- 2 aprile -

2006: l'incendio della Curia Arcivescovile







  
I vertici della Chiesa senese hanno fatto quadrato intorno a monsignor Giuseppe Acampa, l'economo della Diocesi accusato di incendio doloso e calunnia.
Procura e polizia lo ritengono responsabile del rogo che la mattina di domenica 2 aprile 2006 devastò gli uffici dell'economato all'interno del palazzo vescovile in piazza del Duomo, e lo accusano di aver incolpato dell'incendio, pur sapendolo innocente, il professor Franco Nardi, per 30 anni archivista volontario della Curia.
Per contro, l'arcivescovo Antonio Buoncristiani difende a spada tratta il monsignore, attaccando severamente le indagini, e il 25 giugno il collegio dei consultori e il consiglio per gli affari economici della Diocesi hanno respinto all'unanimità le dimissioni dell'economo e lo hanno confermato per altri cinque anni.
Il difensore del monsignore, avvocato Enrico De Martino, ha rilevato che si tratta di un procedimento del tutto indiziario e che dagli atti non emerge un movente logico.
Contro monsignor Acampa, peraltro, è stata avanzata una ulteriore accusa che solleva dubbi proprio sulle sue mansioni di economo, cioè di amministratore e gestore di tutti i beni della Diocesi, un patrimonio inestimabile, del valore di «numerose decine di milioni di euro».
Il pm Nicola Marini gli contesta il reato di truffa aggravata in concorso con l'imprenditore veneto delle calzature René Fernando Caovilla, in relazione alla vendita del complesso immobiliare del «Commendone», che sorge sulle colline di fronte a Siena, in una posizione magnifica.
Il Commendone era stato lasciato in eredità, in parti uguali, alla Misericordia e alla Curia dalla vedova Zita Guidi Funaioli.
Fu venduto nel 2003 a René Caovilla per un milione e 250 mila euro, un prezzo che, secondo le accuse, sarebbe stato estremamente vantaggioso per l' acquirente. Le valutazioni degli immobili sono materia in cui la discussione è sempre ampia, variabile e incerta. Sembra però indiscutibile una circostanza che è emersa nel corso delle indagini. Il 28 luglio 2003 fu stipulato il compromesso. Nel frattempo René Caovilla aveva prenotato presso una concessionaria di Arzignano (Vicenza) una auto Audi A 3, pregando di intestare fattura, carta di circolazione e certificato di proprietà a Giuseppe Acampa e annunciando che avrebbe pagato l' auto in contanti. La fattura porta la data del 29 luglio 2003. Il 5 agosto, su richiesta dell' imprenditore, due dipendenti della concessionaria portarono la Audi presso la sede dell' azienda , una splendida villa a Fiesso d' Artico (Venezia), e qui ritirarono una busta contenente 27 mila euro in contanti, il prezzo concordato per l' acquisto della macchina, che risulta tuttora in uso a monsignor Acampa. La ricostruzione della vicenda del Commendone ha aperto ulteriori interrogativi sulla amministrazione dei beni della Diocesi, in particolare di quelli ricevuti in eredità dai fedeli, anche perché dal 28 gennaio 2004 Monsignor Acampa ha ricevuto, per volontà del vescovo, una procura amplissima alla gestione del patrimonio diocesano.
Una procura così ampia che un illustre sacerdote senese è sbottato in una dichiarazione polemica: «In teoria, se volesse, potrebbe vendere a qualunque prezzo e senza rendiconto il Santuario di Santa Caterina» (fatti salvi, nel caso specifico, i controlli delle soprintendenze statali).
L' incendio del 2 aprile 2006 ha distrutto numerosi testamenti, non si sa quali né quanti.
Di alcuni di essi è stata trovata copia presso l'Agenzia delle Entrate o l'Archivio notarile distrettuale.
In un caso la polizia ha verificato che una disposizione testamentaria non era stata rispettata.
Una anziana signora aveva lasciato tutto il suo patrimonio all'Arcivescovo, esprimendo la volontà che esso fosse venduto e che il ricavato venisse distribuito in parti uguali fra cinque beneficiari, uno dei quali era il Collegio missionario del Sacro Cuore di Andria.
Ma - ha appurato la polizia nel novembre 2006 - l'esistenza del legato era ignota ai responsabili del convento. Né tantomeno era stata da loro ricevuta alcuna eredità.

Repubblica, 8 luglio 2007

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