CAPITOLO XI - COSE D’ALTRI TEMPI

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Esposti
L’amministrazione ospedaliera di Siena li definiva “esposti”, il governo del granduca “gettatelli”, ma la pietà popolare li chiamava “bastardini”, “trovatelli” e “orfanelli”, mentre a Firenze erano gli “innocenti” e “nocentini” ad Arezzo. Con questi appellativi s’indicavano i bambini abbandonati da madri o famiglie e lasciati fiduciosamente alla ruota dell’ospedale, o a un parroco alla porta della chiesa, oppure a una levatrice che provvedeva a consegnarlo, o alla ruota dei vari monasteri femminili, o arrivavano dalle Comunità della provincia o semplicemente nascevano (nell’assoluto anonimato) all’ospedale nel padiglione del S. Niccolò chiamato delle gravide occulte e consegnati al brefotrofio, il quale assicurava un futuro a tutti questi bambini e una speranza alle mamme. Le ruote furono soppresse nel 1869 e sostituite dagli Offici di consegna e ammissione (attivi dal 1875) negli ospizi di S. M. della Scala in Siena, di S. Cristofano in Montepulciano e S. M. della Scala in S. Gimignano). I motivi di tali abbandoni sono immaginabili e vanno ricercati nelle difficoltà delle mamme ad allevarli adeguatamente e preferivano perciò consegnarli prima di vederli morire di stenti, oppure per essere la madre di condizione prostituta, o partoriti da una donna vittima di una violenza e rimasta incinta; in ogni caso tante problematiche connesse con uno stato di difficoltà personale, familiare, sociale, e con la rigida morale del tempo. Un segno di riconoscimento accompagnava spesso il bambino e serviva come prova per restituirlo alla mamma in caso di ripensamento, su istanza al tribunale. Solitamente era una moneta, o una mezza moneta o una medaglia oppure un cordone colorato, ma spesso il contrassegno si rivelava superfluo perchè moltissimi di questi bambini perivano in tenera età. L’assistenza organizzata di questi orfanelli iniziò in Siena fin dai tempi del Comune medioevale e continuò ininterrottamente fino al Novecento, peraltro affrontata con pietà ed efficienza dalla comunità senese e dall’Ospedale di S. Maria della Scala, quando la legge verso il 1930 modificò le competenze in merito. L’autorità governativa, sia il granduca sia lo stato italiano, legiferò abbondantemente per vigilare sulla buona custodia degli esposti e sull’istruzione a loro impartita, e ammonire per evitare che fossero sfruttati e maltrattati dai consegnatari. Queste poche righe possono essere sufficienti per introdurre i fondamenti di una storia molto complessa che richiederebbe pagine e pagine per illustrarla adeguatamente in tutte le sue forme e normative, ma basterà soltanto aggiungere alcune essenziali notizie e qualche nota nel seguito del discorso per avere una conoscenza sufficiente a comprendere appieno questo fenomeno sociale del passato che investì anche Quercegrossa.
Fin dai primi giorni all’ospedalino i bambini erano possibilmente consegnati a balia per l’allattamento alle famiglie, oppure allattati direttamente all’ospedale da balie ingaggiate. Spesso gli esposti adottati rimanevano fino all’età adulta nelle famiglie adottanti e dalle quali erano considerati come familiari. Altri, invece, cambiavano più famiglie e molti pativano storie difficili. A scopo di lavoro erano richiesti da artigiani, contadini e salariati, come garzoni e guardiani, e in età adulta alcuni riuscivano a formarsi una propria famiglia e rendersi indipendenti, accompagnati dal nome che gli aveva dato il capo infermiere e dal cognome Scala o della Scala che li distingueva fino ai primi dell’Ottocento, poi fu loro assegnato un cognome di fantasia. I parroci, e in seguito anche i sindaci, erano chiamati con circolari dette “Atti di vigilanza” a controllare sul trattamento che questi bambini e ragazzi ricevevano dalle famiglie tenutarie, molte delle quali erano attirate soltanto dal sussidio e li prendevano soltanto per quei pochi spiccioli (una circolare sotto i francesi raccomandava di consegnare i bambini alle donne dei contadini invece che alle pigionali). Era, insomma, un fenomeno grandioso, e anche costoso: a Siena gli esposti lasciati raggiunsero in certi anni dell’Ottocento il numero di trecento e una complessa amministrazione, regolata da norme che col tempo si fecero sempre più precise e scrupolose, li battezzava, registrava, tutelava, educava, formava professionalmente, assisteva e inseriva nella società seguendoli fino alla maggiore età e al matrimonio, e le femmine ricevevano perfino un sussidio matrimoniale di 40 scudi (Decreto del 1835). Si può quindi affermare che realmente l’ospedale diveniva il vero padre di tutti i ragazzi: un padre generoso, attento e anche premuroso verso i suoi figli sui quali esercitava legalmente il diritto di piena potestà fino alla loro eventuale emancipazione. Naturalmente il costo di un esposto consegnato alle famiglie era molto inferiore di quelli interni per l’alimentazione e altre spese compresi anche il vitto e il compenso alle numerose balie assunte dall’ospedale. Ogni esposto aveva il proprio libretto personale, come una carta d’identità, per registrarvi la sua storia e i rapporti con le famiglie e i sussidi.

