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CAPITOLO III - ARRUOLAMENTO E GUERRA

Soldati in guerra
Se la popolazione di Quercegrossa sperimentò per alcuni mesi la bruttura della guerra ben altre esperienze vissero coloro che furono richiamati per il servizio militare. Lasciate le famiglie si ritrovarono in luoghi inospitali e sconosciuti distanti qualche migliaio di chilometri, tra le fredde e nevose pianure della Russia o nelle caldi sabbie del deserto libico e convissero con la paura, il fanatismo e l'odio. Molti di loro rimasero fuori casa anche per sette anni e quando tornarono non furono riconosciuti se non dal suono della loro voce. Di altri, i più sfortunati, c'è rimasto solo la memoria. Molti, per buona sorte furono impiegati nell'esercito con compiti non strettamente legati alle vicende belliche, altri invece si ritrovarono in prima linea. In tanti conobbero le sofferenza della prigionia, le umiliazioni e la fame. Difficile stendere l'elenco dei richiamati del popolo di Quercegrossa ma, basandoci sulle famiglie presenti e tentando un conteggio logico che tenga in considerazione l'età, la professione e l'esonero di alcuni uomini, si può quantificare tra 60 e 70 il numero dei popolani in grigioverde, compresi anche quelli che non risposero alla chiamata della Repubblica Sociale. La popolazione nel 1941 si aggirava sulle 520 anime: abbiamo quindi una percentuale del 12% circa sotto le armi, molto superiore alla media nazionale dei chiamati che, fatti i calcoli, era del 7,8%. Se tutte queste cifre sono corrette, come credo, siamo di fronte ad una sperequazione che ancora una volta penalizzava le campagne a favore dei cittadini, molto più intraprendenti nello sfruttare amicizie e astuzie varie o imboscarsi in qualche fabbrica per sfuggire alla guerra. Per quanto riguarda i caduti, le cifre ufficiali parlano di 415.000 perdite tra militari e civili durante tutto il conflitto. A Quercegrossa si ebbero cinque caduti nei vari fronti, che confrontati con i 23 della Prima guerra sembrano pochi, ma questa volta la percentuale, 1% circa, è in perfetta sintonia con quella nazionale.
Caduti:
Buti Guido, di anni 32;
Florindi Livio, di anni 39;
Giannini Dino, di anni 32;
Nencioni Delio, di anni 28;
Vannoni Livio, di anni 25.

Poche le notizie che abbiamo su questi soldati e tutte conservate nella memoria collettiva:
Guerra_21 Guido Buti dell'Arginano cadde in Jugoslavia e non in Russia come dichiarato nel 1° volume.
Guido nell'ultima licenza poté vedere la figlia Carla di pochi mesi. Fu la prima e l'ultima occasione che gli venne offerta dal destino.
Per una imperdonabile dimenticanza non ho inserito nel capitolo dedicato alla guerra la sua foto, ora rimedio all’errore (foto a sinistra) e aggiungo quelle poche note conosciute dalla sorella Ginetta e dalla figlia Carla sulla tragica fine del soldato Guido: “...era in Jugoslavia ed erano tallonati dai tedeschi. Faceva parte di un reparto di fanteria comprendente numerosi calstelnuovini. Era ferito ad una gamba e, non potendo più camminare, nella fretta di sfuggire ai tedeschi lo lasciarono in una capanna, e da allora non si seppe più niente. Gli stessi reduci di Castelnuovo ne parlavano poco volentieri in una forma di omertà che derivava probabilmente dal rimorso di averlo abbandonato”. Guido e Giovanna Bonucci si sposarono nella chiesa di S. Dalmazio il 4 aprile 1940, quando lei stava alla Casetta, quel podere lungo la strada di Vagliagli, nella discesa prima dei piani, a destra nella curva. Testimoni furono Gino Pannini e Giovanni di Sabatino Provvedi delle Tolfe. Pranzarono alla Casetta e poi partirono per Roma in viaggio di nozze. “Tre mesi dopo il matrimonio era in Jugoslavia”.

Dino Giannini del podere di Quercegrossa fu disperso in Russia, probabilmente durante la tragica ritirata dell' A.R.M.I.R. sul fronte del Don. Per caso, venne riconosciuto da uno soldato di Siena, in fuga dai russi, che lo vide, ormai congelato e senza vita, sul ciglio nevoso di una strada. E lì Dino rimase. Questa testimonianza venne fatta personalmente al mi' babbo dallo stesso militare di Siena. Dino era un contadino dei Mori.

Guerra_22
Livio Vannoni, deceduto il 21 marzo 1942, riposa nell'ossario del cimitero di Petroio. Per una legge dello Stato i caduti in guerra non potevano e non possono essere esumati. Per un grave errore, il suo corpo venne dissotterrato dalla tomba, posta quasi al centro del cimitero, e le ossa calate nell'ossario. Per rimediare, la lapide fu murata nella cappellina. Il cappello da alpino, ben conservato, sembra sia stato murato con la lapide.


Guerra_23 Delio Nencioni dell'Arginano: "Potevo scegliere per venire in licenza e scelsi di partire subito. Se fossi partito più tardi, ora sarei a casa", scriveva Delio sul finire del '43 dalla lontana Jugoslavia. Rimpiangeva la sua fretta, ma chiunque avrebbe fatto altrettanto. Ma ritardare la licenza voleva dire trovarsi a casa in quel famoso armistizio dell'8 settembre, quando la parola d'ordine fu: "tutti a casa", e mai più sarebbe ripartito. Aveva preso la SITA alla fermata del Castellare; la mamma e i familiari tutti, con gli occhi lucidi e una stretta al petto, l'accompagnarono con un saluto infinito, agitando mestamente le mani. Lui non finiva più di rispondere, poi sparì dietro la grossa sagoma del postale. Non lo rividero più. La mamma con tre figlioli in guerra versò per tre lunghi anni lacrime amare. Alla partenza di uno di loro, si nascose dietro un ulivo e pianse a lungo. Finì la guerra. Passavano i mesi e di Delio nessuna notizia. Molti rientravano e i Nencioni aspettavano... Passò il 1945, niente... il 1946, niente... anni di dolore e di preghiera. Nell'aprile del 1947 la sorella Ilda si sposò con Gino Rossi ma non ci fu festa. Dieci giorni dopo Ilio è convocato dai carabinieri di Vagliagli e gli viene comunicato quello che ormai si aspettavano, ma che rifiutavano di credere: Delio era morto. Un suo compagno, rimpatriato da poco, aveva comunicato al Comando di Siena la morte di Delio e consegnato le foto che aveva sempre conservato. Dal Comando vennero inviate ai Carabinieri di Vagliagli ai quali spettò l'ingrato compito di contattare la famiglia. E pensare che la fortuna lo aveva assistito quando era caduto prigioniero dei partigiani di Tito. Lo riconobbero come quello che aveva salvato da sicura morte un loro compagno in un'azione precedente. Lo liberarono e l'accompagnarono al comando italiano. Rimasto in zona di retrovia, con il fronte sempre più lontano, partecipò come artificiere all'opera di sminamento delle campagne di Sarajevo. Sembrava fatta per Delio, ma il destino gli riserbò una tragica fine. Lo scoppio di un ordigno a Crolievo lo ferì a morte e del suo corpo insanguinato disteso sul suo letto di morte rimasero solo le fotografie giunte alla famiglia e oggi conservate dalla sorella Ilda. La mamma Assunta fu privata della consolazione di piangere sul suo corpo, rimasto in un incerto cimitero di guerra italiano nelle campagne di Sarajevo.


Livio Florindi di Castagnoli, arruolato nei carabinieri ausiliari, sembra su sollecitazione del senatore Sarrocchi, combatté sul fronte greco e poi in Jugoslavia dove venne catturato durante un attacco dei partigiani di Tito. Si dice che sia stato torturato. Vengo qui ad integrare la scarsa documentazione del 1° volume su questo caduto del popolo Quercegrossa nella Seconda guerra mondiale, ossia di Livio Florindi. Queste ulteriori ed esaurienti notizie, insieme alle foto, mi sono state fornite dalla figlia Anna.
Con lo scoppio della guerra Livio, pur essendo della classe 1903, è richiamato nel 1941 e spedito in Africa. E’ successivamente inviato in Jugoslavia e inquadrato nel 225° Battaglione T.M. (Territoriale Mobile) di fanteria con compiti di esplorazione e sorveglianza. Fu appunto in un controllo lungo la ferrovia che il suo drappello di sette uomini cadde in una imboscata dei soldati di Tito e sei di loro vennero uccisi, mentre Livio, preso prigioniero, fu ritrovato morto tre giorni dopo.
Nel 1962, i resti di molti caduti furono traslati in Italia e il feretro di Livio coperto dalla bandiera tricolore venne accolto con tutti gli onori dalle autorità schierate a Porta Camollia e dalla fanfara. Fu tumulato al Laterino, ma alcuni anni dopo, con la morte di Ginetta, i figli lo riunirono alla moglie.

