Mangiagatte, forse per esorcizzare il suo soprannome, e il Gobbo Chiarini, quando avevano rispettivamente 13 e 15 anni, commisero insieme a loro coetanei una serie di piccole ruberie di generi alimentari.
Il primo addebito era riferito a un ”furto eseguito sul fine del Decembre 1789 di un Pampepato del peso di libbre quattro e dal valore di circa lire sei dalla spezieria del Sig. Domenico Niccoletti in via di Postierla”.
Il secondo al furto di un pezzo di sorra “dalla Pizzicheria di Federigo Azzurrini in questa Piazza Grande al Casato”.
Il terzo per aver portato via “una piccia di pane dalla bottega del panivendolo Lorenzo Pieralli alla Costarella”.
Il quarto perché “in una sera degl’ultimi giorni del carnevale passato rubasse dalla Pizzicheria Mastacchi in S.Martino un pezzo di Caviale”.
Il quinto per aver rubato “dal banco di Francesco Rossi treccolone in questa Piazza Grande il denaro che trovavasi nel cassetto del banco”.



Dal Campo alla galera il tragitto era breve. Le carceri infatti sino alla fine dell’Ottocento erano all’interno del Palazzo Pubblico. I fantini che venivano arrestati al termine della corsa, come accadde più volte fino alla prima metà dell’Ottocento, passavano direttamente dal vestito del fantino a quello del carcerato. La detenzione durava pochi giorni e spesso, come si intuisce dalle cronache, aveva soprattutto lo scopo di sottrarre all’ira dei contradaioli i colpevoli di comportamenti vietati dal Regolamento del Palio, ma non certo dal codice penale.
Ce ne offre un esempio l’arresto del Gobbo Chiarini al termine del Palio di luglio del 1818, che peraltro fu l’ultimo della sua lunga carriera. Correva nell’Oca e la sua colpa era stata quella di aver trattenuto alla mossa Ciccina, fantino della Chiocciola.



Tratto da FANTINI BRAVA GENTE di E.Giannelli, M.Picciafuochi, A.Ferrini e O.Papei - Betti Editore, Siena 2014


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