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La Compagnia a Quercegrossa

La soppressione del 1785 e ripristinazione

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Cimiteri
CAPITOLO VI - CIMITERI E COMPAGNIA DI S. ANTONIO

La Compagnia a Quercegrossa
Quasi contemporaneamente alla nuova istituzione parrocchiale del 1653 nacque a Quercegrossa un’organizzazione laicale le cui finalità vanno ricercate nella necessità di assicurare il servizio funebre, fino allora lasciato al caso, unito al suffragio dei defunti, e ci si affidò alla protezione di S. Antonio da Padova.
Il culto popolare di S. Antonio a Quercegrossa dovrebbe risalire a don Girolamo Carducci primo rettore della parrocchia. A lui si deve il primitivo segno di questa devozione, secondo quanto narra la testimonianza del parroco di Basciano che redasse l’inventario dei beni alla morte del Carducci. Infatti, egli attribuisce al defunto rettore l’innalzamento dei due altari laterali, uno dei quali dedicato a S. Antonio e dotato in quel 1663 di un’immagine del Santo: "Un’immagine in quadro di S. Antonio posta in un tabernacolo colorito e coperta con drappellone". Nel registro dei morti nell’anno 1656 il medesimo don Carducci accenna alla Festa di S. Antonio. Pochi, quindi, i dubbi in merito all’introduzione del culto al Santo in quanto nei pochi documenti anteriori, compresi quelli dell’istituzione della parrocchia, mai si accenna minimamente né agli altari, né alla Compagnia, né all’immagine, ma anche nessun indizio sul culto di S. Antonio. Si potrebbe forse attribuire alla devozione personale del rettore Carducci che munisce la chiesa parrocchiale dell’immagine e della reliquia del Santo, devozione alla quale aderì prontamente il popolo se già nel 1664 accanto all’altare del Santo sono visibili "Più voti di cartone" e quattro anni dopo saranno "Una quantità di voti di cartone intorno l’altare di S. Antonio e sei d’argento piccoli". Non è da trascurare però un’altra ipotesi per il detto culto e si riferirebbe al rettore dello Spedale di Querciagrossa Adriano Panducci, il quale essendo rettore di S. Antonio in Fontebranda, chiesa titolata e con altare dedicato a S. Antonio da Padova, potrebbe aver lui introdotto la devozione al Santo al quale il Carducci avrebbe dato continuità e sostanza.
Ancora nel 1663, come abbiamo visto, non si parla di Compagnia, ma certamente intorno al nuovo parroco Girolami i parrocchiani si devono essere congregati in una forma associativa sotto la protezione del Santo di Padova; associazione che ebbe l’approvazione di papa Alessandro VII che ne decretò l’erezione a Compagnia con un breve del 24 maggio 1664, che però non trova immediata conferma da parte dall’Arcivescovo di Siena cui spettava la competenza secondo i Canoni. Nel 1668 la Compagnia viene menzionata per la prima volta nella visita pastorale del vescovo Ascanio Piccolomini d’Aragona, e appare evidente che si tratta di una nuova associazione: "Visitò l’altare della Compagnia di S. Antonio che era stato eretto di nuovo dai confratelli e consorelle ai quali comandò di presentare i Capitoli che dovevano avere l’approvazione del Vescovo. Facciano scrivere accuratamente l’entrate e le uscite della Compagnia dal Camarlengo la cui amministrazione alla fine del proprio mandato deve essere controllata. Sia fatto l’inventario delle suppellettili e dei beni della Compagnia e di ciò che essa ritiene. Sia fatto in un libro apposito la copia del libro dei conti e lo esibiscano in Curia. Non ritenga per sé la Compagnia i frumenti senza la licenza dell’Ordinario". Il perentorio invito del Visitatore a regolarizzare la posizione della Confraternita presso la Curia non trovò immediato riscontro e si dovette attendere il 1701 per avere il decreto arcivescovile di fondazione. Risulta che nel 1668 l’altare della Compagnia è ancora di modesto decoro poiché vi si trovano "Quattro candelieri che stanno nell’altare di S. Antonio con l’immagine in un quadro del medesimo santo et sono suoi ornamenti. di legname dipinti di più colori e dorato parimente due gradini di legno dipinti in pietra di più colori. Un tavolone per riguardar dall’umido le tovaglie per sopra detto altare dove è eretta la Compagnia sopra e nel mezzo la pietra sacrata".

