- PAPA CLEMENTE VII (Giulio de' Medici) -
a cura del dott. Fabrizio Gabrielli



Giulio de' Medici nacque a Firenze nel 1478. Era figlio illegittimo di Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico, assassinato in Duomo nel corso della celeberrima congiura dei Pazzi. Pertanto era cugino, perciò, di Leone X. Grazie alla "politica di famiglia" sempre perseguita dai Medici, la sua fortuna cominciò appunto con il pontificato del cugino Leone, il quale nel 1513 lo creava (dopo averne preventivamente fatto legittimare la nascita) arcivescovo di Firenze e cardinale. In virtù dell'appoggio di Leone X (e delle sue non comuni qualità) salì prestissimo a una posizione di rilievo, divenendo spesso ispiratore e consigliere della politica papale, specie quando si trattò, negli ultimi anni di Leone, di stipulare l'alleanza tra il pontefice e il nuovo Imperatore Carlo V. Sotto il breve pontificato di Adriano VI (1522-23), ultimo papa straniero prima di Giovanni Paolo II, la personalità di Giulio, vicecancelliere del papa, fu in un primo tempo messa in ombra dal suo avversario cardinale Soderini, ma dopo la scoperta delle trame politiche di costui con la Francia a insaputa del pontefice, il Medici non solo fu reintegrato nella sua carica, ma riguardato ormai come il futuro pontefice. Venne infatti eletto all'unanimità il 19 novembre 1523 e assunse il nome di Clemente VII.

Papa Clemente VII

Clemente saliva al pontificato in un periodo difficilissimo e travagliato per la Chiesa sotto ogni profilo, politico, temporale e spirituale. L'eredità che raccoglieva dai suoi predecessori era scottante. Più aperta che mai era la lotta tra Francia e Impero e l'Italia era allo stesso tempo teatro e posta della contesa. La riunificazione nelle mani dell'Imperatore delle corone di Spagna e Germania aveva creato in Italia una situazione precaria per lo Stato della Chiesa, rinchiuso ormai fra i domini imperiali a nord (ducato di Milano) e a sud (regno di Napoli). Tutta l'ultima politica di Leone X era stata condizionata da questa situazione di fatto e quindi dal bisogno di crearsi un sistema di alleanze e di equilibri che desse speranza di rompere il cerchio attorno alla Chiesa. D'altronde i due contendenti avevano interesse ad attirare alla loro parte il capo del potere spirituale e Roma era quindi oggetto di incessanti pressioni francesi e imperiali e sollecitata a schierarsi apertamente a fianco dell'uno o dell'altro. Adriano VI aveva cercato di destreggiarsi fra i due grandi perseguendo una politica di equidistanza: politica precaria, che i tempi comunque non tolleravano a lungo.

Anche gli Stati della Chiesa erano inquieti e il fermento regnava in molte città e in potenti famiglie e fazioni dell'opposizione. S'aggiunga, da ultimo, la grave situazione spirituale determinata dallo scoppio della Riforma in Germania: ormai da anni si discuteva dello scisma che avrebbe dato origine alla chiesa protestante (avvenuto nel 1517 sotto il papato di Leone X, con l'affissione da parte di Lutero delle celebri 95 tesi sulle indulgenze affisse sul portale della chiesa di Wittenberg). A Roma si studiavano provvedimenti e (contro)riforme: ma va detto che lo scisma tedesco non ebbe sul momento quel gran peso che si potrebbe credere nella politica papale, perché né i pontefici, né la curia e nessuno forse, in Italia, si rese esatto conto nei primi decenni di quello che stava accadendo in Germania. Si è detto che Clemente VII, pur con tutte le sue qualità, non ebbe l'abilità o il fiuto del cugino Leone; ma va anche detto che i tempi non erano più quelli. Cattolici o no, il rancore e i sentimenti di astio in Germania contro Roma erano si può dire generali: anni di predicazione ed evangelizzazione riformistica e di propaganda antiromana avevano ormai creato negli spiriti una disposizione che era impensabile solo 5 o 6 anni prima. Il sacco di Roma sarebbe forse parso inconcepibile solo pochi anni avanti, quando ancora tutta la Germania non era stata percorsa dalla ventata antiromana. La politica di Clemente non fu quindi solo conseguenza di indecisione o sfortuna: Clemente fu anche succube di eventi e cose più grandi di lui, troppo grandi perché egli potesse in qualche modo guidarli.

