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Home Racconti ameni... ma non troppo In aggiornamento Introduzione Il "passato collettivo" è come una pentola in ebollizione dalla quale ogni tanto fuoriescono brandelli di memoria che noi puntualmente facciamo nostri come d'abitudine. Improvvisamente storie dimenticate si riaffacciano alla mente di qualcuno, e non si finisce mai di stupire per la letizia che ci procurano l'ascoltarle e riviverle. Le presento in questi "Racconti ameni... ma non troppo", e vedono come attori alcuni popolani di Quercegrossa e paesi limitrofi, coinvolti in eventi piacevoli e situazioni comiche; storie semplici, se si vuole, ma che per la loro originalità, e per il loro implicito modello di consuetudini e usanze, meritano di essere diffuse e tramandate. Ognuna di esse, infatti, ci riporta a comportamenti e vicende tipiche di un tempo che sembra lontano mille anni, e la loro lettura approfondisce ulteriormente e maggiormente illustra un modo di essere in quel contesto sociale, dal quale, inoltre, si stagliano e definiscono in buona misura alcuni già noti personaggi dei nostri popolari racconti paesani. La Tesa del Poggino Il famoso priore di Tregole, rammentato in queste pagine per il suo burrascoso rapporto che ebbe con Scoiolo, risalta ancora alla cronaca per un fatto curioso da lui vissuto, in cui si mischiano fede, pietà e... fate voi. Lo stesso Scoiolo l'aveva più volte raccontato in giro e anche a Quercegrossa, ed eccolo arrivare sul nostro tavolo, a distanza di quasi un secolo, senza aver perso la sua vena di originale umorismo. L'interprete principale è la Tesa del Poggino, una contadina così nominata, piuttosto svelta di lingua, sveglia e di carattere a quanto pare. Era una parrocchiana di Tregole e praticava la chiesa per la messa festivi e le grandi occasioni, come facevano tutti. Un bel giorno chiamò il prete in casa sua e gli diede un'offerta per una messa da celebrarsi per l'anima purgante della sua cara amica Cesira, defunta da alcuni mesi. Non c'era molta convinzione nel suo gesto, ma per la sua amica avrebbe fatto un sacrificio. "Povera Cesira, era tanto buona!", e sembrava sincero il detto del priore mentre allungava la mano per accogliere l'obolo, un biglietto di banca di piccolo taglio. Anche lui la conosceva bene, forse più di tutti, e si senti in dovere di aggiungere: "Era una santa donna, come ce ne sono poche!". La Tesa annuiva affliggendosi a queste parole e gli occhi gli si lustrarono; ora l'offerta fatta per una messa a suffragio gli dava un'interiore gioia e consolazione. Da buon psicologo, il priore capì il frutto lenitivo che le sue considerazioni avevano sulla Tesa, e volle ancora confortarla. Allargando le braccia e alzando gli occhi al soffitto sentenziò: "Povera Cesira, a quest'ora è senz'altro in paradiso". La frase fece effetto, ma invece di consolarla, risvegliò la Tesa dalla sua triste pena per l'anima defunta. "Ma... Signor Priore, è sicuro che Cesira sia in paradiso?", chiese la donna con voce ferma. "Ci scommetterei!", confermò il parroco alzando le grandi mani e scuotendole per dare più convinzione al suo detto. Il pollice e l'indice della mano destra stringevano sempre a metà il biglietto, ora bene in vista alla distanza di circa un metro. La Tesa non aspettava altro, perché tutto sommato gli dispiaceva staccarsi dal suo biglietto e, temendo di perderlo, s'avvento verso il priore come un cane mordace, sorprendendolo, e con abilità se lo riprese, quasi strappandoglielo dalla mano. A cosa fatta si giustificò: "Allora mi ridia le lire tanto non ce n'è bisogno se Cesira è digià in paradiso". Infatti, non aveva torto e il priore rimase senza parole e forse si guardò bene in futuro dal ripetere l'errore fatto. Dottori e rimedi di que' tempi Nel 1947 la zia Ilda, sposa novella in casa Rossi, rimase in stato interessante. Ma la maternità si presentò subito difficile, con frequenti malesseri accompagnati da vomito e inappetenza. Lei si preoccupava, e a ragione perché quello che mangiava era del tutto insufficiente al feto. Finalmente il 10 febbraio del 1948, alle ore 20,05, nacque un maschietto e, come si temeva, stenterello e sotto peso. Pochi giorni dopo, domenica 22, i cognati Nello Rossi e Maria Pistolesi lo portarono in chiesa a Quercegrossa e don Luigi Grandi lo battezzò con i nomi di Giorgio Egisto Maria. In settimana venne chiamato il medico, del quale taccio il nome, per un controllo della puerpera e soprattutto del bambino che non mostrava miglioramenti. Il medico mise allora in atto un suo personalissimo metodo basato su una trasfusione di sangue che secondo lui avrebbe dato forza e vigore al neonato, non preoccupandosi dei rischi nè delle conseguenze. Tradizione, sperimentazione o altro, fatto sta che il rimedio si rivelò molto peggiore del male. A seguire, presa una bella siringa, il dottore prelevò del sangue da un gamba della mamma e lo iniettò come una normale iniezione intramuscolo nella "mela" del piccolo. Non si attese molto che un gigantesco ematoma violaceo crebbe a vista d'occhio, deformando la coscia del piccolo il cui immediato, tragico, pianto risuonò ad angosciare la mamma e i parenti. Il dottore, in quel frangente, frastornato dalla sua imperizia, credette bene di andarsene e se ne andò. Venne fatto chiamare immediatamente il dottor Provvedi, l'altro medico che curava a Quercegrossa, il quale vista l'urgenza dei questo particolare caso ritenne di portare immediatamente il bambino all'ospedale con la sua Topolino. Il dottor Provvedi non era nuovo a questi servizi ai quali non era obbligato se non dall'etica professionale, e la sua proverbiale disponibilità e sensibilità verso le sofferenze e necessità delle famiglie facevano di lui una persona