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Miniere

Miniere Supplemento
CAPITOLO V - MINIERE

Introduzione
Giungevano alla spicciolata o in piccoli gruppi, col caldo o il freddo, da vicino o lontano, pronti e rassegnati a un'altro pesante turno di lavoro. Alcuni a piedi, altri in bicicletta quando la stagione lo consentiva. La sveglia alle cinque per il turno della mattina. Sette o quindici giorni lontano da casa per i più distanti. Erano i minatori delle miniere di lignite di Lilliano. E mentre si dirigevano verso i pozzi non vedevano le tonnellate di lignite da scavare, non sentivano il bruciore del caldo infernale e non avvertivano la paura del pericolo sempre imminente, ma sentivano l'inevitabile sacrificio di un dovere da compiere per uno stipendio, per vivere e sostentare una famiglia. Per questo erano uomini responsabili, uomini avvezzi al pericolo, uomini duri: erano "i cavini".



Storia - Una testimonianza

Anche in questo caso, per conoscere la nascita e il primo sviluppo di questa attività ci vuole l’aiuto di don Giuseppe Merlotti, il quale, dall'alto del Poggiolo, sulle Badesse, annotava esattamente tutto quanto accadeva intorno a lui. Essendo uomo scrupoloso, ci ha lasciato nella sua breve ma interessante nota, tratta dai suoi ricordi, tanta ricchezza di particolari che difficilmente avremmo potuto ricercare altrove:
"Nel tempo compreso nella prima metà dell'anno 1868 fu fatta la pregevole scoperta nel territorio del perimetro delle Parrocchie di Lornano e di Basciano, come pure in parte dell'altra Parrocchia di Quercegrossa del minerale combustibile detto "lignite" utile per la ferrovia centrale italiana quanto il carbon fossile che si faceva venire dall'estero. Il primo lignite fu trovato nel podere detto Casino confinante coll'altro detto Montenero, casualmente nel fare alcuni lavori da quel colono. Dietro questo fatto, in secondo luogo fu fatta tale scoperta nel podere detto Boria ove se ne cava a sufficienza come al Casino, che sembra più feconda quella cava. In terzo luogo è stata fatta simile scoperta nel podere del Castellare, poco sotto il diruto castello di Quercegrossa, ma questa miniera sembra poco feconda, pure vi si cava in abbondanza. Circa l'anno 1854 però era stata di già scoperta altra miniera nel podere di Topina sul torrente Gena, cioè presso alle sue sorgenti a settentrione della Pieve di Lornano. Questa si appartiene a Masson, fabbricante di lavori di vetro a Colle di Val d'Elsa, dopo diversi litigi coll'altro detto Masson per il suo edifizio di lavori in ferro nella stessa città di Colle. E tale miniera è fecondissima della detta lignite, di cui se ne fa continuamente il deposito nella piazza della Pieve di Lornano e per quindi a forza di barrocci e cavalli [viene] trasportata a Colle".

La zona delimitata dal rettangolo è quella interessata alla estrazione della lignite. Qui, a metà Ottocento, furono scoperti i giacimenti. Inizialmente lo sfruttamento fu artigianale con trasporto del materiale su carri agricoli alla stazione di Castellina Scalo. Dal 1885/90 con la proprietà della Società che controllava le Ferriere di Colle Val d’Elsa inizia la produzione industriale che si concluderà nel 1965 con l'ultima bocca aperta sotto Lilliano nel Pian dei Meli.

Da questa attenta descrizione, la lignite appare come nuova fonte di investimento e di guadagno e se alcuni sondaggi del terreno si rilevarono infruttuosi, altri numerosi saggi ebbero esito positivo e l'attività estrattiva prese il via e prosperò per circa un secolo. Lo sfruttamento delle cave, come le chiama Merlotti, in maniera industriale richiese col tempo un sempre maggior utilizzo di operai che raggiunsero il ragguardevole numero di circa 500 nel periodo bellico della Seconda guerra mondiale. La vicinanza delle “bocche” a Quercegrossa favorì la manodopera locale e molti furono i salariati che divennero minatori, attratti dal maggior guadagno di una paga che era sensibilmente superiore rispetto alle opere agricole e artigianali. Nello Rossi nel 1937/40 era un apprendista fabbro alla Ripa e a fine settimana gli davano un civettino d'argento da 5 lire. Un amico lo consiglia: "Vieni alla miniera si guadagna di più". Il “di più” erano 16,50 lire al giorno nell'anno 1941: una differenza sproporzionata e allettante. Vista la natura del lavoro non tutti però ebbero la voglia di entrare in quelle buche nere che incutevano timore solo a guardarle. I contadini dei poderi limitrofi, salvo qualche eccezione, si tennero lontani preferendo l'aria pura e qualche lira in meno. Ma avendo le miniere durante la guerra lo status di industria necessaria allo sforzo bellico, venne concesso l'esonero dal servizio militare a chi vi era occupato, quindi chi poté cercò di entrarvi per sfuggire alla mobilitazione. Anche il ricordato Nello si trova in miniera allo scoppio del conflitto, ma essendo del 1924 e non comprendendo nel beneficio i chiamati di leva, parte per la guerra. Grande rilievo ebbe dunque questa attività economica e grandi benefici ne trasse tutta la popolazione che finalmente aveva trovato uno sbocco nel mondo del lavoro che oltrepassava i secolari limiti imposti dalla campagna. Divenuta la miniera notevole centro occupazionale, gli operai locali furono ben presto affiancati da tanti altri provenienti da tutta la provincia, anche da paesi abbastanza lontani come Monteroni, Asciano,Gaiole e della Val d'Elsa.
Ma come avviene spesso e in tutti i settori economici, i tempi d'oro finiscono e così accadde anche a quelli della lignite. Se in tempo di guerra era un minerale utile per le ferrovie, poi servì soltanto per le fornaci e i fornai. Pagò la concorrenza del carbone: "Poi cominciò ad arrivare il carbone dalla Rhur e la lignite non la voleva più nessuno". Si registrarono cali nell'occupazione e il licenziamento divenne lo spauracchio di molti. La miniera chiusa al passaggio del fronte riaprì la primavera successiva e fu subito crisi. Poi una ripresina, ma alla fine fu crisi nera e fioccarono i licenziamenti. Nel 1953/54 il mercato non tirava più, da 450/500 minatori si arrivò a una trentina nel 1958 quando fu costituita la Cooperativa. Persa dunque la guerra col carbone, più calorico, e a causa dell'aumentato uso degli oli combustibili, dopo qualche decennio di incerta produzione, angustiati anche da momenti di scontro sindacale, nel 1965, dopo un secolo di scavi, terminò per sempre l'attività estrattiva. Gli ultimi minatori associatisi in cooperativa avevano tentato ogni mezzo per ricercare un utile, ma il destino della lignite era segnato e non rimase altro da fare che riempire quelle buche nere nelle quali, come api industriose, erano entrati e usciti senza paura, mille e mille volte, generazioni di "cavini". E di quelle aperture, che come fauci spalancate ingoiavano uomini e carrelli, oggi non rimane cenno; soltanto qualche zolla arrossata e nerastra, come arrugginita dal minerale, potrebbe far pensare all'occasionale passante che lì, in quei piani, in quelle prese, c'era stata una volta una miniera.

L'anziano minatore alla ricerca di ricordi... ma trova solo campi arati in quei piani, dove una volta c'era la bocca di Monteo con tutte le sue attrezzature. Dopo la chiusura dell'ultima bocca a Pian dei Meli nel 1965, l'attività mineraria è stata completamente dimenticata ed è sconosciuta ai più. E' stato possibile scrivere queste righe grazie ai ricordi dei minatori superstiti di Quercegrossa: Carletti Spartaco, Rossi Nello, Rossi Piero e Socci Silvano.


La Lignite

miniere_3 La lignite è un combustibile fossile simile al carbone ma dal quale si differenzia per il colore meno brillante tendente a nero bruno con sfumature giallastre. Questa differenza deriva dall'essersi formati in tempi geologici lontani tra loro e di conseguenza presentano un diverso processo di fossilizzazione: molto più antico il carbone, ricco di carbonio e più calorico, più recente e più povera la lignite e il rapporto di resa è tre a uno a favore del primo. Da parte sua la lignite ha generalmente il vantaggio di trovarsi a debole profondità e spesso viene estratta a cielo aperto con notevoli risparmi di costi. Anche le nostre ligniti possedevano la caratteristica della limitata profondità e solamente dopo un lungo sfruttamento si raggiunsero i 200 metri alla ricerca di nuovi banchi da abbattere. Al Pian dei Meli la lignite era più nera e fragile.

Le miniere di Lilliano

Da tutti conosciute fino a non molto tempo fa, le famose miniere di Lilliano presero nome dal paese omonimo in conseguenza dei molti giacimenti scoperti e sfruttati sul suo territorio. Più tardi il nome rimase anche se l'estrazione del minerale si era concentrata più a sud, sul suolo di Campalli dove si trovavano le sole bocche che si mantennero in attività per tutto il periodo della Lignite. I giganteschi banchi che venivano scoperti tra Topina e Lilliano consentirono uno sfruttamento sistematico per tutto il Novecento ma già a fine Ottocento l'estrazione del minerale è organizzata con i criteri industriali e con il supporto tecnologico del tempo. Di queste bocche ne fa menzione anche il Merlotti quando accenna alla "scoperta altra miniera nel podere di Topina sul torrente Gena". La conferma di quanto sia antica questa miniera ce la dà anche quella galleria assassina, ormai dimenticata da tempo, che causò la morte dei due minatori nel 1952. Nel Novecento inoltrato si lavorava a Monteo, alla Bocca 8 presso Cignan Bianco, alla Bocca 6 vicino Cigna Rosso, e al Pian de' Meli. Tutte le altre cave aperte sul territorio si erano esaurite o erano state abbandonate da tempo per la modesta qualità del suo minerale. Tra le tante si rammenta la Bocca 3 nei campi tra la Magione e Gardina.
La proprietà

Se la nuova industria richiamò, come vedremo anche a Quercegrossa, piccoli investitori che tentarono senza molto successo l'attività estrattiva, gli impresari maggiori furono industriali dotati di notevoli capitali, come i Masson di Colle Val d'Elsa che dettero il primo impulso alla nuova industria. Sarebbero necessarie ulteriori indagini per approfondire quanto tempo detti industriali rimasero nel settore; sappiamo soltanto che intorno agli anni Trenta esisteva la "Società Anonima Miniere di Campalli" e a Castellina Scalo operava la "Società Anonima Lucchese per la carbonizzazione e distillazione delle ligniti e del catrame". Probabilmente entrambe le società erano di proprietà dell'industriale Pontecorvo. Ora, a seguito delle leggi razziali che discriminavano e vietavano la proprietà ebrea ed essendo Pontecorvo un ebreo, questi fu costretto a vendere l'azienda. Ed ecco nel 1940 arrivare dal veneto i fratelli Serafin che saranno anche gli ultimi proprietari prima della costituzione della Cooperativa. Singolare la loro storia. Emigrato in Germania, Tiziano Serafin, ex maggiore degli alpini, riuscì ad accumulare un piccolo capitale con una gelateria e al suo ritorno investì nelle miniere di Lilliano insieme al fratello Virgilio. Questi industriali costituirono la "Società Anonima Ligniti e Derivati" con sede a Venezia e si avvalsero dell'assistenza tecnica dell'ingegnere capo Zoppis e del ragioniere De Bedin anch'essi veneti. I primi anni di guerra non presentarono problemi con la produzione che viaggiava a ritmi intensi data la richiesta bellica ma, appena riaperte le miniere, si presentarono gli anni della crisi economica, le lotte sindacali con tanti scioperi e la diminuita richiesta del prodotto che portarono persino a brevi periodi di chiusura e a dolorosi tagli della manodopera. I Serafin anche in queste circostanze seppero gestire alla meglio la loro industria. Tennero nei confronti dei minatori un rapporto aperto al dialogo, nel tentativo di superare i contrasti che derivarono soprattutto dalle lotte sindacali nelle miniere italiane, volte alla ricerca di migliori condizioni di lavoro, di sicurezza e di trattamento economico. Si può dire, e la memoria dei minatori lo conferma, che nelle miniere del Serafin non si raggiunse mai quello sfruttamento degli uomini che invece si lamentò nel grossetano. Gli accordi sindacali sulle normative e sulla paga vennero sempre scrupolosamente applicate. Il rapporto di amicizia che lo legò con i suoi minatori e con i sindacalisti dura tuttora nella memoria degli ultimi rimasti a mezzo secolo dalla sua morte. Si arrivò in queste condizioni al 1958, anno della nascita della Cooperativa. Frattanto nel 1955 era deceduto Virgilio Serafin.
La Cooperativa