Livio Florindi, seduto a sinistra, insieme a quei camerati caduti in una imboscata nel 1942 sul fronte iugoslavo, e tutti uccisi. In basso: in un cimitero di guerra italiano in Jugoslavia la tomba di Livio e degli altri caduti




I reduci
Scritte queste poche e scarne righe in memoria dei nostri morti, passo ora a raccontare le vicissitudini di tanti compaesani arruolati e inviati su tutti i fronti di guerra. Di alcuni, le testimonianze raccolte dopo oltre mezzo secolo sono di una vivacità espressiva davvero impressionante, per la vivezza del ricordo e la capacità di ricreare ambienti e situazioni molto singolari che riescono a coinvolgere e far partecipi di emozioni straordinarie. Tutte si inquadrano perfettamente nel grande racconto che la storia ci propone di questo grande conflitto e riescono con il loro bagaglio d'esperienze personali a farci comprendere l'umana sofferenza che tragicamente e figlia di ogni conflitto che stupidamente i popoli di ogni tempo hanno incessantemente intrapreso. Sono vicende minori, di semplici soldati, che non hanno niente di eroico, se non la volontà, mai doma, di sopravvivere e di tornare a casa. In una sola di queste esperienze fu vissuto un fatto di risonanza nazionale testimoniato, come vedremo, dal caporale Gino Rossi.
Guerra_26 Gino Rossi
Allo zio Gino, classe 1919, si potrebbero assegnare tante medaglie per i patimenti sofferti e sopportati in quei lunghissimi sette anni di assenza da casa. Alcune sue lettere conservate gelosamente dal fratello Guido ci presentano un giovane che ancor prima di patire a causa della guerra, patisce per la perdita della mamma avvenuta mentre lui si trova nella fortezza di Tobruk, in Cirenaica. Dopo la Pasqua del 1940, era partito per Firenze per un periodo di addestramento. Appena il tempo di maneggiare il fucile e viene spedito nelle sabbie africane. I primi giorni di guerra trascorsero in una calma relativa, rotta soltanto da sporadici bombardamenti inglesi che minacciavano la guarnigione. Ed è qui che il 28 giugno Gino fu protagonista di un avvenimento che ebbe notevole risonanza sul piano politico e della propaganda: l'abbattimento dell'aereo di Italo Balbo. Il gerarca, di ritorno dall'Italia dove aveva tentato inutilmente di dissuadere Mussolini a entrare in guerra, volava con un SM 79 e si apprestava ad atterrare alla base di Tobruk. Ricostruiamo attraverso le sicure ed efficaci parole di Gino che cosa avvenne esattamente quel 28 giugno 1943. Da precisare che questa testimonianza concorda perfettamente con quanto dichiarato da altri soldati in servizio alle batterie antiaeree. "S'era stati attaccati da alcuni bombardieri inglesi che poi si erano allontanati dalla parte opposta, passandoci rombando sulle teste. Si videro virare in lontananza. Ci s’aspettava che compiuto il mezzo giro ritornassero all'attacco. Noi, con le mitragliatrici e i cannoncini, s’era pronti a riceverli. Eccoli! Ritornano! Si ode il rumore e si vedono avvicinare. Fuoco! Quella volta il tiro fu preciso (anche perché il velivolo si apprestava a scendere) e un aereo colpito si abbatté poco lontano dalla Base. Un applauso e tanti "evviva" salutarono la caduta del presunto nemico. Solo alcuni minuti più tardi si seppe che era l'aereo di Balbo e che lui era morto con tutto l'equipaggio".



Non sappiamo in quale reparto fosse inquadrato Gino, ma sul finire dell'anno è in servizio presso la mensa e poi, con trasferimento interno, nominato caporale assume il compito di postino (c'era da consegnare in tutte le basi e gli avamposti, quindi un compito né facile né sicuro). La guerra comincia a farsi virulenta sul fronte africano e il destino pensò bene di rendergli la vita ancor più amara. Dopo la sua partenza erano apparsi i primi sintomi della malattia della mamma Ersilia. Dapprima niente di preoccupante, poi la repentina fine. La notizia della morte dell'adorata mamma avvenuta il 22 ottobre gli giunse come una bomba improvvisa che gli scoppia vicino e lo lascia stordito e ammutolito. Tre lettere da lui scritte (e furono le ultime perchè venne catturato dagli inglesi) ci mostrano un giovane afflitto e triste che vive impotente la tragedia familiare e della quale ancora non sa dare una spiegazione, ma che reagisce nella maniera con la quale era stato istruito dalla stessa mamma ad affrontare il mondo: la fede e la speranza. Il rimpianto di tempi migliori si unisce al filiale dolore. La lettura di queste poche righe non può non generare commozione. Scrive al fratello Guido che si trova a Roma per lavoro da alcuni anni:
"Tobluch 25/12/40/XIX. Mio Caro Fratellino pensa che Santo Natale che abbiamo fatto quest'anno, abbiamo avuto la perdita della nostra Cara Mamma, io mi trovo qua lontano da tutti voi, tu ti trovi solo a Roma, il nostro fratello Mario è solo con la sua Moglie e il nostro caro Babbo e nostri Fratellini e Sorelline che Natale che avranno fatto. Pensa Guido che differenza fra un anno e l'altro anno si è fatto tutti quanti assieme il Santo Natale e l'abbiamo fatto tutti allegri mentre invece quest'anno l'abbiamo fatto tutti separati e fin la perdita di nostra Mamma.
Caro Guido io ci è dei momenti che mi sta pensiero a vivere con questo pensiero che noi abbiamo ma da l'altra parte mi fo coraggio tanto verrà pure per noi quel felice giorno che potremo ritrovarsi con la nostra cara Mamma e tutta l'intera famiglia non in questa terra ma nella gloria dei cieli che lì potremo godere l'eternità tutti quanti assieme.
Caro Fratello stamani sono andato a Tobluch mi sono recato alla Santa Messa dopo tanto tempo o potuto ascoltare di nuovo la Santa Messa ma non ho potuto far la Santa Comunione perché sono andato alla messa tardi delle 11. Termino di scrivere con salutarti e baciandoti tuo Fratellino Gino che sempre ti ricorda".