stimata e rispettata come uomo e come medico, al contrario di altri suoi colleghi del quale abbiamo avuto un esempio. Fatta salire la mamma col piccolo nel sedile di dietro, partirono senza indugio per Siena diretti all'ospedale vecchio. La mamma nella sua angoscia, temendo per la vita del bambino, piangeva sommessamente e calde lacrime accompagnavano i suoi singhiozzi. Il Provvedi con voce solita pacata, tentava di rincuorarla presentando il trauma meno deleterio e pericoloso di quanto sembrasse: "Vedrai che non è niente e lo guariscono, stai tranquilla!". La Topolino arrancando sotto la prudente guida del dottore giunse infine in città. Fecero tutto il centro e posteggiarono di fronte alla Cattedrale dopo aver compiuto i 12 chilometri del percorso in un tempo che non finiva mai. Al pronto soccorso del vecchio ospedale il medico di turno esclamò: "Ma chi ha fatto questo macello!" e lì per lì venne applicata la borsa dell'acqua calda alternata ad impacchi. L'infermiere chiamò la zia Ilda e la pregò di far entrare suo marito. "Guardi che quello non è mio marito, ma il mio dottore", rispose. "Ho, mi scusi signora", sussurrò l'infermiere imbarazzato, con un mezzo inchino di scusa. Nessuna incisione venne praticata a Giorgio che in effetti si trattava di un vero e proprio ematoma da far assorbire. Occorsero però due mesi di ospedale perché gli impacchi e borsa facessero effetto. Tornato a casa, si diffuse in paese un'epidemia di tosse convulsa che aggredì tutti i bambini e anche lui se la prese. Ma al quinto mese di vita, vinti tutti i suoi acciacchi, cominciò a vivere, acquistò appetito e crebbe in peso e salute. Il mal della scimmia Nelle famiglie, diciamo di campagna, capitava sovente che dopo un allattamento non sempre bastante, seguisse uno svezzamento a base di brodini, pappe e farinate, ossia farina spenta nell'acqua. Un'alimentazione quindi del tutto insufficiente, dovuta spesso a usanze familiari e scarsità di mezzi, con poche vitamine, sali e altri essenziali elementi nutritivi che non garantiva al piccolo una normale crescita e sviluppo. Col passare delle settimane il bambino non acquistava peso e deperiva. Per la magrezza cominciavano ad evidenziarsi le ossa degli arti, la pelle perdeva il colorito naturale che diventava "pallore" e i capelli cadevano: tutti i sintomi della denutrizione. A guardarlo il suo organismo palesava debolezza e precarietà; sarebbe stato soggetto in breve a probabili attacchi patologici di germi e bacilli che avrebbero messo in pericolo la sua vita. Ecco, il piccolo aveva "il mal della scimmia". La mamma seguiva apprensiva e impotente l'evolversi negativa della situazione; si rendeva conto della necessità di intervenire al più presto, ma il dottore e le medicine costavano e il capoccio non vedendo una malattia vera e propria e non apriva il cordone della borsa. Allora ricorreva, consigliata dalle anziane di casa o dalle amiche, alle guaritrici: "Io conosco una che ha guarito il mi' nipotino, vacci!" Assunta Nencioni dell'Arginano, al pari della guaritrice di Coschine, era considerata per queste faccende e molte mamme ricorrevano a lei. Se le vedeva in casa con il piccolo gracile fardello belante, e gli occhi impauriti invocanti aiuto. Lei non diceva di no. Ma non si considerava una "guaritrice" secondo il significato corrente del termine, ma soltanto una donna esperta, resa sapiente dalle numerose maternità. Non praticava atti oscuri, né recitava formule magiche o preghiere, né faceva applicare amuleti come le altre, semplicemente consigliava. Raccomandava alle mamme come dar da mangiare al bambino in modo efficace ricordando loro le sostanze di cui aveva più bisogno, come prenderle per ben avvezzarlo, ma soprattutto spiegava che il bambino non era malato ma soltanto denutrito, infondendo coraggio e speranza. Vedendo il frequente ricorrere a lei si può pensare della bontà dei suoi consigli. Per i piccoli affetti da ernia ombelicale, molto diffusa in conseguenza, preparava, alla maniera dei moderni cinti erniari, strisce di tela con un bottoncino bianco che venivano applicati al piccolo "scimmiotto". Un botto d'augurio Quel sabato del 17 maggio 1947 era una giornata veramente speciale per Marino Vigni e Gina Lusini che coronavano il loro sogno d'amore e si apprestavano a scambiarsi le fedi nuziali nella chiesa di Quercegrossa. Un cielo sereno e una temperatura mite li avevano salutati al mattino e poco prima delle nove entrambi si erano avviati alla chiesa dalle proprie abitazioni. Lui da Gardina e lei da Petroio col rispettivo codazzo di parenti. Intanto in casa Vigni una decina di donne si affaccendavano in cucina per il pranzo nuziale. Alle ore 9,30 don Luigi Grandi iniziò la cerimonia che li avrebbe uniti in matrimonio. Poi gli inviatati si strinsero attorno al loro e li festeggiarono. Gli sposi si intrattennero per lanciare i loro confetti ai ragazzi di Quercegrossa come da usanza. E tutti mossero in allegria verso Gardina pregustando il pranzo, e dove avrebbero visitato la camera degli sposi e dato una curiosa occhiata ai regali. C'erano naturalmente anche i testimoni Angelo Bocci di Siena e Brunetto Bruni di Gaiole, amici di famiglia. La strada sterrata che collegava Gardinina a Gardina non si presentava diritta come oggi, ma formava un leggera curva, come un arco e, proprio a metà strada, sulla parte destra, vi era un fontone, anzi una fonte di 5/6 metri quadri, riserva d'acqua per bagnare l'orto, coltivato su quel lato in leggero pendio. I vicini di casa Taddei Ademo e Polato Giuseppe credettero bene di festeggiare a modo loro e in maniera scoppiettante gli amici preparandogli una vera e originale sorpresa. Il corteo degli sposi, ignaro di quanto stava per accadere, percorse quella strada e già