Il 3 gennaio 1799 nella casa dei coniugi Giuliano e Rosa Bracali della cura di S.Stefano vennero alla luce due gemelli: un maschio e una femmina, ai quali furono imposti i nomi di Adamo ed Eva. Eva morì dopo 10 giorni, mentre Adamo visse per oltre 67 anni, durante i quali commise una lunghissima serie di reati: furti, risse, ingiurie, turpiloquio, ubriachezza, atti osceni, sfruttamento della prostituzione e perfino un omicidio di cui fu vittima la sua prima moglie. I suoi inquisitori hanno usato nei suoi riguardi epiteti non equivoci, quali “tanto temibile ladro, perverso, pessimo individuo, pericoloso soggetto, sanguinario” e simili. La sua vita fu un continuo alternarsi di carcerazioni e periodi di libertà, durante i quali corse con il soprannome di Vecchio ben 15 Palii, senza però vincerne alcuno.
Il 9 settembre 1824 era in galera e la sua indole ribelle e violenta si manifestò nella reazione che ebbe contro un secondino che in nome della legge gli aveva inflitto la pena corporale delle staffilate. “In esecuzione di decreto economico stamane di buonissima ora, e avanti di essere liberato dalla carcere, ove veniva ritenuto per turpiloquio, e atti osceni, al consaputo Adamo Bracali di questa Città, le sono state applicate dodici staffilate, e dopo tale applicazione, si è reso ardito, questo pessimo individuo di prendere, e alzare con furore la panca, per scaricarla sulla persona mascherata che lo aveva servito, ed’appena è stato in tempo di trattenere il colpo il Caporale assistente, con aver indi fatto perciò delle iattanze di vendetta contro la maschera, e verso degli assistenti cui essendo tanto temerario si considera capace di qualunque eccesso”.
Due settimane dopo Vecchio, tornato libero, corse il Palio nel Bruco, ma trascorsi due mesi e mezzo, incappò di nuovo nelle maglie della Giustizia. Il 10 febbraio, in occasione della fiera che si teneva fuori Porta Fontebranda, in combutta con Figlio di Caino rubò un maiale a un tal Luigi Benigni di Castiglion Fiorentino. Il piano per commettere il furto fu ben orchestrato. Un complice con un pretesto riuscì a far allontanare il venditore di maiali e l’aiutante che costui aveva messo a custodire il recinto con gli animali si trovò ben presto circondato da un gran numero di persone che gli impedirono di accorgersi che “da mano ignota gli era stato involato un maiale del valore di lire venti circa”. Preso il maiale, i ladri se ne sbarazzarono quasi subito rivendendolo a metà del suo valore effettivo a un ignaro acquirente e attraverso costui fu possibile ricostruire l'andamento dei fatti e portare dinanzi alla Corte i colpevoli.
Di un altro furto commesso da Vecchio ci dà notizia il Capitano di Polizia nel suo rapporto giornaliero del 20 marzo 1840:
“Circa le ore 8 della sera de’ 17 andante s’introdusse a comprare del pane nella bottega del fornaio Ferdinando Fineschi in via S.Martino, il noto ladro Adamo Bracali di Siena, ed appena egli ne fu risortito e prima che alcun altro vi riponesse piede, si avvidde il Fineschi che mancavagli un pastranino da ragazzi di panno misto del valore di Lire dieci, per lo che ne sospettò autore il Bracali, e diversi suoi compagni che lo attendevano in strada. Un’ora dopo, e così verso le ore nove questi compagni del Bracali, nelle persone dei noti Giuseppe Tuci detto Tacchina, Sebastiano Donnini detto Tarpino, e Alessandro Medici di Salicotto si portarono nella bottega del Liquorista Francesco Burzagli alla Croce del Travaglio, e dopo aver preso un poncino per ciascheduno, richiesero un piattino di ciliege in guazzo, e mentre esso Burzagli le cavava dal vaso, sparì di bottega il Tuci, ed involò una brocca di rame, ed una bottiglia ripiena di rum…”.