L'11 febbraio scriveva a casa: "Miei Cari, con molto piacere o ricevuto la lettera che mi avete mandato la fotografia della Pora Mamma. Non potete credere quanto son restato male nel pensare se sarà destinato il mio ritorno di non trovare più la nostra Cara Mamma fra tutti voi. Ma sono restato contento per avere la sua propria fotografia in sieme a me.
Sento ne la vostra lettera che godete ottima salute tutta quanta l'intera famiglia. Ma nel momento posso assicurare che è il simile pure di me.
Miei Cari mi dite se ho ricevuto il pacho, ancora non nò ricevuto niente.
Termino di scrivere con salutarvi inviandovi un mio forte bacio a tutta la intera famiglia. Di nuovo vi dico non state in pensiero perché io sto bene speriamo che presto ci possiamo riabbracciare tutti quanti assieme. Contraccambio i saluti e tante buone cose a Aldo
(Regoli, fidanzato con una sorella del quale è molto amico). Saluti a chi domanda di me addio a presto".
Nella terza lettera rimasta, datata 16 gennaio 1941, Gino invia parole di conforto e di speranza per una perdita tanto inattesa quanto inconcepibile. Contiene anche alcune curiose note della sua vita militare che scoprono la disposizione d'animo e la sensibilità di un soldato. Ritengo interessante presentarla per intero:
"Caro Fratello, vengo rispondendo alla tue Care e desiderate lettere. Sai Guido da molto tempo che io aspettavo tue notizie da molti giorni. Sai Guido il giorno di ieri mi sono giunte quattro tue lettere che sono state scritte una il 6 di dicembre, l'altra il 22 dicembre, l'altra il 4 gennaio e sento ne le tue lettere che godi ottima salute ma nel momento ti posso assicurare che è simile pure di me. Caro Fratellino Sento su le tue lettere che ci ai il pensiero rivolto verso la nostra cara Mamma. Caro Fratellino non è il caso che tu sia te solo in codeste condizioni costì, ma pure io ti posso assicurare che il mio pensiero è molto triste, ma che vuoi farci, ormai il destino à voluto così e bisognia farsi coraggio e vivere sempre con la speranza che ci aiuti di la sulla gloria dei cieli coll'aiuto del nostro Buon Dio che non abbandona mai nessuno, e credo che non abbandonerà neppure noi. Caro Fratellino ormai in questo mondo bisogna pigliare il mondo come viene e vivere con la speranza di riunirci tutti su nella gloria dei cieli che la potremo vivere nuovamente tutti quanti insieme.
Caro Fratello come ti avevo detto che io mi trovavo alla mensa sai che ora abbiamo cambiato posto e dove siamo andati la mensa c'era già e come ti ripeto che io non mi trovo più alla mensa. Ma non stare in pensiero perché io me la ripasso sempre non tanto male. Sai Guido che ci è il Signor maggiore che comanda il gruppo mi vuole molto bene e dopo che sono andato dalla mensa mi à messo a fare il postino e come ti dico che non me la ripasso tanto male, speriamo che presto finisca presto questa santa guerra che potremo tornare fra tutti voi.
Caro Fratello un altra cosa ci ò da dirti questa è una cosa molto curiosa che a te ti farà molta meraviglia quando che te la leggi. Sai Guido che mi hanno fatto caporale io non so come abbiano fatto, ma come io ti dico che ci è il Signor Maggiore che mi vuole molto bene e per questo che mi anno fatto Caporale. Caro Fratello se un giorno o l'altro sarà destinato il mio ritorno mi vedrai con quei gradi da caporale. Sai Guido a me mi pare una meraviglia sentire dire da i miei superiori che sono Caporale. Sai domani o dopo domani scrivere pure a casa sono tre giorni che non ò avuto notizie da casa.
Termino di scrivere con salutarti Baciandoti tuo fratello Gino addio a presto. Fai modo o maniera di farti coraggio di tutto quello che a noi ci è accaduto. Saluti e tanti baci".
"Speriamo che presto finisca questa santa guerra"
dice lo zio Gino e forse era l'opinione e la speranza corrente nella base Cirenaica nei primi giorni del 1941. Ma il disegno era un altro e a quei malcapitati saranno riservate inaudite sofferenze prima di rientrare in Italia sei anni dopo. L'offensiva inglese che terminò con la resa di Tobruk il 22 gennaio fu la causa della prigionia di Gino, preso in quei giorni insieme ad altri migliaia di italiani. Caricato su un vagone si fece tutta l'Africa in mare e in treno in un viaggio interminabile e venne rinchiuso in un campo di prigionia in Sudafrica, mentre altri sventurati venivano dirottati in India. Contrariamente a quanto celebrato sulla permanenza dei prigionieri in Sudafrica che oggi viene dipinta a tinte rosa, di diverso tenore sono i ricordi tramandati da Gino Rossi. Alla fame, alla sete e alle privazioni si accompagnarono le torture e le umiliazioni degli aguzzini. "Si divertivano a pestarci le mani quando si tentava di prendere le cicche che gettavano per terra... e ci prendevano a calci quando si razzolava nei rifiuti per cercare qualcosa di commestibile...". Il clima e la scarsa alimentazione furono cause di inedia e malattie. I prigionieri erano ridotti a scheletri ambulanti. Quel giorno la fine sembrava vicina. In condizioni di estrema debolezza cerca di raggiungere il cancello d'ingresso del campo dove sta per arrivare il camion che porta i viveri gettati ai prigionieri affamati come si dà il pasto alle belve. Si trascina come può, ma non ha più forze per continuare e fare quel breve tragitto che può salvargli la vita. E' intontito, al limite dello svenimento mortale. Forse non soffre più. Tutti gli passano avanti ... resta a terra ... arriva il camion ... c'è l'assalto. Sandrone degli Auzzi di Pietralta, prigioniero anch'esso, oltre al Pannini di Vignaglia, è tra i più svelti. Poi, forse, cerca Gino o forse fu il caso, ma ... lo vede ... e lo ristora con una borraccia piena di urina (grave era la carenza d'acqua e ogni liquido era prezioso). Il "Moro" così aiutato, riprende vigore e con le ultime forze raggiunge il camion ormai svuotato quasi completamente. Ci sono rimasti solo alcuni caschi di banane. Ma bastano per salvargli la vita. Ne mangiò diciassette ... e riprese a sperare. Ce ne volle del tempo per rimpatriare i prigionieri e finalmente nel settembre 1946 fu la volta di Gino a rimettere piede a casa. Sbarcato in Italia si recò a Roma dal fratello, all'indirizzo che conosceva. Era ridotto a una larva di 35 kg. Bussò e la porta si aprì. Guido vide un uomo vestito di stracci rattoppati, secco, patito, barba lunga ... rimase perplesso ... in guardia verso lo sconosciuto. Aveva la figlia Carla in braccio ... poi una voce bassa, spaurita ... "Guido non mi riconosci...". Buttò la piccola sul tavolo e si abbracciarono. C'era anche la zia Bruna ... tutti piangevano. A Siena in treno e alla caserma a salutare Nello che vi presta servizio. "Quando tornò Gino, nel settembre 1946, venne a trovarmi alla caserma in Pian dei Mantellini, caserma Giuseppe Mazzini, prima di venire a casa. Era sempre vestito da prigioniero con certe toppe addosso". Poi verso Quercia. "Torna il Moro di Palle", la voce era rimbalzata e tutti l'aspettavano. "Lo vidi in canna con lo zio Nello provenienti da Siena...". Il resto lo lascio immaginare a voi. Era finita. Ma il Moro che abbiamo conosciuto noi non era più quello di prima.
Nello Rossi
Nella famiglia di Egisto Rossi due furono i richiamati: Gino, come abbiamo visto, e Nello del 1924. Quest'ultimo fu richiamato quando alla sua classe venne tolto l'esonero per i lavori utili all'industria. Lavorava in miniera e da Monteo si ritrovò ai primi del 1943 soldato di leva, al distretto militare dei Pispini a Siena. Aveva fatto la visita l'anno avanti in Via Garibaldi insieme ad altri amici e il clima era sempre quello dell’allegra brigata: "Quella mattina c'erano Gino Bruttini, Vigni Marino di Gardina, Puntino del Peccianti, Lido del Francioni del Poggio al Sale, il Barucci delle Sodole e il Conte Quinto.S'andò a mangiare dal Pante: si prese la pastasciutta e un piccione. I capi vennero messi da una parte, nel piatto, ma Puntino disse: "S'è pagato anche questi!" e si mangiò tutti i capi dei piccioni mentre gli altri clienti ridevano". Le partenze per le rispettive sedi erano divise in quattro scaglioni annui, lui partì per ultimo con Gigi Rustioni di San Leonino, l’unico conoscente. Assegnato al 225° Reggimento della divisione Arezzo, di stanza a Monopoli, si mise in viaggio per la Puglia insieme ad altri sette commilitoni. Da Siena si diressero a Torrita dove fecero cena a Montefollonico a casa di un amico, mangiando tutto quello che avevano dietro. Per ricompensarlo la famiglia gli arrostì un pollo che alla mattina Nello mise nella sua valigia e consumò strada facendo. Ma l’intensità dei bombardamenti alleati sui treni, che furono particolarmente sostenuti in quel mese, disperse il piccolo gruppo di amici e di sette che erano, arrivarono in tre. A Orte furono sorpresi dal primo dei tanti allarmi e tutti si precipitarono giù per i campi a nascondersi. Ad Aversa i binari ritorti arrivavano alle case dando un'impressione di caos. E così fu per i giorni successivi e quando la linea era interrotta "si andava dai carabinieri e con i camion si proseguiva fino alla stazione successiva". Giunto finalmente in caserma a Monopoli, vi trascorse diversi mesi fino a quando una mattina si svegliarono con la caserma completamente circondata dagli inglesi e con i cannoni puntati contro: "Ci portarono via tutte le armi". La resa non fu una tragedia (siamo verso il 10/12 settembre e l'armistizio è già stato firmato). Da Monopoli furono trasferiti a Lecce dove gli vennero offerte due possibilità: "E qui ci chiesero chi voleva combattere nella divisione Garibaldi in Montenegro oppure andare al porto di Bari a scaricare le navi. Io andai a Bari. Il giorno lavoravano i civili e la notte i militari. Si lavorava dalle dieci alle sei della mattina, ma si mangiava; non era male. La paga da militare era di tre lire al giorno mentre a lavorare si riscuotevano 20 lire al giorno; si era sempre militari inquadrati con la divisa e le stellette. Rimasi mesi senza avere notizie da casa, il fronte bloccava tutte le comunicazioni. A Bari, la sera in libera uscita prima del lavoro, si frequentava un bar dove avevano attaccato al muro carte geografiche dell'Italia, e su quelle seguivano i movimenti del fronte appuntandoci delle bandierine colorate. Appena vidi le bandierine a Firenze (fine luglio) presi e scappai e tornai a casa a piedi. Ci misi ventisette giorni per tornare. A Foggia trovai una famiglia e mi sbarazzai della divisa in cambio di abiti da contadino ... c'era una donna che piangeva ... aveva due figlioli in guerra, uno in Germania l'altro non si sa dove, non scorderò mai questa scena". A casa, Nello incontra le difficoltà comuni a tutti i disertori, perché in pratica Nello era un disertore, non avendo terminato il