si avvicinava a Gardina quando Ademo e Giuseppe diedero fuoco alla miccia. Poi si allontanarono a distanza di sicurezza. Avevano, all'insaputa di tutti, posto una carica di esplosivo da miniera a pelo d'acqua, infilata nel bordo erboso. Dopo pochi secondi il boato prodotto dall'esplosione fece sobbalzare tutti e alcuni del seguito sentirono uno scroscio d'acqua che li bagnava, come pioggia bagna. Infatti, la potenza dello scoppio aveva svuotato letteralmente la fonte e l'acqua mista a fango era stata dispersa in alto e in lungo. Ricadendo poi sulla strada aveva investito ammollandoli gli ultimi del corteo. Così avevano voluto far festa agli amici sposi e forse l'idea piacque, ma a qualcuno parve una bravata, anche pericolosa. Il cittino piange In un podere vicino alla Cappannetta da poco tempo era nato un bel bambino, battezzato Benito. Bravo cittino Benito, ma in quella calda e afosa estate lui, rinvolto strettamente nelle fasce, soffocava dal caldo e l'unico modo per comunicarlo era, come fatto tutti i bambini piccoli, piangere. E piangeva, soprattutto in quelle notti placide quando i grilli si facevano sentire nella campagna d'intorno e qualche cane abbaiava lontano, ma le pareti mantenevano tutto il calore incorporato nella giornata. Questo continuo vagire notturno impediva anche ai genitori di dormire e il babbo si rigirava e rigirava sudato tra i lenzuoli maledicendo in cuor suo la situazione. E Benito piangeva... La pazienza una bella notte finì e al disperato babbo, non avendo alternative, balenò un'idea che poteva essere una soluzione, anche se capì subito che era fuor dalle regole. Si rammentò della grossa sporta di schiancia che aveva in casa, utilizzata per il trasporto di piccoli attrezzi e prodotti. Senza ripensarci due volte la prese e, cercando di non svegliare l'esausta mamma, levò cautamente il piccolo dal lettino e ve lo depose dentro, come in una culla. Il pianto continuava mentre con una mano trasportava la sporta per la stanza verso la finestra, e non ebbe nessun dubbio quando l'attaccò al ferro infilato nel muro fuori della finestra, ciondoloni nel vuoto e nel buio della notte. Ora il pianto era affievolito dalla distanza e dalla sporta che custodiva il piccolo come in uno scrigno. L'aria fresca notturna iniziò a dare refrigerio al piccolo, fino a metter fine al suo piagnisteo insopportabile e a far chiudere gli occhi stanchi del su' babbo ingegnoso. Caccia sospesa Il mi' babbo Elio conobbe una persona per motivi di lavoro e questi, essendosi informato sulla sua passione venatoria, gli espresse il desiderio di fare una cacciata insieme ... e fissarono. Questo conoscente si rivelò subito un tipo originale presentandosi all'appuntamento con un abito definibile, con tanta volontà, pittoresco; insomma un po' broccione nel vestire, e anche il fucile, un modello antiquato tenuto alla spalla con una cordicella gialla sfilacciata, tipo quelle da pressa, al posto della cinghia di cuoio, denotava nell'insieme un evidente stato di trascuratezza (arma alla quale invece si doveva portare rispetto e cura perchè era pur sempre un'arma). Questa sciatteria destò subito delle perplessità in Elio, da sempre scrupoloso quando si trattava di armi, ma per rispetto non aprì bocca in merito, e imboccarono la strada del Dorcio. Conversando si avviarono verso i piani del podere Mulinuzzo dove intendevano cacciare. Nei pressi del podere, nel saltare il solco del modesto borro, e ricadendo a piedi uniti, il fucile di quest'amico accusò il contraccolpo e perse un pezzo, forse quella parte in legno sotto le canne chiamata "asta". Questi non si scompose, lo raccattò e rivolto al mi babbo con tutta naturalezza gli disse: "O Elio te che sei un po' meccanico me lo rimetti a posto". Il mi' babbo, vista la precarietà della situazione, considerato che la stravaganza di questo soggetto poteva anche degenerare causandogli dei guai, magari scoppiando quel fucile vecchio e mal tenuto, gli rispose saggiamente senza tante spiegazioni: "Lo sai che si fa? Si torna a casa!". E lì fini la caccia. Voci nel bosco Quella domenica mattina c'era la cacciata e da Faule sopra Passeggeri una ventina di cacciatori cominciarono a muoversi a gruppetti sparsi nei boschi di Vagliagli. Dedo e Pierugo, cacciatori all'acqua di rose e poco amanti del sole e delle sudate, si avviarono a passo lento verso il podere Africa costeggiando il bosco sotto l'ombra e la frescura delle querci. In quella che era una bella passeggiata, con qualche distratta occhiata in qua e là in cerca di selvaggina, a un certo momento il silenzio del bosco venne rotto da un suono strano che fece tendere l'orecchio e fermare il passo ai nostri amici. Era una voce poco chiara, indistinta, che l’eco rimbalza quando a destra quando a sinistra: uno che chiamava da lontano il proprio compare e, non ottenendo risposta, ripeteva con monotonia il suo richiamo, fino a diventare noioso. La storia durò una mezzoretta e i due camminarono accompagnati da questo insistente, molesto lamento che non dava tregua. Alla fine Dedo spazientito non ce la fece più a sopportarlo e sbuffò: "Ora questo m'ha già rotto i c........!!", e berciò di rimando con tono adirato: "Ma che voiii?". E subito ..."Ti aspetto a mezzogiorno in cima al bosco di Coschineeee", gridò a squarciagola l'ignoto urlatore. "Siii, va beneeee", rispose a piena voce Dedo, mettendo così fine al quell'uggioso chiamare. Il giorno a tavola sul far delle due ci ripensarono e Dedo con una punta di arguzia osservò: "Chissà se c'è sempre quello ad aspettarmi in cima al bosco di Coschine?". Amanti Rutilio dei Bruttini del Mulinuzzo osservò a lungo quel carro munito di botte che si tratteneva oltre il ragionevole alla Pietraia per fare rifornimento d'acqua. La storia