Il Gobbo Saragiolo era invece riuscito a evitare il Tribunale, anche se siamo convinti che non sia rimasto zitto quando, alla vigilia della tratta del luglio 1832, fu aggredito con male parole da Vecchio, il quale “alle ore quattro, e mezza pomeridiane di questo giorno, dopo aver acquistato un sigaro nella bottega di Caterina Laini al Chiasso Largo, ebbe una discussione con Francesco Santini, detto il Gobbo della Nobil Casa Ottieri della Ciaja”.
Oltre a Caterina Laini, i testimoni furono “Luigi Giraldini (detto Maremmanino) nato a Piombino e domiciliato a Livorno e Vincenzo Cardelli (detto Barege), di condizione Sarto, e fantino nativo, e dimorante nei pressi di Pisa, attualmente dimorante a Siena in via dell’Onda per la corsa di Piazza”. Il fatto accadde sull'uscio della suddetta bottega quando, come riferirono i testimoni, il Bracali iniziò a bestemmiare e a offendere il Santini per dei vecchi rancori riguardo a Palii passati. Per questi motivi il 2 luglio 1832 il Bracali venne “condannato a tre giorni di carcere, l’ultimo dei quali in segreta a vitto economico”.
Quanto a litigiosità e turpiloquio, Vecchio non conosceva rivali. Anzi, uno lo conosceva benissimo: si chiamava Luigia, era sua moglie, donna di facili costumi e forse anche attraente, tanto da essere diffidata dal “conversare, e tener tresca con i militari, i quali dalla loro superiorità sono stati corretti colla detenzione, perché tra i medesimi, vi esistevano delle rissose contestazioni animate dalla gelosia per detta femmina“.
Del carattere irascibile e rissoso della moglie del Bracali ci dà notizia l’esposto presentato da tale Maddalena Viti nel marzo 1827.
“Maddalena Viti, moglie di Venanzio di questa città abitante in via Salicotto espone come il dì cinque corrente Marzo circa l’ora meridiana si ritrovava presso la sua abitazione discorrendo in pace di varie cose con una donna chiamata Gaspera Bernardi chiamata La panducola per soprannome essendovi anche presente il Bidello di S.Martino. Tuttaltro la Viti pensando, e di urto improviso si è sentita avventare alla vita uno scaldino di terra pieno di fuoco il quale rompendosi per la forza del tiro ha colpito il braccio destro alla Viti non solo, e anche fregiatoli il viso con delle contusioni sanguigne, ed il fuoco gli ha causati dei trafori nella sottana, grembio, e contusce. L’aggressora, è stata una donna di nazione Aretina nota al Tribunale per le frequenti questioni chiamata Luigia moglie di Adamo Bracali inclinata all'ozio, e tutto il giorno vagante per la città. Doppo avere eseguita questa prima aggressione li si è nuovamente buttata alla vita e chiappata per la gola, e per i capelli avendoli strappata una ciocca di capelli di testa onde la Bracali ha addoperata tanta forza, che le è riuscito atterrare la Viti, e anche l’aggressora, e da per se stessa caduta. Alzatesi ambedue le donne da terra, ma che la Bracali favorita da una donna del medesimo carattere chiamata Leonora Conticelli onde avendo la Bracali pigliato tra le mani un legno, ha eseguito sulla Viti una terza aggressione, e colpitala con una forte bastonata nel braccio sinistro, e nelle reni, e che ne risente acutissimo spasimo. Indi la Bracali sciogliendo la sua lingua in orribili bestemmie, e ingiurie verbali, ha maltrattato la Viti dandoli della troja, porca, P.B., e si è professata di farle improvisamente un colpo”.
L’esposto di Maddalena Viti, ovviamente di parte, nascondeva però qualche elemento di colpevolezza anche a suo carico, come si rileva da un documento che sembra essere la richiesta del Rappresentante della Pubblica Accusa: “In risoluzione degli Atti economici che le ritorno, rimiro opportuno che Luisa Bracali, e Maddalena Viti addebitate di mala condotta, ed offese reciproche sieno condannate la prima come maggiormente rea in due giorni di carcere, facendole sentire in atto del rilascio che qualora non adotti subito un miglior contegno di vita verrà espulsa da questa criminal giurisdizione come nell’anno 1819, e la Maddalena Viti in una giornata di carcere, vincolandola di più del precetto di non trattar con uomini ad eccezione dei di Lei stretti congiunti e sotto la comminazione dell’arresto, e carcere per giorni quindici”.



