URBANI   AMARANTO
(Boccaccia) 0/24

- detto anche Amaranto -

Nato a Selci (RI) il 27 agosto 1912 (vedi battesimo)
Morto a Roma il 19 giugno 1956 (vedi atto di morte)

1. 3 luglio 1932 GIRAFFA Wally
2. 16 agosto 1932 BRUCO Zola
3. 2 luglio 1934 TORRE cleise
4. 16 agosto 1934 TORRE Lina
5. 2 luglio 1936 CHIOCCIOLA Melisenda
6. 16 agosto 1936 NICCHIO Folco
7. 2 luglio 1939 NICCHIO Ruello
8. 16 agosto 1939 DRAGO Girardengo II
9. 16 agosto 1945 TARTUCA Giuliana
* 20 agosto 1945 1 TARTUCA Elis
10. 2 luglio 1946 OCA Folco
11. 16 agosto 1946 OCA Salomè
12. 18 maggio 1947 1 OCA Cesare
13. 2 luglio 1947 TARTUCA Gioioso
14. 16 agosto 1947 TARTUCA Salomè
15. 2 luglio 1948 GIRAFFA Ginestrella
16. 16 agosto 1948 SELVA Salomè
17. 2 luglio 1949 BRUCO Mistero
18. 16 agosto 1949 TORRE Mistero
19. 28 maggio 1950 1 OCA Fato
20. 2 luglio 1950 GIRAFFA Dorina
21. 16 agosto 1950 DRAGO Salomè
22. 16 agosto 1951 CIVETTA Nick
23. 2 luglio 1952 DRAGO Nick
** 16 agosto 1952 BRUCO Miramare
24. 16 agosto 1953 CIVETTA Sayda

* Palio straordinario non corso per il ritiro della contrada dopo la seconda mossa annullata.
** Non corse per l'infortunio occorsogli alla mossa e venne sostituito da Falchetto.