La crisi ormai irreversibile del settore e l'esaurimento con conseguente chiusura delle Bocche 6 e 8 portò al disimpegno del Serafin e centinaia di operai si ritrovarono di punto in bianco disoccupati. In quei momenti di sbandamento e di discussioni fu giocata l'unica carta possibile dagli ultimi irriducibili: la costituzione di una Cooperativa di Minatori. Nacque così in quel 1958 la "Cooperativa Minatori Operai Lilliano - Campalli". La sfiducia verso una possibilità di sopravvivenza era generale e solo dodici operai vi presero parte. Aderirono Nello e Piero Rossi, il Corti, il Cortigiani, Nilo di Staggia, lo Zambri, Caccetti Gilberto di Lilliano, il Baldini detto “il gatto di Tregole”, Gino Travagli, Scoiolo e Angiolo Carletti. Impiegarono le loro liquidazioni per pagare i debiti e rilevarono l'azienda.
Guerra_1 Essendo le principali bocche in via di esaurimento, la Cooperativa scelse di estrarre lignite dalla nuova cava di Pian dei Meli, situata tra il lago di Quornia e Lilliano, nel piano sotto la strada che conduce a Castellina in Chianti. Una bocca con un piano inclinato, un silos, una pesa e un modesto magazzino per depositarvi provvisoriamente i pezzi più grandi della lignite estratta; niente a che vedere con le grandi strutture di Monteo e Bocca 8. La lignite più trita era messa nel silos che a caduta libera riempiva gli autotreni diretti a Brescia. I pezzi più grossi immagazzinati, chiamati "pezzatura", venivano ripuliti dalla terra con l'accettino e caricati poi a mano. La lignite migliore e più costosa era riservata ai fornai. Per la parte tecnica assunsero un giovane ingegnere proveniente dalle miniere di Bossi e iniziarono una produzione molto ridotta ma che consentì loro di farsi uno stipendio. Riassumendo, la lignite estratta veniva pesata, caricata sui camion e avviata ai clienti o alla stazione. Rifornivano tutti i fornai delle principali cittadine, città come Siena e Firenze e persino un compratore di Brescia che si serviva della lignite per alimentare fornaci. Questo permise alla Cooperativa di sopravvivere per diversi anni. A un certo punto presero anche le fornaci del Pometti a Mucenni, cominciarono a far calce con l'antico metodo di cuocere i sassi per poi venderla. Vi lavorarono prevalentemente il Corti e lo Zambri che tra l'altro andavano anche nei boschi a far fastella per alimentare la fornace. Tutto sommato la scelta fatta della Cooperativa si rivelò indovinata: di fatto li ripagava. Erano partiti in dodici e si ritrovarono in venticinque soci, e inoltre assumevano operai per brevi periodi. Ma passati sette anni, nel 1965 "...il Pian dei Meli era esaurito... e lì si fini". Sarebbero stati necessari notevoli investimenti per attrezzature, per continuare la ricerca di nuovi banchi e soprattutto per muoversi in un mercato sempre più difficile e concorrenziale. Tutto ciò fu preso in considerazione e si programmò l'apertura di un nuovo piano inclinato ai "Tignitoi" vicino Lornano, che prometteva bene. Ma l'eccessiva spesa per realizzare le infrastrutture, i capitali negati da tutti gli enti interpellati e soprattutto la difficile congiuntura che si era creata per la diffusione dell'uso del gasolio da parte dei fornai, clienti che costituivano la maggior fonte di guadagno e che quindi furono persi, rappresentarono fattori negativi che portarono allo scioglimento della Società. Gli ultimi minatori si riciclarono operai del mobile, nel commercio al minuto, braccianti a tempo perso e alcuni se n'andarono in pensione. Come prevedeva la legge il piano inclinato della Bocca di Pian dei Meli venne sigillato. Gli ultimi minatori vi riversarono tonnellate di terra che riempirono cinquanta metri del piano inclinato; furono smontate le attrezzature e tutto tornò come prima. Fu l'ultimo atto. Poi il sipario si chiuse e il silenzio cadde su un secolo di sudore e sangue.
Miniere a Quercia

Fin dai primi anni della lignite don Merlotti parla di scoperte vicino a Quercegrossa: "In terzo luogo è stata fatta simile scoperta nel podere del Castellare poco sotto il diruto castello di Quercegrossa ma questa miniera sembra poco feconda, pure vi si cava in abbondanza". Si tratta certamente delle miniere, ricordate da tutti, nei piani della Staggia tra il podere Molinuzzo e Gardina di proprietà della fattoria del Castellare, da qui l'errata indicazione del parroco del Poggiolo. L'impresa avviata da sconosciuti finanziatori deve essere continuata forse alternando anni di chiusura a momenti di attività tra i quali si ricorda l’ultimo tentativo fatto dal Mosca, marito della proprietaria, che riaprì la miniera "...ma durò poco". La lignite era in profondità perché in superficie c'era la torba: fu un mezzo fallimento. Altri ritrovamenti si segnalarono nella proprietà del Castello nei campi che guardavano il Casalino ma anche qui si trattò di un’attività molto ridotta e limitata nel tempo, se mai fu avviata. Questo sito era riconoscibile facilmente perché sul terreno non vi cresceva il grano. Furono effettuati altri saggi sotto il Castello dove in precedenza erano le miniere di zolfo, "ma non trovarono niente". Al contrario, una più consistente cava venne aperta per iniziativa del fattore Bucci nei campi del Mori sempre in prossimità del Castello negli anni venti. In questo caso, oltre che a sbiaditi ricordi di questa industria, sono rimasti importanti carte, fondamentali per conoscere i tempi e i luoghi della miniera e che crediamo interessante riportare. Sono i contratti stipulati tra il richiedente Egidio Bucci e la famiglia Mori concedente l'autorizzazione indispensabile per lo scavo nelle proprietà da poco acquistate. La premessa nel contratto, datato 17 dicembre 1917, riportava: "Come il Sig. Bucci Egidio esercitando il mestiere di escavatore di lignite si è rivolto al Sig. Mori Lorenzo F.lli perché voglia permettergli di fare delle esplorazioni per ricerche di lignite nel podere di Quercegrossa di proprietà di esso Sig. Mori F.lli lavorato attualmente dal colono Buti". Inoltre stabilivano che se dette esplorazioni avessero dato dei risultati favorevoli e positivi, il Bucci si sarebbe assunto l’onere dell’escavazione della lignite stessa alle condizioni che i due stipulanti si erano imposte reciprocamente nel contratto. Questo prevedeva in primo luogo l'autorizzazione a procedere nelle esplorazioni e che tutte quante le spese fossero ad esclusivo carico del Sig. Bucci. Il proprietario declinava anche ogni responsabilità verso operai e verso alcuna altra persona adibita a detto esperimento. Come era consuetudine, il punto tre stabiliva che il Sig. Bucci Egidio era obbligato a fare i lavori da buono e diligente padre di famiglia. La durata delle concessioni sia per le esplorazioni che per l'escavazione fu fissata in anni venticinque e "come corrispettivo della concessione il Sig. Bucci Egidio dovrà corrispondere al Sig. Mori Lorenzo F.lli durante il tempo dell'esplorazione e per tutta la durata della concessione, qualora si effettuasse, un compenso di lire tre per ogni tonnellata di lignite escavata resa commerciabile e asportata dalla miniera pagabili entro il 30 di ciascun mese per la quantità spedita nel mese precedente". Al punto sei troviamo una clausola di garanzia per il sig. Bucci che prevedeva la disdetta e rescissione del contratto entro un mese nel caso la miniera si rivelasse infruttuosa e sterile e la qualità della lignite non fosse commerciabile a prezzo remunerativo senza compensi di sorta al proprietario. Continuava al punto sette con l'obbligo, allo spirare della concessione o risoluzione di esso, dell'asportazione di tutti gli attrezzi mobili e chiusura delle gallerie se al proprietario non piacesse conservarle e prendere il legname impiegato per la miniera. Precisava che le costruzioni in muratura sarebbero rimaste al proprietario del terreno. Ai punti successivi si stabiliva inoltre che, in caso di vendita della proprietà, i Sigg. Mori Lorenzo F.lli si obbligavano a far rispettare e assumere al compratore gli obblighi derivanti dal presente compromesso. Per i lavori al concessionario era riconosciuto l'uso gratuito di terreni e delle strade per il trasporto del minerale fuorché per coltivazioni e semine eventualmente distrutte. Nel caso di scoperta di altri minerali al sig. Bucci era riservato il diritto di prelazione e quindi favorito a parità di condizioni di fronte ad altri offerenti. In caso di controversia sarebbero stati nominati arbitri per dirimere la questione. Le ultime rovinate righe del documento parlavano di eventuali modifiche del prezzo della lignite e tracciavano limiti allo scavo che doveva rispettare la distanza di cinquanta metri dalla sorgente dell'acqua (Dorcio) e cento metri dai fabbricati abitati. Stipulato il contratto si diede il via alle esplorazioni che devono aver avuto esito positivo se i primi carri carichi di lignite cominciarono a percorrere la strada del Dorcio e scaricare nel piazzale dove oggi è la fermata del Tram. Da qui i camion del tempo, quelli con le gomme piene come viene ricordato, caricavano nuovamente e trasportavano la lignite alla stazione di Siena. Furono talmente ben avviati i lavori che tre anni dopo, il 9 febbraio del 1920 veniva firmato un atto di “buonafede” per la costituzione di una società. Entravano in società con Bucci Egidio i F.lli Lorenzo e Raffello Mori per una sola quota e per la terza quota il sig. Pietro Mannucci nato a Rignano sull'Arno e domiciliato a Montarioso. Le tre parti concordavano la formazione di una società per l'escavazione della lignite nella provincia di Siena con capitale comune e comunanza di utili. Si impegnavano alla regolare costituzione di una Società in accomandita qualora la società stessa "abbia preso consistenza" e a versare un capitale di lire cinquemila da pagarsi in tre parti uguali per ciascun gruppo di soci. L'amministrazione della Società e la direzione dei lavori era affidata al sig. Egidio Bucci. Quei soci, che senza alcun giustificato motivo si fossero rifiutati di addivenire alla legale compilazione del contratto di società, s'intendevano senza alcun compenso sciolti dalla società. Questo secondo contratto deve aver avuto un seguito se l'escavazione della lignite continuò per qualche anno ancora, gestita dalla nuova Società in accomandita. Ma la sua breve stagione ci porta a ipotizzare quel che poi accadde. I casi sono due: o che non vi sia stato in realtà un buon giacimento e che si sia ben presto esaurito o che i guadagni non abbiano soddisfatto i soci. Infatti pochi anni dopo, nel 1927, a lavori chiusi veniva firmato un ulteriore accordo tra il Bucci e Raffaello Mori che metteva fine tra loro ad ogni vertenza derivata dalla concessione dell'escavazione della lignite e dalla società formata al riguardo. Da quel giorno, anche per la partenza del Bucci, cessò nei Mori ogni interesse verso l'industria della lignite.
Saggi

