CAPITOLO XI - COSE D’ALTRI TEMPI

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Cose di Chiesa (Cose di Chiesa 1) (Un furto in chiesa) (Cose di Chiesa 3) (Un prete cortese) (Cose di Chiesa 5)



Un prete cortese
Una vicenda dell’Ottocento vede il parroco di Quercegrossa don Bianciardi coinvolto in una dubbia storia; storia ricostruita attraverso i documenti del tempo.
"Ite missa est". Il celebrante concluse la Messa domenicale, si girò verso l'altare, impugnò con la mano sinistra il calice ricoperto dal velo, e con l'altra appoggiata sopra scese il gradino della predella lignea. Si inchinò insieme ai due chierichetti e, mentre la chiesa iniziava a svuotarsi lentamente, la piccola processione si avviò a sinistra verso la sacrestia. I ragazzi si svestirono di corsa e uscirono gioiosi all'esterno lieti della giornata festiva. Il curato si apprestò a togliersi le vesti liturgiche, e stava sciogliendosi il cordoncino del camice allorché un "Prosit" risuonò alle sue spalle. Sulla porta di sacrestia vide un suo parrocchiano, il sig. Ticci Luigi, dell’osteria di Quercegrossa. Rispose sorridendo com'era d'obbligo con l’usuale "Grazie", e stava per aggiungere il suo saluto, quando il Ticci lo prevenne: "Signor Curato, poco fa mi è stata recapitata questa lettera da un signore di Siena con preghiera di consegnarvela subito. E’ per voi", disse porgendo decisamente la lettera verso il parroco. Il curato ringraziò per la seconda volta il Ticci, il quale dopo alcune parole di circostanza si accomiatò con un "Riverisco signor curato" e uscì dalla sacrestia. Rimasto solo col biglietto posato sul tavolo, il sacerdote, un poco incuriosito, gli gettò uno sguardo mentre terminava di sistemare i paramenti.
Era un biglietto di carta pregiata, sigillato con ceralacca e sul fronte stava scritto con bella calligrafia: "Al Molto Reverendo Signore Sig. Padrone Curato Bianciardi di Quercegrossa".
Il testo contenuto gli fece aggrottare le ciglia dalla sorpresa: "Sig. Curato Gent.mo
Io mi rammento che Ella voleva favorirmi se una volta andavo a Sarteano, dandomici la combinazione di non averci chi mi accompagna ed essendomi risoluta di partire lunedì mattina la prego d'essere qua sollecitamente lunedì presto precisamente fuori Porta Romana, dove ci sarà la carrozza. E con tutta la stima, e con mille obbligazioni di più mi soscrivo
Siena 13 ottobre 1804
Obbligatissima Serva Eleonora Cennini"

