CAPITOLO II - FAMIGLIE DEL '900

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SOCCI (1931 - Residenti); operai; Quercegrossa; dalle Miniere delle Badesse.
Ricordo perfettamente la serena figura di Adriano Socci intento a fumare quietamente la sua pipa a uncino, seduto sullo scalino del palazzo Barucci dove lui abitava fin dal 1934. Strana storia la sua, ridotto a vivere modestamente pur provenendo da una antica e benestante famiglia borghese di possidenti terrieri e proprietari di immobili di Lamole in Comune di Greve. Il babbo Massimiliano, figlio di quell’Antonio che depauperò la sua parte del patrimonio familiare, come viene ricordato, fin dalla nascita venne affidato ad altra famiglia e già grande si allontanava da Lamole, per periodi più o meno lunghi, in cerca di lavoro. Infatti, nel 1882 lo troviamo alla Casa di S. Leonino di proprietà Minucci del quale Massimiliano Socci è alle dipendenze come factotum o terzuomo di fattoria in quanto il parroco lo definisce prima "servo del Minucci" successivamente "giardiniere". Nato nel 1856, Massimiliano si trova in età di 26 anni, ma aspetterà ancora, quasi un decennio, prima di mettere su famiglia e sposare Cleofe Trentanove. Cleofe, donna di grande carisma, dotata di risorse umane e culturali abbinate ad una intensa pratica religiosità, ha lasciato un vivo e pittoresco ricordo nel nipote Silvano che la rivede "di alta statura vestita di nero", un vestito lungo nero, dopo la morte del marito, “con certe tasche”. Aveva comprato una capra per il latte. "Una capra testarda che brucava solamente quando era l'ora di tornare a casa". Cleofe faceva servizio in chiesa al proposto Mariani e, dopo cena, soleva prima di coricarsi pregare all'aperto, inginocchiandosi ai vari madonnini poco distanti dalla chiesa. I rari passanti nel vedere quella alta figura nera, in piedi o inginocchiata per la preghiera, si impaurivano e fuggivano timorosi, poi, col tempo, si abituarono. Cleofe proveniva da una piccola famiglia di coloni ed era nata a Pietrafitta da Domenico Trentanove e Rosa Neri il 15 novembre 1869. Entrata fin da giovane al servizio dei Minucci che le diedero la possibilità di istruirsi e apprendere il francese tanto da diventare istitutrice dei loro figli. Proprietari di numerosi poderi sparsi nel Chianti, i Minucci possedevano anche Casa Frassi e fu qui che Massimiliano e Cleofe si incontrarono e maturarono il loro matrimonio celebrato il 4 febbraio 1891, forse in Firenze dove Cleofe risulta risiedere probabilmente dopo il 1883. Infatti, in quell'anno, e in età di 14 anni, Cleofe è presente ancora in famiglia al podere Cerchiaia del popolo di Pietrafitta dove è segnata con i genitori suddetti, il fratello Cesare, maggiore di 3 anni, e i fratellastri figli della defunta prima moglie di Domenico, Ester di 28 anni e Innocenzo di 32. Massimiliano è nato a Lamole, alle Masse, figlio di Antonio (1824) del fu Aurelio e Clementina di Giuseppe Socci sposati nella chiesa di Lamole il 27 novembre 1852. La mamma Clementina apparteneva all'altro ramo Socci che nel 1801 abitava a Lamole, alle Masse, guidata da Simone del fu Simone Socci proprietario della casa in cui viveva e con un lavoratore dei propri terreni mentre il ramo di Antonio aveva come capofamiglia Giovanni Antonio del fu Adamo e anch'esso era proprietario alle Masse della propria abitazione e possidente di due case a pigione e di due poderi, uno alle Masse e uno alla Villa. Una terza famiglia di Angiolo Socci, cugino di Giovanni Antonio, abitava in casa propria sempre alle Masse. Antichissime sono le tracce di questa famiglia a Lamole, dove il castello omonimo e noto fin dal 1071 e dove probabilmente i Socci abitavano già a quell'epoca.