Sin dall'inizio della nuova attività estrattiva si ricercarono, attraverso numerosi saggi del terreno, i nuovi giacimenti da sfruttare e per far ciò era necessaria la licenza della Concessione di scavo su un determinato territorio e l'autorizzazione dei proprietari dei terreni. Gli ultimi grandi industriali minerari di Lilliano, come abbiamo visto, furono i fratelli Serafini. La loro concessione copriva una striscia di territorio compreso tra Lilliano e Santo Stefano di Basciano. Effettuavano continuamente sondaggi un po' dappertutto avvalendosi di personale esperto e manovalanza. Un motore a scoppio "Lombardini" forniva l'energia necessaria alla trivellatrice: si perforava il terreno con l'uso delle prolunghe e di punte che sfondavano anche le grosse pietre. Le prolunghe erano tubi di sei metri entro i quali girava la trivella vera e propria; tubo dopo tubo si raggiunsero profondità fino a duecento metri. Ogni due o tre giorni, col procedere del saggio, si levava la "carota" cioè la punta terminale della trivellazione e si controllava il materiale che vi era rimasto attaccato. Durante il sondaggio veniva gettata acqua in abbondanza nel terreno per ghiacciare le punte. Si rammentano saggi alle Cogne, a Topina e addirittura a Basciano. Tra gli operai addetti il Bandini e Silvano Socci che si rivede in quei piani ghiacciati dalla stagione invernale attaccato, tra fumo e frastuono, al "Lombardini" per riscaldarsi un poco. Molti tentativi di saggi andarono a vuoto, altri rappresentarono un vero fallimento o meglio una sorpresa. Questo fu l'effetto che suscitò lo scavo del piano inclinato tra le Cornie e le Bagnaie, detto della Cannicchia. Venne scavato un piano inclinato di 250 metri ma nessuna traccia della lignite, soltanto un banco formato da milioni anzi miliardi di chiocciole che si polverizzavano al contatto dell'aria. Alla Cannicchia per il tiro dei carrelli sul piano inclinato era impiegato un motore a vapore e vi era addetto Giovanni Bandini. Tra i tanti sondaggi risultò positivo quello al Piano dei Meli; questo giacimento venne sfruttato dalla Cooperativa degli operai.
Produzione e trasporto

Le miniere dette di Lilliano, rimaste attive nel tempo precedente la Seconda guerra, comprendevano le tre bocche storiche aperte nel territorio compreso dal podere di Monteo e quello tra Cignan Rosso e Cignan Bianco. Una quarta bocca venne aperta più tardi e dal luogo prese il nome di Pian dei Meli; questa fu l'unica miniera della costituenda Cooperativa degli operai nel 1958. Le tre principali erano denominate Monteo, Bocca 6 a Cignan Rosso e Bocca 8 vicino Cignan Bianco. Le Bocche 8 e 6 erano collegate da gallerie interne. Una volta portato in superficie e con una serie di operazioni scelto e selezionato, il minerale veniva inviato al centro di raccolta. Escludendo l'ultimo periodo della Cooperativa, quando il minerale era trasportato solamente da camion, negli anni precedenti la quasi totalità della produzione viene avviata alla stazione di Castellina Scalo con una efficiente linea teleferica che, partendo da Monteo via Sietina, giungeva alla Bocca 6 e poi da lì alla stazione suddetta. Si sfruttava però anche il trasporto su gomma e a Monteo i pezzi di lignite più grossi venivano messi direttamente sui camion, caricandoli a mano. Alla Bocca 6 di Cignan Rosso si concentrava lo smistamento e la pesatura della produzione fatta lì e alla Bocca 8. Se da Monteo il minerale arrivava via teleferica, la Bocca 8 era collegata da binari all'aperto sui quali si muoveva un mezzo adattato per il trasposto della lignite. Era un camioncino al quale erano state tolte le gomme che viaggiava con un motore a carbonella ma alla vigilia della chiusura della Bocca, quando la produzione era molto calata, era trainato da animali. Vennero impiegati sia ciuchi che cavalli a più coppie che trascinavano fino a 5/6 carrelli. Quando alla Bocca 6 si erano accumulati una decina di carrelli, allora venivano vuotati nei silos per la vagliatura. Alessandro Mori nel periodo che lavorò alle Miniere per avere l'esonero dal militare fu appunto un conduttore del camioncino. Addetto alla pesa di Monteo si ricorda invece un Renzo Fontani. La lignite scelta e vagliata veniva dunque caricata alla Bocca 6 sui carrelli della teleferica che viaggiavano a diversi metri da terra diretti a Castellina Scalo."La teleferica funzionava solamente dalle otto alle tre nel primo turno. La distanza tra i carrelli era di 40/50 metri e ogni carrello della teleferica di 1 metro per 1 e mezzo trasportava un quintale e mezzo di materiale. Alla stazione davano balta, sganciavano e riagganciavano e la mettevano nei silos per il treno e camion". Quando la produzione era abbondante perché si era sbancato e c'era tanta lignite, si aggiungevano carrelli supplementari in legno per far fronte alle necessità del momento.



Volendo conoscere la quantità annua di minerale estratto delle miniere di Lilliano ma non disponendo di nessun documento relativo alla produzione, siamo costretti a un calcolo molto approssimativo e riferito a un periodo di intenso lavoro come furono, ad esempio, gli anni della Seconda guerra mondiale, quando l’estrazione avveniva a ritmi serrati con l'impiego della massima manodopera. Prendendo in esame i 24 giorni lavorativi e calcolando che transitava un carrello ogni 3 minuti per un totale di venti carrelli l'ora con pieno carico di un quintale e mezzo ciascuno, si arrivava a trasportare circa 600 tonnellate al mese. A questo totale si deve aggiungere la lignite portata via dai camion e si arriva così a una produzione annua di circa 10.000 tonnellate. L'Italia si poneva tra i piccoli produttori di lignite, collocata agli ultimi posti in Europa. Nel 1932, in un periodo di generale diminuzione dell'estrazione il nostro paese produsse 372 mila tonnellate contro le 986 mila della Francia e i 3/5 milioni di t. di paesi come l'Austria, l’Ungheria e la Jugoslavia. Buona in quegli anni la produzione Cecoslovacca con 15 milioni di t. Ma queste cifre sono irrisorie di fronte alla gigantesca attività tedesca che con 122 milioni di tonnellate da sola estraeva l'80% della lignite europea. Col periodo bellico si raddoppiò e triplicò la produzione delle materie prime e anche la lignite fece un bel salto. In questo quadro l'Italia occupava davvero un posto secondario e così fu anche per Lilliano rispetto al panorama produttivo italiano. Le sue 10.000 t. l'anno scavate da 500 operai rappresentavano solamente il 2% circa della produzione nazionale. Per comprendere ancor meglio l’irrilevanza di Lilliano ricordiamo che nelle miniere di lignite di Castelnuovo dei Sabbioni (Cavriglia) durante la guerra vi lavorarono fino a 6.000 minatori. Ma queste cifre non diminuiscono affatto il peso occupazionale che ebbero le miniere di Lilliano nel nostro comprensorio.
La miniera

Affrontata la parte introduttiva economica, manageriale e logistica della produzione, entriamo nel vivo della miniera cercando di coglierne tutte le sue caratteristiche funzionali per ricondurle poi a quell'aspetto molto più interessante che concerne il lavoro dell'uomo, del minatore. I piani inclinati o “discenderie” con le “dirette” ossia le gallerie di scavo e i pozzi di raccolta (con esclusione degli impianti esterni) costituivano la miniera vera e propria. Mentre sopra, all'aperto, si procedeva nelle varie fasi di cernita e spedizione del materiale, là sotto si snodavano, a vari livelli e in modo tentacolare, decine e decine di gallerie e cunicoli dove si muovevano in modo intelligente, come formiche operaie, i minatori intenti a sbriciolare a picconate i banchi della non troppo fragile lignite e avviarla all'aperto. Queste gallerie si allungavano a raggiera dai vari livelli del piano inclinato verso i banchi da abbattere e raggiungevano lunghezze anche di duecento metri. Ora, per una miglior comprensione della struttura interna della miniera e dei mezzi e attrezzature usate per lo scavo e il trasporto della lignite, si tratterà di essi in modo particolareggiato, voce per voce.
La Bocca

Si accedeva alla miniera da un antro oscuro detta "Bocca" dove la pendenza si faceva subito sentire e dove due binari lucenti per l'uso vi si immettevano decisi insieme a fili, cavi e tubi di ogni tipo; il tutto era sormontato, protetto e sorretto da travi e pali di legno. La bocca era di 3 metri per 2,50 e da qui entravano e uscivano i minatori che a piedi percorrevano il piano inclinato su una scala gradinata laterale scavata nella terra per tutta la sua lunghezza.
Il Piano inclinato

Così era chiamata la prima galleria di ingresso alla miniera vera e propria. Era detta anche "discenderia". Di larghezza poco maggiore delle dirette, circa 2 metri e mezzo, era in forte pendenza e alla sua fine si trovava l'area di manovra dei carrelli detta “l’aggangio”. Fin dall'ingresso erano posti ogni 50 centimetri grossi pali di sostegno di pino o castagno, legni che più si prestavano a questo bisogno. Così era anche nelle gallerie, ma dove c'era più solidità ne mettevano uno ogni metro. Questo era il lavoro degli ”armatori” tra i quali si ricorda Beppe Giachini. All’interno della miniera poi si rendeva spesso necessario realizzare volte a mattoni e altre opere murarie per tutelarsi maggiormente dalle frane. Questo era il compito del muratore Corrado Castagnini nel periodo in cui lavorò fisso alla miniera. Il piano inclinato costruito a ridosso di un banco di lignite ne seguiva pressappoco la pendenza. A Monteo era al 75% con 220 metri di lunghezza da cui a vari livelli si diramavano le dirette. Alla Bocca 6 raggiungeva la lunghezza di 160 metri. Alla Bocca 8 la pendenza era del 70%. Generalmente le varie bocche aperte avevano un solo piano inclinato ma ce n'era una, la 8, dove era stato scavato un secondo piano inclinato che raggiungeva la profondità di 200 metri sotto livello del terreno; la sua realizzazione mirò ad estrarre la buona lignite che vi si trovava, ma insieme c'era tanta acqua; a volte arrivava “fino ai ginocchi”.

L'ingresso alla Bocca 8 da una foto della Nazione al tempo dell'incidente del 1952.

Il Binario

Il binario, unico per evidenti motivi di spazio, era la vita stessa della miniera; sopra di esso si alternavano circolando in due sensi carrelli vuoti o carichi di materiale scavato e di minatori in spostamento. La squadra addetta sia alla manutenzione che all’installazione dei nuovi binari vi prestava grande attenzione. I binari, tenuti uniti da traversine a 60 cm di distanza tra loro, dovevano essere in perfetto piano; di conseguenza era loro rivolto un attento controllo per far fronte al fenomeno di “bradisismo” tipico delle miniere: il terreno, sotto la forte spinta di banchi di lignite nel vuoto delle gallerie, si alzava e provocava l'allentamento e il piegamento dei binari. Era nei turni di notte o il sabato quando non viaggiavano i vagoni che veniva fatta la manutenzione detta "lo sbasso" che dava l'opportunità di fare straordinari: "Spesso la notte a far gli straordinari, si andava a fare gli "abbassi" perché il terreno si alzava". I binari veniva distesi sempre sopra la terra, mai sui banchi di lignite da abbattere.
Il Carrello

Altro mezzo fondamentale era il carrello o vagone. Tirati o a ruota libera su quattro ruote, lenti o veloci, passavano là dove l'uomo aveva scavato e, con la loro altezza di un metro e mezzo, scorrevano a pochi decine di centimetri dalle volte delle gallerie, specialmente lì dove il terreno si era alzato. Larghi al massimo mt. 1,50 e lunghi circa mt. 1,70, occorreva molta attenzione al loro passaggio per non essere colpiti. Erano formati dal vagone e dallo "chassis", cioè la parte inferiore con il carrello. Avevano una portata di circa due quintali e mezzo di minerale e servivano anche per lo spostamento dei minatori, i quali non montavano mai all'interno ma uno soltanto per volta poteva salire su una pedanina alla base del carrello stesso. Sia carichi che vuoti venivano spinti a mano all'interno delle gallerie da un solo minatore. Era normale spingere due o più carrelli agganciati. Alla bocca 6 c'erano in dotazione le cosiddette "berline": piccoli carrelli più bassi ma più lunghi che portavano quasi il doppio di un carrello normale; mentre i carrelli venivano ribaltati a mano con una leva, le berline venivano vuotate con un congegno meccanico che le ribaltava dentro il silos.
L' Argano

