Un esempio di evasione fiscale costata tanta fatica da non trovare giustificazione nel risultato atteso ci proviene da un episodio che ebbe come protagonista Campanino, la cui carriera di fantino fu indubbiamente brillante, ma non altrettanto la sua vita privata.
Il Tribunale procede “contro Francesco di Agostino Bianchini di Siena, di anni 28 con moglie e tre figli, detto Campanino, strascino e barrocciajo, perché si facesse lecito introdurre verosimilmente nella notte dal 14 al 15 gennajo perduto 1838 dall’esterno all’interno di questa città, scalandone le mura in prossimità dell’antico convento di Santa Chiara, senza il pagamento dei diritti doganali, una quantità di carne macellata, quale nella successiva mattina del 15 detto gli si fosse trovata in casa, illegalmente assicurata venisse presentata in Corte, ivi fosse al netto riscontrata del peso di libbre 360”. Il Tribunale “condanna l’inquisito Francesco Bianchini come convinto della frodata gabella obiettatagli nel libello fiscale nella pena della perdita della carne, nel sestuplo della gabella relativa di introduzione e nelle spese processuali che tassa in Fiorini ventuno e centesimi sedici”.
Non sappiamo a quanto ammontasse l’imposta evasa, ma siamo convinti che fosse inferiore a quanto il più robusto e audace degli uomini pretenderebbe per scalare le mura della città con quasi due quintali di carne sulle spalle, anche se trasportata in più di un viaggio.
Mentre noi oggi quando commettiamo qualche errore speriamo di “non pagare dazio” in senso metaforico, Campanino non aveva “pagato dazio” in senso letterale. Il dazio o gabella era infatti l’imposta che un tempo doveva pagare chi introduceva in città beni di consumo.
“A Siena, in ogni porta della città c’era il casotto del dazio, dove un cassiere, due guardie e due allievi controllavano tutte le merci che entravano in città, facendo pagare le relative imposte secondo un preciso tariffario. Questi gabellotti, così detti perché riscuotevano la gabella, restavano in servizio dalle 6 alle 23.30, ora in cui le porte cittadine venivano chiuse con grandi chiavi antiche. Chi arrivava in ritardo, veniva fatto passare da una porticina laterale; i carri invece restavano fuori fino alla mattina successiva. Le carni salate e quelle fresche (vive o morte), oltre al vino, erano le merci che più di tutte i contadini e i commercianti cercavano di nascondere perché maggiormente tassate. Si cercava di celare i polli sotto le balle di panni, le damigiane sotto la paglia o il fieno nei carri, i salami sotto le ampie gonne delle donne. In alcuni punti della città, dove le mura erano più basse, c’erano anche degli appositi lanciatori che, una volta passato il sorvegliante del perimetro murario, lanciavano le merci nella parte interna della città. Ovviamente a coloro che venivano scoperti erano inflitte multe salate”.



Nel 1832, era capitato alla moglie di Campanino sottostare alle minacce e alle percosse del marito per la sua infedeltà, ancorché non provata.
Assunta Angiolini, stufa di ricevere ingiurie e percosse dal marito, tirò in ballo una coppia di vicini di casa colpevoli, a suo dire, di insinuare nella mente di Campanino il sospetto che ella intrattenesse una relazione amorosa con Giuseppe Brandani detto Ghiozzo, uno dei fantini più noti in quegli anni.
Il processo si svolse a Siena il 7 agosto 1832 “a doglianza di Assunta moglie di Francesco Bianchini detto Campanino”, la quale asseriva che i loro vicini di casa “Margherita Rossi e Francesco Borzi sono la causa che il suo marito spesso la percuote”. Gli accusati a loro volta replicarono che “se essa è battuta dal marito, ne è causa la sua cattiva condotta unitamente alla di lei sorella Faustina Angiolini già precettata più volte”.
Gli interrogatori ai testimoni non portarono prove concrete del tradimento della moglie di Campanino, ma confermarono soltanto che vi erano quotidiani litigi fra i due, come si legge da una deposizione resa da Margherita di Francesco Straccali, seconda moglie di Cicciolesso: “Nell’affacciarmi alla finestra sentii una certa Assunta che litigava col suo marito Francesco Bianchini il quale gli diceva, e gli dava a tutt’andar della troja, perché era stato messo su da un certo Francesco Borzi, e da una tal Nastasia che non so il di lei cognome e da una certa Margherita Rossi, dicendoli che faceva all’amore con un certo Giuseppe Brandani che mi creda non è vero niente, ed io gliel’assicuro, e tutto il male, e lo scompiglio di questa famiglia è cagionato da questi birboni...”.