Dalla certezza dei documenti troviamo che la famiglia è tra le più influenti della zona e nel XVII secolo tre suoi componenti assumono la carica di "Gonfalonieri" nella Lega della Valdigreve, della podesteria di Greve in Chianti. Essi appartengono a due rami della famiglia aventi in comune uno sconosciuto avo. Del primo ramo, ossia degli antenati diretti di Silvano figura Adamo di Mattio Socci, Gonfaloniere nel 1612. Mattio che dovrebbe esser nato intorno al 1540 è figlio a sua volta di Adamo, come si ricava da un battesimo, nato ai primi del Cinquecento, nel 1510 ca. Il nipote Adamo, invece, è nato verso il 1570 ed è padre, con la moglie Bartolomea, di diversi figli tra cui abbiamo l'altro Gonfaloniere della Lega, Mattio o Maffeo, nato il 22 ottobre 1607 e Gonfaloniere nel 1655. Ma questi non sarà l'antenato diretto, bensì il fratello Giusto. Il terzo Gonfaloniere appartiene al detto secondo ramo e si tratta di Santi di Francesco Socci, Gonfaloniere nel 1653. La nascita di Francesco si può collocare intorno al 1570 e il figlio Santi è nato tra il 1595 e il 1600. Dai dati del Seicento vediamo che la famiglia è ancora tutta unita e vive nella località detta le Masse di Lamole ma gia i due rami cominciano a distinguersi nei nomi di battesimo e in quello dei Socci di Quercegrossa si perpetuano Adamo e Antonio, quest'ultimo in varie forme come Giovanni Antonio e Anton Giuseppe, mentre nel secondo ramo prevale negli anni quello di Francesco, ma non avrà continuità e forse si estinguerà. Il suo posto sarà preso dai discendenti di Simone, altro figlio di Giusto, che abbiamo visto ai primi dell'Ottocento separati ed abitare in casa propria.
Giusto/Adamo
Del già citato Giusto di Adamo, la cui nascita si può collocare intorno al 1610, sappiamo soltanto che sposa Caterina, la quale gli dà almeno sei figli: Dianora, nata nel 1652; Bartolomeo, nato nel 1658; Frosino, nato nel 1653, ma chiamato Anton Maria come viene specificato alla Cresima: diverrà sacerdote e priore di Lamole dove morirà all'età di 50 anni il 9 settembre 1708; Simone, nato il 22 ottobre 1646 sposa Brigida Fini e morirà il 10 marzo 1699: i suoi discendenti daranno vita all'altro ramo già ricordato; Giovanni Francesco, nato nel 1651 sposa Caterina Laghi e morirà a Poggioasciutto all'età di 78 anni; infine Adamo, il diretto antenato, nato il 16 febbraio 1643 sposa Caterina Sammicheli e sarà Camarlingo della Lega negli anni 1664-1665. Morirà alle Masse nel 1702 a 59 anni e di lui si conoscono quattro figli tra i quali il continuatore della stirpe Anton Giuseppe detto Antonio. In quegli anni del Seicento la famiglia deve godere di un certo prestigio ed è l'unica ad avere una tomba di famiglia all'interno della Chiesa di S. Donato a Lamole dove numerosi Socci sono tumulati: "1670: Si seppelìi nella sepoltura di Maffio Socci" oppure "Sepolto nel sepolcro della sua famiglia", "Nella sepoltura de' Socci".
