CAPITOLO XI - COSE D’ALTRI TEMPI

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Serafino il barrocciaio
Serafino Petri aveva sposata Caterina Mori di S. Leonino e abitavano a Pontignano. Lei pensava alla casa e a rallevare i figlioli, lui si guadagnava da vivere facendo il barrocciaio. La differenza oltre che nel ruolo, stava anche nella statura e mentre Caterina era una donnona alta e grossa, lui era un omino quasi al di sotto della media e infatti lo chiamavano "Picciolino"; appena appena, gli arrivava alle pocce. Pareva proprio non fosse a sua misura il mondo che lo circondava, compreso il gigantesco cavallo da tiro con il suo enorme barroccio dalle alte stanghe che a Serafino doveva sembrare una presa di campo.
Dalla fornace della Scheggiola portava calcina e mattoni a tutti gli impresari. Transitava ogni tanto anche da Quercegrossa e si fermava a salutare i futuri parenti e rimaneva a pranzo. Si, perchè la figlia Anna si era fidanzata con Alessandro Mori e quindi non mancava mai di fare una visita in casa Mori. Poi, si sedeva su quel paracarro alla base dell'angolo del Palazzo, davanti all'osteria, e scambiava due chiacchiere con tutti, e molti si ricordano di quest'omino piccino con un grande barroccio.
Sembrava proprio nato per quella professione: non gli pesavano le lunghe giornate trascorse a cassetta con le briglie in mano. Come tutti i barrocciai conosceva le osterie di mezzo mondo e a suon di gottini rientrava a casa la sera sul calar del sole. Le più volte Serafino sonnecchiava ciondolando, anzi dormiva proprio alla guida, e il cavallo arrivava a casa da solo conoscendo bene la strada. Una sera la minestra fumante era già nei piatti e Serafino non veniva a cena. Caterina lo cercò: "Oh Serafino dov'è?" domandò in casa. Guardò dappertutto, poi chiese ai vicini se l'avevano visto, ma nessuno lo poteva vedere perché Serafino dormiva beatamente nel suo barroccio, come in una culla, protetto e nascosto alla vista, sognando un quartino di vino; Caterina imparò presto dove cercare Serafino quando non rincasava.
Negli ultimi tempi della sua attività aveva sostituito il cavallo con un ciuchino per dei trasporti meno importanti. Nella lunga salita di Quercia scendeva per aiutare e spronare lo stanco asinello, così come faceva nella salita dell’Arginano. Poi, passato l’Arginanino, si metteva a cassetta e approfittava della strada in piano per fare pranzo. Un pranzo da modesto barrocciaio: dal tascapane cavava un tozzo di pane, un cardino e del sale, e quello era il suo mangiare compresa l’immancabile sorsata di vino. Non aveva mai guadagnato molto Serafino, il quale aveva quattro figliole con un solo paio di scarpe buone, messe a turno la domenica per andare alla messa.
In un anno imprecisato del dopoguerra Serafino venne ricoverato all’ospedale di Siena per alcuni controlli e sembrava che tutto fosse risolto. La sera telefonò al posto pubblico e parlò con la moglie: “Domani mattina portami i panni che torno a casa”. Caterina glieli portò i panni, ma Serafino non ne aveva più bisogno. La notte, improvvisamente, aveva lasciato questo mondo ed era partito per l’ultimo, misterioso, viaggio.