servizio militare che a quel tempo era di 24 mesi. Sentiamo dalle sue parole come finì la sua guerra: "... alla miniera non mi pigliavano perché ero disertore. Mario, il mi' fratello, che era guardia a Passeggeri, mi ci porta... parlo col Sarrocchi che mi avverte: "Io non ti conosco vai dove stavano i prigionieri e vai a fare la fossa, poi verrà il fattore che ti pagherà". Due mesi ci rimasi. Poi un giorno, a Quercegrossa, arrivano a casa i carabinieri. In casa, Gina mi dice: "Ci sono i carabinieri che ti cercano sono dalla sor Ada all'Appalto". Scendo, cercavano me... "Senti, ti presenti al distretto domani mattina o ti ci si porta noi ...". Vado da me, risposi. La mattina dopo accompagnato da Elio Mori... con la moto s'andò nei Pispini. Mi presento all'ufficio addetto. C'è un tenente che con aria cerimoniosa mi disse: "Rossi Nello siete denunciato al tribunale militare di guerra per furto (la divisa) e diserzione. Vi dovete presentare immediatamente a Bari". “Senta”, risposi deciso senza sapere dove trovai il coraggio, “se mi rimandate a Bari, fino a ora ho fatto il disertore a lavorare, da qui in avanti lo fo alla macchia". Sedeva a un tavolo con timbri, boccette d'inchiostro e matite, le solite cose. Non feci in tempo a finire la frase che con un cazzotto sul tavolo l'ufficiale fece volare tutto per aria. "Vai via, gridò, vai via, non ti voglio più vedere! Torno nella stanza d'attesa. Allora si fecero avanti Elio e il Soldatini, il padrone della Magione che aveva un grado elevato al distretto. Alcuni minuti e mi richiama l'ufficiale ... "Rossi se ti lascio a Siena sei contento?”. “C'è una meglio di Siena ... di Bari ...” ebbi la forza di farfugliare ... E così è che rifeci il CAR a Siena. Il servizio prestato prima non mi valeva più, nemmeno un giorno. Feci il CAR con la classe 1925 ed essendo tra più anziani, siamo nel 1946, dovevo passare caporale, ma rifiutai risolutamente. A quel punto mi mandarono a Civitavecchia nel genio pontieri, ma non sapevo nuotare. Per due mesi tentarono di insegnarmi, in tutti i modi, ma non ci riuscirono.
Guerra_27 Si arresero e vengo trasferito a Bergamo in forza alla divisione Legnano, reparto Genio artieri. L'unica cosa che non mancava era il lavoro in una città disastrata dalle bombe. Andavo dietro i muratori che imbiancavano, riparavano le case e strutture dell'esercito, io sistemavo infissi, porte, serrature, piccoli lavori. Vi rimasi nove mesi e ci finii il servizio militare". Non troppo gloriosa, per la verità, si rivelò la vicenda bellica di Nello. Ma riportò la pelle a casa ed era l’unica cosa che contava. A proposito, quando fu chiaro che doveva rifare da capo il servizio militare, il Soldatini lo informò che se voleva recuperare i mesi di servizio gia prestati gli disse che ci voleva un avvocato. Si doveva ricordare dei comandanti avuti, presentare dei documenti ... spendere dei soldi insomma ... (chi vuole intendere intenda). Ma Nello disse di no e si rifece due anni di militare.
Nello Rossi, a sinistra nella sfuocata foto del 1946, con un commilitone a Bergamo dove rifece il militare.
Lorenzo Bianciardi
A distanza di quasi cinquant'anni sorprende e meraviglia sia la vicenda militare che la lucidità dei ricordi, compresi nomi e date, di Lorenzo Bianciardi oggi novantenne, protagonista di un'avventura che lo portò suo malgrado nella sconfinata e sconosciuta terra di Russia e lo ricondusse poi, grazie alla sua tenacia unita alla fortuna, a Poggiagrilli di Petroio. La ricchezza di particolari fa della memoria di Lorenzo Bianciardi un quadro di grande rilevanza storica. Scese a Fontebecci con l'autobus proveniente da Firenze. Erano passati due anni dall’ultima licenza. Due anni di silenzio; poi un telegramma dalla Croce Rossa che avvisava la famiglia del suo rimpatrio. Ho calcolato, seguendo le sue indicazioni, che Lorenzo Bianciardi abbia percorso nel viaggio di ritorno in treno almeno 6.000 Km in due mesi, ed era il 10 dicembre 1945 quando s'avviò per fare a piedi gli ultimi otto chilometri che lo separavano da Poggiagrilli dove avrebbe riabbracciato i suoi cari e ripreso a vivere.
Il primo contatto di Lorenzino (classe 1913) con l'esercito avviene nel 1934, con la chiamata di leva. E' di servizio a Portoferraio. Fece soltanto cinque mesi per via dei fratelli piccoli. Nel maggio 1935 è richiamato e spedito a Gradisca - Cormons ed è messo di guardia ad una polveriera fino al 17 dicembre 1935 quando rientra a casa per fine servizio. Frattanto c'erano state le "sanzioni" e il giorno dopo, il 18 dicembre, si presenta al fiduciario del fascio di Quercegrossa, in quel momento Elio Mori, e nelle sue mani consegna le fedi per la patria. Lorenzo Bianciardi aveva un piccolo incarico organizzativo nell'ambito del partito per la sezione giovanile: curava le adunate balilla, ecc. Coerente con il suo ruolo aderì all'iniziativa del partito. Nel 1939 è ancora richiamato, ha 26 anni e va a Firenze, ma il 20 ottobre torna a casa in licenza agricola. Nuovamente e per la terza volta, sotto le armi nel 1940. Il 10 giugno lo trova a Firenze e, con i militari adunati, sente il discorso della dichiarazione di guerra del duce. L'11 giugno partono per il fronte francese, ma si fermano in provincia di Alessandria a Villa Stellone e poi si trasferiscono a Piossasco (TO) mentre termina la guerra con la Francia. Nel luglio si spostano a Nervesa della Battaglia per un periodo di addestramento e il 20 ottobre del 1940 è di nuovo a casa in licenza agricola. Riparte il 10 gennaio 1941 richiamato per l'Albania e il 23 marzo successivo è sul fronte greco come portaferiti e pattugliamento notturno con grandi rischi. Poi, a causa della ribellione in Montenegro dei partigiani di Tito, è inviato a ristabilire l'ordine a Podigoritza dal luglio 1941 fino al maggio del 1943 quando torna in licenza. Un mese a casa e poi a giugno del 1943 riparte per il Montenegro e dopo l'8 settembre (Lorenzo è sempre stato inquadrato nella divisione Venezia) entra a far parte dai primi di novembre della divisione Garibaldi che collabora con gli ex nemici, i partigiani comunisti titini, contro i tedeschi. In quei giorni il cugino Picchi Santi della divisione Acqui morirà trucidato dai tedeschi a Cefalonia. Il 5 dicembre 1943, in uno dei grandi rastrellamenti dei tedeschi, che causano tanti morti e feriti e prigionieri tra gli italiani, accusati di essere banditi e traditori, è catturato e messo al lavoro forzato come riparatore fino al 30 gennaio 1944. Dal Montenegro è trasferito in prigionia nella Russia Bianca a Minsk, allora sotto controllo germanico. Ma il 29 giugno 1944 arrivano i russi, che stanno avanzando a grande velocità. I soldati tedeschi si ritirano trascinandosi dietro i prigionieri, compreso Lorenzo. Sono costretti a otto giorni di marce forzate dall'alba al tramonto con qualche cosa da mangiare la sera. Una fuga inutile perché il 7 luglio cadono tutti in mano ai russi che li tallonavano. Dalla padella nella brace. La situazione peggiora, intanto perché gli sequestrano tutto quello che aveva, gavetta compresa, e poi perché viene portato e rinchiuso in un campo di concentramento. Ora la storia ci informa sulla fine che hanno fatto i soldati italiani chiusi nei campi come bestie dove la mortalità causata dalla fame e dalle malattie raggiunse quasi il 100 per cento. Anche Tambov, il campo dove è rinchiuso Lorenzo (circa 200 Km a sud-est di Mosca), non fece eccezione, ma diamo la parola al protagonista: "Morivano come mosche per la dissenteria ..anch'io ero già in diarrea quando un fatto inaspettato mi salvò la vita. Fu un vero colpo di fortuna. Arrivò la direttrice di una fabbrica tessile situata a qualche decina di Km, aveva bisogno di manodopera e scelse 100 fra gli uomini che apparentemente erano in salute...io fui scelto e questo mi salvò la vita..sennò non sarei ora qui a raccontartelo. Si lavorava in fabbrica otto ore al giorno, si mangiava pane di segale come gli operai, mi rimisi di salute e qui rimasi dal luglio 1944 fino all'aprile del 1945. Poi improvvisamente l'ultimi di aprile vengo trasferito nella Russia asiatica, la zona centrale della Siberia, oltre il lago di Aral e il Mar Caspio (zona dell'attuale Kazakhistan) a coltivare cotone. Partii col freddo e mi ritrovai a un caldo afoso che non si respirava. Non c'era acqua potabile.. si raccoglieva e si bolliva. Un giorno mentre tornavo da zappare queste piante di cotone mi colse una febbre alta, a 40°, non c'erano medicinali, solo un po' di olio di ricino...lo presi e... in due giorni la febbre sparì. A settembre si raccolse il cotone... Fu in quei giorni ci informarono che la guerra era finita e che Mussolini era stato ammazzato. Giunse la fine della prigionia. L'8 ottobre 1945 si partì dal campo con una tradotta militare. Ammassati in un vagone per un interminabile viaggio: si stava giorni interi fermi per dare la precedenza ai convogli civili e militari. Ripassai anche dal mio vecchio campo di Tambov. Poi la Polonia, la Germania, la Cecoslovacchia, l'Austria e finalmente, da Innsbruck, l'Italia. Le nostre condizioni erano miserevoli. Irriconoscibili, ci tennero in quarantena a Pescantina (Verona) e da lì arrivai a casa il 10 dicembre del 1945". Mise così fine a un cammino infinito, purtroppo percorso da tanti nostri soldati e molti, troppi, non ce la fecero.
I Mori
I cinque fratelli Mori, possidenti e industriali di Quercegrossa erano nati tra il 1904 e il 1913. Se si esclude Luigi, novello sacerdote nel 1940, tutti gli altri vennero richiamati e inviati nei vari fronti di guerra pur facendo parte di classi che avevano effettuato il normale servizio militare di leva anche sedici anni prima dell'entrata in guerra dell'Italia, come Umberto (Berto) che, nato nel 1904 aveva servito la patria a vent'anni, intorno al 1924: venne richiamato quando compiva 37 anni. Elio (1907) partì nel 1943 a 36 anni. Alessandro (1909) nel 1943 a 34 anni e Dino (1911) nel 1940 a 29 anni.
Dino Mori
Il minore dei fratelli Mori aveva fatto il servizio militare di leva nel 1931 a Pisa. Nell'anno 1938, in concomitanza con la crisi causata dalla questione austriaca quando Mussolini schierò alcune divisioni al Brennero, Dino fu tra i richiamati e quasi subito licenziato. Tornò a casa e prese moglie. Quando arrivò la nuova cartolina nel 1940 non immaginava certamente in quale avventura si cacciava. Partì insieme a Sabatino delle Redi e prestarono servizio all'Autocentro di Firenze per poi essere trasferiti sul fronte greco.
Guerra_1 Dino Mori, nella foto a sinistra, quando si trovava in Albania col 7° Autocentro di Firenze. Nella foto seguente, Dino nel 1931, militare di leva.
Prigioniero in Germania riuscì a ritornare a Quercegrossa due mesi dopo la pace.


