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ALL'INTERNO DELLE MURA CITTADINE pagina 5
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- "Adì 26 di Maggio 1633 giovedì. Antonio di Francesco Fontana
Napolitano, d'anni 30 in
Circa, calzolaio, quasi per un Anno habitante in Siena, ma come
forastiero, hor quì, hor
là, senza domicilio dimorante nella locanda di S.Pavolo in
Salicotto Cura di S.Martino,
doppo esser stato nello spedale 15 giorni e ritornato nella
medesima locanda si morì..."
(AAS, 1091, c.244r, n.1671).
- "Adì 28 Luglio 1669. Fra Antonio Fabbrica da Parma eremita
d'anni ottanta in circa,
conforme dimostrava l'aspetto, venuto in Siena sotto lì 25
detto, dalla Madonna della Casa
di Gualdo di Nocera, per quello che si vedde dall'ultime sue
lettere testimoniali, si
fermò alla Locanda del Pellegrino in Salicotto..." (AAS, 1108,
c.3r, n.14). - Gran parte
del successo dell'attività ristorativa, era dovuta al passaggio
di gente e all'intensità
del traffico commerciale. La posizione particolarmente
fortunata che godeva Siena, al
centro della strada diretta a Roma, incideva favorevolmente
sulle fortune del settore: i
Giubilei, indetti dal 1300, prima ogni 50 anni, poi ogni 25,
portavano per un'intero anno
grossi benefici economici ai proprietari delle locande che
vedevano i loro locali
affollarsi di pellegrini in viaggio verso Roma.
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- "Adì 12 d'Aprile 1613. Antifile moglie di Cosimo in Salicotto
all'albergo del Giglio
morse il dì detto..." (AAS, 1323, c.91r).
- "Adì 2 febbraro 1634. Francesco da Stigliano giovine d'anni 17
in circa fù trovato morto
in una mangiatoia nell'Hosteria della Lupa, Cura di
S.Salvatore..." (AAS, 1091, c.253v, n.1704). - La "Lupa" si trovava in Malborghetto in prossimità
della Piazza del Campo, dove
ora c'è il ristorante "Guidoriccio". Traeva il nome dalla Lupa
dorata, fusa nel 1429 e
collocata dinanzi al Palazzo della Signoria, affinchè i
forestieri potessero meglio
riconoscere l'ingresso principale del Comune, evitando di
dirigersi verso il palazzo del
Podestà. Un curioso episodio, accadde in questa osteria nel 1777, quando "Fù dal Fisco trasmessa la speciale inquisizione contro Francesco Concialini di Siena, perchè nel ritrovarsi
la sera del dì 16 Decembre prossimo passato 1777 nell'Osteria della Lupa dopo aver cenato insieme con
Francesca sua Moglie, si ponesse a veder giocare a Cappellino diverse persone, fra le quali Silvestro
Randellini, il quale per essersi spento il lume, e venendo a battere il medesimo sopra la tavola coll'istesso,
colpisse casualmente la moglie di detto inquisito, e gli cagionasse una piccola ferita nella tempia destra,
per il che esso inquisito prendesse il suo scaldino con del fuoco e lo scagliasse alla volta di detto
Randellini e subbitamente gli tirasse l'altro che aveva sua moglie e posteriormente gli tirasse due candelieri, e
per tal motivo il Randellini si dasse alla fuga e detto inquisito lo inseguisse, e dipoi ritornato
in detta Osteria, si facesse lecito proferire scandalose parole..." (ASS, Capitano di Giustizia 702, proc. 80, 16 gennaio 1778).
Ci risulta che nel 1821 l'oste fosse Giovanni Tassinari, proprietario di un cavallo piuttosto irrequieto
che il 29 giugno, durante le prove di selezione per il Palio, scagliasse in terra, per fortuna senza
gravi conseguenze, due giovani che si trovavano nei pressi della curva di S.Martino. Neppure un mese più tardi, lo stesso cavallo
fu invece causa di un incidente mortale avvenuto in Piazza S.Giovanni. Teneva le redini un famoso fantino del Palio: Giovanni Buoni
detto Bonino, che per l'episodio venne condannato ad un risarcimento in denaro e alla galera per tre mesi, non permettendogli di
prendere parte al successivo Palio di agosto, che lo aveva visto uscire vittorioso l'anno precedente per i colori dell'Oca.