Adesione popolare
Particolarmente sentita dal popolo l’appartenenza alla Compagnia che si manifesta subito in un’iniziativa conosciuta grazie alla scritta sul grande quadro che si trova nella nostra chiesa: "1668 - Fatto da maggiaioli". Desiderando evidentemente avere una immagine per la devozione ai due patroni Giacomo e Niccolò e sistemare convenientemente il dipinto di S. Antonio, si ricorse alla mano del Burbarini al quale venne commissionata un’opera avente come soggetto i due santi, e una "finestra" onde collocarvi l’immagine di S. Antonio.
Stante la nota scarsezza di mezzi si pensò bene di procurarsi qualche soldo per pagare l’opera ricorrendo a una pratica di moda in quel tempo: il cantar maggio. Un gruppo di uomini del popolo, "i maggiaioli", si recavano nelle città e nelle campagne a "cantar maggio" ossia “recitar stornelli” ricevendo delle elemosine che venivano impiegate a favore della propria chiesa. Come ci informano alcuni documenti della fine del Seicento, queste iniziative abbastanza diffuse dovevano avere l’autorizzazione dell’arcivescovo, il quale raccomandava particolare attenzione alle elemosine: "Si permetterà all’Oratori d’andar cantando per la Città il Maggio e raccogliere elemosina in tale occasione da impiegarsi in benefizio della Chiesa con condizione che si conservino, e notino fedelmente l’elemosine che si raccoglieranno, e così doppo dell’erogazioni di esse in utile della Chiesa suddetta. Dato dal palazzo arcivescovile a di 1690". Così devono esser andati anche gli uomini di Quercegrossa e con buon frutto, tanto da lasciarne memoria scritta sul dipinto che venne posto sopra l’altare della Compagnia che nel 1680 troviamo così arredato:
“All’altare di S. Antonio:
La tavola con le immagini di S. Iacomo e S. Niccolò con sue figure nel mezzo, nello sfondato l’immagine di S. Antonio da Padova, con sua cornice di rosso dipinti e bianco;
- quattro candelieri con quattro falcole bianche del medesimo colore;
- due braccieri di ferro con due ceretti;
- crocifisso con suo piede;
- copertina per il Santissimo Sepolcro;
- pietre sacrate a ciascuno di detti altari coperti con tela cerata;
- due vasi di legno turchini con suoi rami;
- due tovaglie, due lunghe et una corta;
- tavola da Gloria con cornice rossa;
- predella dell’altare;
- tavoletta che serviva per metterci l’offertiali della Compagnia di S. Antonio;
- tavola grande per li fratelli;
- una statuetta di S. Antonio sopra l’altar dipinta e dorata;
- una cassetta dell’elemosine di legno murata e s’apre con due chiavi;
- alcuni voti di cartone”.

L’ordine dei visitatori a regolarizzare la Compagnia si ripete nel 1674 quando l’incaricato dell’Arcivescovo visita l’altare della Compagnia "nuovamente eretta e fu esibito il libro di amministrazione fatto di recente ma nel quale non vide l’approvazione per cui si intimò di non fare questue". Si deve inspiegabilmente attendere ancora 25 anni per legalizzare la Compagnia, nonostante in questo periodo si svolga pienamente l’attività della medesima come ci testimonia il seguente testo nel quale appare come si disattende regolarmente alle ingiunzioni del visitatore:
"Il Sig. Curato Alessandro Girolami suddetto fece istanza di notarzi come ottenne stara sei di grano che ha in mano e che si trova in casa della chiesa e disse aver accattato per fare la festa di S. Antonio e più spettava alla detta Compagnia una tavola grande di legname bianco vecchia che è pegno che diede il Camarlengo ultimo della Compagnia mediante uno staro di grano che esso rimase debitore nella sua amministrazione e di più di pezze 13 di lana accattata per detto assetto. Adi 28 febbraio 1680. Io Giovanbattista Mazzini ho ricevuto quanto sopraddetto".