A Carolina di Giuseppe Lazzari abitante a Viareggio viene intimata, attraverso il parroco, la restituzione dell’esposta Ortenzia Ottoni. 11 agosto 1857.

Una semplice statistica ci serve a capire certi particolari del fenomeno: nel mese di gennaio 1875 vengono consegnati all’ospedale di Siena 42 esposti di cui 25 lasciati alla ruota, 4 dal S. Niccolò e 13 provengono dalle comunità. Di questi 42 neonati 15 saranno restituiti alle legittime famiglie nel corso degli anni; 23 muoiono entro il primo anno di vita e in conseguenza solo 4 sopravvivono dopo un anno per essere avviati alle famiglie o tenuti dall’ospedale. Nei due mesi di luglio-agosto, sempre del 1875, aumenta la diversità delle consegne: gli esposti lasciati sono 42 di cui 8 dalla ruota, 13 dal S. Niccolò, 10 da diversi privati, 4 dallo spedalino, 6 consegnati dalle levatrici e uno dal dr Barni Ruggero. Di questi 42 neonati 31 moriranno entro l’anno, 5 saranno restituiti alle famiglie e degli altri 6 qualcuno perirà negli anni seguenti e quindi ne sopravvivranno pochi per essere adottati. Nell’ultimo quinquennio dell’Ottocento la media annua delle consegne fu di 201 esposti con una mortalità del 30% circa che rivela un evidente miglioramento delle condizioni e del trattamento dei neonati. Al 31 dicembre 1896 l’ospedale controllava tra esterni e interni ben 896 esposti da 1 anno a 18 anni dei quali 372 maschi e 576 femmine. In breve si può affermare che la società risolse adeguatamente il problema degli abbandoni, tuttavia il popolino additò volentieri questi bastardini come diversi e la Chiesa stessa, con la mentalità del tempo, proibì loro per molto tempo di accedere agli ordini sacri, concedendoglieli in seguito, ma soltanto da esercitare all’interno dell’ospedale.
Agli inizi del 1915, a Pomona, Ersilia Rodani, la sposa di Egisto Rossi detto Palle, ha partorito Pasqualino, ma il piccolo è nato morto. Ora con il petto gonfio di latte è in grado di fare da balia ad un bambino, e poi c'è da guadagnare qualcosa allattando un trovatello. Ottenute le necessarie autorizzazioni comunali (serviva un attestato di buona morale e se aveva partorito di recente o se aveva svezzato i suoi figli ecc.), alla fine di marzo parte da Pomona per Siena e si reca all'orfanotrofio per portare a casa un pargolo di pochi giorni al quale hanno imposto il nome di Vasco Volpini. Inizia così il legame di Vasco con Quercegrossa pochi giorni dopo la sua nascita avvenuta il 23 marzo 1915 all'ospedale S. Niccolò nella sala delle gravide occulte e da lì consegnato al Brefotrofio di S. Sebastiano nella Selva. Accadeva di frequente che molti non riuscissero a sopravvivere, ma il nostro bambino avrà un destino più benigno e la sua esistenza si realizzerà pienamente a Quercegrossa.

Testo della registrazione al Brefotrofio dell’avvenuto ricevimento dell’esposto Vasco Volpini, con tutte le annotazioni previste dalla prassi.

Una Suora, forse la stessa che lo seguirà con affetto per tutta la sua vita, o il capo infermiere come usava, gli impose un nome scelto a caso, e di solito facevano coincidere le iniziali del nome e del cognome come avvenne per alcuni orfani che vissero a Quercegrossa: Florindo Florindi, Niccodemo Nocciarelli, Petronio Petrazzi e Riversi Ruggero per parlare di quelli del Novecento.
Vasco e la suora dell’orfanotrofio rimasero in contatto e in amicizia fino alla morte di lei. Egli si recava spesso a trovarla conducendo con sé la figlia Elina e nei momenti di difficoltà negli anni '50 la religiosa aiutò questo ragazzo, ormai diventato uomo, regalandogli pacchi di prodotti alimentari. Questa suora si chiamava suor Giulia e chissà alla sua morte quanti segreti dell'orfanotrofio si portò dietro.
