- LA PESTE NERA -
Trasmissione dell'infezione e quadro clinico
a cura del dott. Fabrizio Gabrielli



Per capire i sintomi della malattia descritti già nel VI secolo da Procopio è indispensabile un breve excursus sulla fisiopatologia della peste. La malattia è provocata dal bacillo della peste, Pasteurella Pestis, scoperto da Alexandre Yersin nel 1894 durante un'epidemia a Hong Kong. L'agente patogeno si annida principalmente in piccoli roditori, soprattutto nei ratti che vengono infettati in modo omologo, cioè da appartenenti alla propria specie già infetti, attraverso il morso (la "puntura") della pulce dei ratti o della pulce della peste. Se la pulce dei ratti va a colpire il ratto delle chiaviche, la peste rimane con una certa probabilità endemica, cioè compare soltanto qua e là a intervalli irregolari, senza sviluppare una vera epidemia. Se invece la pulce va a infettare il ratto comune, l'agente patogeno arriva moltiplicato (si può addirittura dire in massa), nei luoghi di insediamento umano, nelle case, nei magazzini, nelle cantine ma anche nelle stive delle navi. Dal momento che la pulce del ratto ha potere patogeno non solo per il ratto stesso ma anche per l'uomo, sussiste il pericolo di vita per la popolazione. La trasmissione dell'agente patogeno dal ratto comune all'uomo dà luogo all'epidemia che si diffonde per lo più partendo dalle città, dai porti e dai villaggi più grandi. Purtroppo anche la pulce dell'uomo trasmette il bacillo della peste, cosicché il crescente numero di contagiati tra la popolazione innesca inevitabilmente un meccanismo di infezione omologa da uomo a uomo facendo salire la mortalità.

Il modo esatto in cui l'infezione si trasmette fu chiarito nel 1897. Nelle pulci infettate un tappo di bacilli e sangue blocca il proventricolo, una piccola sacca dell'esofago. Durante la "puntura" o morso questo tappo di sangue estremamente purulento viene rigurgitato e gettato nell'orifizio della puntura, cioè nel circolo sanguigno del ratto o dell'uomo. È anche possibile che l'infezione venga trasmessa attraverso gli escrementi della pulce che in caso di forte prurito, soprattutto in presenza di un'infestazione di pulci dell'uomo, penetrano nella pelle in seguito allo sfregamento o arrivano nel circolo sanguigno dell'ospite attraverso ferite aperte ed eczemi.

Pulce della peste


Soprattutto dopo la morte di ratti e roditori infetti le pulci della peste si trasferiscono in massa sull'uomo. Equini, ovini, bovini e cammelli vengono evidentemente evitati dalla pulce del ratto o dell'uomo, con la conseguenza che questi animali contraggono la malattia estremamente di rado, mentre le pulci dei cani e dei gatti, che sono ugualmente in causa quali portatrici dell'infezione, rimangono generalmente annidate nella pelliccia di cani e gatti. Nel complesso l'uomo è una delle circa 370 potenziali specie di ospiti delle quali la maggioranza ha, rispetto ai roditori, un ruolo secondario nella trasmissione della peste. L'infezione è tuttavia favorita dal fatto che le pulci sopravvivono circa trenta giorni anche in assenza di simbiosi con un animale che le ospiti e durante questo periodo possono senz'altro colpire l'uomo attraverso vestiti, stracci, giacigli e fessure. Al di sotto dei dieci gradi centigradi la pulce cade in uno stato di rigidità. Questa è dunque la ragione per cui in inverno o in presenza di temperature più rigide la peste si diffonde più lentamente.

Il bacillo della peste provoca l'infezione non solo attraverso il morso della pulce, lo sfregamento o lesioni cutanee ma anche attraverso la cavità rinofaringea (com'era già successo nel Medioevo per la lebbra). In linea generale si conoscono dunque due vie di trasmissione del contagio: attraverso la pelle e attraverso i polmoni. L'infezione contratta per via cutanea, nel modo "classico", ossia attraverso il morso della pulce, porta normalmente alla peste bubbonica. Dopo un periodo di incubazione, variabile da uno a sei giorni, nel punto in cui è avvenuto il morso, si forma una necrosi, che si colora di un blu tendente al nero. Due o tre giorni dopo, nella regione interessata, si ha un rigonfiamento dei linfonodi e una possibile conseguente purulenza. Dopo circa una settimana, tra violenti mal di testa, intontimento, attacchi febbrili e spossatezza generale si ha un lento miglioramento o il cedimento della barriera linfatica e gli agenti patogeni arrivano quindi nel circolo sanguigno.