Se i binari e i carrelli rappresentavano la linfa vitale delle miniere, l'argano era la forza che finalizzava il lavoro di scavo. Grazie alla sua potenza tirava fuori dal piano inclinato per mezzo di un cavo d'acciaio che si avvolgeva al tamburo solcato e rotante fino a quattro carrelli carichi e riceveva l'energia da due enormi generatori che si trovavano in una vicina stanza. Alla Bocca 8, dove si aveva un secondo piano inclinato dopo la diretta, un argano elettrico più piccolo consentiva di trainare un massimo di due carrelli. Prima dell'arrivo dell'energia elettrica la forza motrice era sviluppata da motori a vapore. Non era raro trovare anche nel Novecento inoltrato miniere dove venivano impiegati animali, in prevalenza muli o ciuchi, per il trasporto all'esterno del minerale.
L'Aggangio

Alla fine di ogni piano inclinato si aveva uno slargo di circa 10 metri di larghezza per altrettanti di lunghezza dove avveniva lo scambio di carrelli pieni e vuoti; ve ne potevano sostare fino a dieci o dodici circa alla volta. Qui si trovavano gli scambi dei binari che consentivano di agganciare i carrelli carichi provenienti dalle dirette al cavo dell'argano che li tirava in superficie a gruppi di quattro. C'era un filo di ferro che collegava l'operatore all'argano e il minatore all'aggangio che comunicavano attraverso un semplice ma efficace codice: una decisa tirata al filo e il carrello si doveva fermare; due colpi significavano invece tirare i carrelli in superficie; infine tre colpi per far scendere i carrelli in miniera. Gli addetti, dallo sbancamento nelle dirette, spingevano a mano due o tre carrelli carichi fino all'aggangio dove erano attaccati al convoglio per l'esterno e poi, dal binario di scambio dove sostavano i carrelli vuoti, ne staccavano altrettanti e rientravano nella diretta verso lo sbancamento per riempirli di nuovo. E così via.
Dirette e Montanti

Si dipartivano a differenti livelli dal piano inclinato e dall'area di manovra dei carrelli ed erano scavati lungo i banchi di lignite da abbattere. Si procedeva inizialmente con scasso a mano o con l'uso di mine e subito i cunicoli venivano armati. Si avevano dirette anche di duecento metri e in queste gallerie si allungavano i binari che gli addetti piazzavano man mano che si avanzava per lo sgombro prima del materiale terroso misto a lignite e poi per il trasporto in superficie della lignite. Larghe circa 2,20 mt. al soffitto e 2,50 mt. alla base, permettevano l'agevole passaggio dei carrelli e si doveva usare sempre molta prudenza per non essere investiti: "Nelle gallerie non c'era spazio, quando ti movevi dovevi stare attento ai carrelli" . Alla fine del secondo piano inclinato della Bocca 6 si dipartivano otto dirette. Ogni galleria era contraddistinta da un numero. "Per fare le dirette con le mine veniva tritata un po' di lignite in piccoli pezzettini. Per l'abbattimenti, specialmente quando c'erano grossi tronchi, si staccavano pezzi anche di uno o due metri. Questi si spaccavano noi" .


Quando nella miniera attiva gli ingegneri individuavano un banco di buona lignite e ne veniva deciso lo sfruttamento, si poteva procedere in due maniere secondo la disposizione del banco che quasi sempre si trovava in una posizione pendente, cioè seguiva le curvature del terreno, come l’ondulazione collinare (simile alla torre di Pisa per capirsi). Aveva la forma approssimativa di un parallelepipedo e variava nelle dimensioni; ne poteva raggiungere notevoli di qualche centinaia di metri di estensione. A motivo di questa pendenza un lato della base si trovava a una minore altezza rispetto all'altro. La lignite si era formata a banchi a seguito di fenomeni naturali accaduti in tempi diversi perciò tra un banco e l’altro si trovava uno spesso strato di terra di circa 20/30 metri che isolava i banchi stessi. Di conseguenza si avevano più banchi sovrapposti dei quali il primo quasi in superficie poi, a scendere di livello lo strato di terra, il banco due, nuovo strato di terra, ecc. Alla Bocca 8 si presentò il curioso fenomeno del terzo banco tutto pietra, di colore nero ma pietra.



Abbattimento

L'azione di demolizione di un banco, detta “abbattimento”, iniziava da sotto il banco stesso. A questa operazione vi partecipavano i minatori addetti allo scavo armati di piccone, gli spalatori che caricavano i carrelli e gli artificieri per far saltare tratti del banco. Dal piano inclinato o dall'aggangio si iniziava la costruzione delle due gallerie parallele dette “dirette” che si sarebbero estese per tutta la lunghezza del banco sotto di esso, alla sua base. Come spiegato, una galleria era sopraelevata rispetto all'altra di circa 10/15 metri, secondo la pendenza del banco. Una volta realizzate si procedeva con lo scavo in salita delle montanti di collegamento tra le due gallerie per consentire la circolazione dell'aria. Questo metodo facilitava anche il lavoro di demolizione del banco che inizia dalla parte finale delle dirette. Osservando la successiva figura possiamo meglio comprendere di come avveniva l'operazione di scavo. Si iniziava a scavare le montanti col piccone e una carretta che, spinta vuota in salita e piena in discesa, serviva per portare nella diretta la prima lignite. "Solo all'inizio si usava la carretta, poi la lignite presa a picconate scivolava giù" . Si procedeva quindi a far franare il soffitto e le pareti delle montanti con le mine perché sarebbe stato oltremodo pericoloso col piccone. Gli artificieri, fra i quali Gino Travagli, posizionavano le mine che avrebbero sbriciolato il banco.



L'esplosivo

L'esplosivo, detto "cheddite", era una pasta a forma di cartuccia di circa 10 cm. "Si inseriva il detonatore dentro la cartuccia con la miccia attaccata. Poi si metteva il tutto nei buchi fatti con le subbie (scalpelli a punta piramidale) e con terra bagnata si calcava nel buco, altrimenti quando esplodeva aveva l'effetto razzo" . L'esplosione produceva un boato che rimbombava e scuoteva la terra; poi un fumo acre, intenso, si spandeva nelle gallerie tanto che ci voleva del tempo per ripulirle. Dopo, l’artificiere detto "il fochino" con apposita lampada per i gas entrava nel sito dell'esplosione per controllare la presenza del pericoloso “grisù”.
Banchi in verticale

Il metodo delle montanti però non fu applicato al Pian dei Meli dove la lignite si presentava in banchi posti in posizione verticale, cioè non inclinati alla base e quindi, pur impiegando in pratica lo stesso criterio la differenza stava nelle due dirette parallele scavate allo stesso livello. Si procedeva con lo scavo di due gallerie parallele di 100/150 metri in piano e larghe ciascuna circa 2/2,30 metri e alte altrettanto. La distanza fra le due gallerie parallele variava tra i venti e i trenta metri. Poi partendo dall'inizio, ogni 10/15 metri si scavava per collegare le due gallerie parallele realizzandone altre dette “traverse”, per la circolazione dell'aria e inoltre facilitavano l'abbattimento. Erano queste le premesse per aggredire il banco di lignite a picconate e con la dinamite per far saltare parti di esso. "Sopra i banchi ci volevano anche le scale per salirci" .



Il "coprifoco"

Demolita così la parte estrema del banco, quella indicata nella figura precedente come "Zona di inizio abbattimento", si creavano le condizioni ottimali per le frane e bisognava stare molto attenti. Inoltre la lignite abbattuta bruciava con una lenta combustione sviluppando gas: si formavano sacche di "aria morta". Per difendersi da questi fenomeni e continuare il lavoro veniva isolato l'ambiente in fondo alla diretta con un muro fatto di creta e zolle di terra. Si aggiungeva infine terra sempre più molle per tappare bene. Tutto questo lavoro veniva chiamato "coprifoco". Così si procedeva, retrocedendo, fino al totale smantellamento del banco di lignite. Nel frattempo la rete dei binari si era distesa nelle gallerie parallele e mentre un gruppo di minatori demoliva la lignite, l'altro armato di pale la caricava sui carrelli tenuti obliqui per facilitarne il riempimento. Giunti all'esaurimento del banco rimanevano enormi stanzoni che poi parzialmente franavano o si riempivano d'acqua.
L'ambiente

Nelle gallerie, un ambiente surreale illuminato soltanto dalla luce biancastra delle acetilene, si muovevano le luci e le ombre dei "cavini", tormentati dal caldo pesante della profondità, dall'umidità, dall'acqua o dalla polvere; molti giovani si toglievano la gravezza degli abiti lavorando completamente “gnudi”, col solo elmetto in testa. Solo i più anziani per pudore non si spogliavano. Per prendere coscienza e avere un minimo di percezione delle difficoltà ambientali con le quali convivevano i minatori, lascio la parola a loro stessi, che meglio di nessun altro possono descrivere adeguatamente quelle gallerie percorse avanti e indietro per tanti anni nelle diverse mansioni svolte. Dai ricordi di Silvano Socci: "Ma in galleria, e solo chi ha provato tale lavoro ne conosce gli enormi sacrifici, che si doveva sopportare! A 200 metri sotto terra l'aria è irrespirabile; solo con l'aiuto di forti aspiratori sulle bocche di entrata si riusciva a malapena a sopportare questo disagio. Le pareti grondavano acqua e il suolo era un acquitrino perenne , talvolta le rotaie erano completamente immerse tra acqua e fango. I pericoli erano sempre presenti: massi che si staccavano dalle pareti, carrelli che potevano travolgerti, scoppio del grisù, sempre presente. Quanti compagni di lavoro hanno perso la vita per questi incidenti. Si lavorava completamente nudi perché qualunque indumento dopo pochi minuti sarebbe stato da strizzare per la temperatura esistente nelle gallerie. Autentiche visioni infernali dantesche" . Nello Rossi parla non tanto di stanchezza fisica, che mai raggiungeva limiti estremi, ma del pericolo del gas e degli incendi, del caldo, delle polveri che si diffondevano nelle gallerie allo scoppio delle mine e che ti soffocavano, dell'umidità e dell'acqua che ti tormentava. Lapidarie ma significative invece le parole di Piero Rossi: "Il lavoro in miniera non si può spiegare" . Lui lo sa meglio di tutti essendo stato addetto all'abbattimento dei banchi di lignite; un minatore vero e autentico, quello col piccone e il maniscure. Dalla lettura di questi ricordi prendiamo lo spunto per approfondire gli argomenti accennati.
L'acqua

L'acqua filtrava dalle pareti e dal soffitto di alcune gallerie. Alla bocca 6 a tratti sembrava piovesse e a fianco dei binari c'era un fossetto di scorrimento che portava l’acqua nei pozzi che venivano svuotati dalla pompe. Erano pozzi armati perché la creta non li sfacesse e misuravano 4x4 metri. Realizzati dai muratori nei punti di raccolta delle acque, si riempivano senza sosta e gli addetti alle pompe tutti i giorni, persino la domenica, li dovevano svuotare. Il loro era un lavoro importante per evitare pericolosi allagamenti. Le grosse pompe in numero di tre o quattro all’interno delle gallerie, funzionavano a elettricità. Alla Bocca 8 galleria 17, ti cascavano le gocciole bollite addosso, si lavorava senza panni e spesso si camminava sull'acqua. "Solo a Monteo, lavoravano vestiti" .
Il gas e l'aria morta

miniere_34 Il mortale pericolo era rappresentato dal gas grisù. "Il gas si sviluppava dalla lignite, aria morta, se era umida c'è n'era più tanto" . Il nemico invisibile temuto in tutte le miniere e dal quale ti dovevi guardare le spalle perché colpiva a tradimento. Più la lignite era umida più sviluppava gas. Ma non solo: "Capitava anche che facendo le gallerie laterali a un certo punto dovevi smettere perché mancava l'aria. C'erano in miniera dei punti più caldi, altri senza aria e ci se n'accorgeva con lo spengersi dell'acetilene.

Lampada per il controllo della presenza del pericolos gas. La fiamma interna si alzava o abbassava in conseguenza.

C'era poi il gas e si avevano le lampade "apposta" per controllare la presenza. Quando lo sentiva la fiammella interna reagiva e si alzava un po' come il termometro. Allora si prendevano i tubi di aria compressa dall'esterno che facevano spostare il gas e portavano aria fresca"
. L'aria dall'esterno entrava forzata da un motore attraverso dei tubi metallici lungo il piano inclinato per poi arrivare alle dirette con tubi di gomma.