Il mestiere del barrocciaio era molto importante per l’economia del tempo, prima dell’avvento dei motori, essendo il mezzo principale di trasporto di qualsiasi prodotto o materiale. Alcuni commercianti avevano alle loro dipendenze diversi barrocci di tutte le misure, ma la maggioranza, come Serafino Petri, lavoravano in proprio. Certi viaggi avevano l’atmosfera dell’avventura richiedendo molti giorni di tempo su strade spesso dissestate e rischiose. Le cronache ottocentesche riportano numerose aggressioni e furti ai conducenti di barrocci lungo la Val di Merse.
A memoria di Dedo e Armando Losi, Angiolino Betti di Castellina in Chianti, subito dopo guerra, lavorava per suo zio Tasselli, commerciante di maiali. Angiolino attaccava la cavalla al barroccio e partiva per Pistoia, carico di tre ceste di maialini lattoni. Era partito anche la sera tardi, viaggiando di notte e scaricato il carico ritornava a casa.
L'Ancilli di Poggibonsi commerciava il vino e col barroccio tirato dal cavallo lo portavano a Bologna, e fra andata e ritorno impiegava una settimana. Ma queste che già possono sembrare imprese, niente sono in confronto di quei viaggi ai primi dell’Ottocento fatti a Roma da un commerciante di Certaldo con due barrocci, o birocci, tirati da due muli ciascuno e due conducenti, attività da noi conosciuta a seguito di un fatto di cronaca a Porta Camollia. Dall’inventario di un barroccio sequestrato vediamo cosa si portavano dietro i conducenti nei lunghi viaggi di 8/10 giorni: stoie e funi diverse, un tortorio (un tipo di scalpello da legno), coperte di lana, un pastrano turchino, un cappello di feltro, un ombrello, un sacchetto, un paio di calzoni, una camicia, un paio di calze, un taglio di masolina (pezzo di stoffa mussolina da tende per coprire il carico o riparare il barrocciaio), due staffe, uncini e un ferro da mulo. In definitiva capi essenziali per uso personale e strumenti per il barroccio (da aggiungere i vestiti indossati, la frusta e il coltello in tasca). Lungo la strada osterie e locande non mancavano.



Muratori
Il Cillo, soprannome di Cesare Olmastroni, nonno di Cesare famoso pittore di Fonterutoli, era il muratore attivo a Quercegrossa fino alla vigilia della Seconda guerra mondiale, ossia fino all’avvento di Dino Castagnini. Quest’ultimo abitava in Quercegrossa e dal 1936 costituì la sua ditta edile e da allora quasi tutti i lavori in paese vennero affidati a lui. Aveva imparato il mestiere facendo l’apprendistato con un certo Bellini, col quale apprese la professione anche il fratello Corrado. Dino, persona mite e paziente e di grande correttezza fu l’artefice per oltre quarant’anni di tanti lavori minori, ma anche di rilievo come la costruzione della villetta Castagnini - Edelweis, la casa del Brogi e il podere dei Poggioni. Si ricordano inoltre i numerosi interventi di restauro per i danni causati dalla guerra, i lavori nei poderi Castellare, Molinuzzo, Gaggiola e la realizzazione del frantoio e del depuratore dei Mori. Ma la più importante attività della sua impresa si svolse per decenni al servizio dei Mulini Niccolai di Castellina in Chianti e in ultimo al restauro di diversi poderi trasformati in abitazione dalla proprietà straniera. Diversi operai di Quercegrossa furono alle sue dipendenze, lavorando come manovali per brevi o lunghi periodi in tempi di difficile occupazione: Spartaco Carletti, Vasco Volpini, Silvano Socci, Adelmo Finetti, Alfio Marchetti, Guido Brogi, Franco Starnini ecc. Fu per 50 anni socio della Banca di Monteriggioni alla quale ricorreva per finanziare la sua impresa. A cavallo della BSA e poi con la Seicento, Dino lavorò fino agli ultimi suoi anni, poi la ditta venne ereditata dal figlio Bernardino, il quale ne continuò l’attività per un decennio.

Mosche noiose
Il costruttore Cillo fece l'ampliamento delle case Mori davanti a Casagrande nel 1935/36. Alfredo Salvini, giovinetto, gli faceva da manovale. Alla pausa del pranzo, Cillo schiacciava sempre un pisolino sdraiandosi dove capitava. Il giovane Alfredo, attentissimo, gli scacciava le mosche per non farlo svegliare e così il tempo passava senza far niente. Poi alle quattro si destava e "Che ore so' ragazzo". "So’ le quattro". "Vai a lavà la pala che si fa festa".