Aveva don Francesco conosciuto la marchesa Eleonora Cennini in Sansedoni nella sua villa di Basciano, residenza di campagna della nobile famiglia, ma poche volte si era trattenuto con lei e in circostanze del tutto occasionali. Avevano parlato del più e del meno come si usava in società ed ora erano mesi che non la vedeva e l'invito a visitare Sarteano, città di origine della marchesa, lo rendeva perplesso. Rammentava che sì, le aveva espresso la curiosità di visitare quei posti, ma più per cortesia che per vero interesse. Restò incerto su cosa fare, ma il tono del messaggio era pressante, quasi un'invocazione, e il quarantenne curato di Quercegrossa, in cuor suo lusingato dall'attenzione della signora e dalla prospettiva di una bella gita, accettò l'invito.
La carrozza, protetta da tendine nere, tirata da tre cavalli partì da Porta Romana di buon mattino e si avviò sulla strada di Buonconvento e San Quirico. La marchesa Eleonora, bella come sempre, appariva leggermente turbata o preoccupata; la sua conversazione non fu brillante come al solito, e nel vedere il curato aveva risposto al saluto con brevi frasi di ringraziamento, e si erano affrettati a partire.
La giornata fu lunga. Don Francesco tenne il dialogo nei modi richiesti dal rango della marchesa e dal suo dovere di accompagnatore. Le chiese anche: "...se il vostro Signor marito godeva di ottima salute e se era stato informato del viaggio". Lei rispose "...che motivi familiari l'avevano trattenuto a Siena ma che li avrebbe raggiunti al più presto". Magnificò la bella giornata, la bella gita, parlarono delle novità di Siena e di altro, dopo che la marchesa, con il trascorrere delle ore, sembrò acquistare sicurezza e più disposizione al colloquio. Don Francesco ebbe anche tempo di leggere il breviario e dopo la sosta del pranzo a base di pane e formaggio, cullato dal dondolare della carrozza si appisolò per alcuni minuti. Quando iniziò ad imbrunire giunsero a Pienza, la loro prima tappa. Il cocchiere tirò le redini e la carrozza si fermò davanti alla locanda dove avrebbero passato la notte. Nello scendere, il Bianciardi notò un certo movimento di persone, le quali sembravano attendere il loro arrivo. Vide anche alcuni Famigli (guardie) dirigersi verso la carrozza. Erano decisamente interessati a loro. Quello che sembrava il graduato gli si rivolse: "Siete Voi il Reverendo Bianciardi Francesco, curato di Quercia grossa?". La Marchesa era nel frattempo rimasta prudentemente in carrozza. Alla risposta affermativa, il graduato si affacciò al finestrino e con rispetto avvertì la signora che dovevano seguirlo entrambi, senza indugio, al comando di Giustizia. Con somma meraviglia del curato furono arrestati. Lei sembrò aspettarsi quanto accadeva e non si mostrò sorpresa né si lasciò sfuggire alcuna protesta. Lui chiedeva invano una spiegazione. Un veloce corriere li aveva preceduti con l'ordine di arresto, per abbandono del tetto coniugale per la marchesa e come suo complice per don Bianciardi. Venne rinchiuso nel carcere del Comando: una stanza attigua al medesimo con un saccone di foglie di granturco e una seggiola, senz'altra mobilia, dove di solito vi trascorreva la notte qualche ubriacone rinchiuso per schiamazzi o un ladruncolo di galline preso sul fatto. Nel lento trascorrere delle ore il curato ebbe modo di rimuginare sull'accaduto e si convinse di essere stato vittima di un raggiro da parte della marchesa che si era servita di lui per uno scopo non ben chiaro avendo il fermo di polizia troncato la fuga e interrotto il suo disegno. Meditò a lungo sulla sua posizione, poi la stanchezza lo colse. La Marchesa Cennini Eleonora in Sansedoni venne accompagnata con ogni riguardo e data in consegna a un vicino convento di monache, dove anche lei ebbe modo di riflettere sui suoi sbagli.
Il giorno seguente, don Bianciardi, sotto scorta di due famigli fu trasferito in tutta fretta a Siena e il giorno successivo affrontò l'interrogatorio del cancelliere del Tribunale ecclesiastico incaricato delle indagini preliminari. La Marchesa, anche lei accompagnata da due guardie, fu ricondotta a Siena, alla sua abitazione e riconsegnata al marito. Senza pronunciar parola si ritirò nel suo appartamento e non volle vedere nessuno. Non era stata creduta quando il giorno tredici aveva comunicato al marito l'intenzione di recarsi al Conservatorio del Refugio a far visita alle due figlie, con la terza figlia. Fatta pedinare, era stata vista salire in carrozza col Bianciardi e partire in tutta fretta. Ricevuta la relazione dell'accaduto, il Sansedoni, non esitò a sporgere immediata denuncia alle autorità senza preoccuparsi delle conseguenze e del grave scandalo che ne sarebbe derivato, e del suo onore. Tutta la discrezione usata nella procedura di arresto non servì a coprire la vicenda che di bocca in bocca si sparse velocemente in tutta la diocesi. Era un avvenimento al tempo stesso scandaloso e boccaccesco perché il popolino se lo facesse sfuggire, e per molti giorni si parlò della marchesa e del suo amante. Frattanto il curato era stato condotto alla presenza del cancelliere e non occorse molto tempo a stabilire la verità. L'interrogatorio condotto con estrema prudenza e con le dovute cautele, trattandosi di un sacerdote, non riuscì ad evidenziare elementi di colpevolezza, né riguardo a una relazione colposa che poteva intrattenere con la marchesa Cennini nè tanto meno l'aver favorito la sua fuga dalla casa e dai figli. D'altronde la dirittura morale di don Bianciardi non era mai stata discussa, anzi era considerato uomo di dottrina di scienza e di sani principi. Inoltre il biglietto di invito ricevuto dal parroco parlava chiaro. Naturalmente egli offrì la sua piena collaborazione, cercando di uscire subito indenne dall'imbroglio in cui si è cacciato, consapevole che questa sua imprudenza poteva diventare pericolosa. L'autorità religiosa, anche per soffocare sul nascere calunnie e dicerie varie, si preoccupò di rimettere in circolazione il curato. Uscito dal palazzo arcivescovile, don Francesco indugiò pensoso sul passo da compiere. Sentiva il bisogno di parlare, di spiegarsi col Sansedoni per convincerlo della sua onestà e sincerità per quanto era accaduto. Si fece coraggio e a passo svelto si diresse al Palazzo residenza dei Sansedoni. Uno dei servitori, dopo aver inteso la sua richiesta, gli fece presente che il signore non era in casa e non sapeva quando sarebbe rientrato. Capì che il Sansedoni rifiutava di ascoltarlo e si allontanò dal palazzo, ma con il proposito di tornarvi il pomeriggio. Puntualmente si ripresentò, ma ancora una volta gli venne rifiutato il colloquio ed essendo ormai sul tardi si recò da dei parenti per passarvi la notte. Dispiaciuto per non esser stato ricevuto, si apprestò a ritornare a Quercia grossa da dove contava di scrivere una lettera al Sig. Cav. Alessandro Sansedoni marito della marchesa. E la mattina del 17 ottobre, a tre giorni dal fattaccio, a mente fredda si accinse a scrivere:
Ill.mo Sig.re
Sono stato due volte a domandarvi di lei al suo Palazzo, e non l'ho trovato, perciò quello che volevo dirle in voce lo farò per mezzo di questi due righi. Fino da molto tempo aveva assicurato dire alla sua signora che quando essa era a Sarteano sarei andato volentieri a darle incomodo per vedere quel luogo, ed essa mi rispose che gli avrei fatto piacere. Non pensavo più a detta proposizione quando domenica mattina mi fu dato dal Sig. Ticci di Quercia una lettera in cui mi diceva l'Ill.ma Sua Signora Consorte così "Io mi rammento che ella voleva favorirmi se una volta andavo a Sarteano. Dandosi la considerazione di non avere chi mi accompagni ed essendomi risoluta di partire lunedì mattina la prego di essere qua sollecitamente lunedì presto precisamente fuori Porta Romana dove ci sarà la carrozza, e con tutta la stima.......In questo stato di cose mi risolveì andare ad accompagnare credendo per cosa da non dubitarne che tutto passasse con la sua inteligenza e così mi portai in detto luogo e partì con la Signora. Per la strada poi ritenni che la medesima era partita senza aver prevenuto V.S. Ill.ma, ma fui assicurato che ella avrebbe preso questo fatto in buona parte tanto più che diceva la Signora averlo avvisato, che la medesima si avviava a Sarteano aspettando in detto luogo. Ma poi trovai la cosa tutta diversa quando a Pienza fummo arrestati da Famigli e condotti al tribunale. Si persuada per tanto Sig. Cavaliere che se avessi preveduto ciò che è seguito non mi sarei assolutamente impegnato ad accompagnare la sua Signora per tutto l'oro del mondo.
Mi lusingo per altro, che VS Ill.ma non avrà per questo alcun amarezza contro di me giacché tutto ciò che ne è seguito relativamente a questo affare non ci ho avuta la più piccola parte.
Servirà la presente perlomeno lo spero per assicurarla alla verità all'esposto e pregandola al tempo stesso a continuarmi la sua benevolenza.
Prendo quest'occasione per ossequialmente ...
Quercia grossa 17 ottobre 1804.