"Giovanni del fù Pietro Boni in età di anni 19 scapolo di mestiere
mugnaio e cavalcante, nativo del popolo di S.Reina fuori di Porta Pispini di
questa città e da otto anni circa dimorante in Siena in via Lombardia
perchè, sebbene conoscesse la sfrenatezza del cavallo baio di pertinanza di
Giovanni Tassinari Oste alla Lupa, si facesse lecito in occasione di averlo
fuori della porta Tufi cavalcato nella sera del dì 21 luglio prossimo
passato, all'oggetto di esercitarlo alla corsa, di eccitare e colli sproni e
colla briglia il detto cavallo in prossimità della suddetta porta,
facendogli così prendere la corsa di tutta carriera nell'atto d'introdursi
in città col pericolo di farsi togliere la mano, conforme questo cavallo gli
tolse e di essere così di danno altrui, ed infatti avendo preso per S.Pietro
alla Scale, alla piazza del Duomo, e di lì lungo la strada di S.Giovanni
allorchè fù dirimpetto alla Casa Bindi Seggardi investì col medesimo cavallo
Paolo Salvini nell'atto che si voltava indietro per il rumore derivante
dalla foga di questa bestia e da quest'urto avendolo sbalzato nella muraglia
di detta casa, ne riportò una grave ripercussione nella testa con
sfondamento dell'ossa del cranio, per il che cadde in terra privo di sensi
ed in questo stato passò all'altra vita circa all'unora della mattina del dì
21 luglio 1821."
ASS, Cancelleria Criminale Governo di Siena
n.43, processo VII, 22 luglio 1821
- "Adì 19 Marzo 1729. Pietro Angiolo del già Francesco Pecchiai
di Reggiuolo nel Casentino
passò da questa all'altra vita questa mattina a ore 14 in età
per quello che potevasi
comprendere d'anni 35 in questa sua ultima infermità ricevè
tutti i SS.Sagramenti da me
Giovanni Battista Salvucci Vice Parroco e il suddetto
Pier'Angiolo morì in una Locanda
posta per la spiaggia che porta a S.Salvadore a capo di essa..."
(AAS, 1112, c.3r, n.17). - Attualmente il vicolo di S.Salvatore è quello che scende dal
Casato, attraversa via
Duprè e sfocia in piazza del Mercato. Prima del 1871 la strada
aveva però due nomi
differenti: il tratto dal Casato fino a via Duprè era il vicolo
degli Scoli, mentre la
salita proveniente dalla piazza del Mercato era la piaggia o
costa di S.Salvadore. Tornando a parlare del defunto, è interessante leggere il
resoconto delle spese da lui
sostenute negli ultimi giorni vita, per sottoporsi alle cure
mediche. Nel raro testo che
riportiamo sono specificati anche tutti
i medicamenti che gli
vennero applicati.
- "Adì 12 Marzo 1754. La Signora Maddalena di Giuseppe Checchi
di Bologna, quale era
venuta in questa Città, et in essa si trovava commorante
[abitante] per lo spazio di mesi
cinque in circa, atteso che avesse nello scorso Carnevale, come
una delle Virtuose
[attrici], recitato in Commedia nel Nostro Teatro grande, che
gia per la seconda volta
dall'incendio quasi come allora era stato, et allora restaurato
per opera del famoso
Architettore Bibbiena, passò all'altra vita la mattina suddetta
alle ore quattro, in età
d'anni per sedici; in una Casa a Uso di Locanda dell'Eredità
Ricci ottenuta dallo Spizio
della Pietà posta nella Cura, e strada di S.Salvadore..." (AAS,
1114, n.1461). - Il Teatro
dei Rinnovati che venne realizzato nel 1560 per volontà de'
Medici e per opera del pittore
e scultore Bartolomeo Neroni, detto il Riccio, subì due
incendi: nel 1742 e nel 1751. Il
restauro venne affidato nel 1753 ad Antonio Galli, detto il
Bibbiena, ma il terremoto del
1798 causò nuovi danni all'edificio. Poichè non c'erano i fondi
per il suo risanamento,
nel 1802 i proprietari dei palchetti, costituiti in Accademia
col nome "dei Rinnuovati",
lo fecero riparare, rinnovandolo completamente. Nel l83O-'33 il
teatro fu ancora una volta
restaurato e rimodernato su progetto dell'architetto Bernardino
Fantastici, il quale gli
conferì l'aspetto attuale.