Il giudice si limitò ad ammonire entrambe le parti affinché terminassero “le vergognose questioni e di vivere da buoni vicini, alla pena, non obbedendo, dell’arresto e del carcere per giorni quindici”. Nell’agosto dell’anno successivo a togliere Campanino da un grosso impiccio fu proprio Ghiozzo, il presunto amante di sua moglie, che depose a suo favore in un processo seguito a una rissa che vide coinvolti Campanino e i fratelli Capperucci.
“Nel dì primo del corrente mese, verso le ore cinque pomeridiane, la guardiana del bestiame Maria Casagli, trovò un certo Campanino abitante presso la porta S.Viene, di professione pesciajo, portar via poponi e cocomeri”.
Sempre secondo la versione dell’accusa, invitato ad andarsene, il Bianchini oppose un rifiuto e quindi la ragazza si trovò costretta a chiamare i fratelli Capperucci, “uomini del Podere che erano a casa a far merenda”.
Appena uno di loro s'avventò contro il Bianchini, si accorse che questi impugnava un coltello pronto a colpirlo all'altezza dello stomaco, ma per fortuna il colpo andò a vuoto. Immediatamente scoppiò una rissa: un compare di Campanino, un non meglio identificato Groppino, si dette subito alla fuga dopo aver ricevuto due bastonate, lasciando l’amico a fronteggiare da solo sette uomini che non esitarono a percuoterlo con dei legni divelti dal vicino vigneto. A salvarlo da ulteriori percosse fu l'intervento tempestivo di Ghiozzo che insieme al fabbro Masini si trovava a passare casualmente nelle vicinanze.
Ecco la sua deposizione, come teste a favore di Campanino: “...arrivati che fummo sul Ponte del Bozzone, si sentì che i contadini Capperucci gridavano ai ladri, e nell’istesso tempo si videro correre giù per campo precisamente verso la gora del mulino in prossimità della strada maestra gridando ad alta voce: ci rubano i poponi ed è Campanino che li rubba. Arrivati alla greppa della gora suddetta, dove era appunto Campanino, cominciarono a fare un gran baccano e a gridare: ammazziamolo, ammazziamolo... Io col Masini che si sentì gridare in questa maniera si corse là dove gridavano per vedere cosa facevano i Capperucci a Campanino, e arrivati da loro, si trovarono tutti addosso a Campanino”. Ghiozzo prosegue riferendo di aver chiesto il motivo di quella rissa:“...loro mi risposero perché li aveva rubato i poponi, ma vidi che Campanino non ne aveva alcuno, e che dentro la cestella vi aveva poche libbre di pesce. I Capperucci poi dissero che lo volevano ammazzare perché aveva cavato il coltello, che io non gli viddi per niente. Poi Campanino disse che aveva perso una campanella d’oro da un orecchio, io la ricercai, e la trovai lì per terra, gliela diedi in mano, e poi lo mandai subito via”.
Questo racconto contiene forse la spiegazione del soprannome “Campanino”, che potrebbe aver avuto origine da quella campanella d’oro che portava all’orecchio.
Tre anni dopo, nel 1836, un colpo di scena apre un nuovo capitolo nella tumultuosa vita di Campanino. Il 27 marzo Assunta, la moglie sospetta di infedeltà, passa a miglior vita e il 7 settembre Francesco Bianchini sposa in seconde nozze Faustina Brandani, figlia di Cicciolesso e nipote di Ghiozzo.
Vogliamo sperare, non avendo prova contraria, che Faustina sia stata una buona moglie e Campanino un buon marito.


Sulla coscienza di Campanino pesavano addirittura due omicidi. Commise il primo all’età di undici anni, uccidendo Luigi Tognazzi, un bambino di appena otto anni. Campanino si era recato a casa dell’amico per portarlo con sé a vendemmiare. A un tratto, senza che se ne conosca il motivo, imbracciò un fucile appoggiato a una parete vicino al camino della stanza, lo caricò e sparò al basso ventre del povero Luigi, cagionandone la morte che sopraggiunse dopo poche ore.