In Albania restarono fino all’8 settembre 1943 e lì, in seguito alla confusione derivata dall'armistizio con gli alleati, vennero presi dai tedeschi e inviati in Germania. Percorsero a piedi duecento chilometri e poi caricati su camion. Voci amiche gli dicevano: "Vi portano in Germania, non ci andate ... scendete ...". Tentarono la fuga più volte e in uno di questi tentativi gli rimase la fede attaccata ad un gancio del camion; per poco non perse il dito. I tedeschi vigilavano bene e il convoglio di prigionieri varcò la frontiera tedesca col suo carico di disperati. Nel campo di lavoro fu costretto a vendere la fede per mangiare. La scarsità di cibo che già colpiva la popolazione civile tedesca, si rifletteva pericolosamente sui prigionieri, che costretti a lavori pesanti pativano ancor più la fame. La sera andava a vedere nei bidoni dei rifiuti se c'era qualcosa da mangiare. "Una volta lo trovarono a "rubare" in questi bidoni e fu attaccato dai cani poliziotto, che gli avevano aizzato contro.Gli si attaccarono al cappotto che venne stracciato, ma la "pelle" fu salva. La mattina si recò a lavorare mezzo gnudo" . Quante volte abbiamo visto queste scene di violenza e ferocia al cinema e magari non abbiamo mai immaginato che qualche nostro parente o conoscente ne fosse rimasto vittima. Era in un campo ad Hannover. Nel primo periodo della sua prigionia andava a riparare la ferrovia, continuamente danneggiata dai bombardamenti. La camicia a brindelli e gli zoccoli olandesi ai piedi... un freddo bestiale. Passavano per prati e campi e un giorno videro un campo di patate. Alcuni intrepidi o più affamati degli altri tra cui Dino escono dalla lunga fila e si avvicinano al campo lavorato iniziando a dissotterrare qualche patata. Furono visti da alcuni ragazzi poco distanti che con i loro urli richiamarono l'attenzione delle guardie. Gli levarono di forza le patate di mano e se la cavarono con qualche spintone. Molti in quei giorni perdevano la vita per molto meno.
Guerra_1Notata la sua esperienza di meccanico gli fu affidato l'insegnamento ai prigionieri italiani; doveva probabilmente fornire loro nozioni di riparazione di parti meccaniche. Se il giorno respiravano, la notte non dormivano. Gli americani facevano sul serio ed Hannover era una città industriale tra le più bombardate, soprattutto di notte. Non sapevano dove andare, come ripararsi nelle loro baracche o rifugi improvvisati. Molti lavoratori italiani in Germania perirono sotto le bombe perché di regola vivevano vicino agli impianti industriali che sistematicamente venivano attaccati e danneggiati. Poi un altro cambiamento. Fu dato in aiuto ad un privato. Un tipografo che però svolgeva un'altra attività: il mercato nero. "Questo tedesco aveva nascosto del carbone e commerciava a mercato nero. Dino portava il carbone alle famiglie e da allora incominciò a mangiucchiare un pochino" . Scriveva a casa e alcune sue lettere mostrate ai tedeschi, ai quali fu detto che lavorava per loro in Germania, servirono ad evitare una probabile rappresaglia quando venne spogliato un soldato a Macialla. Alla resa della Germania si ritrovò per caso col figliolo di Sodero, il vecchio postino di Quercegrossa e il Corsi della Ripa. Una lettera di quest'ultimo, la prima ad arrivare da un paese in pieno caos, diede notizie alle famiglie che erano vivi e sarebbero tornati presto. La moglie di Dino, Settimia che "alla fine della guerra ero contenta, ma non sapevo niente" , non aspettò molto tempo. Nel luglio 1945 venne uno ad avvisare in casa Mori: "Dino è allo Stellino a farsi i capelli" . Le scene di contentezza di Settimia sono rimaste impresse nella memoria dei presenti. Salti e gridi e parole di gioia, era come impazzita. Era nell'orto. Corre all'acquaio in casa. Si lava i piedi, uno alla volta. Frastornata, non stava in sé mentre intorno tutti ridevano e dalla contentezza e dallo spettacolo di questa donna che ritrovava il marito dopo alcuni anni. Non lo aspettarono, ma si mossero verso Siena a riscontrarlo e lo trovarono che era già all'Arginanino. Di nuovo festa e baci e abbracci. Solo che lo trovarono gonfio come un pallone da quante scatolette americane aveva mangiato dopo la grande fame.
Umberto Mori
Richiamato ma mai partito, così si può definire lo status di servizio di Umberto Mori, classe 1904. Nel giugno del 1941 fu deciso l'intervento italiano in Russia, intervento non richiesto anzi osteggiato dai tedeschi, ma Mussolini volle la sua crociata "antibolscevica". Berto del Mori con i suoi 37 anni pensava ormai di essere al sicuro da ogni complicazione militare. Ma risultava essere un caldaista esperto in docce e impianti militari e questo gli creò un problema, anzi un grosso problema. Ricevette la cartolina verde dell'arruolamento e riuscirono a sapere che doveva partire col nuovo corpo di spedizione in Russia. Consapevoli del grave rischio che correva, la famiglia si adoperò subito per annullare il provvedimento e ricorse a tutte le amicizie e conoscenze. Berto intanto era stato destinato alla sede provvisoria di Bologna mentre si contattavano le alte cariche militari di Siena preposte all'arruolamento e alla fine, con diverse motivazioni e perché c'era già un fratello combattente, si riuscì a fargli ottenere l'esonero. La vista delle immense distese innevate dell'Ucraina e la conoscenza di nuovi posti gli fu negata; ma credo che questo non abbia provocato nessun rimpianto in Berto e non riesco ad immaginare il sospiro di sollievo che trasse quando gli fu comunicata la decisione a lui favorevole della Commissione Militare.
Alessandro Mori
Più che della guerra, conosciamo un fatto accadutogli quando prestava il servizio militare di leva nel 1931/32. Arruolato in aviazione, non era pilota ma operatore di bordo o qualcosa di simile. Un bel giorno deve partire in missione ma, per cause a noi sconosciute, rimane a terra e un altro prende il suo posto. La fortuna era dalla sua parte o non era giunta la sua ora. L'aereo precipitò e i suoi amici dell'equipaggio perirono tutti. Questo fatto venne rammentato tante e tante volte e visto come una grazia ricevuta, per lo scampato pericolo. Della Seconda guerra mondiale di Sandro si ricorda solo il suo avventuroso e pericoloso viaggio che fece alla fine del 1944 da Milano per tornare a Quercegrossa quando ormai la situazione stava degenerando anche al Nord, coi i tedeschi che controllavano ancora la pianura padana ed erano invischiati in mille combattimenti con alleati e partigiani. Si trovava di servizio a Milano, forse sempre in forza all’aviazione, e prese la strada di casa quando Quercegrossa era già stata liberata. Partì in bicicletta con un carico di tre latte di sardine che usò come merce di scambio con le famiglie che lo ospitavano e dalle quali riceveva assistenza. Viaggiava di notte e superato ogni ostacolo ed evitati brutti incontri arrivò a Quercegrossa. Lo zio Sandro nel periodo iniziale del conflitto lavorò in miniera per avere l’esonero, ma nonostante ciò venne arruolato.
Elio Mori
Guerra_31 La sua classe, il 1907, venne richiamata quando ormai le sorti della guerra iniziavano a delinearsi e si prospettava una sconfitta militare per le forze dell'asse: era l'anno 1943, Elio, che aveva già prestato il servizio militare nel 1927/28 in artiglieria da costa col suo reggimento di stanza in Sardegna (nella foto: Elio da parmanente alla Maddalena), riveste il grigioverde e all'età di 36 anni viene spedito in Sicilia, quando le forze anglo-americane sono già sbarcate sull’isola. Esattamente il 10 luglio 1943 avvenne l'invasione e gli alleati iniziarono la conquista della Sicilia. Gli inglesi a est si spinsero verso Catania e Messina, trovando una dura resistenza da parte dei tedeschi, mentre, da parte italiana, forse concordati in segreto, si ebbero numerosi casi di abbandono delle linee di difesa e fuga generale di soldati che si erano arresi in massa ed erano fuggiti verso il continente. Proprio nelle ore in cui accadevano questi fatti, Elio, e non si sa come abbia fatto, con le strade e ferrovie interrotte dai bombardamenti, raggiunge Catania e, non trovando più punti di riferimento per quanto detto, si presenta alla prima caserma che trova. Era una costruzione immensa, con decine di camerate, ma tutte completamente vuote. Non c'era un militare nel raggio di chilometri, nemmeno un “caporalaccio” per chiedere istruzioni. C'erano si tanti ospiti, ma erano i famigerati pidocchi che la truppa aveva lasciato sulle brande e ben se ne accorse Elio che sfinito dal viaggio vi si addormentò sopra. All'improvviso, quando il sonno era più profondo, si scatenò l'inferno. Le grosse bombe d'aereo facevano tremare i muri e gli scoppi squassavano l'aria. Svegliato di soprassalto, Elio si butta giù dalla branda. Ma nella fretta cade malamente e si sloga una caviglia. Tra le fiammate delle bombe, i pidocchi che iniziavano a dar prurito e il dolore alla caviglia Elio prende una rapida decisione maledicendo forse d’essere arrivato in quel posto. Esce prudentemente, zoppicando, dalla caserma presa di mira e si avviò subito sulla strada del ritorno senza pensarci due volte. Sarà un viaggio tribolato e insicuro, ma avrà il suo lieto fine perché dopo diversi giorni fece ritorno a Quercegrossa, forse contento in cuor suo di essersela cavata con poco danno.