Anton Giuseppe detto "Antonio"/Adamo/Giovanni Antonio
Continuando lo scorrere delle generazioni appare la figura di Anton Giuseppe, del quale si ignora la data di nascita ma da collocare probabilmente verso il 1680. Sposa Maria Ortensia Giusti che morirà vecchissima nel 1786 "di 95 anni", così scrive il pievano. Di Anton Giuseppe si registrano due figli maschi: Bartolomeo, la cui discendenza ritroveremo abitare a Lamole insieme a quella di Simone; Adamo, chiamato come il nonno, nato nel 1726 del quale si conosce il nome della moglie Maddalena Nannetti e del figlio Giovanni Antonio, chiamato semplicemente "Antonio" il diretto antenato. Infatti a Lamole nel 1801 vivono alle Masse nelle proprie abitazioni tre famiglie Socci: quella di Angelo del fu Bartolomeo, nipote di Adamo, possidente; quella di Simone del fu Simone con una proprietà alla Villa e la famiglia Macucci come lavoranti, la terza di Giovanni Antonio di Adamo che vive con la moglie Margherita Basi e quattro figli: Giovanni Andrea (1786) chiamato “Giovanni Antonio”, Giacinto, Aurelio e Maria Niccola (1794-1849). Questi sono una parte degli otto figli avuti dalla coppia particolarmente prolifica rispetto alle ridotte nascite delle due generazioni precedenti. Mancano dall'elenco gli altri quattro, certamente morti in età infantile: Vincenzo (1785); M. Niccola (1789), Vincenzo (1797) e Adamo (1799). La famiglia possiede in Lamole due poderi lavorati dai Cagnani e dai Vanni, e due pigioni. I Socci sono inoltre proprietari di case a Greve e si rammenta che per tutto l'Ottocento era un continuo comprare, vendere, spezzettare e anche perdere al gioco.
Aurelio
Tra i figli di Giovanni Antonio spiccano in particolare Aurelio per essere il trisnonno dei Socci di Quercegrossa, nato il 13 ottobre 1792, coniugato a Radda il 7 giugno 1819 con la possidente Carolina Lenzini di 17 anni. Di lui vediamo che nel 1841 abita con il fratello capofamiglia Giacinto, con la moglie Carolina e il figlio Antonio nato il 25 gennaio 1824. Aurelio è definito “agricoltore possidente” e sa leggere e scrivere, mentre Antonio in età di 18 anni è definito “calzolaio” e anche lui sa leggere e scrivere. Degli altri nati di Aurelio non ci sono tracce in quanto la coppia di gemelli avuti nel 1829, Ferdinando e Federico, sono entrambi morti subito e la stessa fine devono aver fatto Virgilio, Pietro e il primo Federico, ma, come vedremo, basterà Antonio a potenziare la famiglia con i suoi dieci figli.
Giacinto
L'altro importante personaggio di casa Socci, fratello di Aurelio, è Giacinto. Nel 1841 è proprietario e camarlingo. Da lui spunterà il ramo di Grosseto, e il figlio Giovanni sarà notaio a Siena a fine Ottocento prima di rientrare a Lamole nella sua villa. Giacinto battezzato il 13 agosto 1793 sposa Annunziata Bocci 15 febbraio 1825 e vedrà nascere, tra il 1825 e il 1845, ben undici figli.
Ramo di Grosseto
Il cosiddetto ramo di Grosseto, rappresentato oggi da Mario e Raffella, ha origine dal figlio di Giacinto, Agostino. Quest'ultimo nasce nel 1836, e sposa nel 1859 Regina Raspollini nativa di Barberino Val d'Elsa. Coetanea di Agostino morirà il 7 giugno 1902, mentre il marito le sopravvivrà fino il 14 dicembre 1916. Essi sono i genitori del fattore Raffello, conosciuto anche ai suoi tempi a Quercegrossa per essere stato fattore degli Andreucci e per avervi avuto la residenza dal 2 giugno 1897 fino al matrimonio del 1899.

Margherita Pacini (la seconda da sinistra) moglie di Raffaello Socci con i figli Giuseppe (in alto), Alberto, Salvadore, e suo padre Fortunato Pacini. I Pacini abitavano a Boscona di Colle e tra i loro avi vantavano un vescovo.