- "Adì 19 Aprile 1741. Jacinto Cheli Oste di Filetta, Cura di
Frontignano venuto in Siena
per Curarsi di una sua infermità si fermò in una Casa della
Compagnia della Morte nella
quale teneva Locanda Vittoria Rossi posta nel Casato Cura di
S.Salvatore..." (AAS, 1113,
c.23r, n.69). - La Compagnia della morte sorse per l'assistenza
ai carcerati e ai
condannati alla pena capitale. Fin dalla fondazione del
sodalizio, i confratelli della
Morte portarono una cappa bianca, ma nel 1675 la mutarono in
nera. Come prima sede ebbero
un locale sotto le volte della Cattedrale, a cui si accedeva
dalla scalinata di S.Giovanni
e precisamente dove c'è stato ultimamente il museo delle Statue. Nel XV
secolo la Confraternita si
costruì la chiesa per conto proprio, nella vicina via di Monna
Agnese, la quale pertanto
prese ad essere chiamata la Piaggia della morte. Costume degli
adepti, era quello di
distribuire ogni prima domenica del mese il pane ai poveri,
oltre a provvedere, insieme
alla Congregazione dei "Poveri bisognosi", alla scarcerazione
di alcuni condannati per
debiti, mediante i frutti di un'eredità lasciata da un'illustre
membro di
quest'associazione. La Confraternita fu soppressa dal Granduca
nel 1783, quando venne
abolita la pena capitale.
- "Adì 16 Dicembre 1680. Anna figlia del già Giovan Battista
Filitiani, e moglie di Mattio
Giannelli Oste, pigionale nella Casa di Domenico Minetti posta
vicino alla stanza del
gioco della Palla à corda in Contrada, morì questo sopradetto
giorno..." (AAS, 2102,
c.14r). - Poichè il libro che riporta questo necrologio è
quello di S.Salvadore in
S.Agostino, è presumibile che la stanza in questione facesse
parte di quella parrocchia. A
proposito invece del gioco della Palla a Corda, si osserva che
nacque in Francia nel 1300.
Esso consisteva in due specialità: la prima veniva giocata in
un locale chiuso di circa 30
metri per 12, con il campo diviso al centro da una rete. La
seconda, era invece praticata
all'aperto su un terreno di 150 metri per 30, tra squadre
variabili da due a sei
concorrenti, con palle ricoperte di stoffa. La palla era
ribattuta al primo rimbalzo,
mentre al secondo si otteneva la "caccia". In un primo tempo si
usavano solo le mani, poi
subentrarono i tamburelli e le racchette, tanto da essere
considerato, a ragione,
l'antesignano del moderno tennis.
- "Adì 15 ottobre 1696. Lucretia lavandara madre del Oste
all'Abbadia nel Sambuco d'Anni
50 passo a meglior vita..." (AAS, 2103, c.12v). - A ogni porta
della città esisteva il
casotto del dazio, dove un cassiere, due guardie e due allievi
controllavano tutto quello
che entrava in città, facendo pagare le relative tasse secondo
un preciso tariffario.
Questi "gabellotti", così detti perchè riscuotevano la gabella,
restavano in servizio
dalle 6 alle 23.30, ora in cui le porte cittadine venivano
chiuse con grandi chiavi. Chi
arrivava in ritardo, veniva fatto passare da una porticina
laterale, i carri invece,
restavano fuori fino alla mattina successiva. Le carni salate e
quelle fresche (vive o
morte), oltre al vino, erano le cose che più di tutte i
contadini e i commercianti
cercavano di nascondere perchè quelle con le tasse più alte. Si
cercava così di celare i
polli sotto le balle di panni, le damigiane sotto la paglia o
il fieno nei carri, i salami
sotto le ampie gonne delle donne... In alcuni punti della
città, dove le mura erano più
basse, c'erano anche degli appositi lanciatori che, una volta
passato il sorvegliante del
perimetro murario, tiravano le merci nella parte interna della
città. Ovviamente a coloro
che venivano scoperti erano inflitte multe di solito doppie del
valore della tassa dovuta.
Non tutti però erano soggetti a egual tassazione: gli abitanti
della città pagavano meno
dei contadini, perchè considerati produttori, mentre le osterie
beneficiavano di una
specie di abbonamento fisso.
- "Adì 9 Novembre 1640. Giovanni Battista Cappelli di anni 24 in
circa fù trovato morto
nell'ostaria dell'Aquila..." (AAS, 1091, c.291v). - Il nome di
questo nobile rapace, fu
usato da molti osti e albergatori per indicare il loro
esercizio, tanto che già nel 1657,
quando venne compilato l'elenco delle osterie della città, se
ne trova uno nel Terzo di
Camollia. Poi il 9 febbraio 1786, Gaetano Cappelli, che
curiosamente aveva lo stesso
cognome del defunto sopra citato, figurava come bettoliere
"dell'osteria posta a capo al
Casato detta l'aquila" (ASS, Capitano di Giustizia 1070,
c.27r). Tre anni dopo ce n'era
un altra omonima, in via dei Servi, gestita da tale Pietro
Testi (ASS, Capitano di
Giustizia 1070, c.25v) e in seguito anche un albergo: "l'Aquila
Nera", che restò attivo
fino al 1936 quando l'edificio dove era ubicato venne
ristrutturato per essere adibito a
cinema: prima Rex e poi Odeon.