Vasco è uno dei tanti orfani capitati a Quercegrossa e la loro presenza è notevole fin dai primi documentati affidamenti alle famiglie contadine e pigionali che, come detto, se ne servivano per i lavori di guardiania e agricoli. Spogliando i documenti della parrocchia abbiamo la registrazione completa degli esposti consegnati alle donne del popolo di Quercegrossa dal 1815 al 1851.
Il meticoloso schema in due pagine di don Pratesi, in cui riporta anche il numero di matricola di ogni bambino, elenca 83 nominativi, ma alcuni si ripetono anche tre volte allora si può calcolare in circa 75 gli esposti ritirati dalle famiglie di Quercegrossa con una media di poco superiore a due all’anno, ma con punte di sei nel 1834 e 1849. Da ricordare che l’assegnataria era la moglie, mai il marito. Dai nominativi si comprende quanto si sbizzarrisse la fantasia del capo infermiere nel battezzare gli esposti con cognomi stravaganti come Svegliati Teodora, Barcameni Cesareo, Sventurati Eleonora. Poi, dal 1830 circa, si comincia ad assegnare con assiduità nomi e cognomi con la stessa lettera iniziale che facilmente li identifica (e pensare che il Granduca aveva emanato precise disposizioni contrarie) come ad esempio Cantieri Caterina, Venati Venanzio, Sandali Salustio, Ambri Ambrogio, Rovinati Rogato, Diciannovi Domenico, Torroni Telesforo e Offeri Onesifero. La lista ci fornisce alcuni interessanti movimenti riguardanti gli esposti e vediamo che Gistri Giuseppe, indicato col codice “A 124” è dato il 26 marzo 1834 a Teresa Bernini moglie di Luigi abitante a Petroio, e restituito dopo il periodo dell’allattamento. Il 23 dicembre dello stesso anno è preso da Guideri Celeste dell’Erede, ma il 30 aprile 1835 ritorna in casa Bernini a Petroio. Tutte le variazioni passavano obbligatoriamente attraverso l’amministrazione ospedaliera ed era assolutamente vietato cedere ad altri i bambini o di cambiare il nome all’esposto avuto in consegna. Stessa sorte di Giuseppe capita a Napoleoni Napoleone (H 2785), preso a balia il 17 novembre 1841 da Sestigiani Teresa, pigionale a Belvederino madre di quattro figli, con l’ultima, Luigia, nata da un anno il 17 ottobre 1840, e appare evidentissimo l’intento di incassare il sussidio, e restituito dopo pochi mesi, ma il 1 agosto 1842 si ritrova nuovamente nei dintorni di Quercegrossa a Barberino di Passeggeri preso da Teresa Guiggiani, anch’essa pigionale e madre di tre figli con l’ultimo nato da un anno, e presso di lei resterà due anni e mezzo fino all’11 novembre del 1844 quando rientra all’ospedale.
Vasco Volpini viene dunque allattato e svezzato da Ersilia Rossi che riceve del denaro, e delle pezze di stoffa necessarie per vestire e custodire il piccolo e una culla di vimini. La liquidazione del sussidio a balie e famiglie tenutarie avveniva all’ospedale in due rate, a gennaio e a luglio, secondo un preciso tariffario, che probabilmente in quel 1915 era poco superiore a quello in vigore a fine Ottocento, al quale mi riferisco. Prevedeva per le balie di campagna una somma mensile di lire 7,56 per il primo anno “per l’allattamento e il custodimento del bambino”; lire 4,20 al mese dal 3° al 5° anno e lire 5,25 dal 5° al 10°. Oltre al denaro era loro consegnato annualmente il vestiario come da elenco:
Vestiario per l'allattamento:
Pezzeline metri 6,42 / Pezzelane m. 2,33 / fasce m. 9,48 / Culle n° 1.
Vestiario per il primo anno compiuto:
Mezzalana m. 1,75 / Panno canapino m. 3,50 / Calze para 1 / Scarpe para 1.
Vestiario per il secondo anno:
Mezzalana metri 1,75 / Panno canapino m. 3,50 / Calze para 1 e calze para 1.
Seconda età dal principio dell'anno terzo fino a termine dell'anno quinto:
Vestiario come sopra.