Al tempo del vescovo Leonardo Marsili, finalmente si inviò allo stesso una petizione popolare: "Li devoti di S. Antonio da Padova sopra il numero di Quaranta i nomi dei quali sono l’infrascritti desiderosi dell’essaltazione di questo Santo humilmente supplicano V.S. Ill.ma e Rev.ma a darli licenza di ereggere una Compagnia sotto il patriocinio e devotione di S. Antonio da Padova nella Chiesa parrocchiale di Quercia Grossa il che ottenendo pregaranno il Signore Iddio per l’adempimento di ogni sua brama". L’arcivescovo approva con decreto in data 7 ottobre 1701 e invia le lettere patenti nella forma prevista, con la condizione di vestire la cappa, di avere un vessillo e rispettare usi e consuetudini previsti in questi casi. Allegata al fascicolo vi è la lista degli oltre quaranta "devoti" che firmarono la petizione, ma che in realtà sono 67 i firmatari; è probabile che quaranta fosse il minimo richiesto per dar vita a un’associazione. Sono rappresentate quasi tutte le famiglie della parrocchia alle quali si sono aggiunte, come a voler affermare la loro appartenenza al popolo di Quercegrossa, le famiglie di S. Stefano alla Ripa e quelle della Magione, Gardinina e probabilmente Gallozzole, allora di Lornano. Infatti il Ciofi di Quercegrossa, i Fineschi di Larginano, i Neri di Viareggio, i Cristofani di Gaggiola, i Bernini del Casino e i Querciuoli del Castellare hanno aderito in massa con circa 25 firme compresa quella di Andrea Cresti del podere della Chiesa di S. Stefano. Ma il motivo di questa considerevole adesione alla Compagnia di Quercegrossa da parte dei parrocchiani di S. Stefano - Basciano va ricercato nell’opportunità di seppellire i propri morti nel cimitero della Compagnia, cioè quello accanto alla Chiesa di Quercegrossa, molto più comodo rispetto a quello di Basciano. Ma, ciò non venne loro permesso ugualmente, se non in casi eccezionali. Non a caso dall’elenco mancano le famiglie di Macialla, proprietà della famiglia Piccolomini, patrona della Chiesa di S. Stefano - Basciano, da sempre contraria all’unione dei suddetti poderi a Quercegrossa.
La costituzione della Compagnia presuppone l’esistenza di registri di amministrazione e del capitolo o regolamento approvato dall’Arcivescovo, ma, purtroppo di quel periodo e fino al 1785 non è rimasto alcun documento che ci illumini sull’attività della Compagnia e della sua influenza in parrocchia. Troviamo però qualche spunto dalla visita pastorale del 1774 che conferma una sua attiva continuità, e dalle sintetiche righe traspaiono quelle che erano le principali occupazioni caritative e devozionali: "Vi è la Compagnia di S. Antonio; ha il suo altare particolare mantenuto dalla medesima e fa la festa di S. Antonio da Padova la domenica infra ottava.
Michele di Lorenzo Fusi Camarlengo della Compagnia di S. Antonio di Padova presentò il libro dei Capitoli. Fa la festa. I fratelli e sorelle pagano quattro crazie l’anni di Capitoli.
Fa l’accatto del grano all’aie, e a chi paga i Capitoli è dato un pane ed una Candeletta. e si fa la festa del santo e l’Uffizio il giorno dopo, e si dicono quattro messe per la morte di ciascun Fratello e Sorella.