L'acetilene

miniere_35 Come già detto, solo l'argano funzionava con l'elettricità. All'interno delle gallerie prive di elettricità e quindi anche di illuminazione elettrica (per motivi di sicurezza ben comprensibili) ci si spostava con la fedele "acetilene" a carburo che ogni minatore possedeva e teneva sempre a portata di mano attaccata alle pareti armate o deposta semplicemente in terra. Il carburo miscelato con l'acqua produceva appunto un gas chiamato acetilene che infiammato dava una luce forte e biancastra. Quando si sentiva bene la presenza del grisù veniva consegnata ai minatori l'acetilene a pile che durava 8/10 ore e che era ricaricata giornalmente.

Un modello di acetilene a carburo per minatori

Il piccone

Lo strumento per eccellenza dei minatori insieme alla pala e al maniscure (altro tipo di piccone con una lama a taglio) era il piccone. Certo, il grosso del lavoro lo svolgevano le mine, ma il piccone rimase insostituibile fino alla fine. Per alleviare il lavoro ai minatori o forse per aumentare la produzione, fu fatto un tentativo di introdurre il martello pneumatico con i compressori, ma non trovò favorevole accoglienza e fu subito abbandonato.
Organizzazione del lavoro

Da quanto detto fino ad ora ci siamo già fatti un'idea di come era organizzato il lavoro all’interno della miniera al fine di scavare e trasportare il minerale all'esterno. Esistevano vere e proprie specializzazioni e ognuno aveva il suo incarico preciso, sia sotto che sopra. Sentiamo ancora da Nello come visse i suoi primi giorni di miniera. Lui sapeva fare il fabbro ma il posto era occupato: "Ce l'avevano di già il fabbro e mi dissero di andare dentro a spalare la lignite via via che avanzavano; ero con Scoiolo e Giangio di’ Carletti e per due giorni mentre loro scavavano col piccone io caricavo la lignite sui carrelli. Poi mi misero a mettere i binari per i carrelli: li prendevo fuori e facevo le linee. Tornato dal militare mi ripresero, facevo l'idraulico: accomodavo le pompe, mettevo i tubi per svuotare le gallerie d'acqua e andavo ad aiutare quelli che mettevano i binari" . In queste poche righe ci sono alcuni dei compiti che venivano svolti sia dentro che fuori della miniera. Ma vi sono da aggiungere altre mansioni che vedremo seguendo il cammino della lignite appena trasportata dai carrelli all'esterno della bocca.
Concentrazione alla Bocca 6

E’ bene premettere che la scelta della lignite con vagli e nastro trasportatore avveniva soltanto alla Bocca 6 dove arrivavano via teleferica i carrelli di Monteo e via binario la produzione della Bocca 8. A Monteo, quando un convoglio di quattro carrelli pieni di materiale arrivava all'esterno a ridosso dell'argano, con uno scambio indietro i carrelli erano spinti a mano su un altro binario e su questo condotti per 15/20 metri in favore di discesa verso un silos dove veniva riversato il loro contenuto. Sotto il silos, trascinati da una ruota orizzontale munita di grossi canapi, passavano i carrelli vuoti della teleferica che venivano riempiti di lignite che cadeva “a cascata” dalla bocca del silos, aperta e chiusa manualmente. Dal silos di Monteo i carrelli si dirigevano alla Bocca 6. Qui venivano nuovamente scaricati in un secondo silos che raccoglieva tutta la produzione delle tre bocche per la scelta e la vagliatura.
Il corbellino

C'era però prima di tutta la manovra di raccolta un intervento di giovani operai che avevano il compito di recuperare scarti di lignite. Quando si avevano carichi misti di lignite e terra, per lo più scavi per la realizzazione delle dirette, i carrelli sia a Monteo che alla Bocca 6 erano rovesciati giù per un pendio e l’azienda cercava il recupero dei pezzi di lignite, frammisti alla terra. Questo lavoro era svolto da ragazzi e come vedremo non era affatto un buon lavoro. Piero Rossi ricorda: "Nel 1940 a 13 anni entrai in miniera a scegliere la lignite con i corbelli. C'erano 5/6 persone, tutti ragazzi. La collinetta col corbellino era alta 7/8 metri. In tutto 15 metri per andare fino in fondo al campo" . Se Piero ci dà sinteticamente la dimensione del lavoro, Silvano lo rende umano: "Arrivato alla età di 14 anni, fui assunto alle dipendenze della miniera. Era il 15 Settembre 1939 e questo fu il mio primo giorno di lavoro in miniera. Era pesante recuperare i pezzetti di lignite su e giù negli scarichi e portare i corbelli pieni nei piazzali, non era lavoro leggero per noi; ma si guadagnava bene, 10 lire e 70 al giorno erano compensi che facevano gola. I sacrifici erano tanti, portare i corbelli carichi di lignite su e giù per la discarica, sotto il sole cocente d'estate e il freddo pungente d'inverno, i detriti bruciavano per auto combustione così il terreno bolliva e un fumo denso e acre ci toglieva il respiro. D'inverno poi le mani si arrossavano e in continuo contatto con la terra si aprivano e talvolta sanguinavano. Andare a piedi altro tormento: al mattino i piedi gonfi e doloranti dai geloni mentre dopo il lavoro della giornata tornare a piedi costava sacrifici che solo chi li ha subiti può giudicare" .
Vagliatura

Una volta che il silos della Bocca 6 è pieno di lignite, questa cade attraverso un'apertura comandata sui vagli che, scuotendo orizzontalmente, separano i pezzi grandi da quelli piccoli facendoli cadere sul nastro trasportatore posto in leggera pendenza. Qui una squadra di ragazzi e donne, tra le quali si ricorda Alduina Torsoli, controllavano e toglievano l’ultima terra attaccata alla lignite, anche se qualche residuo rimaneva sempre. Il nastro trasportava il combustibile in una botola e da qui, attraverso la larga apertura comandata da un manico, veniva caricato nei carrelli della teleferica per il loro ultimo viaggio verso Castellina Stazione. Con il pezzo di lignite in viaggio sulla teleferica si è compiuto così il ciclo completo della produzione: dal colpo di piccone alla spedizione.
Ambiente esterno

Nelle strutture esterne della miniera, oltre la stanza dei generatori, si trovava anche l’officina dove accanto a quattro forge sempre accese lavoravano fino a cinque fabbri. Vi si trovava tutta l'attrezzatura indispensabile alla realizzazione degli scambi dei binari, dei sostegni per le gallerie, ecc. C'era inoltre il magazzino dell'elettricista: il capo elettricista era un Rossi di Siena. Si trovavano poi gli uffici e altri edifici. In uno di questi si posteggiavano le biciclette ad attacchi alle pareti e per chi voleva poteva servire anche da spogliatoio. A Cignan Rosso vicino alla Bocca 6 si trovava la chiesa di Santa Barbara con le case dell’ingegnere, del padrone e quelle degli operai che venivano da lontano, i quali avevano a disposizione dei vagoni ferroviari che lì stazionavano in permanenza. Tutte le strade di comunicazione verso e fra le Bocche e le strutture di servizio erano mantenute dall'Azienda mineraria che provvedeva a brecciarle a sue spese. Un altro importante servizio, il telefono, si trovava soltanto alla Bocca 8 e ciò mise a rischio la vita stessa dei minatori feriti assistiti in ritardo.
La fornace

Non lontano da Cignan Rosso funzionava una fornace con due addetti. Doveva rifornire le miniere di mattoni, indispensabili per armare le volte, costruire muri e tanti altri usi. "Il Tilli di Fonterutoli e il Corsi delle Badesse facevano mattoni alla fornace della miniera con la creta che estraevano dalla miniera stessa. Si dice che uno di questi fornaciai portando a casa la sera 3/4 mattoni alla volta ci si sia fatto la casa" .
Minatori: orario, servizi e salario

Di quel lungo periodo durato un secolo in cui si ebbe l'escavazione della lignite è difficile, se non impossibile, calcolare il numero degli operai impiegati. Dopo il boom della Prima guerra mondiale seguì un calo nella produzione e di conseguenza nel personale, ma proprio dagli anni Trenta siamo in grado di fare nomi e cognomi dei minatori grazie ai ricordi personali e al registro parrocchiale di don Luigi Grandi. Un elenco incompleto ma soddisfacente. Vi lavorarono a più riprese o con continuità Giovanni Bandini, Ludovico Barucci, Guido Brogi, Angiolo e Spartaco Carletti, Gino e Luigi Carletti, Corrado Castagnini, Adamo Fabbrini, Lucesio Gennai, Giuseppe Giachini, Corrado e Alfio Marchetti, Giuseppe e Mario Merlotti, Settimio Mugnai (il Vespa), Ezio Nencioni, Ruggero e Aldo Riversi, Nello, Piero e Gino Rossi, Rutilio Rossi, Rino Sanleolini, Adriano e Silvano Socci, Giovanni e Guido Tognazzi, Alduina Torsoli, Gino Travagli, Vasco Volpini. Vi trovarono lavoro insomma, con qualche eccezione, tutte le famiglie di salariati e artigiani di Quercegrossa e qualche contadino come il Taddei che vi perì. "I contadini c'erano in tempo di guerra anche per l'esonero, poi tornarono ai campi" . Tra questi numerosi coloni prestati all’industria si ricordano un Taddei dei Bosconi, due contadini di Campalli e due del Canale. Gli altri operai venivano da posti più lontani, perfino da Abbadia S. Salvatore. Si ricorda un certo Primo Bagnoli con il fratello Osvaldo che furono a retta a Campo dei fiori da un certo Bargagli. Altri provenivano da Chiusdino e Montieri ma "i più fra Castellina e Poggibonsi" . Da Tregole arrivavano Valentino Fiaschi detto Scoiolo e i suoi amici, il Granchio e lo Scorpione. Adamo Fabbrini, prima di tornare a Quercegrossa nel 1943, veniva da Corsignano a piedi o in bicicletta passando dal Poggio di Vagliagli e tante volte la bici con i "cerchioni" perché non c'erano soldi per le gomme. Anche il Corti scendeva da Vagliagli a Quercegrossa a piedi, attraverso le scorciatoie dei campi. Di S. Leonino era Alfredo Salvini. Alcuni che abitavano lontano trovavano alloggio presso famiglie per poche lire, come Lucesio Gennai detto Luce che prima di andare a Passeggeri era ospite dei Rossi al Palazzaccio. La miniera però non garantiva la continuità dell'occupazione e spesso nel dopoguerra gli operai venivano licenziati con facilità; l’unico rifugio era l'agricoltura, soprattutto a fare le fosse per le viti e buttare giù boschi uniti a un po' di manovalanza in quelle pochissime occasioni che forniva l'edilizia. Piero Rossi rammenta: "Ogni tanto mi licenziavano ...quando c'era un po' di crisi... perchè c'era già un fratello e io ero il minore. Dopo il primo licenziamento sono stato a Passeggeri più che altro a fare la fossa col mio fratello Mario" . Spartaco Carletti: "Nel 1947 lavoravo alle miniere alla nuova Bocca della Cannicchia con Giovanni Bandini. Ci rimasi per due anni fino al 1949, poi mi licenziarono e andai a fare le fosse" . Alfio Marchetti in un periodo di disoccupazione era a fare il manovale ai Poggioni col Castagnini. Anche Silvano Socci partecipò allo scasso per il podere dei Poggioni, "ma dopo il passaggio del fronte, la miniera fu riaperta. Ormai il lavoro era solo in miniera e lì andai"
Orario

