CAPITOLO XI - COSE D’ALTRI TEMPI

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Introduzione
"Cose d'altri tempi" è il secondo tomo del secondo volume di “Quercegrossa - Ricordi e memorie” e corrisponde all’XI capitolo della raccolta. Esso comprende molti argomenti di natura diversa che non hanno trovato collocazione negli altri capitoli; argomenti che in un certo modo vivono di vita propria. Il testo si propone per una lettura piacevole e al tempo stesso accattivante per i simpatici racconti illustranti singolari aspetti comportamentali individuali e collettivi del paese, integrati, naturalmente, con quelli più significativi del costume, dei mestieri e delle consuetudini civili e religiose della vecchia Quercegrossa. Molti di questi “souvenir” ci incantano ancora per la loro amenità, supportati da quel misterioso fascino del passato, e narrati con trasporto e ricchezza di particolari in ogni veglia. Da quest’insieme esce prepotentemente e si manifesta genuina la vera anima e lo specchio di una società ripresa nel suo intimo vivere quotidiano impostato su convenzionali e consolidati usi e costumi e su affermati valori morali. In questa tenace eredità culturale si distinguono, tra i tanti aspetti, ancora gli antichissimi riti e scongiuri praticati per accattivarsi attraverso la divinità, o il sacro, le forze oscure della natura, ereditati dal mondo pagano, e ancora sopravvivono pratiche tra il naturale e il magico, usate per vincere malattie e sofferenze. Tutto ciò non solo trova piena adesione nella gente di Quercegrossa, fino a quando sopravvive la cultura contadina, ma al tempo stesso si evidenzia una forte volontà nei vecchi abitanti delle nostre campagne di accettare totalmente senza remore e tramandare, attraverso il loro ripetersi, questa eredità di usi e costumi, oggi considerati ingenui e sostanzialmente inutili.
Dalla lettura di queste pagine emerge al contempo un’altra grande qualità della gente di allora, ossia il vivere in buona armonia, amicizia e fiducia, salvo le naturali eccezioni, i quotidiani rapporti interpersonali e interfamiliari lontano dall’ipocrisia e dall’invidia (d’altronde c’era poco da invidiare) e, quando occorreva, nella reciproca solidarietà. Rapporti dettati da una secolare affinità sociale, con convenienti pratiche operative di collaborazione. Queste tradizionali esperienze di vita condivisa trovano riscontro nelle diffuse e continue visite, nell’assistenza e negli incontri tra famiglie, delle quali c’è rimasta memoria nelle famose “veglie” serali, come pure nel lavoro “tutti insieme” all’aperto, sia esso il ricamo lungo una strada o sull’aia a sfogliare granturco o nel bosco alla ricerca di legna, nel vantaggioso scambio per i lavori agricoli, nei ritrovi festivi del dopopranzo, nelle merende, nelle passeggiate, al pallinaio, nelle partite a carte, veri momenti di socialità, di amicizia e anche di pettegolezzo.
In ogni tempo e in ogni popolo, insieme alla gran massa di individui ai quali è stata riservata un'esistenza normalissima vissuta senza lampi e bagliori, sono convissuti alcuni personaggi i quali si sono distinti nel comportamento evidenziando certe peculiarità della loro condizione, del loro carattere e della loro personalità. Gente normale e seria, intendiamoci, ma già il ricordarli è come riconoscergli di aver espresso qualcosa in più rispetto agli altri. Qualcosa che li ha distinti e per la quale sono passati alla storia, alla piccola storia di Quercegrossa che non li ha dimenticati tramandando la loro occasionale vicissitudine o l’avventura che li ha resi celebri per un giorno, oppure per essere riusciti a dare un tocco di colore alla grigia esistenza quotidiana o, infine, per l'originalità di come hanno impostato la loro intera vita.