1 Palio straordinario.



"A cavallo è er mejo de tutti, ma er Palio è n'antra cosa..."
Si sintetizza con queste efficaci parole del grande Beppe Gentili la carriera paliesca di Amaranto Urbani, probabilmente uno dei fantini più sfortunati della storia del Palio.
Arrivò a Siena da Cantalupo in Sabina e debuttò appena ventenne montando Wally per la Giraffa nel luglio 1932. Lo chiamarono Boccaccia ma per tutti restò sempre e semplicemente Amaranto. Le prime otto carriere, corse a singhiozzo dal debutto fino al 1939, pur non baciate dalla buona sorte dimostrarono ampiamente le grandi doti di cavallerizzo di Amaranto.
In particolare nel luglio 1936 fu autore di una carriera giostrata alla grande.
Partito primo, nella Chiocciola su Melisenda, fu protagonista di due duelli accaniti prima con lo Sgonfio nella Pantera e poi con il super favorito Pietrino, nell'Oca con il mitico Folco, vanamente impegnato in un disperato inseguimento a Bovino vittorioso nella Giraffa.
Pur sacrificato in compiti da "killer" Amaranto aveva comunque disputato un gran Palio chiuso con un secondo posto bissato nell'agosto successivo nel Nicchio con Folco.
Pur dotato di tecnica sopraffina, cosa riconosciuta anche dai colleghi più blasonati, Amaranto iniziò a soffrire di un male oscuro che segnerà tutta la sua carriera.
Soffriva la piazza, nell'Entrone si spegneva gradualmente ed arrivava tra i canapi timoroso, quasi svuotato di ogni energia, attanagliato dalla paura di vincere e dalla prospettiva di un ennesimo fallimento. A questo si aggiungeva una certa lontananza dai tradizionali gruppi di potere degli altri fantini: Amaranto non si sentiva un gregario e faticò moltissimo ad entrare in quella logica da mercenario del rischio che è poi l'essenza stessa dell'essere fantino di piazza.
Il Palio del luglio 1939, disputato dopo tre anni di assenza, confermò tutte le caratteristiche di Amaranto: nel Nicchio su Ruello, due giri da protagonista prima di perdersi a vantaggio di Pietrino e Tripoli che si contesero la vittoria sino all'ultimo centimetro.
Alla ripresa del Palio dopo la guerra Amaranto si legò alla Tartuca e diventò, suo malgrado, uno dei protagonisti del celeberrimo Palio della Pace.
Per ben due volte, sulla guizzante grigia Eris, Amaranto scappò nettamente primo dai canapi con il Bruco, dato per sicuro vincitore ed al centro di mille intrighi, fermo come un palo. In entrambe le occasioni il Mossiere Lorenzo Pini annullò la mossa scatenando l'ira dei tartuchini che, capeggiati da un giovanissimo Silvio Gigli, ritirarono dalla carriera il proprio cavallo, fatto senza precedenti nella storia del "Palio moderno".
Imbrigliato da episodi di portata storica eccezionale Amaranto aggiungeva un nuovo rimpianto alla sua lista nera, nulla di paragonabile a quello che sarebbe accaduto nel Palio successivo. La tratta pose in primissimo piano l'Oca che decise di affidare il grande Folco ad Amaranto contando sulla sua voglia di riscatto.
Dalla mossa Amaranto, nonostante la vicinanza della Torre, uscì con un vantaggio notevole, con il Montone, maggiore antagonista dell'Oca, completamente fermo tra i canapi, ma, all'improvviso, con un ritardo clamoroso e tra lo stupore generale, la corsa dell'Oca venne fermata dal ripetuto scoppio del mortaretto. Ancora il Mossiere Pini ed il mortalettaio Ragno, appassionato montanaiolo, avevano fermato di nuovo la volata di Amaranto verso la tanto desiderata gloria.
Rientrato nell'Entrone affranto ed incredulo Amaranto si trovò solo di fronte al suo dramma e tornò tra i canapi molto provato.
Nonostante ciò riuscì di nuovo a partire primo ma già a San Martino si concretizzò la rimonta di Ganascia che col nerbo difese per tre giri la sua posizione infliggendo al fantino dell'Oca un'umiliazione fin troppo pesante.
Per il Palio successivo Amaranto venne confermato dall'Oca su Salomè, anche se la fiducia nei suoi confronti iniziava a vacillare visto che nelle prove si alternarono con lui anche i vecchi Pirulino e Porcino. Con grande determinazione Amaranto a San Martino riuscì a prendere la testa ma la mantenne per un solo giro, battuto stavolta da un emergente che farà la storia del Palio: Beppe Gentili.
A chiudere lo sfortunatissimo connubio con l'Oca lo straordinario del 18 maggio 1947 chiuso con la rovinosa e drammatica caduta al primo San Martino che costò la vita al velocissimo purosangue Cesarino che aveva appena preso la testa dopo una partenza a razzo dalla posizione di rincorsa.
Il secondo posto nel luglio 1947, nella Tartuca sul modesto Gioioso, è solo l’ennesimo amaro dato statistico. Ormai consumato da tante delusioni ed ossessionato dal miraggio della vittoria Amaranto corse due Palii anonimi nel 1948 per poi rilanciarsi a sorpresa nel luglio 1949 disputando una grande carriera nel Bruco con lo sconosciuto Mistero frenato solo dalla giornata di grazia del giovane Bazza.
La tratta del Palio d'agosto assegnò Mistero alla Torre che, dopo quindici anni e dopo la militanza ocaiola, scelse Amaranto preparando il Palio in tutti i dettagli.
Forse per la prima volta nella sua ormai lunga carriera Amaranto si presentò tra i canapi con tanti soldi da spendere ed il conseguente appoggio di molti colleghi.
Il lavoro della dirigenza torraiola sembrò poter sortire gli effetti sperati: Amaranto, risalito dal quinto posto fino allo steccato, riuscì a partire primo mentre la Civetta, principale antagonista con l'Arzilli sulla velocissima Popa, veniva frenata dalla nerbate di Pietrino.
Ma anche stavolta qualcosa andò storta: l'Arzilli, con il quale Amaranto aveva avuto qualche dissidio di natura economica, riuscì a divincolarsi al secondo Casato del duro ostacolo ed in poche falcate raggiunse e staccò nettamente il binomio torraiolo.
Una possibile vittoria storica sfumava in modo beffardo con l'andatura forsennata della Popa a frantumare gli ultimi sogni di gloria di Amaranto.
La malasorte non risparmiò altri duri colpi per Amaranto anche nei suoi ultimi incolori spiccioli di carriera, i clamorosi fatti dell’agosto 1952 sono emblematici in tal senso.
Il veloce Miramare faceva ben sperare Amaranto ed il Bruco, afflitto da un digiuno trentennale, la posizione allo steccato ed i tanti soldi a disposizione rendevano la situazione ancora più favorevole. Ma, all’improvviso, con la rincorsa ancora fuori dai canapi, una banale forzatura mandò sul tufo il povero Amaranto, riportato a braccia nell’Entrone e poi sostituito, in barba al regolamento, da Falchetto “prelevato” dalla Chiocciola per evitare l’invasione di pista dei brucaioli.
Ormai vittima di critiche spesso ingenerose e fin troppo pungenti Amaranto corse il suo ultimo Palio nell’agosto 1953 per la Civetta, lasciando in molti contradaioli un ricordo di struggente rammarico.
Morì a soli quarantaquattro anni sognando di vincere un Palio, il suo più grande rimpianto di fantino “onesto”.

Tratto da "Il Carroccio di maggio/giugno 2007" articolo a firma di Roberto Filiani





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