Terza età - dal principio del sesto al decimo:
Mezzalana 2,33 / Panno canapino 2,33 / Calze e scarpe para 1.v
Tra le tante provvidenze a beneficio degli esposti nelle famiglie, rientravano le visite gratis da parte dei medici di condotta, e la fornitura, altrettanto gratis, di medicinali e vaccini, rimborsati poi dall’ospedale o dal comune, a medici e farmacisti. Alle famiglie che mantenevano gli esposti fino al 18° anno d’età i maschi e al 25° le femmine, e riscosso fino al 10° anno il sussidio e avevano insegnato loro un mestiere, lo Spedale pagava un premio di fedeltà una tantum di 58,80 lire (70 lire a metà Ottocento).
Ricostruendo il cammino di Vasco, sappiamo che a un certo punto Ersilia rinuncia all’adozione e senz’altro la scelta coincide con il trasferimento della famiglia Rossi presso la canonica di S. Fedele nel novembre 1915. Come tutte le mamme, Ersilia si era affezionata al piccolo e quando dei signori vennero a prenderlo in carrozza (non rientrò quindi all'orfanotrofio) lei pianse tanto, ma non poteva fare in altro modo.
Nella memoria di Vasco c'è l’immagine di una famiglia a Lucignano in Val di Chiana e il ricordo di un difficile ambientamento: piange continuamente e ha delle crisi di nervi. Ma, nonostante la pazienza di quei genitori adottivi, non c'è niente da fare, allora lo restituiscono all'orfanotrofio e Vasco ritorna un senza famiglia. Questa mamma adottiva che gli aveva voluto bene l'avrebbe poi ricercato dopo tanti anni per avere sue notizie. Si dovrebbe qui aprire una parentesi per parlare del disagio psicologico e delle carenze affettive di questi bambini sballottati qua e là, ma anche il più distratto dei lettori avrà intuito che queste erano le maggiori difficoltà da superare per queste sfortunate creature nelle loro mutevoli vicende personali. Vasco lo ritroviamo giovinetto di 9/10 anni adottato al Capanno di S. Leonino e poi a Casa Frassi. Fa naturalmente il garzone e al podere Capanno vive da un parente dei Manganelli di Pietralta, e quest'ultimo lo chiamerà poi a stare con lui nel 1935, sempre come garzone. Grama doveva essere l'esistenza di Vasco a Casa Frassi che si riassume in un suo efficace ricordo: "Quando passai a comunione mangiai un merlo perché l'avevo cavato dal nido". Poi il trasferimento a Pietralta e successivamente a Quercegrossa dove mette su casa, come descritto alla famiglia “Volpini”, e col tempo nessuno darà più peso al fatto che Vasco era un orfanello dell’ospedale:
cambiavano i tempi. Abbiamo narrato del percorso di Vasco come esposto, come esempio del cammino di questi trovatelli, ma abbiamo poi la storia di Vasco come componente per mezzo secolo della comunità di Quercegrossa e quest’appartenenza fu caratterizzata da una presenza fattiva ed è ricordato come persona socievole e disponibile. Alcuni lo rammentano nel 1936 militare di leva a Firenze insieme con Otello Mencherini, quando avranno poi anche Gino Bartali come camerata. E' in aviazione e nelle licenze mostra la sua nuova fiammante divisa d’aviere con fierezza, anzi non la toglie mai come da regolamento; gira impettito per il paese con la bustina infilata sulla spalla destra. Perfino alla messa domenicale si mette al centro della chiesa, bene in vista. Fu questa divisa il suo primo vero abito. Spesso lo trovammo cameriere all'Hotel Garden e in tante feste a servire per comunioni e matrimoni. Con la moglie Teresa aveva anche gestito il bar della Società. Di grande disponibilità aiutava chiunque avesse bisogno e si prestava con lavoretti diversi: rinnovava porte e finestre, inverniciava persiane ecc. Misurato nel comportamento, rispettoso, ma non servile, calmo, allegro quanto bastava, affrontò i disagi e le miserie della vita con forza d'animo e tanta pazienza. Impegnato nella politica locale con la sezione socialista, diede il suo contributo in tutte quelle iniziative popolari degli anni 1970/80 prese per migliorare il livello di vita del nostro paese. Si industriò fino al quel 2 dicembre 1983, quando se ne andò, sofferente fino all'ultimo e assistito dalle sue donne nella clinica ospedaliera dove era ricoverato per un improvviso quanto mortale malaccio. Aveva 68 anni. E' ricordato da tutti con affetto familiare, specialmente dai Rossi dei quali si dichiarava fratello di latte.
L’esperienza di vita dei “gettatelli” dell’ospedale poteva avvenire ovunque, secondo il destino. Vasco approdò a Quercegrossa e credo che non si sia mai pentito di ciò perchè vi trovò compagni e amici.



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