L'orario della miniera era strutturato in tre turni per i gli operai interni e due turni per quelli esterni. Ogni turno durava otto ore. Un mese comprendeva 24 giorni di lavoro. Il primo turno iniziava alle 7 della mattina fino alle 15 del pomeriggio, il secondo pomeridiano dalle 15 alle 23 e il terzo di notte dalle 23 alle 7 della mattina. L'orario di lavoro veniva scrupolosamente osservato e ogni prestazione straordinaria veniva puntualmente pagata. Si diceva che il lavoro della miniera fosse invidiato dai contadini, non per i soldi ma per l'orario a turni che lasciava ai minatori tanto tempo libero. Da Quercegrossa per il turno della mattina partivano in bicicletta verso le 6,15, ma quando c'era la neve (e capitava spesso) andavano a piedi. Nel 1956 nevicò per un mese intero. Il giorno nevicava e la notte ghiacciava. Si aspettavano da Damino nella stalla, c'erano il Gatto, Luce, il Fabbrini, il Giachini, il poro Vespa, i Socci, Vico, il Tognazzi, il Coccheri, il Riversi Aldo, Aldo Marchetti, ecc.. Una bella squadra. Quando la strada lo consentiva il Gattino di’ Rossi (Piero) imboccava la strada delle girate con la sua bicicletta e con le mani nella tasca del pastrano la pilotava fino al ponte del Mulino. E non era il solo a fare la discesa senza mani. Dal Mulino prendevano la strada sterrata delle Quattro Vie e poi verso il Giardino. Superato il ponte, in fondo alla ripida discesa giravano a sinistra e poco dopo giungevano a Monteo. Quando andavano a piedi passavano da Topina. Dai piani prima di Monteo prendevano la Maremmana che li portava alle altre bocche. Era detta "la Maremmana" questa strada di collegamento tra i campi; l'origine del nome è sconosciuto ma senz’altro è collegato alla transumanza delle greggi. Entrati nel magazzino adibito a deposito, posteggiavano la bicicletta e ogni minatore spostava il proprio medaglione numerato da una tavola all'altra o lo rigirava per segnalare la sua presenza al lavoro. Col sistema dei medaglioni numerati controllavano anche la produzione dei singoli operai: ognuno di loro aveva un numero e lo attaccava al carrello che veniva poi pesato all'esterno. Naturalmente c'erano dei caporali che controllavano il normale svolgimento del lavoro e tutte le operazioni e servizi ad esso collegato. Si ricordano il Saracini e anche Rutilio Rossi di Quercegrossa. Il suono della sirena esterna avvertiva dell’inizio e della fine di ogni turno. "Alle sette si doveva imboccare il piano inclinato a piedi, si scendeva e si faceva una veloce colazione con una fetta di pane" . Prima di colazione si cambiavano: "I vestiti si portavano in miniera e ci si svestiva o si attaccavano alle armature, secondo i posti dov'eri a lavorare. Quando andavi a lavorare avevi vestiti con le toppe, a casa vestiti senza toppe". Da sottolineare il fatto che la Direzione passava un paio di scarpe all'anno. Alle 11 una pausa più lunga per il pranzo: "Si mangiava una mezzora e si mangiava nella pentolina col tegamino la pasta e il secondo". "Si mangiava dall'11 alle 11,30, mezzora di pausa" . Nel periodo bellico della Seconda guerra mondiale quando era in vigore la tessera venne riconosciuto ai minatori il supplemento di pane e minestra. Un camioncino portava le grosse pentole chiuse che venivano trasferite all’interno delle gallerie con i carrelli e qui distribuite ai minatori. “Vicino alle tre, una mezz'ora prima, alle due e mezzo ma a volte anche prima, si smetteva di lavorare, si sistemava l'ambiente di lavoro e ci si cambiava” . Nelle otto ore quindi era compreso il cambiarsi e il mangiare “che si portava nel tascapane insieme alle bottiglie dell'acqua e del vino" . Lavorando in condizioni di umidità o di calore vicino ai 40 gradi, grande era la sudorazione e occorrevano litri d'acqua per quelli dentro le gallerie. Per sopperire a questo vitale bisogno si provvedeva con i carrelli: "L'acqua veniva portata con barilotti messi sopra i carrelli e da qui attingevano i minatori" . Dopo aver sistemato l’ambiente di lavoro e riposto gli attrezzi, "appena finito ci si lavava in quei fossetti e fontanelle piene d'acqua" che certamente non mancavano. I servizi igienici non c'erano, c'era soltanto lo spogliatoio dove venivano messe le biciclette e tutti i posti erano buoni in caso di necessità “corporali”. Alle 15 entrava il secondo turno e gli altri prendevano la via di casa. I "cavini" salivano a Quercegrossa in bicicletta o a piedi dalle girate. C'era sempre qualche donna che avvertiva: “Arrivano i cavini!” . I vagliaglini si fermavano chiassosi in bottega e le massaie di Quercia correvano tutte svelte a preparare la cena “come ci volesse del tempo a fare il brodo d'erbe o la minestra di pane o la farinata o la pappa” . Quasi tutti impiegavano utilmente quelle ore di libertà soprattutto prestando aiuto nei vicini poderi in cambio di prodotti agricoli. Gosto Bruttini ricorda: "Minatori e operai la sera venivano a prendere poponi, cavoli o altro in cambio di qualche ora di lavoro; erano il Tognazzi, il Bandini, Vico, il Carletti, il Rossi Nello (Gatto)" . Alfio di Marchetti ebbe l'incidente sul carro in un pomeriggio dopo aver lavorato nel turno di mattina. Il Gatto invece ricorda così anche negli ultimi tempi della Cooperativa: "Dopo l'orario di miniera s'aveva un orto in Val di Lama e si coltivava. S'aveva un maiale dal Losi. S’andava dai contadini in tribbiatura. Sono stato anche quindici giorni senza tornare a casa. Ti davano da mangiare e ti riempivano il tegamino per il turno del giorno dopo. Si andava a rimettere insieme le manne, oppure a segare. Col Piuma s'andava sempre di notte alle Quattro Vie e si mangiava. La notte Veniva il Finetti col camion si caricava e si faceva la mucchia nell'aia" . Era questa la storia di tutti. La sera poi prima di cena ci si rilavava a casa nel catino nel gabinetto, oppure nell'acquaio. A “stagion bona” d'estate il bagno completo nel fiume; a casa, di sabato, nelle altre stagioni. Il dopocena, tutti o quasi tutti alla bottega o al circolo.
Salario

Mentre sappiamo che i salariati agricoli scambiavano le loro prestazioni con prodotti alimentari, che al tirare delle somme ben poche lire entravano nelle loro tasche e che tra i contadini notoriamente non circolava denaro, il minatore era fra i pochi operai a disporre di denaro contante. Non solo, ma nel dopoguerra la Commissione interna vigilava anche sul puntuale e corretto pagamento degli stipendi e garantiva così una totale giustizia. Certamente, a questa premessa segue immediata la domanda se il salario possedesse un potere di acquisto tale da consentire un discreto livello di vita oppure se fosse paragonabile a quello dei poveri operai agricoli. Non avendo dati attendibili, per i primi decenni del Novecento ci viene in aiuto il parroco di Tregole che riflette in un questionario sulle condizioni dei suoi popolani nell'anno 1910: "Non vi sono industrie, c'è soltanto degli operai che vanno alle miniere di Liliano distanti diversi chilometri e la loro condizione non è brillante, appena appena riescono a far pari" . In altro punto ribadisce che "hanno poca possibilità di farle dire (le Messe) essendo la maggior parte poveri" . Il quadro presentato non è certamente incoraggiante e anche i ricordi personali dei minatori rammentano quegli anni per la diffusa povertà che assomigliava tanto alla miseria. Ma per fare dei conti più aderenti alla realtà ci dobbiamo riferire agli anni immediatamente precedenti la guerra, al 1938/39 dei quali abbiamo dati, e al periodo post-guerra con una documentazione indiscutibile delle buste paga dei minatori Adriano e Silvano Socci. Paga giornaliera prima della Seconda guerra: adulti 15,70 lire, ragazzi 10,70 lire per turni di 8 ore per 24 giorni. Se diamo credito alle memorie sappiamo che la paga era "ottima". Passiamo ora al dopoguerra e vediamo che nel settembre 1947 (dati della busta paga nella foto) Adriano Socci godeva di una paga giornaliera di 316,80 lire per 23 giorni. A queste si sommavano 10.097 lire di contingenza, tre ferie pagate per 2.267,40 lire più una indennità di "Caropane" di 276 lire. Il tutto faceva un imponibile di 19.226 lire. Tolte le ritenute rimanevano in tasca ad Adriano 18.822 lire. Ma quel mese riscosse solo 8.822 a motivo di un acconto di 10.000 lire ottenuto dall'Azienda. Esattamente due anni più tardi, nel settembre 1949, il figlio Silvano con una paga giornaliera leggermente inferiore, di 286,80 lire, considerato tutto riscosse 17.730 lire per 18 giorni di lavoro. Aveva un’indennità "Sottosuolo" di 1.224 lire. Un attento esame delle buste paga di Silvano ci mette di fronte al problema di quegli anni: difficilmente la paga era intera. Mancava sempre, per cause diverse e quasi del tutto dipendenti dall'Amministrazione, qualche giornata di lavoro che riduceva anche sensibilmente l’importo totale da riscuotere. Alle 17.730 lire riscosse nel settembre 1949 fanno riscontro le 22.600 del mese successivo e le 23.950 nel novembre del 1950. Ma ecco che a febbraio 1951 si scende a 14.250 lire riscosse per soli 15 giorni di lavoro. Facendo un confronto con gli stipendi e i prezzi di quegli anni vediamo che la famiglia del minatore poteva contare su un reddito sufficiente per mangiare e vivere decorosamente nella poco esigente società del tempo a patto che potesse contare sulla regolarità del salario e non sopraggiungessero costosi imprevisti.