Campanino nel corso del giudizio sostenne che il colpo era partito accidentalmente per la caduta del fucile. La sua versione fu smentita dalla testimonianza della sorella della piccola vittima, la quale riferì le parole pronunciate da Luigi in punto di morte, che non lasciavano dubbi sulla volontarietà del delitto. La sentenza che seguì fu di condanna a “una lunga carcerazione”.
La vittima del secondo omicidio fu Angiolo Bandini, barbaresco del Gobbo Saragiolo, violentemente colpito nel corso di una rissa scoppiata prima di una corsa di cavalli vicino a Castelnuovo Berardenga.
“Udienza pubblica di Martedì 29 Gennaio 1839 a ore 10 antemeridiane.
Il Tribunale di prima Istanza di Siena nella causa contro Francesco di Agostino Bianchini soprachiamato Campanino, di anni 26, ammogliato con tre figli, nato nel Popolo di S.Eugenia in queste Masse, di mestiere bracciante, dimorante attualmente in Siena.
Atteso che nella sera del dì 18 Novembre 1838 verso le ore 23 mentre stava preparandosi una corsa di Cavalli con fantino pella via Maestra in Luogo detto S.Caterina a Casanuova distante un miglio dal Paese di Castelnuovo Berardenga nella Giurisdizione Criminale di Siena, nella qual corsa eransi impegnati Francesco Bianchini soprannominato Campanino come Fantino, e Angiolo Bandini come barberesco dell’altro fantino Francesco Santini, essendosi suscitata una rissa fra detti Bianchini e Bandini perché il Bianchini aggredisse per primo il Bandini, ed avendolo ripetutamente percosso con pugni, e spintolo ad entrare coi piedi in una fossa laterale alla strada lo facesse cader supino sopra un greppo contiguo, ove continuasse in egual modo a percuoterlo fino a che non fossero divisi dai circostanti che accorsero, dopodiché essendosi il Bandini diretto alla volta di Castelnuovo Berardenga in compagnia del nominato Santini suo fantino, fatti che ebbe circa dugento passi, sentitosi mancare di vita s’appoggiò ad un greppo lungo la stessa strada da lui fino allora percorsa, ove chiedendo aiuto ai circostanti, pochi momenti dopo cessò di vivere in forza di apoplessia congiunta dalla semilussazione della prima vertebra cervicale, e rottura delle vene vertebrali interne esistenti fra il cavo vertebrale e la dura meninge, le quali lesioni a senso dei Periti fiscali debbano essere nel Bandini avvenute non in conseguenza dei colpi di pugno ricevuti dal Bianchini, ma bensì per fatto d’un forte contorcimento del collo operato per forza violenta in seguito a detta caduta fatta colla testa in sconcio positura.
Atteso che dai compilati atti del pubblico dibattimento sia venuto a risultare che l’imputato Bianchini non ebbe l’intenzione di uccidere Angiolo Bandini, ma solo di offenderlo.
Atteso che sia inoltre resultato nei modi sopra espressi che il Bianchini non poté in alcuna guisa, per quanto ordinaria previdenza umana concede, calcolare che dalla rissa che Egli andava a impugnare col Bandini ne sarebbe indubitamente avvenuta la morte di quest’ultimo. Atteso che sebbene per i riflessi sopra esposti sia da ritenersi che il Bianchini non solo non volle la uccisione del Bandini, sia però redarguibile perché circostanze sopravvertite di colpa lieve per essersi aggirato a riguardo del Bianchini in cosa illecita quale si fu la rissa con percosse e vie di fatto. Atteso che per la pratica di giudicare sia applicabile ad un concreto così conformato la pena che appresso:
Per questi motivi condanna Francesco Bianchini come autore per colpa lieve dell’Omicidio di Angiolo Bandini nella pena di tre mesi di carcere, nei danni e spese da liquidarsi a favore degli eredi dell’ucciso, e nelle spese processuali che tassa in fiorini centouno”.



Tratto da FANTINI BRAVA GENTE di E.Giannelli, M.Picciafuochi, A.Ferrini e O.Papei - Betti Editore, Siena 2014


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