L'autodifesa del Bianciardi è piena di fervore, animata com'è dalla chiara volontà di scagionarsi di fronte a un'accusa pesante e deleteria per la sua persona di sacerdote e cerca altresì di non compromettere il rapporto con una delle famiglie più rappresentative di Siena con molte proprietà a Basciano, cosa che avrebbe potuto nuocerle.
Intanto i giorni passano, le voci corrono nell'attesa curiosa della sentenza.
Si sarà certamente creato un partito di innocentisti e uno di colpevolisti; saranno state fatte mille ipotesi, si sarà spettegolato sui costumi della signora marchesa e anche nel clero senese il fatto sarà stato discusso secondo l'opinione di ciascuno. Dal palazzo vescovile di Murlo uno sconosciuto sacerdote commenta la vicenda in uno scritto inviato il 22 ottobre al cancelliere arcivescovile Pio Palagi, dal quale era stato celermente informato precedentemente su questo e su altri fatti della Curia:
"Il curato Bianciardi è stato sempre un matto come lo è stata sempre madama Sansedoni, ma egli certamente merita castigo se non altro per aver, come ella dice, lasciata la cura come fece ultimamente per andare a Sarteano".
Non sono parole di condanna, né nascondono meschine tresche, ma solo biasimo per la leggerezza del Bianciardi il quale "è stato sempre un matto".
Ma quali erano i capi di accusa contro il parroco di Quercegrossa?
Ce li fornisce il Sansedoni stesso nella sua denuncia formulata e presentata alcuni giorni dopo l'accaduto e dopo aver ricevuto la lettera del Bianciardi. La denuncia seguente faceva parte degli atti della causa intentata contro il Bianciardi:
"All'Ill.mo Mons Vicario
Il Cav. Alessandro Sansedoni gli rappresenta come il Sacerdote Francesco Bianciardi di S. Giacomo a Quercegrossa facendo tutte le probabili congetture, ha tenuto mano, e cooperato alla fuga ed evasione della Marchesa Eleonora Cennini Sua moglie la quale la mattina del 15 stante col pretesto di andare con la terza figlia a vedere le due figlie maggiori al Conservatorio del Refugio si portò fuori Porta Romana ove l'attendeva una carrozza a tre cavalli, e detto Curato Bianciardi per dirigersi a Sarteano. E' ben vero che mentre l'Esponente si accingeva a rappresentare a VS Ill.ma e Rev.ma l'irregolare contegno di detto Sacerdote per ottenere la dovuta riparazione ai termini della più stretta giustizia, ho ricevuto l'annessa lettera dal Curato di cui non sa né puole appagarsi per l'equivoca indole del Bianciardi suddetto che però implora l'autorità di V.S.Ill.ma affinché verificata la reità del Curato risenta esso la pena dovuta alla sua scandalosa condotta.
Io Cav. Alessandro Sansedoni faccio istanza..."

