Del reato di ingiurie si resero colpevoli in tempi diversi contro la stessa persona Agostino Tanzini detto Gosto e Giovanni Simoncini detto Belloccio.

Il 18 marzo 1827 il venticinquenne Tanzini, “pollarolo coniugato senza figli”, nativo di S.Polo in Chianti, ma domiciliato in Siena, “si era fatto lecito scagliare addosso all’ebreo Isacar Gallichi una torsolata di cavolo nell’atto che voltava la cantonata di S.Martino”. Tratto in arresto, il Tanzini “invece di mostrar pentimento della commessa insolenza ebbe la temerarietà d’insultare lo stesso famiglio col dirle: non fate più il birro, ma la spia!”.
Purtroppo l'episodio non si concluse con il fermo del Tanzini, ma ebbe conseguenze più dolorose. Infatti bisogna sapere che “la debolezza delle potenze intellettuali delle quali è affetto Isacar Gallichi Israelita lo porta ad aver a male ove venga distinto col nomignolo di Schizza ed in tal circostanza s’infuria, e si avventa alla vita del primo che trova facendoli delle minacce”. In quell'occasione accadde che il Gallichi, dopo aver dato al Tanzini del “Cristianaccio cane”, si imbatté in un certo Cianferotti che sanzionò la reazione scomposta dell'ebreo, rifilandogli dei pugni che gli causarono, come da referto medico, la rottura di un dente canino e di un incisivo.

Pochi mesi dopo, l’11 settembre, lo stesso Gallichi, memore dei pugni ricevuti dal Cianferotti, reagì diversamente, anzi non reagì affatto agli insulti di Belloccio. La descrizione dei fatti rilasciata dal Capitano del Bargello di Siena sembra la sceneggiatura di un film a tratti comico, a tratti patetico e amaro, in cui tutti i personaggi sono prototipi nel loro ruolo. “Ieri verso le ore cinque pomeridiane, essendosi trovato in bisogno il noto Ebreo Isacar Gallichi, di passare di banchi, e dirigersi secondo l’usato alla volta di Beccheria vecchia si fece ardito un certo Giovanni, volgarmente chiamato Belloccio, miserabile facchino di questa città, molestando col solito epiteto di Schizza, e indi perseguitando fino in prossimità della costarella, col darli dei calci, e gettarle addosso dei torzoli, sebbene Egli non l’avesse per niente offeso ed anzi facesse uso di prudenza, per non andar soggetto a delle tumultuarie pubblicità. Osservatesi tali insolenze, contrarie alla carità del prossimo, dal Sacerdote Don Adriano Rossi Cappellano della Cattedrale, credé opportuno di avvertire il Simoncini, a lasciar in pace, chi non le dava fastidio, ed Egli invece di profittare del cristiano consiglio, si fece lecito di mancare di rispetto al predetto Sacerdote, col dirle delle ingiurie, e anche di minacciarlo con pubblico scandalo”.
Pertanto, “attesoché troppo frequentemente si è reso questo contegno insultante verso il disgraziato Israelita Gallichi, che non ha altro debito che d’essere debole di mente, condanna Giovanni Simoncini in otto giorni di carcere e nelle spese del giudizio”.
Due anni dopo un’assai più grave sentenza contro il “miserabile” Belloccio fu emessa non da un Tribunale, ma da un ingiusto e beffardo destino che lo colpì proprio quando, contraddicendo il suo carattere molesto e irriverente, tentò di pacificare una coppia di sposi che litigavano fra loro. La sua buona intenzione fu pagata con la perdita di una gamba, amputata come estremo rimedio per salvargli la vita. Ne dà notizia il Capo di Polizia nel suo rapporto giornaliero del 4 settembre 1830.
“Ieri sera circa le ore 10 vuolendo Giovanni Simoncini prendere parte da mediatore ad una contesa che avea nella Piazza di San Giovanni il facchino Pietro Fugi colla di lui moglie, ricevé da quest’ultimo un colpo di coltello in una coscia che sebbene sembrasse nel momento indifferente recatosi allo Spedale fù trovata la ferita che sopra tale da averlo costituito in pericolo di vita, e se qualche rimedio può dettare l’arte onde strapparlo dalla morte, consiste il medesimo in amputargli la coscia”.



Tratto da FANTINI BRAVA GENTE di E.Giannelli, M.Picciafuochi, A.Ferrini e O.Papei - Betti Editore, Siena 2014


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