Di un altro omicidio non ci sono note le circostanze, ma conosciamo bene il colpevole e la vittima per averli già incontrati come autori di altri reati. Ci riferiamo all’uxoricidio commesso da Vecchio. Il delitto ebbe luogo nella giurisdizione criminale di Grosseto. La notizia ci proviene dal seguente rapporto del 1° marzo 1839 compilato dal Capo della Polizia di Siena:
“Per mezzo di tre famigli furono lo scorso giorno scortati a Poggibonsi i detenuti Adamo Bracali e Matteo Tinti qui tradotti dal Picchetto di Polizia di Pari, e diretti di brigata in brigata dal Tribunale di Grosseto alla Direzione degli Atti Criminali di Firenze all’oggetto di trovarsi presente ciascuno al giudizio della rispettiva causa di uxoricidio riguardo al primo, e di abigeato contro il secondo, che avrà luogo avanti la Corte Regia”.
Come ci è già capitato diverse volte, siamo sorpresi dal constatare che la pena inflitta per un reato così grave fu assai lieve, tanto lieve da consentire all’uxoricida di tornare libero prima del 18 agosto 1841. In quella data infatti Vecchio corse lo Straordinario con 17 Contrade nella Pantera. Fu quello l’ultimo della sua carriera. Il Palio successivo ebbe luogo il 3 luglio 1842 e proprio in quel giorno, mentre dieci suoi colleghi si apprestavano a condurre al canape i loro barberi, egli ormai quarantatreenne condusse all’altare la diciottenne Angelica Lippi figlia di Mangiagatte.
Il nuovo matrimonio di Vecchio non valse a cambiare la sua vita: la seconda moglie ricalcò in pieno le orme della prima con una condotta dissoluta ed egli continuò a manifestare tutta la sua prepotenza e aggressività, fino a sfiorare un nuovo omicidio.
Il 22 marzo 1844 il Capitano di Polizia così scrisse nel suo rapporto giornaliero:
“Dopo aver espiata la pena di quaranta giorni di detenzione riportata per spreti precetti disciplinarj venne l’altr’jeri abilitato di Prigione pubblica il tanto pericoloso soggetto Adamo Bracali di Salicotto, ed appena fu riammesso a godere della libertà, si lasciò sfuggire delle jattanze di vendetta contro l’Agente Ferdinando Bianchi e del Capo Volante Gustavo Bianchi, che più volte lo hanno trovato disobbediente ai vincoli frenativi che lo circondano.
Sembra che il perverso Bracali sanguinario come egli è, avesse lo scorso giorno determinato di sfogare il suo livore contro i surramentati agenti, e ciò perché combinato nella mattina in Piazza del Campo Ferdinando Bianchi, diedesi il Bracali a minacciarlo, ma esso Bianchi facendola da indifferente non gli articolò veruna parola di rimprovero.
Incontratosi di poi il Bracali sul far della sera con Gustavo Bianchi, cui per commissioni d’uffizio tragittava dalla via dell’Onda, lo insultò, lo maltrattò, e non si ristette di minacciarlo anche della vita.
Pure questo Bianchi ebbe prudenza, e proseguì il suo viaggio per il disbrigo delle di lui ingerenze. Non bastò tutto ciò per scanzare un disordine perché incontrato di nuovo il Bracali col surriferito Gustavo Bianchi circa le ore ventiquattro e mezza di fronte al Palazzo del Signori della Ciaja nel Casato, pose mano ad un coltello flessibile, e con quello slanciossi alla vita del Bianchi per ferirlo, ma egli si allontanò dal sovrastante pericolo correndo al Corpo di Guardia, fin dove ebbe l’audacia l’inferocito Bracali d’inseguirlo per compiere il di lui eccidio, conforme ad alta voce esprimevasi. Allora fu che per evitare un delitto, venne il Bracali arrestato dalla Forza Civile ausiliata da quella Militare, e poscia ristretto in Carcere Segreta”.


Conviene aggiungere che a Siena la tendenza al vizio del bere era favorita dall’abbondanza di bettole, osterie e locande. Una delle più frequentate nella prima metà dell’Ottocento, la “screditata osteria di Alessandro Medici”, abituale ritrovo di furfanti e di prostitute, fu il luogo in cui il 6 agosto 1829 avvenne un diverbio fra Adamo Bracali e una donna che non “tanto gentile e tanto onesta pare”.
“Intorno alle ore dieci della decorsa sera, s’introdusse nella Bettola di Alessandro Medici, posta in Salicotto, Adamo Bracali, di condizione facchino, e combinatovi la donna Luisa Scali, la richiese di pagarli da bevere, ed avendo questa replicato di non aver denaro, per essere poco avanti sortita di prigione, ove l’avevan condotta le male lingue, ma sperava che in breve sarebbero state punite, non esclusa la di lui moglie. A tale proposizione irritossi il Bracali, e ammenolli un solenne schiaffo, ed ella impugnato una forchetta di ferro, li diede un colpo nel braccio sinistro, cagionandoli tre buchi, interessanti i soli legamenti”.
Quella del Medici non era di certo la sola bettola frequentata dal Bracali. Il suo stato di ubriachezza lo mise di nuovo nei guai il 1° dicembre 1841, come si rileva dal rapporto giornaliero redatto dal Capitano di Polizia del giorno seguente. “Alle ore otto della decorsa sera il tanto temibile ladro Adamo Bracali di Salicotto essendo soverchiamente esilarato dal vino, serviva di pubblico scandalo, e di disturbo alla quiete pubblica, poiché girovagando egli per la via di Camollia molestava i Passeggieri, maltrattandoli senza che gli dassero motivo.
Avuta di ciò notizia il Capo Volante Pacifico Lenzi, che era di servizio in prima Ronda, si portò in di lui traccia con due Reali, ed avendolo combinato presso Calzoleria, si diede a fuggire, per cui convenne che la Polizia lo inseguisse fino a Pescheria, ove raggiuntolo lo arrestò come inosservante recidivo al precetto serale del quale è vincolato.
Mentre il Lenzi attendeva il custode delle carceri pubbliche per depositarvi il Bracali, questo pessimo soggetto si rovesciò con ingiurie verso del Lenzi e Militari, e inaspettatamente ammenò due colpi pugillatori nel volto al Lenzi, cagionandogli una contusione fra il naso ed il labbro superiore della bocca”.



Tratto da FANTINI BRAVA GENTE di E.Giannelli, M.Picciafuochi, A.Ferrini e O.Papei - Betti Editore, Siena 2014


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