si ripeteva da tempo e ciò lo rendeva perplesso. Certo, tutti i contadini dei poderi del circondario avevano il diritto di rifornirsi d'acqua della Staggia, ma questo fare gli pareva strano. Incuriosito volle controllare e si avvicinò nascondendosi tra la rigogliosa vegetazione delle prode del fiumiciattolo. Vide il carro, con attaccati i buoi presi dal loro placido ruminare, lasciato abbandonato là in quello spiazzo che si chiudeva nella pozza naturale formata dall'acqua che vi cadeva dal suo letto superiore, scorrendo pigra sulla pietra scivolosa appena mormorando; da lì riprendeva il suo cammino defluendo verso le terre di Basciano. Il silenzio intorno era totale. Insospettito annusò subito qualche tresca e muovendosi carponi scrutò tra piante e arbusti tutto il corso del torrente. Ai margini, seminascosto, il suo orto con la coltivazione di fagioli le cui pianticelle si "inarpicavano" sulle lunghe canne incrociate per il bisogno. E lì cadde il suo sguardo, attirato da un massa scura ben mimetizzata dai legumi e dall'ombra complice. Ancor più attento a non farsi sentire, si avvicinò e, allargando l'ultime frasche che gli impedivano la vista, vide i due corpi abbracciati che consumavano il loro peccaminoso amplesso. Riconobbe subito il suo amico Celso e anche lei, contadina di un podere lontano, la quale con la scusa della sua fonte asciutta dalla siccità si portava alla Pietraia per lavare i panni e, come vide Rutilio, non solo lavava ma s.... anche, proprio come una buona massaia. Per l'amicizia con lui non volle disturbarli, d'altronde era una cosa che non lo toccava e non era sua abitudine fare il moralista. Solo ebbe un certo fastidio che i due si rotolassero fra i suoi fagioli. Passò del del tempo e non cessavano gli incontri amorosi tra i due amanti e Rutilio pativa per i suoi fagioli e per altro... Era ormai un pensiero fisso, non tanto per il danno materiale di qualche pianticella schiacciata quando per una questione di principio: era sempre roba sua e... insomma non gli andava giù. Decise di metter fine alla storia. "Ora vi sistemo io", pensò un giorno, e quando puntualmente rivide il carro fermo alla Pietraia, con un lungo giro si avvicino ratto ratto dal letto della Staggia e si fermo all'altezza del suo orto, a pochi metri dai fagioli e dagli amanti. Munito del lungo mesciacqua inizio a bagnare l'orto, un poco sopraelevato rispetto a lui, e abbondanti secchiate rinfrescarono le pianticelle e bagnarono la terra e i due abusivi, che stretti l'un l'altro cercarono di non farsi scoprire rimanendo immobili alla maniera dei sassi, schiacciandosi al suolo come serpi. Smise soltanto quando fu certo di averli ben infradiciati e si allontanò come se niente fosse. La lezione fu salutare e il messaggio recepito. Finirono i rendez-vous romantici alla Pietraia e forse ripresero da qualche altra parte... ma questo non ci interessa. I fagioli di Rutilio crebbero rigogliosi come non mai. Una processione... mai vista Per la processione notturna del Venerdì Santo nel 1951/52 da Stampone e altri uomini erano state realizzate delle grosse croci di legno grezzo, una per ogni Stazione: vennero poste lungo la via principale, in piazza e fino all’imbocco della strada del Castello. Ai piedi di ognuna di esse bruciavano segatura e olio tanto che la strada era illuminato a giorno. Tutto questo affaccendarsi era stato predisposto in concordanza con don Ottorino, per valorizzare e onorare la presenza di un famoso frate predicatore che avrebbe commentato le stazioni della Via Crucis. Intorno alle nove e mezza dopo le preghiere di rito all'interno del tempio, i fedeli seguirono la croce e la folta processione uscì a passo lento di chiesa e si snodò lungo la strada, verso il paese. Per quella sentita rappresentazione del cammino della passione di Cristo erano presenti almeno duecento anime: c'era tutta Quercegrossa e molti contadini dei poderi. L'oratore, fermandosi davanti alla croce fumante, con la folla degli oranti disposta a semicerchio, attaccò la prima delle quattordici stazioni. Fin da quel momento si sentì che predicava bene, con chiare, belle, significative parole, però apparve subito agli astanti che la sua oratoria fosse leggermente ridondante e prolissa, e infatti si soffermò per oltre venti minuti sul soggetto della Stazione "Gesù è condannato a morte". Tutti pensarono e sperarono che con il trascorrere del tempo avesse abbreviato la sua predica, ma ciò non avvenne e gira e rigira sul significato di ogni Stazione chiamava i ballo tutti i santi del Paradiso e altro, facendo sfoggio di grande cultura. Non bastò il passo accellerato dei fedeli tra una stazione e l'altra al canto dello "Stabat Mater dolorosa" per affrettare i tempi e fargli capire; si fece mezzanotte e già alcune mamme si allontanavano con la scusa dei ragazzi mezzi addormentati. Alle una era ancora a blaterare instancabile meditando sull'undicesima stazione, ma la processione si era assottigliata di molto, essendo diversi uomini, ormai annoiati di quella noia che faceva diminuire il fervore, sgattaiolati da tutte le parti. Finalmente finirono le stazioni e i pochi coraggiosi rimasti, compreso Armando, rientrarono in chiesa per gli ultimi canti e preghiere, che a quell'ora certamente valevano doppio: erano le due passate. Una processione davvero penitenziale... mai vista. Il predicatore aveva clamorosamente infranto una delle tre regole principali della buona predicazione raccomandate a suo tempo da S. Bernardino da Siena, ossia parlare con chiarezza, bene e... brevemente, ma questo gli ultimi assonnati fedeli di Quercegrossa non lo sapevano. Padelle Per l'apertura della stagione di caccia 1960 Raffaello Mori aveva ceduto alle richieste di Turiddo delle Racole e quindi deciso