Le narrazioni che seguono sono per lo più brevi ricordi di tanti altri soldati di Quercegrossa che raccontarono in famiglia l'essenza, la sintesi, della loro avventura militare. Alcuni però furono sempre restii a ricordare fatti particolarmente penosi. Altri evitavano perfino di parlarne. In ogni modo si tratta sempre di testimonianze dirette dalle quali possiamo ricavare tante notizie interessanti.
Angiolo Testi (Piombo)
Prigioniero in Germania ad Hannover, come altri di Quercegrossa, gli capitò qualcosa che ha dell'incredibile e alla quale nessuno avrebbe mai pensato: un debito di riconoscenza pagato in un momento nel quale il male sembrava trionfare. Si ritrovò in una fabbrica meccanica che produceva bielle per la ferrovia. C'era un capo che chiedeva stranamente tutti toscani per il suo reparto. Quest'uomo era stato prigioniero a Passeggeri nella Prima guerra mondiale insieme a decine di tedeschi e austriaci. Si rammentava del trattamento ricevuto; era stato tenuto bene e non aveva patito né per la fame né per altro. Non avendo dimenticato, ora, per quanto gli era possibile, cercava di aiutare i toscani. Accanto a questo edificante fatto, Piombo visse anche momenti di pura follia ai quali volente o nolente dovette assoggettarsi: il seppellimento in fosse comuni di decine, centinaia di cadaveri. Vi si trovavano prigionieri provenienti da tutti i paesi conquistati, specialmente slavi e russi, e come le mosche morivano di malattia, di fame, per le bombe, per le percosse, ecc. Piombo era uno di quelli addetti al seppellimento. Prendevano i miseri corpi le deponevano nelle fosse comuni e le ricoprivano a strati, con la terra. Me lo raccontò Piombo, una sera, davanti al tepore del focolare del bar a Quercegrossa. A distanza di anni, alcuni ricordi erano confusi, ma non questi, che segnano per sempre.
Giovanni Barucci
Guerra_32 Giovanni Barucci, catturato e deportato in Germania, si ammalò al rientro in Italia e venne ricoverato in ospedale nei pressi di Milano.
Della classe 1921, Giovanni inizia la sua avventura militare nell'anno di entrata in guerra dell'Italia, il 1940. Destinato a Modena vi compie il CAR e poi è inviato in Grecia pronto per l'attacco a questo paese. Fino all'8 settembre 1943 rimane in Albania e qui è catturato dalle forze tedesche, ormai nemiche, e portato in Germania. Lavora in una fabbrica per la produzione bellica ma (e qui dimostra tutta la sua nota intraprendenza) comincia a industriarsi col piccolo commercio di patate, senz'altro a mercato nero, per metter qualche soldo da parte. Il fine di questa pericolosa attività era uno solo: la fuga. Infatti, appena si presenta l'occasione, fugge nascosto in un camion carico di patate e dopo essersi avvicinato alla frontiera Svizzera, la passa grazie ai soldi risparmiati. Dalla frontiera a Milano, ma qui si ammala abbastanza gravemente sembra ai polmoni ed è ricoverato in un ospedale nei pressi della città a Pedegrosso. Rimase sei mesi a Milano e intanto la famiglia non aveva notizie da anni. Era anche a Piazzale Loreto quando avvenne lo scempio dei cadaveri dei gerarchi fascisti, compreso Mussolini. Rientra al Poderino nel 1945, tre mesi prima della morte del padre Rutilio, che fa in tempo a rivederlo. Rutilio Barucci morirà il 1 settembre. A casa riprendono i disturbi alla respirazione e si mette in cura dal prof. Bolognesi che gli raccomanda un'abbondante alimentazione per un recupero organico generale. Dietro questo consiglio, Giovanni arriverà a mangiare anche 12 uova al giorno. Poi, come tutti si appresterà ad affrontare il difficile dopoguerra.
I Sestini
Quattro fratelli richiamati tra cui uno esonerato.
A metà settembre 1943, quando la mamma una notte alle 2,30 sentì aprire la porta capì subito chi era. Bruno, l'ultimo ancora sotto le armi rientrava dopo aver abbandonato, come tutti, il suo reggimento. Angiolo, Bruno, Enrico, Dante: l'aveva tutti a casa e per loro la guerra era finita.
Bruno Sestini classe 1922, aderì subito al clima festaiolo e abbandonò fucile e compagnia: "Quando incominciarono a scappare tutti, anch'io feci altrettanto". Era l'8 settembre e da Orvieto, Bruno Sestini in due giorni torna a casa. Si erano ritrovati con la caserma circondata da 15 carri armati tedeschi e i cannoni puntati. Non ebbero scelta: si arresero. Fatti sfilare uno per uno, furono tolte loro le armi e chiusi in caserma. I tedeschi però non sapevano dell'esistenza di un tunnel che comunicava con l'esterno. In tempi normali era murato, ma ci pensarono gli avieri a smurarlo e di lì, pochi alla volta scapparono dalla caserma. Sbucava nel campo di calcio di Orvieto e per non farsi vedere dal nemico, dovevano scalare un alto muro. I cittadini gli approntarono delle scale e li aiutarono a fuggire. A piedi attraversa i campi fino a giungere ad una stazioncina, Lerona, dove attende il treno per Chiusi. Un treno strapieno con alcuni militari sistemati perfino sui respingenti lo porta a Chiusi, dove intende prendere il locale per Siena. Sono un gruppetto di toscani tra cui un cugino degli Stazzoni del Casino. Ma a Chiusi trova i tedeschi che controllano lo sbocco al treno. “Come si fa... come si fa ...” si chiedono fra tutti. Arrivano sbaldoriando quattro alpini armati fino ai denti, con i diti sui grilletti, ma ubriachi fradici. I due tedeschi di fronte, fatte le loro considerazioni ritengono salutare far finta di niente e si mettono da parte. Dietro questi alpini si mosse una folla di militari che così passarono indisturbati. A Siena, dopo un viaggio in cui erano sistemati anche nei portapacchi, trovano la ronda dei bersaglieri. Lui svelto dice: "Vado a Firenze, dove sono trasferito". Risale sul treno ma attraverso il finestrino si butta dall'altra parte e via di corsa. Prende la strada di casa, sempre guardingo, non sa cosa può trovare né cosa può capitare. Ad ogni rumore di motore, giù a corsa nei campi; ma quando prese un viottolo, una scorciatoia per Gaggiola, si senti nel suo ambiente, allora non ebbe più timore e alle due e mezza della notte era davanti alla porta di casa. Ma era anche lui un disertore e passato il fronte ecco i carabinieri a Gaggiola che lo interpellano sulle sue intenzioni: "Scelsi di terminare il servizio militare". Si presenta a Siena dal maggiore dell'Areonautica Pratesi che gli prospetta la possibilità di rimanere vicino casa, ad Ampugnano, dove mancavano alcuni avieri. Era il 1945 e insieme a Stampone (Nello Provvedi) e il Minghi accettano la destinazione (chi non l'avrebbe fatto!) e nel '46 venne congedato. Prestò servizio ad Ampugnano e nel piccolo capo d'aviazione del Pian del Lago. Il loro compito principale era tener sgombra la pista e impedire che vi entrassero animali selvatici o d'allevamento, per eventuali atterraggi d'emergenza. C'era, oltre la pista d'atterraggio, la scuola di volo, con i piccoli e antiquati Caproncini che, poco dopo, vennero trasferiti ad Ampugnano. Erano quattro avieri, compreso Bruno ed Ezio del Minghi a svolgere quel servizio. Dormivano da un contadino e la loro base, nonché ricovero notturno, era il podere delle "Cerretaie" di là dal Ceppo.
Enrico Sestini
Classe 1910. Spedito sul fronte greco, si ammalò gravemente di pleurite e venne ricoverato in ospedale. C'era lì un certo Meniconi e fecero conoscenza. Un giorno una crocerossina in servizio disse al Meniconi: "Oggi un tuo collega toscano se n'è andato al cielo". Il Meniconi va al letto di Enrico e lo trova già coperto dal lenzuolo: era già morto. Alcuni anni dopo, al tempo della fiera a Quercia, il Meniconi che faceva il "cocciaio" cioè vendeva cocci e vasi, disponeva la sua merce nello spazio davanti al palazzo di Giotto tra la bottega del barbiere e l’angolo del fabbricato. Vede Enrico in Cooperativa e rimane a bocca aperta: “Ma quello è Parrino, il fratello di Angiolo”. Era proprio lui, l'Enrico che aveva lasciato morto sul quel lettino in Albania. Si fece avanti e si abbracciarono. Quando Enrico, rimpatriato, si trovava a Roma, si recò a Ciampino, dove in quel momento era di servizio suo fratello Bruno. Ebbene, fu riconosciuto solo quando gli disse chi era, tanto era trasfigurato dalla malattia.
Angiolo Sestini
Classe 1920, combattente sul fronte greco, operato per una grave complicazione d'ernia venne a casa in convalescenza. Ci fu l'armistizio dell'8 settembre e Angiolo restò a casa per sempre.
Dante Sestini
Classe 1909. Chiamato in servizio fu esonerato per via dei denti.
Eliseo Nencioni
Guerra_32 Militare di leva in Sardegna nel 1942 (nella foto di sinistra), vi rimase per tre anni prima di rientrare all'Arginano. Era aviere e, tra l'altro, dopo l'8 settembre "caricava bombe" sugli aerei americani in missione nell'Italia del Nord.
Ilio Nencioni
Ilio Nencioni dell'Arginano. Reclutato nel 1940 partì per la Grecia dove viene ferito. Rimpatriato, è curato all'ospedale di Pavia e trascorre la sua convalescenza a casa. Rientra al reggimento in Albania dove è sorpreso dall'armistizio. Riesce a rientrare in Italia e raggiunge casa. Dopo il passaggio del fronte a Quercegrossa si presenta al Comando italiano al seguito degli alleati, con sede a Macialla. Si arruola nel nuovo esercito italiano e al suo seguito giunge fino al confine svizzero, anche combattendo.
Altero Pistolesi
La storia di Altero Pistolesi si presenta analoga a quella di tanti combattenti sul fronte greco, ma c'è una sfumatura che la distingue. Dopo la sua partenza, la famiglia si sposta dalla Val d'Arbia a Quercegrossa, precisamente al Castello, nel febbraio 1942. Invischiato nelle vicende belliche non tornerà se non alla fine della guerra, alla fine del 1945 o primi del 1946. Solo allora vedrà il nuovo podere, dove, si fa per dire, abitava da quattro anni senza averci mai messo piede. Reclutato per la guerra di Grecia combatte anche in Jugoslavia. Catturato dai tedeschi è deportato in Germania. Alla fine della guerra, la famiglia è senza notizie da quattro anni e dopo tanto tempo un bel giorno arriva una cartolina scritta in tedesco. La speranza si fa certezza per Narciso e Pasquina che corrono subito dal Mosca all’Arginano, l'unico che conosceva la lingua, per la traduzione. Infatti sono notizie di Altero. E' vivo e si trova in Germania, prigioniero, a lavorare. Da quel momento si fa vivo più spesso e gli vengono inviati vestiario e cibo. Poi finalmente potrà vedere il suo nuovo podere.
Rolando Pistolesi
Classe 1925, del Castello. "Il mio fratello Rolando arrivò alla caserma di Siena un giorno prima dell'8 settembre. Dopo due giorni si rivide tornare a casa. I comandanti gli dicevano di andar via... c'era il pericolo di esser deportati". Rolando non se lo fece ripetere due volte e ritornò al Castello. Ma nel 1946 viene richiamato e inviato a Napoli, dove dipende dagli americani e svolge servizio nella polizia militare "MP" con compiti di scorta, controllo, ecc. Poi a Livorno sempre con gli americani in un clima che certamente non era quello del 1943.
Duilio Pagliantini
Duilio entrò a far parte del popolo di Quercegrossa solo nel 1956, ma la sua storia di soldato merita di essere raccontata per essere stato uno dei pochi che risposero all'arruolamento al tempo della Repubblica di Salò. La sua tormentata vicenda si svolge tra adesione e ripensamento, tra ritorno e fuga. Ha diciotto anni quando viene richiamato dai "repubblichini" negli ultimi mesi del 1943 e si presenta al distretto militare dei Pispini. Viene assegnato al Genio ma... scappa immediatamente. Si rifugia da un parente a Gaiole, ma.... "c'erano sempre i tedeschi a giro". Allora, per timore di rappresaglie, si ripresenta al comando e lo assegnano di servizio nei bersaglieri nella caserma Lamarmora di Siena. Ma il colore, quel clima politico, quel fanatismo, non fanno per lui. Si pente quasi subito di essere rientrato e nel marzo/aprile 1944 riscappa nuovamente e, anche se c'erano sempre i tedeschi in perlustrazione, si guarda bene dal farsi prendere, vigilando continuamente. In seguito, puntuale come un orologio, lo Stato lo richiama di leva: è il 12 gennaio del 1947. Il CAR a Como e poi a Milano come attendente al maggiore: si può anche fare.