Presentò il libro dell’Amministrazione"
. L’inventario dello stesso anno ci mostra un altare della Compagnia particolarmente curato e dotato di tutti gli arredi necessari per la liturgia, con il grande quadro dei protettori e altre immagini di S. Antonio compresa una piccola statuetta di gesso con piedistallo. Alle pareti due quadretti con le "bolli dei sommi pontefici" e la tavola con i nomi di tutti gli iscritti. Leggendo le soprastanti chiarissime righe abbiamo la conferma che l’associazione si fondava secondo regole comuni a quasi tutte le Confraternite del tempo. Regole ormai sperimentate da secoli e codificate nei Libri dei Capitoli e ci basterà esaminare quello della Compagnia della Visitazione di Vagliagli approvato nel 1648 per conoscere, con poche eccezioni e varianti, il contenuto del Libro dei Capitoli di Quercegrossa. Troveremo che le analogie riscontrate fra l’attività della nostra Compagnia e il Libro dei Capitoli di Vagliagli confermano un’identità dei testi.

Il grande quadro dei protettori
Prima di intraprendere il viaggio che ci condurrà alla scoperta della vita nelle Compagnie soffermiamoci un momento sul grande dipinto (foto seguente) che oggi possiamo vedere nella parete sinistra della navata in Chiesa a Quercegrossa e rappresenta i Santi Giacomo e Niccolò (Nicola di Bari) che come abbiamo visto era proprietà della Compagnia fin dal 1668. Il dipinto è uno dei due quadri rimasti nel patrimonio nella nostra chiesa e reca la sua data di nascita “1668” scritta sulla pagina di un libro aperto raffigurato in basso e ci dà notizia anche dei committenti, "Fatto da Maggiaioli". Rappresentava i due Santi Protettori della parrocchia e accoglieva nello spazio vuoto una immagine del protettore della Compagnia, S. Antonio, ed era da sistemare nella Chiesa parrocchiale. Le prime registrazioni del quadro negli inventari della parrocchia, risalgono al 1680, ma tacciono sul nome dell'autore e l'attribuzione dell'opera a Deifobo Burbarini risale, come vedremo, alla metà dell'Ottocento.

Il quadro della Compagnia attribuito al Burbarini, ma viene fatto anche il nome del Martelli.

Nell'anno 1680 il dipinto si trova nell'altare di S. Antonio, l'altare della Compagnia, dove deve essere stato sistemato fin dalla sua creazione dodici anni prima. Era contenuto da un "cornicione di legno colorito di rosso e bianco". L'originale spazio vuoto all'interno del quadro, chiamato nei diversi tempi "finestrella" o "sfondato" o "tabernacolo", circondato da una cornice dipinta e sovrastata da due angioletti che reggono una corona di gigli, conteneva "un quadretto dipintovi S. Antonio con il Bambino Gesù". Questo quadretto di S. Antonio era da tempo posto sullo stesso altare: infatti, alcuni decenni prima, precisamente nel 1664, così scriveva il rettore Alessandro Girolami: "All'Altare di S. Antonio Un quadro con Sua immagine e ornamento".
Nel grande dipinto quindi vi venne riservato uno spazio proprio per inserirvi il quadretto del Santo protettore. Molti anni deve essere rimasto in questo altare, oltre due secoli, e leggendo un questionario compilato da don Luigi Grandi nel 1915 ci conferma la sua posizione, ma suscita anche un nuovo interrogativo determinato da dei lavori eseguiti da don Rigatti a fine Ottocento. Mentre la Compagnia nel 1880 commissionava una statua del protettore da un artigiano di Siena, il parroco modificò il vano sopra l'altare costruendovi la nicchia destinata a contenere detta statua. Per afferrare bene l'accaduto leggiamo cosa scriveva don Luigi Grandi alla voce oggetti d'arte: “S. Niccolò e S. Giacomo Apostolo. Figure un poco minori del vero, in piedi. Il primo è vestito in paramenti sacri portando il pastorale sulla destra, tenendo nell’altra le palle sormontate da una croce. Il secondo ha il bordone nella mano destra. In alto due angeli volanti sostengono un tabernacolo, ove è un vuoto; Tela dipinta a olio alta 2,30 larga 1,60. Secolo XVII. Deifobo Burbarini; Assai ricoperta di sudiciume. In discreto stato”. Il questionario richiede al parroco anche l'ubicazione e don Grandi vi batte a macchina "Altare a destra", successivamente, qualche mese più tardi, annota a mano “Trasportata nel coro”. In uno stampato simile riempito nel 1916 descrive l’opera come ubicata nel coro. Quindi è stata spostata tra il 1915 e il 1916 perché è evidente che nell'altare di destra copriva la nicchia costruita da don Rigatti, ma rimane l'interrogativo perché il quadro si trovasse ancora in questo altare, a meno che la nicchia non sia stata costruita da don Grandi.