di fare con lui la prima cacciata nei boschi intorno Vagliagli. Era in quegli anni operaio dal Bardini e per l'occasione aveva invitato il suo capofficina Angiolino di Siena che si dichiarava cacciatore, e anche il sottoscritto cugino 13enne con funzioni di compagnia. La mattina presto verso le 4 di una notte stellata si bussò alla porta di Turiddo alle Racole ed entrammo in quella vecchia casa poderale illuminata dalla bianca luce dell'acetilene. Saluti e ultimi accordi. Turiddo, conoscendo a menadito covi e abitudini della selvaggina, assunse il ruolo di capocaccia e quando si giunse in quella radura del bosco ordinò ad Angiolino di appostarsi che di lì sarebbe passata la lepre. Mentre i due si allontanavano io rimasi con Angiolino e ci acquattammo dietro una grossa ginestra aspettando le prime luci dell'alba. La posta assegnata sembrava ottima perchè un largo viottolo ben disegnato attraversava per intero la radura venendo dal folto del bosco e sparendo alle nostre spalle: ciò significava un buon sentiero per gli animali a quattro zampe. Tutta la radura era ben visibile, spuntandovi solo qualche rado arbusto e ciuffi d'erba. In quei momenti di attesa ebbi modo di osservare il cacciatore al mio fianco. Angiolino, nonostante cercasse di apparire esperto e navigato, non riusciva a nascondere il cittadino che era in lui: un aspetto da piccolo borghese più adatto alle lastre che alle zolle, e nemmeno il fiammante abbigliamento da bosco con la vistosa cartuccera e la doppietta dal lustro calcio facevano di lui un "feroce Saladino da lepre". Giunse infine l'alba; quel momento tra il lusco e brusco quando ancora la luce non si e imposta e le tenebre non si sono diradate. La radura si mostrava ora nitida e l'attenzione prese il posto del bisbiglio. C'era nell'aria un'aspettativa positiva che ci coinvolgeva ambedue e sfociava nella certezza di aver presto qualche visita. E subito le nostre attese vennero premiate. Dal fondo del bosco trotterellava una lepre, piccola per la distanza. Avanzò crescendo sul viottolo ed entrò sicura nella radura ma all'improvviso si fermò a metà avendoci forse fiutato. Era un bell'esemplare. Rimase interdetta, immobile come noi due, a una distanza di quindici metri e si era fermata là dover il viottolo faceva un piccolo dosso: una posizione per lei assai imprudente. Mi aspettai che Angiolino sparasse prima che l'animale con una lancio delle lunghe zampe sparisse alla vista, e attesi quasi rattrappito per timore di disturbarlo. Ma egli indugiava concentrato nel prendere la mira e lo stesso animale stranamente aspettava a orecchi ritti. Finalmente il fucile puntato sparò e sputò dalla canna una fiammata azzurra; il forte e secco colpo di fucile quasi mi ferì l'orecchio. Un attimo per riprendermi poi l'occhio andò a cercare la vittima, ma non c'era niente sul viottolo. Della lepre nemmeno l'ombra; l'aveva padellata nonostante il tiro a bersaglio fermo. Come tutti i cacciatori in queste situazioni, Angiolino rivolgendomi la parola, cominciò a farfugliare scuse chiedendosi come avesse sbagliato un così facile tiro. Mentre questo accadeva eccoti un'altra lepre attraversare diagonalmente la piazzola, passandoci a non più di tre metri. Svelto e sicuro Angiolino inbracciò il fucile, inquadrò la lepre e la seconda fucilata risuonò in quell'alba. Ci avrei giurato che avesse fatto centro, invece vidi sparire rapidamente l'animale nel bosco. E due, pensai. A questa seconda clamorosa padella Angiolino non seppe più trovare spiegazioni, ma qualche scusa riuscì ugualmente a balbettarla: Mi ha preso alla sprovvista, ecc.; ne ebbi compassione e dispiacere. Nel pomeriggio, dopo una mattinata avara, camminando nella presa di una campo insieme a Raffaello, ecco che ti si alza un bel fagiano maschio sbattendo fortemente le ali: era una bellezza all'occhio e io lo seguì per qualche istante poi in volo declinò fulmineo il capo e cadde pesantemente al suolo ucciso da numerosi pallini di piombo. Ma non quelli di Angiolino. Per la terza volta aveva cercato la sua vittima, ma troppo lentamente e non fece in tempo ad alzare le canne che Raffaello, molto più svelto di lui, abbattè in un secondo l'incauto fagiano. Si concluse la cacciata nella sana stanchezza di una giornata venatoria, estiva, festiva e con un paio di fagiani in carniere. Anche Angiolino rimase apparentemente contento, ma dentro gli rodeva il rammarico, non della selvaggina padellata, ma il dover rinunciare con i colleghi all'epica del gran cacciatore uccisor di lepri e fagiani, così come andavano gloriandosi mille altri cacciatori. Ed io avevo trovato un duro avversario... Si, perchè nel 1970/71 partecipai a due gare di tiro al piattello organizzate dalle locali associazioni venatorie mettendo in mostra le mie qualità di tiratore, che non si discostavano di molto da quelle di Angiolino. Gare cui faceva seguito una merenda collettiva tipo festosa sagra paesana che coinvolgeva famiglie e amici dei tiratori sui luoghi del tiro a piattello. Per questo erano ammessi al tiro anche i non cacciatori di qualsiasi livello. E anch'io mi cimentai. Mira e punta e segui quel piattello che veloce sfreccia nell'azzurro del cielo, troppo veloce per me, e non ne prendo uno. Ultimo con zero piattelli e vincitore come da tradizione di una bella padella. Nella seconda gara mi fece compagnia in abilità Silvano Rinaldi, altro grande tiratore, il quale con nessun piattello abbattuto si qualificò ex equo col sottoscritto all'ultimo posto. Si parlo di spareggio per l'assegnazione della padella, ma vista l'ora e la cena imminente, visto il rischio che si correva di fare mezzanotte prima di veder un piattello in frantumi, si preferì soprassedere assegnando la padella a entrambi. Il capanno del Moro "So' cane e gatto" si diceva di due persone che vivevano in costante litigiosità. Qui rimango in campo venatorio perchè era la caccia l'argomento che suscitava nei nostri due conoscenti i maggiori dissidi. In particolare la questione dei "capanni" fomentava l'eterna rivalità che a volte si manifestava con dispetti non proprio infantili (ricordate la fucilata alla gabbia del merlo?). Entrambi erano infatti cacciatori di piccola selvaggina e la loro passione era l'appostamento al capanno. Dante Oretti ossia il Moro aveva i suoi capanni fissi da lui realizzati nei campi del Poggio sui terreni dei cognati Mori, dove se ne contavano almeno tre, e in questi si appostava la mattina di buon ora, mentre il Giachini, dal soprannome di "Peppola", sfruttava il lavoro altrui e occupava abusivamente, alla sua maniera da bracconiere, i capanni fin dalle prime luci dell'alba. Egli, scelto un capanno libero vi si insediava e se non giungeva nessuno tutto filava liscio, ma quando vi veniva sorpreso dal Moro, ossia dal legittimo tenutario, erano guerre e al Giachini toccava sgombrare con la coda tra le gambe. Uno dei migliori capanni si trovava nelle prese del Poggio al delimitare del boschetto dei Cipressini ed era ben attrezzato. Abbastanza interrato, con le sue pareti di legno, la sua tettoia e la bella porticina con peschietto. L'interno era dotato di una tavoletta a mo' di tavolo, mensole a scaloni del terreno mentre una grossa pietra squadrata fungeva da seggiolino. La posizione strategica era delle migliori, scelta con esperienza, e la vista dava su una bella quercia e su piante da frutto dove la selvaggina si posava numerosa. Il cacciatore poteva mantenere la stazione eretta per osservare gli alberi o stare comodamente seduto sulla pietra a far colazione o attendere pazientemente gettando ogni tanto uno sguardo dallo spioncino. Intorno, a pochi metri, facilità di sistemazione per le gabbie degli uccelli da richiamo. E fu appunto in questo capanno che avvenne il fattaccio. La scena è facile da immaginarsi. Il Moro spinge la porticina del capannino e chi vi trova dentro? Il Giachini. "Che ci fai qui? So' a caccia! Un lo vedi? Ma lo sai che questo capanno è mio? Un c'era nessuno e so' entrato". La discussione continuò con qualche timida protesta del Giachini, il quale faceva valere le sue ragioni con voce fina e sputicchiando come suo solito, senza tanto gesticolare, quasi calmo. Ma alla fine fu costretto a uscire perchè col Moro non si scherzava e ben lo sapeva. Si allontanò mugugnando con l'animo avvelenato per aver dovuto ingoiare un altro rospo. Quest'ultima prepotenza proprio non riusciva a digerirla, e meditò su quella che per lui era una giusta vendetta fino a quando escogitò il suo piano. Alcuni giorni dopo, approfittando del bel tempo mattutino, rieccoti il Moro a caccia. Giunto al detto capannino, appende tutto intorno le gabbie dei richiami, aspira l'aria fresca mattutina ed entra. L'afore del chiuso lo investe: un'aria diversa alla quale però non fa caso. Guarda dalla feritoia, tutto tace; si mette a sedere sulla pietra, in silenzio, in pace. Respira naturalmente ed ecco che l'aria gli sembra meno fresca, pesante. Annusa più fitto e odora un'aria che pare ammorbata da qualche carogna d'animale. Riannusa a destra e a sinistra e questa volta distingue bene il puzzo che sta riempiendo il capanno: è d'escremento, e anche umano. Si alza da sedere e individua subito l'origine del sito: la pietra. La sposta alzandone una parte e una bella m.... schiacciata, quasi fresca, gli si presenta agli occhi e al naso con tutto il suo potenziale nauseabondo. La vendetta era stata consumata. Tempo di guerra: la fame aguzza l’ingegno Al podere Foresta di S. Leonino avevano segato nottetempo diverse manne di grano, raccolto in qua e là nelle prese per non destare sospetti; grano successivamente tribbiato a mano di nascosto ottenendone diversi sacchi, celati poi in cantina. Il tutto svolto con circospezione e cautela per eludere la sorveglianza delle autorità e di eventuali delatori. Infatti, poco tempo dopo, vennero in zona i funzionari fascisti incaricati del controllo sistematico dei poderi, essendo molto diffusa la pratica di sottrarre parte della produzione agricola all'ammasso in quei tempi di carestia. I Candiani abitavano al piano terra del Poderino, quando una notte sentirono picchiare con insistenza ai vetri della finestra di camera ... "Erano i Vannoni della Foresta e una certa Adele di quella famiglia ci chiese se si potevano tenere nascosti i sacchi in casa nostra perche avevano paura di essere scoperti e al quel tempo non era una cosa piacevole per tutte le conseguenza che ne potevano derivare". A questa richiesta Callisto detto Carlo "andò fuori di testa", immaginandosi subito i gravi rischi che correvano, ma la moglie Nella, molto più pratica, intuì subito un possibile ricavo e così rispose ai Vannoni: "Il grano vi si tiene, ma si mangia anche noi". Tutti d'accordo portarono i sacchi in casa Candiani e li stiparono al piano terra, con fatica, nell'angusto sottoscala, dopodichè addossarono un mobile alla porticina e lì nessuno sarebbe riuscito a scoprirli. E così fu. Non era difficile per i contadini, per la macinazione al mulino del grano sottratto, eludere la sorvegliaza degli ispettori ricorrendo al diffuso sistema della "doppia" ricevuta. Era necessaria però la complicità del mugnaio che a Quercegrossa non mancava certamente essendo i Bonelli ben disposti verso tutti. L'efficace sistema, chiamamolo pure col suo vero nome di frode, consisteva, dopo aver ottenuto una ricevuta di macinazione per una parte di quel frumento che era spettato al contadino come sua quota prevista dalla legge, di riusare la stessa ricevuta per la macinazione di quel