La successiva setticemia ha come conseguenza, nella quasi totalità dei casi, la morte. Nel caso in cui non si instauri l'infezione setticemica, si osservano, quali segni tipici, pustole persistenti, diffuse tumefazioni dei gangli linfatici (i cosiddetti "bubboni pestosi"), petecchie, disturbi digestivi, vertigini, allucinazioni e manifestazioni di delirio. In qualunque momento può ancora sopraggiungere la morte in seguito a delirio e coma. Se il ganglio primariamente infettato o i linfonodi relativi sono situati in profondità, il paziente può morire senza sintomi esterni visibili. Se un ascesso lede il tessuto polmonare è inoltre possibile un coinvolgimento secondario dei polmoni i cui sintomi corrispondono a quelli dell'infezione primaria. L'esito è praticamente sempre mortale.

Bacillo della peste, Pasteurella Pestis

La forma più estremamente pericolosa di peste polmonare primaria, che come il raffreddore e l'influenza viene trasmessa attraverso la cavità rinofaringea, cioè per "via aerea", ha un periodo di incubazione di uno, due giorni ed è caratterizzata da ansia, emottisi, affanno cui segue l'asfissia, conseguenza di una paralisi dei nervi e della distruzione del tessuto polmonare. Conduce quasi sempre alla morte. In certi casi la fine può sopraggiungere già dopo poche ore. Boccaccio riferì nel Decamerone di giovani nel pieno del vigore che la mattina si compiacevano ancora della propria salute e "la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenaron con li lor passati!" (Decamerone, Introduzione alla Prima Giornata). Tuttavia una morte così rapida rappresentava un'eccezione. Normalmente subentrava dopo uno o due giorni. Come si è già accennato, la peste bubbonica e la peste polmonare rappresentano soltanto due differenti forme di decorso della stessa malattia. In ogni momento la peste bubbonica poteva trasformarsi nella più pericolosa peste polmonare. Non avrebbe senso spiegare la forma di decorso più innocua di un'epidemia epocale con l'isolata comparsa della peste bubbonica. In individui indeboliti, neonati o anziani bisognava tener sempre in conto che i polmoni potevano essere colpiti in ogni momento!

Nel 1365, Guy de Chauliac, medico personale di tre papi e del re di Francia, distingueva in modo puramente empirico, senza ovviamente indagarne le cause, la peste polmonare dalla peste bubbonica. Nella Chirurgia Magna di Guy si legge:


"La malattia durò [ad Avignone, n.d.r.] sette mesi. Due erano le forme. La prima durò due mesi e fu caratterizzata da febbre persistente ed emottisi e la morte sopraggiungeva entro tre giorni. La seconda durò a lungo, anche questa con febbre persistente e fu caratterizzata dalla formazione sulla pelle di pustole e bubboni, in particolar modo nelle regioni ascellari ed inguinali. Se ne moriva dopo cinque giorni".



Ovviamente, in entrambi i casi, la malattia aveva una durata variabile e ci furono anche alcuni che sopravvissero alla peste bubbonica. In coloro che erano sopravvissuti fu descritta già nel XIV secolo una relativa immunità, cioè, per meglio dire, un'immunità limitata a un determinato arco temporale. La prognosi, alla fine, dipendeva dalla funzionalità delle barriere dei linfonodi. Se queste venivano infrante l'esito mortale era probabile. La peste polmonare era dunque così pericolosa proprio perché questa barriera protettiva era eliminata fin dall'inizio. L'agente patogeno arrivava direttamente nel sangue attraverso gli alveoli polmonari.

I già citati ratti delle chiaviche fecero la loro massiccia comparsa in Europa solamente nel corso del XVII secolo e dunque al tempo della peste nera non ebbero alcun ruolo come fattori frenanti dell'epidemia. Al contrario del ratto comune, abbandonavano dopo poco tempo città, villaggi e altri tipi di insediamenti e proprio con questa loro grande mobilità impedivano che l'epidemia si diffondesse in modo esplosivo. Probabilmente il ritiro della peste dall'Europa del XVIII secolo è effettivamente dovuto a una relativa maggior presenza di ratti di questa specie e alla diminuzione dei ratti comuni. Come dimostrato dalla storia della peste a partire dal 1348, l'apogeo dell'epidemia si raggiungeva quasi sempre durante l'autunno perché i ratti comuni si riproducevano alla fine dell'estate e le pulci dei ratti all'inizio dell'autunno. Gli inverni freddi rappresentavano un ostacolo per le grandi epidemie, ma con la primavera sopraggiungeva una seconda ondata, quando i ratti infettati, "punti" dalle pulci risvegliatesi dopo la rigidità invernale, morivano in massa e la pulce, in assenza di ospiti adatti tra i roditori, spinta dalla necessità si trasferiva sull'uomo. Oggi conosciamo con precisione l'azione dell'agente patogeno della peste su di un organismo umano e animale.

Dolori insopportabili fanno parte del quadro clinico della peste e caratterizzano lo stadio finale di setticemia. Il modo in cui l'infezione si diffonde non è ancora oggi chiarito in tutti i suoi dettagli per cui, ad esempio, appare inspiegabile l'assenza di grandi epidemie nelle zone ad alta densità di popolazione del Terzo Mondo.

- Introduzione -

- Origine e diffusione -

- Teorie sulla peste nel tardo medioevo -

- Conclusioni -

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