Tra gli altri impegni professionali del fattore Raffaello è ancor vivo in famiglia il ricordo una sua esperienza alla Marsiliana, nel grossetano, dove ebbe a che fare pericolosamente con un gruppo di fuoriusciti. Battezzato Roberto, Raffello, Sisto, Giulio, il 6 aprile 1866, egli troverà moglie a Colle Val d'Elsa sposando nel 1899 Margherita Pacini che sarà la mamma di Giuseppe Socci il conosciuto marito di Anna Tacconi. Il notaio Giovanni Socci testimonierà in Curia a Siena il 7 settembre 1899 sullo stato libero del nipote. Nel 1912 in Lamole, alla Chiesa, in casa di Agostino, vedovo, abitano i figli Gustavo, con la moglie Rosa Fontani e il figlio Corinto, morto nel 1919, e Raffaello, con Margherita Pacini e i figli Marietta, Giuseppe e Icilio Salvatore mentre il quarto figlio Alberto era morto il 17 dicembre 1910 all'età di 7 anni. Si rammentano anche Amalia e Guido non presenti in quell’anno. Raffaello morirà il 15 novembre 1940.
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Il fattore Raffaello Socci con la moglie Margherita.

Intanto, Giuseppe da giovanotto frequenta Quercegrossa dove arriva in moto col sidecar, e poi con la Sita il sabato sera per ripartire la domenica sera dopo aver conosciuto e essersi fidanzato con Anna Tacconi che sposerà il 27 aprile 1936. Dipendente bancario, per motivi di lavoro si trasferisce poi nel grossetano dove ancor oggi vivono i suoi figli, i rammentati Mario e Raffaella. Il piccolo Raffaello, altro figlio di Giuseppe, nato a Quercegrossa il 9 marzo alle ore 20 e battezzato il 14 marzo 1944 dal parroco don Luigi Grandi avendo come padrino Alberto Tacconi e madrina Maria Rossi di Egisto, ebbe vita breve, come il cugino Luigino. Lasciò i genitori inconsolati nel 1949; morì “dopo atroci sofferenze” e fu sepolto a Greve in Chianti. Giuseppe Socci era nato a Lamole il 2 settembre 1906 e oltre a lui nacquero in famiglia sei fratelli: Marietta (1900); Salvatore; Alberto (1903-1910); Evelina (1902), nata e morta; Icilio Salvatore (1910) e Alberto (1913).
Giovanni, notaio
Un altro figlio di Giacinto, Giovanni, ebbe una carriera brillante diventando notaio e lo troviamo a Siena praticare la professione con lo studio alla Magione. Nato nel 1834, all'età di 30 anni, il 31 ottobre 1873, sposa a Lamole Amabile Mataloni e dal suo matrimonio nascono Carlo e due femmine: M. Caterina del 1880 e Annunziata sposa nel 1902 a Lamole, residente tre anni in S. Pietro alla Magione di Siena, là dove abitava anche il padre. Amabile morirà a Lamole nel 1907 all’età di 70 anni. Nel 1912 il notaio Giovanni abita a Lamole nella "Villa Socci" con il figlio Carlo, la nuora Augusta Comini, e due anziani servitori.
Serafino
Tornando un passo indietro vediamo che i Socci hanno avuto nel passato continui contatti con Siena e nell'Ottocento si registra il triste evento della morte di un componente la famiglia del ramo di Simone. Infatti Serafino Socci, figlio di Antonio e Rosa Rossi, morì a Siena alle ore 4 pomeridiane del giorno di Natale del 1834. Era un giovane "Sacerdote" di 26 anni che aveva frequentato a Siena il seminario arcivescovile dove era stato ammesso ai primi gradi del sacerdozio, ma ordinato prete senz'altro nella sua diocesi, non risultando a Siena. Il pievano di S. Giovanni annota: "Era domiciliato a S. Donato a Lamole nella diocesi di Fiesole".