Nel coro, ossia sotto il fornice rimane qualche decennio, forse fino ai lavori effettuati negli anni Trenta è c'è chi ricorda di averlo visto negli anni Quaranta appoggiato al muro nel corridoio della Canonica per essere spostato poi nella parete di sinistra, esattamente dove lo vediamo oggi, come ci conferma una foto del 1950 scattata in occasione dei funerali di don Grandi. Ma non fu quella la sua ultima ubicazione. In data imprecisata viene nuovamente attaccato nel coro e lì vi rimane fino al suo trasferimento alla Soprintendenza per essere restaurato intorno al 1975 al tempo di don Pierino Carlini. Restituito alla Chiesa, viene definitivamente posto dove lo vediamo oggi, nella parete sinistra, a seguito dei lavori effettuati da don Giulio Salusti. Durante la guerra trovò ricovero nella cantina dei Mori.
In merito all'attribuzione del dipinto a Deifobo Burbarini fatta da don Luigi è facile ritrovarne la fonte risalendo alle memorie del Brogi che datano 1862, e qui apro una parentesi per far comprendere come avvenne tutto ciò.
Si avvertiva a metà Ottocento negli ambienti accademici e culturali la necessità di controllare e catalogare le opere d'arte, sia per averne la completa conoscenza che per proteggerle da chi faceva "Turpe mercato con lo straniero avido dei nostri tesori". Il Granduca aveva già nominato, fra le prime, nel 1829, la Deputazione senese per i beni artistici della provincia e quindi nel 1861 fu facile con la nuova organizzazione chiamata Deputazione Conservatrice proseguire il lavoro della precedente. In quell'anno un decreto del Governatore Generale ordina un completo inventario dei beni artistici e crea la figura dell' ispettore compartimentale stipendiata dal pubblico erario. Il Governo stanziò 1000 lire e il Monte dei Paschi interviene con un sussidio di lire 1600 più 300 della Provincia.
Nel 1862 la Deputazione affida a Francesco Brogi allora Ispettore dell'Accademia Provinciale delle Belle Arti la redazione dell'inventario per il modico compenso di £ 65 mensile. In soli 16 mesi il Brogi portò a compimento il lavoro presentando 785 cataloghi separati per Comunità, Chiesa, Oratori e Istituti pubblici. Tra le Comunità naturalmente Castelnuovo B.ga e tra le parrocchie quella di Quercegrossa di cui descrive le opere d'arte in possesso. E' il giugno-luglio del 1862 e questo è il rapporto fatto sul nostro dipinto:
"Chiesa di Quercegrossa
Altare a destra:
Figure un poco minori del vero, in piedi. Il primo vestito in paramenti sacri portando il pastorale colla mano destra, tenendo nell'altra le palle sormontate da una croce: Il secondo ha il bordone nella mano destra. Il alto due Angeli volanti sostengono un tabernacolo ov'è un vuoto.
Tela dipinta a olio, alto 2,30 largo 1,60 - Sec. XVII. Deifobo Burbarini - Nota: Assai ricoperto di sudiciume. In mediocre stato di conservazione.
Nel vuoto sopra citato S. Antonio da Padova genuflesso adora Gesù Bambino seduto sulle nubi. Figura un poco minore del vero dipinta a olio sulla tela. Sec XVII. Scuola di Rutilio Manetti. Nota Poco conservato, essendo molto assorbito il colore. Le dimensioni mancano giacché da quanto si può rilevare il dipinto è più grande del vuoto citato".

Descrive anche la Madonna del Buonconsiglio.