Clemente cercò in un primo tempo di seguire la politica di equidistanza del suo predecessore. Ma le pressioni sempre più forti e soprattutto la grave situazione di accerchiamento dello Stato pontificio, determinata dalla vittoria di Carlo V a Pavia, lo spinsero all'alleanza con la Francia: nel maggio 1526 fu stipulata la Lega Santa fra papato, la Francia, Milano e Venezia contro gli imperiali. Ma la Lega non funzionò e il papa si ritrovò praticamente solo di fronte all'Imperatore. Nello stesso anno, i Colonna, alleati di Carlo V, assalirono Roma e misero a sacco il quartiere vaticano, mentre il rappresentante imperiale a Roma imponeva a Clemente il ritiro degli aiuti militari alla Lega.

Intanto la situazione precipitava: il vicerè di Napoli avanzava con la flotta verso Roma, mentre dal Nord le fanatiche schiere dei lanzichenecchi si preparavano a marciare sulla città. Invano il papa continuava a invocare l'aiuto francese e della Lega. Roma fu assalita il 6 maggio 1527, presa e messa a sacco. Pare che Carlo V sapesse solo un mese più tardi dell'accaduto e comunque si affrettò a scagionarsi degli orrori compiuti. Ma resta il fatto che aveva permesso alle truppe di marciare sulla città.

Clemente, che si era ritirato in Castel Sant'Angelo, vi rimase sette mesi prigioniero, mentre Roma restava in balìa della soldataglia: alla fine, fu costretto a capitolare e dovette scendere a patti con l'Imperatore. La politica successiva di Clemente fu di progressivo avvicinamento all'Impero che si era ormai dimostrato l'unica potenza imbattibile. D'altra parte, fallita ormai la grande politica internazionale, restava vivissima in Clemente quella di protezione degli interessi familiari (cioè dei Medici), e Carlo gli aveva promesso la restaurazione dei Medici a Firenze, da dove erano stati nuovamente cacciati nel corso degli avvenimenti del 1527, e una decisa repressione dell'eresia luterana. A sancire i nuovi patti fra Carlo e Clemente vi fu l'incoronazione dell'Imperatore a Bologna da parte del papa nel 1530. Con quest'atto, si concludeva praticamente la lotta tra Francia e Impero per l'Italia. La Spagna s'installò nella penisola e per un secolo e mezzo ne restò padrona incontrastata.

Quanto alla situazione della Riforma, apparve ben presto chiaro che era ormai troppo tardi per correre ai ripari: il tempo perduto dal papa negli affari politici, la scarsa energia usata inizialmente nella lotta contro lo scisma e soprattutto il contrasto con l'Imperatore avevano favorito il diffondersi della Riforma luterana. I riformati erano ormai forti e quando si aprì la Dieta di Augusta nel 1530 tennero un atteggiamento che non nascose la decisa intenzione di non cedere. E quando Carlo V passò alle imposizioni, i prìncipi luterani si unirono nella Lega Smalcaldica, opponendoglisi e rifiutandogli aiuti per la guerra contro i Turchi, per cui Carlo, alle strette, dovette riconoscere lo stato di fatto e accettare una tregua.

Ormai, anche la politica religiosa del papa registrava crolli dappertutto: in Inghilterra lo scisma si diffondeva, e il contrasto che oppose Enrico VIII a Clemente sulla causa di divorzio da Caterina d'Aragona non fece che affrettare i tempi e facilitare il distacco da Roma: anche qui la politica di Clemente si dimostrò poco sagace e finì per alienare a Roma gran parte delle masse. La Danimarca e la Svezia si staccarono anch'esse, passando al luteranesimo. In Svizzera si diffondevano le idee di Zwingli. In Francia, Francesco I, sempre mirando ad attirare il papa contro l'Imperatore, minacciava uno scisma se Clemente non avesse aderito ai suoi programmi. Di un ravvicinamento con la Francia si vollero vedere indizi nel matrimonio celebrato dal papa in persona a Marsiglia, nel 1533, fra la nipote di Clemente, Caterina de' Medici, e il delfino Enrico. In mezzo a tutti questi eventi (vi s'aggiunsero i Turchi a far scorrerie sulle coste laziali) Clemente si spense a Roma il 25 novembre 1534.

Nonostante le calamità del suo pontificato, da buon Medici, Clemente VII non mancò di essere mecenate d'artisti e scienziati, fra cui Michelangelo, il Guicciardini, l'Aretino, il Firenzuola; e continuò, come i predecessori, ad abbellire il Vaticano.

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