, con grandi perdite umane. Alla fine di dicembre in considerazione dello stato di difficoltà del contado senese, il duca di Milano diminuì le tasse di 1000 fiorini.

Le terre del castello
Mentre accadevano questi procellosi eventi, le terre di Quercegrossa, compreso il castello di proprietà del Comune, venivano concesse dal Governo all’ente dell’Opera Metropolitana di Siena che se ne faceva carico della gestione e amministrazione almeno per i primi tempi, per poi vendere il tutto in data 18 gennaio 1371 ad Angiolo di Petrino di Naddino de’ Bellandi. Il Consiglio della Campana, ritenendo che spettasse al Comune come legittimo proprietario ogni podestà su quei beni, rese nulla la vendita fatta da Domenico di Vanni, l’operaio del momento, e comandò al detto Angiolo Bellandi di rivendere detti beni al Comune di Siena. La soluzione definitiva venne adottata dieci anni dopo, il 28 marzo 1383, quando tutto il possesso venne concesso in affitto perpetuo, o meglio in enfiteusi, alla famiglia Benvoglienti da Francesco del fu Vannuccio Mei, con un canone annuo di 16 fiorini d’oro da pagarsi nel mese di aprile secondo l’atto rogato dal notaio ser Giovanni del fu Stefano. Questo passo sarà determinante per il futuro di Quercegrossa che resterà ai Benvoglienti per più di due secoli e trasformeranno l’enfiteusi in possesso diventando proprietari a pieno titolo.
Seguendo la cronaca dei rapporti fra Opera Metropolitana, o meglio fra il Vescovo di Siena che risulta subentrare nel beneficio di detti beni, e i Benvoglienti, si giunge ad avere, anche da altre fonti, la notizia più importante di tutto il Quattrocento, la quale ci toglie da un equivoco in cui sono caduti anche lo storico Pecci e il prete Merlotti, ossia la data della seconda e definitiva distruzione del castello di Quercegrossa.
Procedendo con ordine, vediamo che nel 1402 il canone di affitto dovuto al Vescovo di Siena era di 16 fiorini d’oro e riguardava il castello, il palazzo e i beni di Quercegrossa, che riceveva da Guido e Niccolò Benvoglienti, ma essendo notevolmente ridotte le rendite a causa della guerra fra Firenze e Siena l’affitto venne ridotto a 8 fiorini secondo l’atto del notaio Giovanni.
Passano pochi anni e si apre un contenzioso tra le parti, ossia tra il nuovo Vescovo di Siena Antonio Casini che pretende 16 fiorini, e la famiglia affittuaria che ne offre 8, come da diminuzione di canone ottenuta dal Vescovo predecessore, ma senza esibire documentazione. Il 15 dicembre 1409 si raduna il Capitolo generale della Cattedrale senese che nomina nel suo ambito due mediatori e precisamente Antonio di Francesco da Pisa, canonico e amministratore del Vescovo, e l’arciprete del capitolo Pietro di Pasqua. Il 4 marzo 1410 si ha la conclusione della mediazione che stabilisce un compromesso “per la differenza tra le differenze”, tra Antonio, Vescovo di Siena, e Giovanni del fu Niccolò e Leonardo Benvoglienti. Il testo cita il fortilizio e ancora il palazzo di Quercegrossa, da intendersi senz’altro quella costruzione che diventerà villa Andreucci. Il mediatore fissa in 10 fiorini d’oro annui la quota da pagarsi dai Benvoglienti ogni primo aprile. Il successivo documento è del 1462, ma lo cito più avanti come prova della distruzione del castello, mentre l’ultimo, per concludere sui beni di Quercegrossa, risale al 1545 ed è un contratto rogato il 20 gennaio 1545 da ser Niccolò Turinozzi tra l’Arcivescovo e Bernardo Benvoglienti riguardante l’estinzione del censo di lire otto che detta famiglia pagava annualmente. Il censo si riduce ora a una sola soma di trebbiano, al netto della gabella, da consegnare alla Mensa arcivescovile di Siena ogni anno. Con l’affrancazione termina la secolare enfiteusi perpetua dei Benvoglienti sul palazzo e il castello di Quercegrossa. Essi ne divengono i legittimi proprietari con l’obbligo della rammentata soma di trebbiano.
Dopo la guerra di Siena, i Benvoglienti mantengono fino al 1580 circa il Palazzo, che viene ceduto agli Amidei dagli eredi di Fernando Benvoglienti, e il Castello fino al 1622, quando passa, con un matrimonio, ai nobili Tantucci.


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