Fa riferimento lo scritto alla scandalosa condotta per aver "tenuto mano e cooperato" alla fuga ed evasione della marchesa e menziona la lettera del curato, ma non la ritiene di soddisfazione, anzi insiste sull'equivoca indole del prete e ne chiede la giusta condanna. Non sono bastate al Bianciardi le sue parole per convincere il marito abbandonato della sua innocenza, anzi sembra averlo incattivito ancor di più.
Le due lettere, quella del Bianciardi e quella del Sansedoni sono consegnate il 23 ottobre 1804 al Sig. Vicario del Tribunale di Giustizia con una nota riferente "a relazioni che passano fra questo e quella aver tenuto mano o consigliato detto Sig. a fare dei passi falsi contro la volontà del marito render meno intese provando all'Ecc.za il punire codesto parroco come merita".
L'accusa come si può constatare era grave e poteva svilupparsi pericolosamente fino a risolversi in una sentenza di condanna da parte del Tribunale contro il Bianciardi.
Tuttavia gli elementi raccolti, le testimonianze e le sicure prove concorsero a scagionare completamente il detto curato e ne fa attestazione la lettera partita dal Tribunale di Giustizia di Siena il 2 novembre 1804:
"Il Sig. Curato Francesco Bianciardi era di fatto in compagnia della Nobile Signora Eleonora Cennini nei Sansedoni quando la medesima venne trattenuta a Pienza la notte del dì 16 ottobre ultimo scorso. Egli per altro partì con essa da questa città invitato con la lettera che unisco in copia autentica, e d'altronde portano gli atti, che non ebbe parte alcuna nella di lei mossa né seppe precedentemente che eseguiva dalla prefata Sig.ra Eleonora senza il consenso del Sig. Cav. Alessandro suo consorte.
Tanto era in dovere di replicare al pregiatissimo foglio di V.S. Ill.ma e Rev.ma del 23 ottobre 1804 passando all'onore di confermarmi col maggiore ossequio di V.S. Ill.ma e Rev.ma
Re. e Obbl.mo Servitor Giuseppe Ma. Gobbi".

La dimostrazione della sua innocenza restituì tranquillità e pace al sacerdote, il quale riguadagnò dignità e rispettabilità nell'opinione pubblica, nel clero e nella sua parrocchia, e chiuse questa singolare storia dove la giustizia aveva prevalso.
Il verdetto fu favorevole per l'accusato, non va dimenticato, ma ciò non esclude che il rapporto tra i due personaggi non sia stato di sola pura cortesia, come si potrebbe intendere, e quale sia la verità nessuno lo saprà mai.
Comunque la marchesa riprese in qualche modo il suo ruolo di moglie e madre, e al tempo giusto ereditò dal marito alcuni poderi di Basciano.
Ho esposto la cronaca così come la riportano i documenti del tempo, facendo uso di un minimo di narrazione per dare continuità e scorrevolezza al testo.



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