Inserisco, inoltre, in questo contesto multicolore, anche tutte quelle voci riguardanti la partecipazione popolare, sia individuale sia collettiva, alla vita religiosa della Comunità parrocchiale: sacramenti, feste e culto in generale, vissuto in tutte le sue manifestazioni. Ritengo giustificato separarle dalla storia religiosa della parrocchia, di contenuto più specificatamente storiografico, per valorizzare quegli aspetti di sentita partecipazione cristiana, vissuti con atti e gesti singolari molti dei quali ormai superati o modificati sensibilmente, e quindi legittimamente appartenenti a questo capitolo di “Cose d’altri tempi”. Infatti, la società italiana fino agli anni Sessanta del Novecento si presentava fortemente impregnata di cattolicesimo e tutti i riti di iniziazione cattolica e dell'età adulta scandivano la vita degli italiani, quasi nessuno escluso. Riti che, in un passaggio graduato, portavano alla crescita spirituale e morale del singolo, e l'accettazione di essi da parte delle famiglie o dei singoli era generalizzato e pochi si sottraevano. Non mancarono in ogni epoca gli spiriti indipendenti e ribelli, i quali tentarono di sottrarsi in qualche modo alle regole generali da loro avversate apertamente, oppure padri di famiglia praticanti stancamente e saltuariamente la loro religiosità, ma per i sacramenti dei piccoli furono poche le eccezioni e chi vi venne escluso, per scelta dei genitori, era additato da tutti come reprobo, in particolare nelle campagne. Certamente il periodo post bellico dei primi anni Cinquanta con il diffondersi dell’ideologia comunista e la lotta contadina, allontanò per sempre intere famiglie dalla Chiesa, ma nonostante ciò quasi tutti continuarono a far battezzare i loro figlioli e ammettere i ragazzi ai sacramenti della Cresima e della Comunione. Ognuno di questi riti sacramentali aveva le sue norme, consolidate da secoli avendo mantenuto intatto il loro patrimonio di tradizioni e di simbolismi, norme modificate o addirittura scomparse a seguito del cambiamento portato dal Concilio Vaticano II. In questa ansia di rinnovamento religioso, al quale si accompagnava lo sviluppo economico nazionale e un aumentato benessere personale, svanirono come d’incanto tante secondarie pratiche, ossia venne meno tutto un sistema di riti, preghiere e benedizioni che scandivano, di fatto, il quotidiano, dove a detta di una vecchia contadina “le cose religiose si adopravano tanto”.
Accanto a tutte quelle attività collegate alla produzione agricola dei contadini come il mugnaio, il fabbro ecc., ve ne erano altre inserite nel territorio in maniera permanente o stagionale, e che con la loro specifica professionalità soddisfacevano il quadro delle esigenze di una società semplice, ma organizzata. Tutte queste attività lavorative erano naturalmente finalizzate alla ricerca di un reddito o a una integrazione di esso, e mentre alcune erano dirette ad una forma di modesta produzione artigianale o attività di trasformazione, altre miravano a soddisfare le necessità delle persone e ai servizi in genere. Nella prima categoria di mestieranti si possono inquadrare il boscaiolo e il segantino, il fornaciaio, il muratore, il falegname, mentre tra quelle rivolte ai servizi delle persone si trovavano barbieri, sarte, lavandaie, servette, filatrici, bottegai e appaltini, venditori ambulanti, postini, maestre, dottori, levatrici e altri. Mentre la specializzazione esisteva solo per certe categorie, per la gran massa di operai generici e donne poteva andar bene ogni lavoro recante frutto. Quindi si poteva essere boscaiolo, falegname, stradino, fornaciaio, barbiere, imboccatore, trattorista, fabbro e colono o sarta, domestica, filatrice e lavandaia nello stesso tempo senza pregiudizio per la qualità del lavoro. Alcune di queste occupazioni venivano svolte in contemporanea ad altre e a stagioni diverse corrispondevano occupazioni diverse. Per esempio il barbiere di campagna era un operaio agricolo o un contadino. Egli serviva i suoi clienti in bottega, quando l'aveva, o in casa, a metà e nei fine settimana. Il lavoro di cucitura e confezione di vestiti era lasciato prevalentemente alle donne, le quali fin da bambine frequentavano le abitazioni delle sarte per imparare il mestiere, praticato poi insieme a tutte le occupazioni tipiche di una casalinga. Difficilmente erano contadine, in genere erano donne di salariati e artigiani. Se non sarte, molte donne contadine erano filandaie o filatrici, allieve delle nonne. Esse svolgevano l'attività di filatrici al telaio, tenuto in una stanza di casa, confezionando ogni tipo di capo da abbigliamento, come pantaloni, camicie, giubbini ecc., o di tessuti di servizio, come lenzuoli e asciugamani, in un completo ciclo produttivo passando dalla semina del lino alla tosatura delle pecore, dalla realizzazione del filato alla cucitura. Lavoravano per la famiglia e poteva capitare di confezionare anche per altri o di concedere in uso il telaio. Da non dimenticare, inoltre, tra le occupazioni femminili, il fenomeno abbastanza rilevante del “servizio” prestato presso famiglie benestanti del paese, di Siena e anche di città più lontane; non c’era quasi famiglia colonica o artigianale senza una componente a servizio da qualche parte per breve