Alla lettura appare chiaro da dove don Luigi ha appreso le notizie e le ha riportate fedelmente nel suo inventario. Quindi l'attribuzione al Burbarini è opera dell'analisi stilistica del Brogi e niente ci vieta di darle credito anche se, dicono alcuni, certe opere di autore sconosciuto venivano facilmente attribuite al detto pittore, risolvendo così eventuali difficoltà di attribuzione.
Deifobo Burbarini, è un pittore senese del XVII secolo. Visse dal 1619 al 1680 e numerosi sue opere si trovano a Siena, Colle Val d'Elsa e altre località della provincia. In Siena sono nella Chiesa di San Giuseppe, nell’Onda, al Comune, al Museo dell’Opera del Duomo, ecc.
Non dimentichiamoci però del Merlotti che nella sua storia della parrocchia attribuisce il dipinto ad Aurelio Martelli. Come sia giunto a tale conclusione e a quale fonte abbia attinto non lo sappiamo. Egli, con evidente sbaglio, situa il dipinto sull'altare di sinistra, poi definisce il quadretto esprimente S. Antonio come avanzo dell'antico stendardo colorito da Amilcare Mazzuoli. Ora, sappiamo che il pievano Merlotti frequentava la chiesa di Quercegrossa per la celebrazione di uffizi ed è quindi degno di fede. In questo caso il quadretto ormai rovinato ha fatto posto all'immagine ricavata dall'antico stendardo. Poi, nel 1915 don Grandi non fa menzione di dipinti all'interno del vuoto. E' chiaro che anche l'immagine dello stendardo è stata rimossa per la sua vetustà, e non è stata più sostituita.
Interessante della descrizione è che il vuoto all'interno del quadro era riempito allora da un dipinto raffigurante il patrono, oggi scomparso ma già a quel tempo a sentire il Brogi era inguardabile "essendo molto assorbito il colore" e aggiunge che le misure non corrispondono al vano del quadro, ma questo non mette in dubbio che il quadretto con S. Antonio e il Bambino Gesù sia lo stesso del 1668. Oggi, non rimane nessuna memoria di questo quadretto, né quando sia stato distrutto o bruciato come si usava. Da ricordare che il quadretto era nascosto, da sempre, da un velo di stoffa che veniva rimosso in occasione delle feste e delle suppliche.
Soggetto del quadro: i due Santi che sono i titolari della parrocchia di Quercegrossa la cui devozione risale alla fondazione dell’ospedale vengono rappresentati dal pittore secondo l'iconografia classica con i loro simboli tradizionali che li contraddistinguono. San Giacomo detto il Maggiore, apostolo, venerato a Santiago di Campostela dove si trovano le sue reliquie, è insignito dei simboli dei pellegrini, cioè il bordone (lungo bastone) e la conchiglia che i pellegrini di Santiago portavano sul cappello o sul mantello come segno di riconoscimento. Nel nostro santo è dipinta sul petto. L’altro è San Nicola di Bari (Niccolò). Venerato come grande taumaturgo (guaritore) il suo culto si diffuse in tutto l’Occidente con grande rapidità dal 1087. Poche le notizie vere, molte le leggende. E' effigiato in abiti vescovili col pastorale, a capo scoperto e in mano tre palline che simboleggiano tre borse d’oro che il santo avrebbe donato a tre vergini insidiate nella loro innocenza. Un angiolo tiene in mano la mitra vescovile. In alto altri due angioletti sostengono una corona di gigli simbolo di S. Antonio e il tutto sovrasta uno spazio vuoto, circondato da una cornice dipinta e da altri angioletti svolazzanti. Il dipinto di un accademismo eccessivo non riesce ad esprimere né originalità né trascendenza. Le due figure di santi sono rigide e inespressive mentre la banale raffigurazione di più angioletti, che riempiono il quadro, secondo la moda del tempo, danno un senso di inutilità all'insieme anche se il tutto è ben ordinato in una simmetria esatta. Certamente il restauro ha ridato vita ai tenui e ben assortiti colori originali ma trattasi senz'altro di opera modesta e di maniera e senza pretese come certamente deve aver inteso l'autore per un lavoro destinato alla devozione popolare e forse anche poco remunerato.



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