Duilio Pagliantini, arruolato dai Repubblichini (nella foto) e poi disertore. Rifece il militare nel 1947.


Alfredo Salvini
Del popolo di S. Leonino, ma legato a Quercegrossa dal suo matrimonio con Dina Carli e per avervi abitato prima della sua morte. Venne richiamato tre volte; era con Goffredo Pulcini e Lorenzino Bianciardi. Le prime due ripartì e tornò nei ranghi, ma la terza ... La sorella Assuntina usando tutte le sue amicizie e conoscenze, ottenne per lui l'esonero come minatore e nel ‘42 Alfredo rimase a casa a scavare lignite, anche se in occasione della ritirata tedesca passò qualche giornata nascosto nella torre di San Leonino. Ma sempre meglio delle fabbriche tedesche o delle steppe siberiane.
Renato Petri
Classe 1919, di Castagnoli. Sette anni di guerra. Prigioniero in India.
Serafino Landi detto "Fino"
Classe 1910, di Viareggio. Aveva già svolto il servizio di Leva quando venne richiamato e inviato in Sardegna e nella Corsica conquistata. Era attendente di un pezzo grosso dell'esercito, un generale maggiore, e tra i due nacque un grande rapporto fatto di stima e amicizia che si mantenne nel tempo e dopo trent'anni, dico trent'anni, il maggior generale venne a ritrovarlo a Quercegrossa per un commovente incontro.
Anche Fino dopo l'8 settembre aveva preso la strada di casa. Riuscì a imbarcarsi per Napoli e da lì compì l'intero tragitto con mezzi di fortuna e spesso a piedi. Mangiò tanti fichi d'india e quel poco che trovavano. Come un reduce dalla prigionia, dopo settimane di strada si presentò in condizioni miserabili dalla zia che abitava in Camollia, vicino al Fanciullini. Dimagrito, barba incolta, gli abiti sporchi e logori: era irriconoscibile. Ai piedi, al posto delle scarpe finite da tempo, aveva adattato a zoccoli due tavolette di legno. Questa donna gli stava per chiudere l’uscio in faccia allora si fece sentire: "Zia sono io, non mi riconosci?". E così anche Fino ce la fece a ritornare a Viareggio.
Virgilio Provvedi detto “Il Gazzei”
Guerra_35 Classe 1916, di Quercegrossa. Il Gazzei nella foto a sinistra non sapeva scrivere e non scriveva mai... fu una tragedia. La moglie Alda Losi non sapeva mai niente... "Gli si mandavano perfino le cartoline già indirizzate...niente".

