- IL PALIO IN UNA FRASE -
di Alessandro Leoncini

Per i senesi, contradaioli o meno, il Palio è davvero così importante e avvertito intimamente da cadenzare alcune fasi della vita? Paolo Cesarini, uno dei più raffinati scrittori senesi del ‘900 ingiustamente dimenticato, nel suo delizioso Il Senese indiscreto narra di Rigo Pachetti, un concittadino non legato al mondo delle Contrade, che il 2 luglio 1917, nel corso della prima guerra mondiale, fu gravemente ferito al volto. Caduto a terra, e per giunta preso a calci dai portaferiti austriaci, pensò di non avere scampo, e prima di svenire gli cadde lo sguardo sull’orologio: erano le sette. Dimenticando che durante la guerra il Palio era sospeso, pensò: “A quest’ora corre il Palio”. Se, in una circostanza tanto drammatica, a un senese non contradaiolo venne in mente il Palio, vuol dire che davvero la nostra festa è entrata in noi al punto di scandire, naturalmente insieme con altri episodi, alcuni momenti fondamentali della nostra vita personale.
E questo è confermato anche da un altro episodio che ho sentito più volte raccontare direttamente da chi lo ha vissuto, il mio babbo Umberto.
Reduce dalla guerra in Jugoslavia e in Albania, Umberto Leoncini rientrò fortunosamente e fortunatamente in Italia nel luglio 1945 senza avere notizie di cosa fosse successo a Siena. Sapeva che Siena era stata bombardata, ma quanto e con quali conseguenze non lo sapeva. Non sapeva neppure se la sua famiglia fosse stata interessata dai bombardamenti oppure no. Il suo ritorno era un autentico viaggio verso l’ignoto.
Giunto con mezzi di fortuna a Poggibonsi, Umberto proseguì a piedi verso Siena. Passando dalla Tognazza vide la Torre e il campanile del Duomo, e alla comprensibile commozione si unì il sollievo di costatare che Siena era ancora in piedi: gravi danni non pareva averli riportati. Proseguendo con più lena il cammino verso casa arrivò al bivio dello Stellino, dove incrociò un tizio che conosceva alla guida di un camion. Era il primo senese che incontrava, e la domanda immediata fu: “Com’è andata a Siena?”.
Il camionista rallentò, capì che Leoncini era un reduce di ritorno dal fronte, e senza fermarsi rispose con una frase di straordinaria efficacia: “Il Palio l’ha vinto la Lupa!”.
In sette parole dette al volo, il camionista, rivelandosi in quell’occasione un formidabile comunicatore, seppe riassumere una quantità di concetti, d’immagini, di speranze e di certezze che in una circostanza meno eccezionale avrebbero costituito argomento per un discorso lungo ore e ore.
Il Palio l’ha vinto la Lupa. Ovvero, la guerra è passata, abbiamo potuto fare di nuovo il Palio: se la città fosse stata travolta dalla guerra questo non sarebbe stato possibile. Lasciamoci alle spalle tutto ciò che è stato e guardiamo di nuovo avanti nonostante le enormi difficoltà che abbiamo di fronte. Con quali strumenti guardavano verso il futuro questi senesi? Con la loro tradizione, che è la stessa che abbiamo ereditato noi e della quale il Palio è parte essenziale, e soprattutto con le istituzioni storiche della città: Banca, Università, Sclavo, Ospedale, anzi Ospedali, perché vi erano anche l’Ospedale psichiatrico e il Sanatorio in cui lavoravano alcune centinaia di senesi.
Questo è accaduto realmente a Siena, anzi allo Stellino, il 25 luglio 1945. E questo era il modo con cui i senesi di qualche decennio fa affrontavano e superavano difficoltà di quel genere.
Da allora sono passati sessantanove anni, e la città si trova oggi di fronte a una crisi fortunatamente non sanguinosa, ma forse non meno grave di quella del ’45. Stavolta non c’è stata nessuna guerra, non sono passati eserciti alleati o nemici, ma le istituzioni su cui i senesi basavano la loro voglia di ripartire sono tutte in crisi, alcune addirittura non esistono più.
E ora su quali basi possiamo ricostruire quello che abbiamo perduto, che ci è stato sottratto? Una domanda alla quale è difficile, molto difficile, rispondere. Le persone che dirigono la città non possono però esimersi dal darla, in maniera chiara e concreta. E nessun senese può sentirsi esente dall’impegno di far sì che la città superi questa fase storica paragonabile, forse, solo agli anni di metà Cinquecento quando una decrepita Repubblica, che ormai sopravviveva a se stessa, venne senza troppo sforzo conquistata dall’esercito spagnolo e fiorentino.
È il momento di fare cose concrete, senza dimenticare chi ha ridotto Siena in queste condizioni ma, soprattutto, senza perdere tempo a rimpiangere ciò che poteva essere e invece non è stato. “Non amo che le rose che non colsi” è un verso di una bellissima poesia di Guido Gozzano, La Cocotte, noi non possiamo permetterci il lusso di rimpiangere le rose non colte e dovremo pungerci le dita con parecchie spine perché un giorno, speriamo non lontano, le rose tornino davvero a fiorire a Siena.


Umberto Leoncini (seduto, segnato con il n. 6) con altri commilitoni


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