o lungo tempo. Certamente la totalità erano donne, le famose “servette”, ma non mancavano eccezioni come il mi’ zio Guido Rossi, a servizio prima a Siena poi a Roma. Il mestiere di calzolaio, invece, per il quale si poteva supporre una specializzazione, era si eseguito da professionisti, in genere ambulanti, ma con una sede fissa che poteva essere l'abitazione o la bottega, ma era praticato anche a tempo perso da altre persone sia contadini sia operai, i quali imbullettavano per casa o per i vicini in cambio di pochi centesimi o prodotti in natura. Non parliamo poi della professione medica dove accanto al dottore, del quale spesso si faceva a meno, prosperava una moltitudine di guaritori e medicastri più o meno famosi. Un altro lampante esempio di integrazione del reddito è quello dei minatori di Lilliano, i quali al termine del loro turno si spandevano nei poderi aiutando i contadini nelle più disparate mansioni, oppure si appoggiavano a qualche artigiano. Se non arrivava la levatrice c'era sempre qualche massaia esperta che sopperiva, e se non c'era il prete ci pensava la levatrice a battezzare in imminenza di pericolo. E se non c'era la scuola ci pensava il curato o qualche giovane del paese. E così via. Era una società in conclusione versatile, dove tutti potevano e sapevano far tutto o quasi. All'occupazione principale si accompagnava una continua ricerca di lavoro extra, coll'intento di disporre di qualche lira in più per far fronte a tutte quelle spese indispensabili alle quali non si poteva sfuggire, o a quelle più voluttuarie come il curare la propria persona per le donne e i piccoli vizi per gli uomini. C'erano le ore serali nelle quali i nostri nonni, siano stati contadini, salariati o altro, godevano di tempo libero e allora si riposavano dalle loro fatiche e tanti lo facevano dedicandosi al gioco, unico svago di quei tempi. Il dopocena e i giorni festivi osterie, pallinai e spazi aperti erano affollati da avventori che si cimentavano in una molteplicità di attività ricreative frequentate tassativamente solo dagli uomini, essendo le donne ancora vincolate al loro ruolo di casalinghe e mamme: ragazzi e fanciulle erano dediti a giochi da tavolo e a quelli più tradizionali all'aria aperta.
Senza andar troppo a ritroso nel tempo, troviamo l'adulto assiduo a una varietà di passatempi praticati generalmente in compagnia, spesso numerosa e chiassosa, ai tavoli dell'osteria o nei polverosi pallinai a far correre palline e druzzole o scivolare piaccelle. Dai ricordi degli anziani emergono tre passioni principali delle quali due di vecchia data, il pallinaio e le carte, mentre il biliardo ha fatto la sua comparsa a Quercegrossa soltanto a metà degli anni Trenta del Novecento. Il primo ambiente ad ospitare il gioco organizzato è stato naturalmente l'osteria, ma, mentre non sappiamo niente del periodo precedente la prima guerra mondiale, vediamo con l'avvento dei Brogi nel 1922 e l'aumento della popolazione del paese, prendere consistenza e aumentare la frequenza serale dell'osteria, con punte di massiccia partecipazione il giovedì e i festivi. Certamente non mancarono gli amanti del focolare, i quali, snobbando ogni iniziativa e tutto ciò che riguardava la bottega con le carte, il ballo e altri passatempi, vissero una vita serale riservata, restando a vegliare nelle proprie abitazioni, e trascorrendo specialmente nei mesi invernali, il dopo cena sul canto del fuoco fumando placidamente la pipa o il sigaro, andando a letto presto per affrontare la levata della mattina. L’avvento del cinema e della televisione modificò parzialmente il comportamento di alcuni, ma per i patiti del gioco, i tavoli del bar o il pallinaio rimasero ancora per molto tempo i passatempo preferiti.
Tra le opportunità del tempo libero offerte alle vecchie generazioni, oltre al gioco, è da rammentare il ballo che rappresentava per la gioventù, e soprattutto per le donne, uno dei momenti di divertimento più attesi e più frequentati delle feste e del carnevale.
In conclusione, un passato profondamente dissimile dall’oggi, sia nell’esperienza personale, anche la minima, sia nella vita sociale collettiva del paese, non può essere ignorato nè trascurato, anzi deve essere proposto nella sua assoluta genuinità, ed è proprio dal secondario, dal marginale, che spesso si acquisisce la conoscenza culturale di un popolo. Spero di riuscire a farne apprezzare gli elementi fondanti e l'originalità, cercando nello stesso tempo di far cogliere in pieno la totale diversità ambientale, sociale e psicologica di uomini e donne di quei lontani decenni.
Detto questo non c'è migliore esempio che andare a vedere cosa accadeva in quegli anni remoti del Novecento e dei secoli passati quando i nostri poderi erano abitati, la strada principale era sterrata, le donne portavano le gonne e si viveva a stretto contatto con la natura. Nel raccontar ciò abbandono il criterio schematico e cronologico degli altri capitoli per proporre temi e soggetti in ordine sparso, immaginando idealmente una giornata qualsiasi dove si incontrano persone e si assiste a fatti paesani in un grande racconto di vita che denota esperienze desuete e forse quasi incomprensibili per l’uomo tecnologico.




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