- 1 giugno -

1990: uccisi da uno squilibrato due carabinieri alla Lizza





  
La tragedia si consuma alle tredici e trenta del 1° giugno 1990, nei pressi della Lizza, sotto un sole pieno e caldo.
Tre colpi di pistola, due morti: Mario Forziero e Nicola Campanile, carabinieri, uccisi da Sergio Cosimini, 27 anni, fiorentino, figlio unico, famiglia benestante.
I due militari lo avevano fermato su un ciclomotore, forse rubato, dopo averlo stretto con l'Alfa contro un muro di via dei Gazzani.
E' un attimo, Cosimini scende dal ciclomotore e mette la mano in tasca. Sembra lo faccia per prendere i documenti e invece tira fuori una Colt 42.
Spara tre colpi contro i militi ancora dentro l'auto. Forziero non ha il tempo di reagire, resta al suo posto piegato sul volante, ferito a morte. Anche Campanile è stato colpito, ma riesce a scendere: spara due colpi a vuoto e crolla a terra.
Da una finestra proprio sopra alla Gazzella bloccata con le portiere spalancate, un carabiniere fuori servizio spara tre volte con la pistola d'ordinanza.
Ma Cosimini schiva i proiettili e scappa.
La gente corre fuori, vede i militari rantolare.
Ci sono anche due vigili urbani che si mettono alle costole del giovane e danno l'allarme via radio.
Cosimini svicola, cambia strada, e in via Fruschelli, a cinquecento metri da dove Campanile e Forziero stanno morendo, trova un gruppo di turisti che sale su un pullman.
Cerca di mescolarsi nel mucchio, ma una pattuglia della polizia lo vede. Gli agenti lo afferrano.
Cosimini è stravolto, ha gli occhi spiritati, forse non si rende nemmeno conto di quello che ha fatto. Lo riporta alla realtà la ressa minacciosa che gli si stringe intorno.
I poliziotti infilano a forza Cosimini nella macchina e volano in questura, evitando per poco un tentativo di linciaggio.
Mario Forziero aveva 30 anni ed era nato Francolise di Caserta. Viveva però da molti anni a Sinalunga, dove si era sposato e aveva avuto due figlie.
Nicola Campanile era di Modena, ma risiedeva a Roma e avrebbe finito il servizio di leva come carabiniere fra sei mesi soltanto.
Cosimini soffriva da qualche mese di una grave sindrome depressiva ansiosa e secondo il Ministero degli Interni era anche tossicodipendente. L' omicida era l'unico figlio di una coppia che si è separata anni fa. Dopo la separazione Sergio Cosimini era andato a vivere con il padre, piccolo industriale, in una casa non lontana da quella dove la madre aveva continuato ad abitare.
Un amico ricorda che da allora Sergio era diventato ombroso, difficile: Passava lunghe ore senza uscire dalla camera e non faceva entrare nessuno nella sua stanza.
Un' inquietudine dilagata con la perdita della madre, morta per leucemia, e sfociata in uno smodato amore per le armi.
Il primo furto di una pistola risale al 1979, ma è durante il servizio militare, che qualcuno si accorge della sua fragilità mentale. Il ragazzo non riesce nemmeno a finire la leva. L'ufficiale medico gli riscontra una personalità schizoide inadatta alle attività collettive e lo rimanda a casa.
L'8 novembre del 1988 Cosimini viene fermato ancora una volta a bordo di un ciclomotore: gli agenti gli trovano nascosto sotto il giubbotto un fucile a canne mozze. Quando gli chiedono cosa diavolo volesse farne lui risponde candido: Stavo andando a fare una rapina.
I guai di Cosimini con la legge non finiscono: il 20 marzo 1991 molesta a Firenze una ragazza. Arriva la polizia, lo ferma. Il giovane si arrabbia e picchia un agente. Viene processato, condannato a quattro mesi, ma torna subito fuori...


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