Un altro fantino nel 1799 fu processato per aver fatto un vero e proprio rifornimento di vestiario. Si trattava di Polpettino: “contro Francesco di Luigi Sucini di mestiere manuale, nativo, et abitante in Siena processato a querela di Giovanni Fabrini stato Ispettore di Polizia di questa Città, allorché esisteva il Governo Francese, perché nel dì 31 del prossimo passato mese di Maggio essendo stata smurata una ferrata di una stanza a pian terreno esistente nella casa di Salvator Bernardi condotta dal Sacerdote Alessandro Barbetti Curato di S.Regina in queste masse, ed ivi introdottosi il ladro, o ladri mediante una tal apertura rubassero, e portassero via dalla medesima con avere aperto internamente l’uscio assicurato per mezzo di pestio, il quale dà adito alla suddetta stanza una cassa serrata a chiave con entro una tonaca di stametto nero, un ferrajuolo di panno nero, una giubba di Moer nero e suo ferrajolino simile, un paro di scarpe di marrocchino nero, un bàtulo, un cappello di seta nero, una berretta, un fazzoletto bianco ed una vacchetta, ossia registro delle Messe celebrate pella Cappella del Transito di S.Giuseppe, il tutto della qualità e del valore a senso del derubato di Scudi trenta”. Per fortuna di Polpettino dagli atti del processo non emerse la sua colpevolezza e fu quindi assolto.
Era trascorso poco più di un mese quando Polpettino fu di nuovo processato. La notte del 4 luglio la bottega di Perla vedova Cipriani, israelita, posta in Pantaneto, subì un furto di “panni da vestire, biancheria e degli argenti”, da parte di ladri che vi entrarono dopo aver praticato un foro in una parete e il lanino Francesco Sucini fu individuato come uno degli autori del furto.
Lo stesso Polpettino nei giorni seguenti vendé ad Antonio Morandi, mugnaio, abitante fuori della Porta Pispini, e a Giuseppe Brecchi, mugnaio al Bozzone, alcune stoffe di sospetta provenienza.
Nel corso del processo che seguì venne interrogato, in veste di testimone, anche Filippo Rossi che asserì di lavorare al mulino dei Due Ponti insieme a Filippo Felloni.

È questo un processo in cui compaiono, con ruoli diversi, fantini e loro congiunti in un groviglio di cognomi, soprannomi e parentele che evidenzia un fenomeno, non certo esclusivo di quel periodo storico, nel quale tuttavia appare particolarmente accentuato. Ci riferiamo all’intreccio di legami familiari tra i fantini che correvano il Palio. Francesco Sucini, entrato nella storia del Palio con il soprannome di Polpettino, ma conosciuto dai suoi contemporanei come Borsone, era figlio del celebre Nacche, vincitore di otto Palii.

Due personaggi della vicenda sopra narrata, il 14 febbraio 1800, furono protagonisti di un altro episodio di furto: Antonio Morandi detto Gistri Mugnaio in veste di derubato e Polpettino in veste di presunto ladro.
“Antonio Morandi Mugnaio al Mulino detto della Sapienza fuori la Porta Pispini referisce come la mattina del dì dodici del corrente mese gli fù portato via dalla sua casa braccia cinque e mezzo panno blù di lire undici il braccio che tanto pagò all’Ebreo Castelli più un coltello colla manica d’argento, e due camice nuove di panno canapino, che una cucita, e l’altra senza cucire, quali cose tutte erano in una cassa nella sua camera, della valuta il coltello e le camice di lire venti. Referse ancora come l’autore di questo furto è stato un certo Xaverio Saladini in compagnia di un certo Francesco Socini detto Borsone, i quali furono incontrati da se referente, e da Gaetano N. suo garzone per la strada del Nicchio fuori la Porta Pispini, referse finalmente come il ladro, o ladri per commettere questo furto si introdussero dalla capanna, ove è una piccola buca, che mette nella stalla, e che è capace di ricevere un uomo, e per mezzo di questa essendo scesi nella stalla, e da questa introdottisi nel mulino, e dal mulino nella camera, commessero il detto furto.
Referisce inoltre, come avendo esso referente trovato detto Francesco Socini detto Borsone, richiese il medesimo della restituzione delle robe involategli ma il medesimo costantemente asserì di non essere entrato nella di lui casa, ma che per altro sapeva chi era stato il ladro, e ove era la roba, ed avendolo esso referente richiesto, chi era il ladro, ed ove era la roba rubata, detto Socini gli disse, che il ladro era stato il Saladini suddetto, e che fosse andato con esso, che averebbe riavuto la sua roba: infatti essendo andato col detto Borsone, nella strada del Bruco alla casa di Maddalena Antichi gli scese Borsone il coltello colla manica d’argento, e dipoi essendo dalla Porta Ovile lo condusse fino dietro al Torrione di Porta Pispini, ove scavò dai sassi, docci e terra il suddetto panno statogli involato”.
Una costante nei furti commessi o attribuiti a Polpettino è la presenza nella refurtiva di stoffe, tessuti e capi di abbigliamento di ogni genere, dalle tonache alle camicie, alle giubbe, ai cappelli. Finalmente nell’anno 1800 riuscì a impossessarsi, senza il rischio di finire in Tribunale, di un indumento particolarmente prezioso e fu il cappotto che conquistò in Piazza del Campo vincendo di luglio nell’Istrice e d’agosto nella Tartuca.



Tratto da FANTINI BRAVA GENTE di E.Giannelli, M.Picciafuochi, A.Ferrini e O.Papei - Betti Editore, Siena 2014


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