Barbieri
La professione di barbiere era esercitata nelle campagne da persone che in pratica avevano altra occupazione principale e costituiva per loro un secondo lavoro per mettere qualche spicciolo in tasca. Infatti, in molte famiglie contadine e operaie c’era sempre qualcuno che faceva i capelli a tutti, parenti e amici, lavorando in casa. Raramente, se non nelle grandi occasioni, ci si serviva dei barbieri cittadini dove si spendeva, e inoltre c’era sempre il barbiere ambulante di passaggio che in qualche modo tagliava i capelli. A memoria d’uomo la prima bottega di barbiere a Quercegrossa venne aperta da Armido Taddei nel 1920.
Aveva incominciato da piccino a tagliare capelli e fare barbe, poi si era specializzato durante il servizio militare e una volta tornato aveva aperto bottega nel palazzo di Giotto, al piano terra, in piazza, dove rimase per ben 35 anni, ossia dal 1920 al 1955.

Giangio Carletti lavora nella sua bottega in piazza a Quercia. Un’ambiente semplice privo di inutili ornamenti, ma con l’essenziale per una modesta clientela. Aveva un piano di cristallo con sopra forbici, spazzole, rasoi, macchinette da capelli e brillantina. Due sedie girevoli col poggiatesta per lavorare e qualche sedia per l’attesa.

Da lui apprese la professione Angiolo Carletti che ereditò anche la bottega nella quale lavorò fino a vecchio.
La seconda bottega venne aperta all’angolo del palazzo Mori, proprio nella curva, da Arturo Furini certamente prima della seconda guerra, e la cedette intorno al 1955 a Egisto Francioni, il famoso “Capino”, come veniva chiamato per il suo lavoro.
Cose Un pezzo raro da Quercegrossa: copertina e interno di un calendarietto distribuito dal barbiere Egisto nell’anno 1958 alla sua clientela durante le feste natalizie. Quasi tutti i barbieri cittadini facevano similari stampe con l’immagini di famose attrici o belle donne in abiti scollacciati e gambe nude. I calendarietti erano profumati in elegante confezione con cordoncino e nappina.

Intorno al 1960 nuovo cambio di gestione e passa a Gino Mannini e anche lui vi effettua un’apertura limitata essendo un operaio agricolo.
Sono anni in cui la domenica mattina la bottega è affollata con i clienti in attesa seduti nelle 6/7 sedie addossate alla parete con un tavolino sul quale si possono vedere alcune riviste che vanno per la maggiore e tipiche delle botteghe dei barbieri come Oggi, Gente, Le Ore e Grand Hotel. L’aria è impregnata di profumo di brillantina e di borotalco col quale il barbiere con una peretta spruzza il collo del cliente a lavoro finito. Notoriamente la bottega era un centro di chiacchiere che si sprecavano, ma tutto avveniva in una rilassata atmosfera di rispettoso silenzio.
Alla morte di Gino, nel 1968, tutta l’attrezzatura venne ceduta dalla moglie Ida ad un giovane di Passeggeri, Francesco Innocenti, che non essendo molto pratico cessò quasi subito l’attività, rilevata da Giuseppe Pianigiani, ma anche lui inesperto durò poco e così la bottega chiuse i battenti. Vi rimase soltanto il Carletti con i suoi affezionati clienti, ma ormai la stragrande maggioranza degli uomini si serviva a Siena. Fino a quegli anni era tradizione nelle famiglie per le feste di Natale fare i capelli a tutti i ragazzi di casa, altrimenti era quasi uno scandalo: "E' Natale e non s'è fatto i capelli!”. Solitamente queste due botteghe aprivano il giovedì sera, il sabato sera e la domenica mattina, ma spesso anche gli altri giorni sempre la sera dopo il lavoro e dopo cena, e se c’era gente il barbiere restava in bottega anche fin dopo la mezzanotte.

Il dito in bocca
Il Mosca si recava regolarmente alla bottega in piazza, da Armido Taddei, a farsi la barba. La vecchiaia però gli aveva smagrito la faccia e le sue gote erano particolarmente infossate tanto da non consentire al rasoio di ben lavorare. Ma Armido aveva il suo rimedio: “Apra la bocca”, e il Mosca ormai abituato non se lo faceva ripetere. Il grosso dito indice di Armido gli entrava in bocca, e dall’interno col polpastrello sollevava la pelle della guancia che veniva così rasata come si doveva.
Spartaco Carletti, il figliolo di Angiolo, rammenta che “Quando il Mosca veniva di giorno a farsi la barba e il babbo non c'era gliela facevo io con il rasoio, e anche i capelli, ma non mi riusciva tanto bene”.



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