I Fabiani
Santi, classe 1913. Arruolato all’inizio del conflitto, cadde in prigionia e da allora la famiglia perse ogni notizia. Finì la guerra, si entrò nel 1946, Santi non tornava e i Fabiani si arresero e lo piansero disperso. Un giorno in casa Fabiani alla Casanuova giunge il sensale Nanni del Guarducci col suo calessino. Mentre si intrattiene con l’anziana mamma Serafina, le dice: “Serafina, preparami una bella cena che stasera porto un amico”. La sera entrò in casa col misterioso ospite. Era proprio Santi ritornato dall’America dove aveva passato la sua prigionia che rimetteva piede in casa dopo sette anni. Era grasso come un tordo quando partì per la guerra ed ora era secco allampanato; per un attimo irriconoscibile anche ai familiari, ma poi baci e abbracci si sprecarono. Aveva chiamato il Guarducci per far trasportare da Siena una pesante cassa piena di indumenti e altro.
Angelo, classe 1901. Richiamato ai primi del 1944 all’età di 43 anni, non si conosce la storia che lo portò prigioniero in Germania. Rientrò appena finita la guerra.
Pasquale, classe 1906. Richiamato nel 1944 venne esonerato per motivi familiari. Fece pochi mesi di caserma.
Sabatino Manganelli
Guerra_35 Classe 1911, delle Redi, nella foto di sinistra. Una storia dimenticata.
Livio Manganelli
Classe 1921, delle Redi. Sette anni senza tornare a casa. Era in Sardegna e fu catturato. Poi buio completo. Nel tempo della vendemmia dell’autunno 1947 la famiglia Manganelli era a cogliere l'uva. Sentono fischiettare lungo la strada ... Sabatino avverte il suono familiare e alza la testa come per ascoltare meglio ... “Ma questo è Livio ...”. “Ma che Livio", dice la moglie. Era lui. Bisogna avvertire l'anziana mamma Assunta. Onorato con cautela gli dice: “Mamma ha scritto Livio ...”, e la prepara.
Vasco Volpini
Classe 1915. Nel 1936 è militare di leva a Firenze in aviazione insieme a Otello Mencherini e avranno poi anche il ciclista Gino Bartali come camerata. E' richiamato allo scoppio della guerra nel 1940. L'anno successivo, tra una licenza e l'altra, prende moglie. Era stato destinato in Sardegna alle miniere di Carbonia, dove rimase per tutto il conflitto, svolgendo evidentemente compiti di sorveglianza. Le interessanti foto che seguono ci documentano due significativi momenti della vita militare: in quella di sinistra quando torna in licenza e cammina nel Corso a Siena insieme al cognato Giuseppe Bianciardi venuto a prenderlo per portarlo a casa; nell'altra, in caserma con la gavetta in mano in attesa del "rancio".

Vasco Volpini


Dino Guarducci
Classe 1910. Richiamato, è inviato in Albania da dove rientra ben presto, esonerato per gravi problemi dentari.
Buti Augusto
Di leva a Firenze presso l'Autocentro, venne richiamato all'inizio della guerra, ma ottenuto l'esonero per la sua professione di boscaiolo rimase a casa.
Finetti Dino
Finetti Dino è stato in Russia. Era autista e partecipò alla ritirata. Raccontava: "Mi salvai perché avevo il camion".
Sequi Faustino
Classe 1920, della Magione. Quattro anni di guerra.

Faustino Sequi, quello col cappello, ripreso con i camerati in una foto al campo.


Sequi Severino
Classe 1922, della Magione. Fratello di Faustino. Quattro anni di guerra.
Masti Piero
Classe 1918. Indirizzo di Masti Piero: 12 compagnia Sussistenza 3° Reparto Caserma Croce - Palermo. Combattente poi in Africa, è catturato probabilmente nel 1943 dagli inglesi nell’ultima resistenza italiana in Tunisia e consegnato prigioniero agli americani che lo trasferiscono in un campo di concentramento in Sicilia. Liberato dopo l’armistizio si fece tutta la strada a piedi per tornare al Mulino.
Masti Armando, classe 1910. Esonerato già alla visita di leva nel 1929/30 per complicazioni polmonari, non venne più richiamato.
Masiero Sandri
Masiero Sandri, classe 1923. In Sicilia, poi dopo l'8 settembre "deve esser scappato". Non parlava volentieri della guerra.
Stazzoni Mario
Guerra_39 Classe 1917. Mario era bersagliere ed rimase mobilitato per sei anni. Fece la campagna di Grecia col compito di magazziniere e distributore del Reggimento. Poi è trasferito a Siena dove lo trovò l'8 settembre nella caserma Lamarmora in Piazza d'Armi. Non c'era più nessuno, era abbandonata, e anche lui tornò a casa, al Casino.

Il riconoscimento ricevuto da Mario Stazzoni.

Mario Stazzoni, il secondo da sinistra, a caccia con i superiori in Albania.


Stazzoni Ezio
In servizio nel Corpo dei Carabinieri.
Stazzoni Dino
Combatte in Grecia dove viene catturato. E’deportato subito in Germania.
Sanleolini Settimio
Classe 1917. Abitante a Maciallina, fratello di Gino era militare a Messina negli anni 1938/39. Attendente a un capitano, vi trascorse i primi anni di guerra.
Palazzi Dino (foto seguente)
Guerra_41 Classe 1912. Richiamato, combatte in Montenegro dove è catturato dai tedeschi. Evita la deportazione in Germania e rientra a casa direttamente dall’Albania.
Nocciarelli Niccodemo
Classe 1921. Di leva è inviato in Sardegna dove svolge il suo servizio insieme a Vasco Volpini. Ricordava l’attacco subito dalla sua nave da parte di un cacciabombardiere, abbattuto dalla contraerea navale. Venne trasferito a Roma dove finì la guerra.
Nucci Sestilio
Richiamato.
Landi Angiolo
Richiamato ed esonerato.
Lorenzini Duilio
Preso subito prigioniero passò l'intera guerra in prigionia. Ritornò malato.

Renitenti
Rimasto sotto la Repubblica di Salò, nel territorio senese iniziarono gli arruolamenti in quell'esercito, ma molti si imboscarono per sfuggire alla leva. Alcuni trascorsero lunghe nottate nei boschi in compagnia dei grilli, altri si disperdevano nei campi di giorno come fecero a Radicofani gli Innocenti, futuri contadini a Castagnoli: "Ottorino e Martino non risposero alla chiamata alle armi e si nascondevano nei campi. Candido Rappuoli anche lui si nascose, ma tornò a casa e lo presero, ma a Gallina gli riscappo".
Silvano Socci trascorse alcune notti nel bosco e in quelle ore vinse la poesia, non la paura:
"Non mi presentai e divenni renitente alla leva e disertore, rischiai la fucilazione, come era avvenuto per altri giovani di Siena che si erano rifiutati. Mi dovetti nascondere nei boschi. E nei boschi dormivo.
Nella quiete notturna il bosco si anima come una grande città. Senti gli istrici che sbattono gli aculei tra i cespugli, i tassi, i cinghiali, le volpi, le lepri, chi in cerca di cibo chi cerca “appuntamenti amorosi”. Gli uccelli, dall'alto dei rami controllano e all'alba sono pronti per affrontar la nuova giornata. I gufi e le civette rientrano dalla caccia ai topi e dormono fino al calar della notte".




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