Antonio
Scendendo la scala del tempo, s'era rimasti al 1841 ad Antonio di Aurelio apprendista calzolaio, vediamo che Antonio sposa una parente di Lamole: Clementina di Giuseppe di Bartolomeo Socci. Avevano un avo comune quattro generazioni indietro. Si sposarono nella chiesa di Lamole il 27 novembre 1852 e Antonio è ancora indicato come "calzolaio" che probabilmente è la sua principale occupazione. Donna di grande resistenza deve essere stata Clementina se dopo aver partorito undici figlioli ad Antonio visse per 87 anni e morì a Lamole il 12 ottobre del 1918 mentre il marito era deceduto ventidue anni prima, il 24 giugno 1896 all'età di 72 anni essendo nato il 25 gennaio del 1824. Nel 1841 a Lamole vivono tre famiglie Socci: quella di Francesco erede di Simone; quella di Angiolo e Giuseppe figli di Bartolomeo e quella di Giacinto e Aurelio. In tutto sono ventotto persone. Venticinque anni dopo, nel 1866, sono divenute quattro famiglie con la novità che la morte di Aurelio ha obbligato la vedova Carolina con Antonio e la sua numerosa prole a trasferirsi in altra abitazione. Degli undici figli di Antonio sono presenti Angiolo di 11 anni, Aurelio di 9, Anacleto di 7, Ernesto di 4, Cesira di 2 e Giuseppa di pochi mesi. Non è presente il decenne Massimiliano. A questi fratelli si aggiungeranno Emilio (1866), Affortunato (1869, morto di pochi mesi), e Maria Ida (1873). Sia Cesira che Emilio, come il babbo Antonio, sposeranno un parente Socci di Lamole; da notare che Cesira Socci di Antonio Socci e Clementina Socci sposò Serafino Socci. Il fratello Giuseppe non compare mai negli elenchi parrocchiali, certamente è stato affidato ad altri, ma nel 1897 eccolo dimorare a Lamole con la moglie Annunziata Pierini e cinque figli. E' definito "segantino" e l'anno successivo abita alla Volpaia di Radda. Nel 1875 perdura l'assenza di Massimiliano da casa, ma sappiamo che entro breve tempo giungerà a S. Leonino, come già anticipato, e dove incontrerà Cleofe Trentanove, sua futura moglie. L’incontro tra i due giovani ebbe il suo epilogo nel matrimonio celebrato il 4 febbraio 1891, forse a Firenze, certamente non a Lamole dove non appare nei registri parrocchiali. Lui ha 35 anni e lei 22. Appena sposati i due giovani prendono dimora in casa Socci a Lamole, alle Masse, dove Massimiliano era rientrato fin dal 1887/88 e abitava insieme all'anziano e vedovo padre Antonio e i fratelli Ida, Emilio e Angiolo. Il fratello Ernesto è morto a 26 anni nel 1885. Antonio è sempre definito possidente e i Socci nel 1892 sono rappresentati in paese da ben otto famiglie delle quali sei definite "possidenti".
Adriano
Cinque anni dopo con la morte di Antonio in età di 72 anni avvenuta il 24 giugno 1896, Angiolo diventa capo di una famiglia di nove persone, in tre nuclei, che comprende lui e sua moglie Annunziata Anichini; Massimiliano e Cleofe con i figli Ernesto, nato il 3 novembre 1891, esattamente allo scadere del nono mese dal matrimonio, e Adriano venuto al mondo a Lamole alle ore 4 pomeridiane dell'11 giugno 1896 e battezzato quello stesso pomeriggio; l'altro fratello Emilio coniugato con Ida di Quintilio Socci e la piccola Armida. Il 22 agosto 1898, a due anni dalla morte del babbo, moriva improvvisamente anche Angiolo in età di 45 anni e così Massimiliano divenne capofamiglia. La vedova di Angiolo, senza figli, tornò probabilmente dai suoi. Il nuovo secolo vide la cicogna bussare due volte in casa di Massimiliano ma le piccole M. Anna nel 1905 e Cesira nel 1907 vissero pochi mesi. Questa è anche l'ultima registrazione anagrafica familiare nei registri di Lamole. Poi Massimiliano e Cleofe partono poco dopo perché nello stato delle anime del 1912 non vi è traccia della loro presenza e così sarà anche per il fratello Emilio, anch'esso partito e sappiamo che morirà a Firenze nel 1925, ma verrà sepolto a Lamole. Nel 1897 si contano a Lamole ben otto nuclei familiari indipendenti di cognome Socci e in quell'anno 1912, in quella parrocchia, ben trenta persone portano il cognome Socci ed è inutile aggiungere che attualmente i loro discendenti, ormai lontani parenti di questi di Quercegrossa, vivono ancora a Lamole.