Le tragedie della miniera

Come tutte le miniere anche la nostra ha preteso il suo tributo di sangue. Le condizioni di lavoro e l'escavazione del minerale producevano situazioni di altissimo rischio che purtroppo in diverse circostanze si trasformarono in disgrazie mortali: vere e proprie tragedie. Si ricordano a memoria d'uomo numerosi incidenti dei quali una quindicina mortali e fra questi il grande disastro del 1952 che causò la morte di due minatori; occorsero due mesi per il recupero delle loro salme dalle gallerie allagate. Ma accanto a questi lutti ci sono incidenti minori più o meno gravi che hanno causato malattie e mutilazioni a chi li ha subiti. Ad esempio di come funzionavano le cose basti pensare a quello accaduto a Silvano Socci nel 1953. L'infortunio avvenuto di notte nel terzo turno mentre lavorava con una sega circolare lo ha privato dell'uso di una mano, ma poteva andar peggio a causa della mancanza di assistenza e del totale abbandono degli operai nelle ore notturne. Faceva dei picchetti di legno. Uno gli scivolò e... "fu terribile. La mano completamente tranciata con i diti per terra, un dolore insopportabile, il sangue che usciva a fiotti. Era febbraio, il 3 del mese, un freddo intenso, e forse questo mi salvò da una pericolosa emorragia perché si formò un enorme coagulo di sangue raggrumato dal gelo della notte. L'auto ambulanza arrivò dopo 4 ore. Appena sdraiato sul lettuccio della ambulanza persi i sensi, rinvenni per strada. Passammo da Quercegrossa senza fermarsi. Erano le 2 di notte, un operaio era dovuto andare a Castellina Scalo per telefonare alla Misericordia (il telefono della miniera era chiuso di notte) . Arrivai all'ospedale la mattina alle 6. Verso le 9 mi portarono in sala operatoria, ritornai in corsia, mi dissero, alle 13. La funzionalità della mano era ormai compromessa per 85%. Dopo venti giorni tornai a casa, poi mi ricoverarono a Firenze al Centro di chirurgia riabilitativa. Non ci fu niente da fare, la mano era persa" . Un racconto davvero impressionante ma che è stato raccontato. Minor fortuna ebbe quel giovane di Siena, un ex barista che morì nel suo primo giorno di lavoro. "Lo fece morire il caporale che non lo istruì per niente. Gli disse: “Vai su per quella dritta da Curvale e aiutalo a spalare la lignite”. Questo giovane s'incammina lungo la galleria. Arriva un carrello sulle rotaie, lui si scansa e si appoggia alla parete, ma non si abbassa come doveva e il carrello con la parte superiore lo colpì alla testa" . Morì sul colpo. Si chiamava Gennai. Sono episodi che mettono tristezza e rabbia. Ancora, un certo Piombo di Monteriggioni era in piedi sul carrello, ci fu un deragliamento e lui morì. Capitò anche che i carrelli tirati dall'argano si sganciassero diventando proiettili mortali. Molti si salvarono per puro miracolo. Ma la principale causa di infortunio e di morte era il fuoco che d’improvviso divampava nelle gallerie. L'incendio del gas era talmente repentino che non riuscivi a evitare le fiamme. Una volta si bruciò il Tognazzi detto Fulmine che fece davvero il fulmine per salvarsi gettandosi di sotto "quanto di qui in giù" . Si ruppe una gamba "ma la vita è salva" , come ebbe a dire. Poi il Coccheri, un certo Gennai di Vagliagli, tutti ustionati, "ma ne morirono sette o otto col gas che improvvisamente si incendiava" . Oltre agli incidenti e infortuni diversi e manifesti la miniera come tutti sanno produce tante malattie professionali, difficilmente diagnosticabili ma di chiara origine: Adriano Socci si ammalò di asma in miniera e andò in pensione. Accanto a lui tanti altri che hanno visto minata e ridotta la loro salute. Ma fra tutti gli incidenti della miniera di Lilliano il più impressionate e che ebbe vasta rinomanza anche nella stampa si ebbe nel 1952. Fu un episodio doloroso nella storia della miniera a motivo della difficoltà nel recupero delle salme dei due muratori, che rimasero nel fango per circa due mesi. Apprensione, pietà, sgomento, commozione e una generale e sentita partecipazione si susseguirono tra il giorno della disgrazia e quello dei funerali delle due vittime nella chiesa di Quercegrossa. Le cause della disgrazia apparvero subito evidenti: "Erano andati a forare dove c'era una vecchia galleria antica, piena d'acqua" , sono le chiare parole del minatore che spiegano appieno cosa accadde. Una galleria dimenticata da forse mezzo secolo, scomparsa dalle carte e che Settimio Mugnai e Ademo Taddei non potevano conoscere. Sembra che avessero cercato scampo su una montante, ma la montagna d'acqua allagò completamente ogni cunicolo negando loro qualsiasi possibilità di fuga. Quella fu la loro tomba. Lavoravano nel turno di notte, in solitario: "Il terzo turno di notte era a riparazione, dove ci mori il poro Vespa" . Ma se per caso l'incidente fosse avvenuto durante il turno normale della mattina il tributo di vite umane sarebbe stato tragico. La sciagura ebbe vasta eco anche nella stampa e l'articolo pubblicato dalla Nazione del 22 gennaio 1952 è un documento di grande interesse che ci riferisce con tanti particolari che cosa realmente avvenne. Lo riportiamo per intero: "Gravissima sciagura nella miniera di Lilliano - Un fulmineo allagamento sommerge due minatori in un pozzo - Il racconto di un sopravvissuto che ha visto crollare la parete della sua galleria sotto un impressionante getto liquido - Impossibile recuperare le salme. Siena, 21 - (G.V.) Una gravissima sciagura si è verificata verso le 16,15 nella miniera della S. A. Ligniti e derivati di Lilliano. A quell'ora tre operai del turno di notte stavano attendendo ai lavori di manutenzione delle gallerie prima di procedere alla loro armatura. Due degli operai e precisamente il quarantasettenne Settimio Mugnai da Quercegrossa e tale Ademo Taddei di 41 anni da Monteriggioni (podere Gardinina) si trovavano nell'ultima galleria, a circa 112 metri dal livello del suolo: il terzo, il quarantenne Vitto Vitti da Lilliano, stava lavorando nella galleria immediatamente superiore e cioè 30 metri sopra gli altri due. All'improvviso il Vitti, come successivamente ha narrato, ha visto apparire sulla parete un'infiltrazione di acqua. Subito dopo il fianco della galleria è crollato rovesciandogli addosso un pauroso getto liquido. In pochi istanti l'operaio si è trovato sommerso fino alla vita: ha gridato aiuto ed è fuggito verso la galleria centrale, chiamata comunemente "discenderia", quella attraverso la quale si torna alla superficie. L'acqua con irruenza sempre crescente è precipitata nella galleria sottostante dove si trovavano il Mugnai e il Taddei, che si sono visti così precludere ogni via di salvezza. Appena il Vitti, stremato di forze è comparso alla superficie, immediatamente si è provveduto a chiamare i vigili del fuoco di Siena, che sono partiti col loro automezzo più adatto. Purtroppo ogni soccorso è stato inutile. I motori delle autopompe non sono stati sufficienti a prosciugare la galleria allagata. Il livello dell'acqua si trova al momento in cui telefoniamo a circa 80 metri dall'imbocco della "discenderia" e non accenna, per ora, né a salire né a scendere. Il prosciugamento è reso ancor più problematico dal fatto che il motore che normalmente aziona la pompa di sicurezza trovasi anch'esso sommerso: perfino l’uscita di sicurezza è rimasta bloccata dall'acqua. Si stanno approntando tutti i mezzi per recuperare i due cadaveri. Si spera che il rinvenimento possa avvenire al più presto, sempreché le armature non abbiano ceduto rendendo ancora più difficile la penosa opera di recupero delle salme. Verso le 22 alcuni operai hanno effettuato un nuovo sopralluogo, riuscendo quasi a portarsi al livello dell'acqua. L'aria a quella profondità è irrespirabile; ma essi hanno assicurato che l'acqua non accenna a salire. Sul posto, subito dopo la sciagura, si sono recati anche i carabinieri di Castellina in Chianti. Molti congiunti degli operai delle miniere, alla notizia dell'incidente, si sono recati sul posto per attingere notizie. Il Mugnai lascia la moglie incinta di sette mesi, e una figlia di 18 anni; il Taddei la moglie e un bambino di 12 anni". Dall'articolo appare chiaro che non ci sono più speranze di ritrovare in vita i due minatori stante il completo allagamento delle gallerie e parte del piano inclinato. Comincia la trepidante attesa. Il giorno successivo, il 23 gennaio, appariva il secondo articolo sulla Nazione: parla di "Febbrili ma inutili ricerche a Lilliano" e ci dà alcune informazioni sulle attività dei soccorsi mentre ci si interroga sulle cause che hanno provocato il crollo. "I cadaveri dei due minatori ancora in fondo alla galleria allagata. La tremenda attesa dei parenti, mentre la pompa si rivela incapace di vuotare rapidamente la grande massa d'acqua che stagna nei pozzi. Siena, 22 - (N. 1). Fin dalle prime luci dell'alba di stamani, dopo una interminabile veglia notturna, tecnici e operai sono scesi continuamente nella galleria principale delle miniere di lignite di Lilliano che penetra nel terreno con una pendenza del 72% per 160 metri nel tentativo di far funzionare la pompa per il prosciugamento dell'enorme massa d'acqua che ancora tiene prigionieri i cadaveri dei due operai Taddei e Mugnai. Il lavoro si presenta quanto mai difficile, occorre anzitutto, visto che non è possibile trovare una pompa che possa funzionare con un tubo di pescaggio di oltre 80 metri, portarne una a mezzo di carrelli, lungo la "discenderia", il più vicino possibile al livello dell'acqua. E' stato appunto stamani verso le 10,30 che la speranza di poter recuperare in breve tempo le salme dei due poveri operai si è riaccesa: la pompa di prosciugamento, piazzata lungo la galleria centrale, funzionava. Ma la speranza ha avuto vita breve poiché, dopo che il livello delle acque era sceso appena di un metro, la macchina si è fermata. Si è parlato di un guasto nel tubo di pescaggio, e il lavoro di riparazione è iniziato a ritmo febbrile. L'azione della pompa poi diventava più difficile per il fatto che l'acqua era già mista ad argille: più che di liquido si poteva parlare di fanghiglia. Ma gli uomini non hanno disarmato; hanno lottato disperatamente contro i guasti, contro i pericoli della miniera che tiene racchiusi i due loro compagni di lavoro. Nel buio profondo della galleria, dalla superficie si vedono muovere solo tenue luci: sono le lampade di coloro che chiedono alla pompa di fare l'impossibile. A 80 metri dal livello del suolo anche la respirazione è difficoltosa, ora che l'uscita di sicurezza è bloccata dalle acque. Si provvede a immettere in continuazione aria dall'esterno. Il pericolo che l'acqua faccia crollare parti delle gallerie inondate è sempre una grave preoccupazione di tutti. Alcuni segni farebbero pensare che il terreno si trovi in una fase di assestamento: si parla infatti di strani anche se per ora modesti avvallamenti che sono stati notati alla superficie. Ma come si può sapere cosa è successo a 110 metri di profondità, dopo che la violenza delle acque ha travolto i due poveri operai? Solo quando i lavori di prosciugamento e di recupero saranno terminati, allora si potrà stabilire quali siano le cause del disastro: e si chiarirà l'origine della formidabile polla d'acqua. Durante i lavori dei giorni e dei mesi scorsi (questa parte di miniera è in funzione solo da marzo scorso) nulla si era notato minimamente che facesse presagire la presenza di un deposito così cospicuo di acqua. Anche nei giorni scorsi, come di consueto, erano state fatte esplodere delle mine. Esse probabilmente avevano indebolito la resistenza delle pareti della galleria. Stasera gli sforzi per rimettere in funzione la pompa sono frattanto giunti a buon punto. Attorno all'entrata della discenderia sostano in continuazione minatori, operai, coloni delle vicinanze e anche parenti delle vittime. E' un'attesa tremenda: tutti sperano che il pietoso compito di recupero delle salme sia compiuto al più presto. Nella mattinata si sono recati sul posto il prefetto di Siena, il questore, il vice questore della provincia ed il sindaco di Castellina in Chianti". Una settimana dopo non sono stati fatti progressi, anzi alcune frane nel piano inclinato compromettono gravemente le operazioni di recupero delle salme e non è possibile stabilire quando ciò avverrà. Alla fine del mese la Camera del Lavoro di Siena, in concomitanza di alcuni tragici incidenti sul lavoro avvenuti nel senese a Piancastagnaio, a Lilliano e alle fornaci di Bettolle, apriva delle inchieste particolari per conoscere le cause degli incidenti il cui risultato riferiva in una conferenza stampa il 31 gennaio. Su Lilliano tanto è stato detto e non è il caso di soffermarsi ma possiamo aggiungere che i dirigenti della C. d. L. sottolinearono il fatto che per legge non era consentito far lavorare un minatore isolato (il Vitti, lo scampato) e che nei giorni precedenti la disgrazia non si era mai pensato a saggiare il terreno, pur essendo a conoscenza che nelle vicinanze si trovava una miniera abbandonata. Intanto ha inizio la gara di solidarietà verso le famiglie colpite dal grave lutto. Il Sindaco, accompagnato da alcuni membri della Giunta e del Consiglio comunale di Monteriggioni, portò a casa Taddei le condoglianze dell'Amministrazione e della popolazione e furono consegnate alla vedova lire 20.000 quale contributo del Comune stesso. L'altro disperso apparteneva al Comune di Castelnuovo. Anche tra gli operai fu aperta successivamente una colletta per il sostegno delle due famiglie rimaste senza entrate. Passarono le settimane tra speranze e delusioni e l'attesa si prolungò per due mesi interi. Finalmente il 17 marzo la prima salma veniva recuperata. Il corpo che appariva completamente affondato nella melma era irriconoscibile e, chiuso in un sacco di gomma, venne depositato nella cappella del cimitero di Lilliano a disposizione del procuratore della Repubblica per l’identificazione. Si trattava di Settimio Mugnai. Il corpo del Taddei venne recuperato la notte stessa dalle squadre di turno che avevano intensificato la ricerca. Entrambi i corpi furono trasportati dalla Misericordia di Siena nel cimitero di S. Leonino. Immediatamente sparsasi la notizia del ritrovamento, tanto attesa da due mesi, una moltitudine di gente si riversò nel piccolo cimitero di S. Leonino. In preghiera e in un religioso silenzio attesero che le salme dei poveri minatori piantonate dai carabinieri di Castellina ricevessero il benestare al seppellimento da parte dell'autorità giudiziaria. Dopo le constatazioni di rito, in mattinata giunse il nulla osta e nel pomeriggio due fratelli della Misericordia di Siena coadiuvati da persone del posto lavarono dal fango e rivestirono le due salme e le deposero nelle casse. A quel punto la gran massa di persone che attendeva fu fatta sfilare alla loro presenza: "Il dolore era visibile in quelle facce e gli occhi apparivano bagnati" . Il dolore dei familiari rese la scena ancor più tragica. Il sindaco di Castellina e il parroco di S. Leonino tentarono di portare loro un po' di conforto e coraggio. Il giorno successivo si svolsero i solenni funerali accompagnati da un’enorme folla commossa. Don Ottorino Bucalossi, il nostro parroco, con Fabio Losi e altri sacrestani si recò al cimitero di S. Leonino da dove si mosse il mesto corteo funebre che, passando dal Poderino e dal Mulino, fece il suo ingresso nella chiesa di Quercegrossa. Ricordo la gran massa di uomini che riempiva la strada all'esterno della chiesa. Fu celebrata la messa funebre per le due vittime e dopo, col carro funebre, furono trasportati al cimitero del Laterino di Siena e ivi tumulati. Don Ottorino registrò la morte di Settimio Mugnai il giorno 21 gennaio, ore 14,30: "Morto per asfissia in miniera. Per una grave sciagura nella miniera di lignite di Lilliano, invasa da una massa di acqua e di acido carbonico in un quarto d'ora" . Si metteva fine a questa tragica storia che aveva colpito dolorosamente negli affetti due famiglie, intorno alle quali si era stretta la solidarietà e il cordoglio di tutto un popolo.