- "Adì 10 Ottobre 1739. Giovan Battista di Bartolomeo Marcatelli
da Firenze, opure
Margiritelli di Mugello habitante à Locanda in casa propria di
Piero Bonatti Cura di
S.Pietro in Castelvecchio rese lo Spirito a Sua Divina Maestà
la sera antecedente à ore 2
in età di 30 anni in circa..." (AAS, 1113, n.13).
- "Adì 23 Settembre 1742. Domenico del fù Michele Leoncini
abitante alla Pieve a Molli in
un Podere detto Russa del Nobil Signor Marc'Antonio Lucarini
posto al Palazzo al Piano,
venuto a Siena per curarsi della sua infermità si posò nella
Locanda del Menichetti, Casa
dei Padri di S.Martino.. ." (AAS, 1113, n.228). - Lo stesso
registro ci indica che detto
Menichetti si chiamava Giovanni ed era "habitante nella strada
che va alle due porte à
Mano dritta à canto a Casa Stacciuoli".
- "Adì 22 Ottobre 1734. Mattio del già Domenico Magrini Vinaio
dell'Eccellentissimo Sig.re
Dottor Fabbiani abitante nella Casa del detto Signore posta
nella strada del Corvo, rese
lo Spirito a Sua Divina Maestà la notte antecedente a Ore 6 in
circa... AAS, 1112, c.38r,
n.23O). - Le taverne erano il rifugio di tutti gli uomini: i
tavoli erano lunghi, fatti
apposta per poter chiacchiarare in tanti, l'aria normalmente
poca e intrisa di fumo. Anche
le misure igieniche saranno state, a nostro avviso, sicuramente
trascurate, ma nonostante
ciò, abbiamo avuto modo di verificare che a Siena la densità
dei vinai era molto alta e,
strano a dirsi, tutti con la propria clientela affezionata.
Fuori dalla porta, nella
strada, si protendevano panche e sedie per gli avventori: i
vini, il cui consumo era assai
elevato, pare fossero tutti leggeri e poco costosi, ma sembra
che fosse regola che l'oste
tenesse sotto il bancone pure dei fiaschi di qualità migliore
per i pochi che potevano
spendere qualcosina in più.
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- "Adì 3 Agosto 1733. Maria Antonia consorte di Francesco
Borghesi navicellaro in Livorno
passando per questa Città in abito di Pellegrina per portarsi
al Perdono d'Asisi, fù
assalita da febbre accuta, si fermò in una casa nella strada
detta del Corvo in una Casa appigionata a Pietro Pasqualini..." (AAS, 1112, c.25v, n.l59). - Con il termine
"navicellaro", è facile intendere che ci si volesse riferire a
un marittimo, ma se si
potesse ipoteticamente consultare un dizionario di quell'epoca,
ci accorgeremo che molte
parole che indicavano un mestiere, non esistono più. Sono stati
ancora una volta i parroci
più precisi, che indicando la professione del defunto, ci hanno
informato su tanti lavori
scomparsi. Di laureati ce n'erano veramente pochi, mentre molti
ruotavano intorno ai
lavori tessili: abbiamo così trovato il "battilano" [colui che
ungeva e pettinava la lana
prima della filatura], il "linaiolo", lo "stamaiolo" [chi
lavorava lo stame, ossia la
parte più sottile e resistente della lana], il "roccaio" [chi
fabbricava e vendeva i
rocchi, cioè gli arnesi adatti a filare la lana] nonchè il
"bullettaio o chiodaiolo"
[l'operaio che stendeva stoffe, tinte e lavate, inchiodandole
su appositi telai]. C'era
poi anche il "cerbottaro" [colui che lavorava la pelle di
cervo, di daino, di capra, di
agnello, di cane, e di altri animali minuti]; il "coramaio"
[lavorante del cuoio]; lo
"stufaiolo" [l'addetto al servizio dei bagni caldi]; il
"banditore" [chi proclamava ad
alta voce per le vie e le piazze, annunciandosi a suon di
tromba e di tamburo]; lo
"staffettaio" [venditore di staffette, che erano delle paste
ripiene di miele]; e poi si
potrebbe continuare con chi faceva le palle di sapone, ecc...
- "Una Reda [figlia] di Bartolomeo, già oste nellaterino morse
il dì 16 di Maggio 1610...
(AAS, 1091, c.172v, n.57O).
- "Adì 24 Luglio 1719. Giuseppe di Agostino Carapelli abitante
in una casa posta nella
piazzetta all laterino spettante al Patritij che serve per uso
d'ospitio ai P.P. di
Valdombrosa, rese lo spirito a Sua Divina Maestà in età d'anni
50..." (AAS, 1111, c.4Ov).
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