grano rubato al padrone nottetempo. Bastava solo un po' di attenzione usando qualche espediente nel portarlo al mulino e il viaggio di ritorno sarebbe stato compiuto in tutta sicurezza, a cielo aperto, in barba ai regolamenti, così come la detenzione sicura, in casa, di farina. Se questo stratagemma valeva per i contadini non poteva però essere attuato da chi non aveva una propria coltivazione, non potendo di conseguenza rischiare grosso nel farsi veder trasportare del grano abusivo, ossia per intendersi, nel nostro caso, la parte che i Candiani aveva ottenuto in quei giorni di crisi dai Vannoni. Ma, in qualsiasi modo, bisognava ridurlo in farina per farne del pane. In mancanza di un mortaio, Nella pensò e ripensò a come fare. Gli venne in mente che l'unico strumento posseduto in casa che poteva prestarsi al bisogno era il macinino da caffè, e lei, senza indugiare e perdersi d'animo, non esitò ad usarlo. Si mise al lavoro: con una manciata di chicchi di grano caricava il macinino e con tanta pazienza girava il manicchiolo a ore intere e svuotava e risvuotava il piccolo cassettino di legno nella madia. Giorno dopo giorno, con soddisfazione, vedeva crescere il monticello di farina. Fu un'impresa ardua che però diede i suoi frutti meritati di fragrante pane bianco e fu un lusso per la famiglia Candiani abituati da tempo allo scadentissimo cosiddetto "pane nero", amaro frutto di quel tempo di guerra. Moda : la stratificazione del colori In una recente sfilata di moda maschile, presentata da una celebre casa italiana, si parlò di "stratificazione di colori" in pantaloni, giacche e gilet e annunciata come una felice intuizione della modista. Allora mi tornò in mente che tanti anni fa avevo anticipato questa moda, indossando all'età di sei/sette anni un golfino a colori stratificati, fatto a mano dalla mi' mamma, in quel contesto di una società dove tutto era riciclato o riusato. E’ risaputo che tutte le donne conservavano nelle loro cassette da cucire e in grosse scatole gli avanzi più minuti del loro lavoro e in casa Mori vi era una scatola da scarpe con decine di piccoli gomitoli multicolori di lana, rimanenze di lavori importanti, e usati per lo più in rattoppi, ma questi scampoli se messi insieme potevano servire anche per un golfino da ragazzi. E così avvenne e mi ritrovai addosso un maglioncino un po’ grezzo, a maniche lunghe, confezionato a maglia utilizzando tanti colori diversi di altrettanti gomitoli. Lavorando con i ferri, sfruttando fino all'ultimo centimetro di ogni gomitolo, ne venne fuori una variopinta stratificazione di colori dove in un pacato cromatismo si alternavano orizzontalmente linee differenti di grigio, marrone, verde scuro, rosso e perfino giallo. Mi piaceva e lo indossai per alcuni anni, poi, e per la mia crescita e per l'usura e i continui lavaggi, una mattina non non fu più possibile indossarlo e allora, in sintonia con la filosofia del riciclaggio rammentata, venne ridotto a straccio per pulire, e servì bene anche a quello scopo, ma non mi resi conto di aver anticipato i più eleganti modelli. Corso di lingua francese La signora Regoli, sorella del padrone del Poderino e anch'essa benestante, era emigrata in Francia dove veniva chiamata con una certa distinzione "Madame Verprè", ossia verde-prato. Rientrata in Italia e a Siena, prese la residenza in un appartamento di via del Giglio, prossimo alla bottega dell'artigiano di Quercegrossa Losi Armando, ma, in attesa di sistemare l'appartamento, alloggiò provvisoriamente per diversi giorni all'Hotel Continental. Da qui contattò Armando per un lavoro di restauro invitandolo a cercare di lei, ossia della signora francese Verprè, al detto Hotel. Armando e un collega si presentarono alla reception dove il portiere rimase interdetto di fronte alla richiesta di parlare con la nominata signora francese. Alla fine gli venne in mente: "Ma forse è la signora Cosimina Regoli quella che cercate!" E aggiunse con una punta di dileggio: "Colei che si spaccia da signora francese". Armando in seguito fece alcuni lavori di restauro per lei e i loro rapporti si fecero continui e anche cordiali fuori da ogni formalità e ne uscì la proposta di apprendere a parlare il francese essendo la Regoli insegnante di questa lingua. Armando e il collega, vista questa opportunità loro offerta di imparare a poco prezzo una lingua che in quegli anni con le prime gite all'estero e i turisti poteva far comodo, unita a una legittima ambizione culturale, accettarono e in alcune sere della settimana, dopo lavoro, si recarono in casa della Regoli che li ammaestrava sul francese. Ma già in quel tempo la signora mostrava una certa instabilità mentale, dapprima manifestata da piccole incoerenze e contraddizioni di logica e d'abitudini, ma poi peggiorata con gli anni giungendo ad avere comportamenti decisamente bislacchi e pericolosi come accendere il fuoco nella vasca da bagno e altre stramberie che facevano inferocire gli inquilini del palazzo giunti al limite della sopportazione. Difatti, in alcune sere, dopo pochi minuti di lezione, il tempo di aprire il quaderno, lei decisamente spazientita, senza nessun motivo, diceva ai due allievi: "Basta, basta, per oggi basta", e li mandava via. Il corso, con queste premesse, ebbe breve durata e anche scarsi furono i risultati che non andarono oltre il "Bonjour madame", "je suis italien". Così se oggi ponete una domanda in francese ad Armando, egli non vi saprà rispondere per colpa della stravaganza della signora Regoli. In seguito, quando le lagnanze degli inquilini giunsero al massimo, la Regoli ricevette la visita di un vigile urbano per contestarle le lamentele dei coinquilini. A tal cosa, Cosimina, donna di cultura e di grande eloquenza, rispose decisa e lucida: "Lei mi deve dire quale legge mi proibisce di accendere il fuoco nella mia vasca da bagno". Aveva ragione? Chi lo sa! Gli allegri cantori Ogni popolo aveva i suoi e ogni occasione era buona per cantare, stornellare e sfidarsi in gare all'ottava rima che duravano ore, alimentati da numerosi bicchieri di vino che fungevano da carburante inventivo. L'invenzione era infatti la specializzazione di questi cantori, cresciuti alla scuola dei babbi e dei nonni, ed esercitati fin da piccoli a combaciar rime e avvezzi a quello spicciolo spirito critico e polemico necessario per dare sensazioni e senso logico al loro recitare. Anche se di poca cultura, si esprimevano con padronanza di gergo nè mai tentennavano nella ricerca del verso rimato che spontaneo sgorgava dalla loro inesauribile vena: "E questo vino sa di malvasia, viva gli sposi e tutta la compagnia". Il semplice esempio serve a far comprendere come avveniva la sfida dialettica tra due o più stornellanti, anche se in realtà le strofe cantate erano di solito maggiori. Declamato il suo verso, la palla passava all'avversario, il quale riprendeva dalla finale "... tutta la compagnia" per proporre all'uditorio la frase di risposta in rima baciata o alternata. E qui veniva fuori la bravura, l'abilità del cantore nel dare brio, comicità e mordente alle sue parole accolte con risate e applausi. I migliori rimatori andavano famosi e a Quercia svettavano su tutti Abelardo Carusi, Ezio di Losi e Momo Vigni contadino a Santo Stefano. La loro fama aveva travalicato i confini ... parrocchiali e quando verso il 1960, si ritrovarono casualmente al Circolo delle Taverne il loro stornellare divenne un pirotecnico spettacolo pubblico e forse fu la loro ultima gloria di artisti di un'arte allora già nel dimenticatoio. Accompagnati da un amico, Nello Rossi anch'esso amante di questo genere, i tre cantori partirono alle 16 per recarsi presso una famiglia parente di Momo, nel Pian delle Cortine, invitati a cena. Qui consumarono una gustosa minestra di brodo di papero seguita da papero in umido e, massimo dell'ospitalità, gli venne poi portato in tavola un enorme prosciutto, cosa mai vista, al quale fecero abbondante onore affettando senza parsimonia, digerito con buoni bicchieri di vino rosso. Ripresa la strada di casa, alla Casetta ti incontrano il mugnaio del Bolgione, amico di Momo, il quale insiste per bere insieme, prima alla Casetta e poi alle Taverne a chiudere la serata. Qui, seduti in un tavolo del circolo intorno al fiasco, la prima strofa tra una mescita e l'altra sgorgò facilmente. A questa ne seguirono altre di risposta, stimolate dal mugnaio e da altri clienti che si strinsero al tavolo trascinandovi le loro sedie. L'arguzia dei cantori, e il loro fraseggio dissonante dove contrastavano la voce profonda di Momo, che sembrava un orco, e quella fina del Carusi, quasi da donna, suscitarono l'entusiasmo degli astanti e, a seguire, di un intero paese. E infatti lo spettacolo fu epico e la gente delle Taverne, accorsa numerosa tanto che la via principale era "fitta di persone", si spellò le mani dagli applausi nel sentire la brillante interpretazione dei tre amici, che per l'occasione riuscirono senza timori (i bicchieri di vino furono utili a sbloccare lo stomaco attanagliato dall'emozione per tanto pubblico) a dare vivacità alla serata e far sfoggio del loro miglior e consolidato repertorio. Davvero bravi, quanto i presenti lo furono nel manifestare il loro gradimento e spontaneo entusiasmo: i complimenti non finivano mai e riconoscenti non finivano mai di pagare da bere. Fu un vero successo e tornarono alle due di notte. A Nello, l'autista, era stato raccomandato di non bere. Naturalmente l'indole naturale dello stornellante possedeva, come tratto distintivo, un carattere aperto e gioviale, unito ad una buona predisposizione e ad una passione innata. Momo di Vigni non faceva eccezione e l'allegria era a lui connaturata. Divertiva spesso gli amici con la sua storiella-desiderio dell' "Identità perfetta"... così ricordata. A Momo sarebbe piaciuto crearsi "l'identità perfetta", ossia plasmare un corpo nuovo che avesse tutte le perfezioni fisiche per adeguarle a quelle funzioni e necessità che per lui erano fondamentali nella vita di un uomo e per correggere i difetti fisici che la natura gli aveva elargito abbondantemente. Si, perchè Momo era molto lontano dalla perfezione e guardandolo non si poteva parlare nè di bellezza nè di bel portamento e dalla bocca un po' bocca squinciata, usciva un suono che certamente non era un canto di sirena. Ma qual'era l'ideale perfetto di Momo, come immaginava fisicamente l'homus novus per corrispondere alla sua ambizione? Una infinità di volte l'aveva ripetuto agli amici in quei momenti di scherzo e burla e ne usciva fuori il nuovo Frankenstein, l'inconscia aspirazione al modello del suo uomo perfetto, l'alter ego del suo reale aspetto. La sua fantasia lo portava a specchiarsi e si vedeva rinnovato, rifatto, con l'enorme testa di un Benocci della Boria dai lineamenti regolari e di buona sembianza, sotto la quale stazionava eretto come un figurino l'agile busto del Volpini di Quercegrossa. Alle estremità si ammirava le due gigantesche mani di Armido Taddei, il barbiere di Quercia, che afferravano le teste dei clienti come fossero zucchine, e osservava compiaciuto i due enormi piedi fuor di misura presi da Pasquale Stazzoni con i quali avrebbe instancabilmente camminato per miglia e miglia. Altri membri e attributi del suo corpo avrebbe voluto sostituirsi Momo, ma non ne faceva parola con nessuno. Ma vuoi vedere che tutto questo cercare l'identità perfetta voleva essere alla fin fine solo la presa in giro dei personaggi rammentati per le loro corporali sproporzioni? |