BRANDANI   MATTEO
(Brandino) 3/48

Nato a Taverne d'Arbia (SI) il 18 gennaio 1784 (vedi battesimo)
Morto a Siena (Spedale) il 17 aprile 1840 (vedi atto di morte)
Cognato di Bianchi Mugnaio (Giuseppe Bianchi), fratello di Brandino II (Angiolo Brandani), Cicciolesso (Luigi Brandani), Ghiozzo (Giuseppe Brandani) e padre di Brutto (Carlo Brandani), Giacco (Bernardino Brandani) e Prete (Pietro Brandani)

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Stato delle Anime di Presciano, anno 1835

Primo esponente della famiglia Brandani, residente almeno per un certo periodo a Taverne d’Arbia, che ha regalato alla storia del Palio ben nove fantini compresi in due generazioni.
Appartennero alla prima oltre a Matteo detto Brandino, tre suoi fratelli: Angelo detto Brandino II, Luigi detto Cicciolesso e Giuseppe detto Ghiozzo.
Appartennero alla seconda generazione Carlo detto Brutto o Tarlato, Bernardo detto Giacco o Piccino e Pietro detto Prete, figli di Brandino, Giovanni detto Pipistrello e Agostino detto Brandino Minore figli di Cicciolesso.
Hanno corso spesso insieme: in un'occasione e precisamente nel luglio 1833 andarono alla mossa ben 5 Brandani (e Pipistrello riuscì a vincere).
In totale hanno riportato 13 vittorie (3 Brandino, 4 Cicciolesso, 5 Pipistrello e 1 Brutto).
Tornando al nostro Matteo, sintomatica è l’opinione che di lui ha il Bandini che lo inserisce nel gruppo dei fantinidefiniti “una canaglia”. E questo per la carriera a dir poco incolore corsa con il cavallo favorito nella Pantera nell’agosto del 1810.
Ma anche il Drago nell’agosto del 1813 e la Selva nel luglio 1823 ebbero parecchio da ridire sulla prestazione di Brandino.
Nell’agosto 1820 corre nel Nicchio, ma la sua fama, al pari di quella di altri fantini è tale che i Deputati agli Spettacoli il giorno del Palio “potendo sospettare che per parte dei fantini delle contrade della Chiocciola, Leo, Nicchio e Selva vi fossero degli intrighi per guastare la carriera di quest’oggi” , fecero depositare in Cancelleria dai rispettivi Capitani la somma di lire sessantasei “a scanso di ogni inconveniente”.

Aneddoto tratto da "Ora come allora" di E.Giannelli e M.Picciafuochi

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