Dai ricordi di famiglia, Massimiliano e Cleofe risultano essersi trasferiti al Passo dei Pecorai, dove probabilmente muore Massimiliano, anche allora uomo di fattoria. Adriano, Ernesto e la mamma migrano quindi a Castellina in Chianti e qui il giovane Adriano conosce Maria Barbetti di Egisto, nata a Lilliano, che sposa il 4 ottobre 1924 nella chiesa di Castellina. Ridotto a bracciante e con pochi mezzi la piccola famiglia con la nonna Cleofe si sposta a S. Leonino dove il 14 settembre 1925, alle ore 22, nasce Silvano, Massimiliano, Egisto, loro unico figlio. Al battesimo del 20 settembre fu compare Arturo Barbetti e comare Gina Giachini. La semplice e serena esistenza a S. Leonino viene interrotta dalla morte della nonna Cleofe il 23 febbraio 1929 a 60 anni. Poi, il successivo trasferimento del maggio 1930 per le Miniere di Lornano, e quello verso Quercegrossa nel giugno 1934 a seguito dell’assunzione alle miniere di Lilliano, metteranno fine al pellegrinare di Adriano. Il fratello Ernesto aveva già preso una strada diversa inurbandosi in Siena e da lui nasceranno Luigi e Massimo Socci. A Quercegrossa, dopo gli anni giovanili trascorsi come apprendista falegname da Brunetto, anche Silvano trova occupazione in miniera e nel 1953 sposa Lea Oretti con viaggio di nozze a Roma. Qualche mese dopo, dal Palazzo di Giotto si trasferisce nell'appartamento ex Privativa, sotto i suoceri, e l'anno successivo al matrimonio nasce Stefano seguito dai due gemelli Antonio e Antonella nel 1959. Ma sono anni difficili, con l'incidente alla miniera, l'invalidità e la disoccupazione, cui fa seguito finalmente l'impiego nella farmacia dell'Ospedale di Siena dove Silvano maturerà la sua pensione. Sono anche anni di forte impegno politico e sociale nei quali Silvano si pone in paese come esponente della parte democristiana rappresentandola energicamente per tanti anni al Comune di Castelnuovo, assumendo inoltre numerosi incarichi politici e sindacali in diversi enti. La storia dei Socci si conclude ricordando la morte di Adriano nel 1965 a 69 anni e di Maria il 6 maggio 1992 alla bella età di 95 anni. In questo anno 2007 anche Silvano ha raggiunto i suoi avi.

Barbetti
Maria di Egisto Barbetti, la sposa di Adriano, proveniva da una famiglia di coloni del Chianti di Castellina dove nel 1862 Pietro Barbetti del fu Gaetano e Rosa Degl’Innocenti (1815) vive con la moglie Regina Chelattini (1824), la figlia Giuditta del 1855 ed Egisto nato 19 giugno 1859. Nel 1876 sono al podere Guardastrada e nel 1887 a Malafrasca, dopo aver abbandonato la mezzadria figurando Pietro come fornaciaio. Egisto nel 1879 ha sposato Assunta Poli, ma è già vedovo e senza figli. Successivamente, il 26 aprile 1894 all'età di 37 anni, in seconde nozze sposa Attilia Braccini e il 28 ottobre 1896, a Lilliano, nasce Maria. Si rammenta che Maria aveva tre fratelli, occupati poi nel Telegrafo. Diventati orfani prematuramente troviamo Narciso (1905) che vive, verso il 1930, presso la famiglia Scarpini alla Quercetortina di Pietrafitta, mentre Maria a 15 anni va a lavorare a Firenze come domestica e ogni tanto torna a Castellina a trovare i parenti. Fu in queste circostanze che qualche anno dopo conobbe Adriano.

In piazza a Quercegrossa. Da sinistra: Pasquale Sorri di Siena, Silvano Socci e Giuseppe Socci. Dietro, da sinistra: Antinesca Tognazzi (moglie di Pasquale), Albana e Anna Tacconi.







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