Le lotte in miniera

In questo capitolo sulle miniere, dove abbiamo cercato con la massima scrupolosità di dare un’informazione più accurata possibile, non poteva mancare un accenno a grandi linee delle lotte dei minatori che si svilupparono in tempi diversi ma che sempre tesero al miglioramento delle condizioni di un lavoro che per la sua natura era ed è sempre stato il più ingrato fra tutte le attività umane. La ribellione nelle miniere si può dire sia nata con le miniere stesse. Le dure condizioni di vita e di lavoro dei minatori nell'Ottocento crearono pericolose tensioni sociali che sfociarono nelle grandi e famose rivolte dei minatori inglesi. In Italia, all’inizio del Novecento, si hanno i primi timidi tentativi di organizzarsi sindacalmente per controbattere lo strapotere degli industriali e ottenere salari minimi per vivere, uniti a giuste normative di previdenza. Infatti, in quegli anni l'assistenza sanitaria era quasi inesistente; gli infortunati e gli invalidi per lavoro venivano ripagati con poche lire e la malattia significava la perdita di quasi tutto il salario. Nei casi di infortunio mortale veniva fatta una colletta tra i minatori per la famiglia che rimaneva senza sostentamento. Ma le lotte si limitavano alle miniere più grandi e non uscivano dal proprio ristretto ambito locale. Con la Grande guerra poi ogni lotta cessò. Il primo dopoguerra portò il caroviveri e la disoccupazione e le lotte divamparono violente. Una data importante è il 1919, quando i minatori per la prima volta si associarono e si riunirono in convegno a Grosseto. C'erano i grossetani, i senesi e gli umbri. Furono rivendicati e ottenuti miglioramenti sanitari, di orario e di salario, ma la richiesta di formare una lega venne decisamente respinta dal patronato. Si diede il via, allora, ad un grande sciopero a oltranza che in certe miniere durò quattro mesi. Alla fine le grandi Società capitolarono. Ma proprio quando sembrava di aver raggiunto un’organizzazione capace di controbattere la controparte ecco che l'avvento del regime fascista mise a tacere ogni voce e per 25 anni circa il silenzio cadde sul movimento operaio: il Regime emanò disposizioni e leggi che regolamentavano tutto. Con la nascita della Repubblica il movimento sindacale riprese lena e nelle miniere gli operai si scontrarono con il potere delle grandi società che contrastarono con tutti i mezzi la lotta sindacale. Ai frequenti scioperi nazionali di natura economica e normativa si accompagnarono quelli proclamati dai sindacati locali contro i licenziamenti e gli incidenti nelle miniere. Attraverso le Commissioni interne il sindacato controllava la quasi totalità degli operai e la lotta assunse anche connotati politici; quella nelle miniere si affiancò alla protesta di tutti i settori produttivi della società italiana in preda alla lotta ideologica. A questo stato di cose non fecero eccezione i minatori di Lilliano che dal dopoguerra e per tutta la gestione del Serafin furono solidali con tutte le iniziative prese dal sindacato nazionale di categoria. La successiva costituzione della Cooperativa degli operai fece cadere ogni motivo di rivendicazione.
La festa di Santa Barbara

E' noto a tutti che S. Barbara è la protettrice dei minatori, degli artificieri, dei vigili del fuoco e di tutti coloro che maneggiano esplosivi e hanno a che fare col fuoco. Questa attribuzione alla Santa, vissuta in epoca romana, nasce dall'episodio dell’incendio che si scatenò nel carcere in cui lei era rinchiusa e dal quale si salvò passando indenne tra le fiamme. Un fulmine colpì poi il padre, nemico dei cristiani, che l'aveva decapitata. S. Barbara è il simbolo di coloro che affrontano il pericolo con serenità e coraggio. Il 4 dicembre dunque cadeva la festa della patrona e la domenica successiva veniva festeggiava come si doveva. A Lilliano c'era grande fermento e i minatori partecipavano alla S. Messa nella cappellina di S. Barbara alla presenza del proprietario Sig. Serafin e dell’Ingegnere. Faceva seguito a questa tradizionale cerimonia il pranzo "tutti insieme" a Castellina in Chianti: un anno dal Mariani e l'altro dallo Stiaccini; il tutto in grande allegria e familiarità accompagnate da canti e stornelli bagnati con generosi bicchieri di vino. Il proprietario per quella giornata metteva a disposizione un camion attrezzato con panche che portava i minatori prima a Castellina e poi "si andava a Vagliagli, a Fonterutoli, a Quercia e ci si fermava a bere alle case dei minatori" . Tutti possiamo immaginare come finiva la giornata.
Varie

Giunti alla fine del capitolo non posso fare a meno di riportare alcuni episodi che per la loro singolarità e piacevolezza sono rimasti impressi nelle memorie nei minatori e riproposti continuamente nelle serate “di veglia”.
Il Focardi e la tessera

Nel tempo di guerra, quando c'era la tessera e precise disposizioni in merito, il Focardi delle Badesse, un minatore fascista ligio alle regole, si guardava bene di infrangerle. All'ora di pranzo gli imbandivano apposta sopra una tovaglia della roba che proveniva dal mercato nero. Lui sbirciava sottocchi e, con fare polemico e accusatore, sotto sotto borbottava: "Vorrei sapè da dove viene tutta questa roba?" . In altra circostanza, si trovava il Focardi in galleria che attendeva all'aggancio le pentole della minestra che un camion portava alla miniera come supplemento di tessera. Non persero l'occasione per uno scherzo: caricarono le pentole senza fissarle, mezze aperte sopra un carrello e le spedirono nel piano inclinato. Le pentole fecero un gran fracasso e arrivarono mezze vuote e sconquassate. Dopo poco apparve alla bocca della miniera il Focardi, nero come la lignite che scavava, e pieno di rabbia seppe soltanto berciare al vento: "Delinquenti!" . Nel ritorno a casa rimaneva vittima di altri scherzi tra i quali quello di svitargli il beccuccio dell'acetilene che regolarmente perdeva per strada.
Il diluvio universale

Inoltre si discuteva continuamente tra i minatori sull'origine che avevano la lignite e il carbone. La misteriosa presenza di quei grandi banchi di lignite, che spesso mostravano chiaramente resti di grandi tronchi di albero carbonizzati e altri particolari curiosi come lo strato di terra che divideva ogni banco unita all'ignoranza scientifica degli ingenui minatori, portava questi alle più strampalate teorie e conclusioni dove di solito entrava in ballo il "diluvio universale". Questo fece scattare in Scoiolo l’idea di uno scherzo a Ruggero Riversi. Ruggero stava scavando una galleria d'avanzamento e Scoiolo mise due grossi chiodi arrugginiti dentro la terra. Ruggero scavando li trovò e... "Vedi, poi dicono che non c'è stato il diluvio universale" . E così ebbe conferma del diluvio universale.
Sospeso nel vuoto

La teleferica, oltre che trasportare carbone, veniva anche utilizzata dal padrone Serafin per trasferirsi da Monteo alla Bocca 6. Manovratore della teleferica una mattina era il Burroni, che non perse l'occasione per uno scherzo alquanto pesante al principale. Mentre il carrello viaggiava sospeso sopra i campi col Serafin accovacciato, lui fermò la teleferica fingendo un guasto. Ce lo tenne mezzora a tentennare nel vuoto. Da allora il Serafin, che aveva capito, chiedeva: "Chi c'è alla manovra?". "Il tizio". “Allora vado con la teleferica”. Il Serafin era il padrone ma aveva un rapporto aperto e schietto con gli operai che corrispondevano volentieri. Si intratteneva, colloquiava con loro e quando lo invitavano non mancava anche ai loro matrimoni, come a quello del sindacalista Silvano Socci con Lea Oretti nel 1953, dove si presentò con un servito di porcellana come regalo di nozze che ancor oggi fa bella mostra nella vetrina del loro salottino.
L’ingegno del Corti

Durante uno scambio di vedute con gli operai, di tipo politico e sindacale al tempo degli scioperi, si tenne un batti e risposta tra il Serafin e il Corti di Vagliagli che è rimasto negli annali. Mentre il secondo argomentava sui problemi sociali e proponeva soluzioni di tipo marxista per superare ogni disuguaglianza, il primo rispose con un breve e significativo esempio che puntava alle conoscenze e qualità personali di ogni individuo per ben figurare nella vita. Ma il Serafin non aveva fatto i conti con la scaltra logica del Corti. "Vedi" , disse alla fine e bonariamente il Serafin al Corti, "Se oggi si divide fra tutti quello che possiedo, fra qualche anno io ho rifatto i soldi e te hai finito tutto" . Pronta la risposta del Corti che senza esitare e con slancio replicò: "Si ridivide" . Nessuno ci avrebbe mai pensato e dopo un attimo di riflessione l'allegra risata dei presenti chiuse la discussione.
Le due ruote

Andando alle miniere con la strada a sterro, sia in bici che in motorino, occorreva molta prudenza nella guida. Una mattina il Giachini l'aveva presa troppo veloce e finì di sotto al Ponte della Cannicchia. Gli altri, che sopraggiunsero qualche minuto dopo, sentirono “certi berci" . Era il Giachini che invocava aiuto disperatamente "perchè ci aveva il motorino sopra e non si poteva muovere" .
Al tempo del Mosquito, negli anni cinquanta, alla fine del turno della mattina, giunti al ponte del Mulino, il Coccheri e il Tognazzi davano il via ad una tacita, speciale gara che finiva in piazza a Quercia. Nessuno dei due voleva restare indietro e con il Mosquito a tutto fuoco pedalavano con lena e accanimento per non arrivare secondi. Una corsa durata anni.
Il cinema

Anche il cinema del periodo verista si interessò delle miniere di Lilliano. Ma fu una comparsa fugace e senza seguito: "Quando fecero i saggi sotto Topina, venne un regista con la sua troupe per fare un film, vennero più volte, poi non si rividero" .
Solidarietà

La mutua solidarietà tra i miniatori non venne mai meno e si attuò tante volte verso i colleghi bisognosi sia a causa delle malattie, che provocavano lunghi periodi di assenza, che in altri casi. Ora, un minatore si ammalò piuttosto seriamente e in famiglia rimasero senza stipendio per diversi mesi. La colletta, subito aperta, diede buoni risultati e il denaro venne consegnato al malato. A guarigione avvenuta, il minatore, con questa piccola somma ci comprò il Mosquito e finì che lui andava alla miniera in motorino e gli altri a piedi, come ebbero a rimarcare i più maligni dalla lingua lunga: “Vedi, ci ha comprato il motorino e noi si va a piedi” .
Conclusione
Sono passati quarant'anni dalla chiusura delle miniere e ormai pochi sono i sopravvissuti. Nella nostra frazione erano rimasti in quattro, citati all’inizio del Capitolo. Si deve a loro se è stato possibile rivivere la stagione della miniera.

Pagina del libretto di lavoro del manovale Gino Rossi che documenta la sua temporanea assunzione nel 1960 e 1961 da parte della Cooperativa Minatori Operai di Lilliano - Campalli.




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FINE CAPITOLO V - MINIERE