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La chiesa di Petroio(2) e la nuova parrocchiale

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La parrocchia di Quercegrossa e i primi rettori

i Curati fra Sette/Ottocento

don Bianciardi

don Pratesi

don Regoli

don Rigatti

don Grandi

don Bucalossi

I preti di Quercegrossa

Il complesso parrocchiale

Cappelle e Oratori

Opere d'arte

CAPITOLO VIII - STORIA RELIGIOSA

Il complesso parrocchiale di Quercegrossa
Eretta la parrocchia dei SS. Giacomo e Niccolò a Quercegrossa nel 1653, l’oratorio dell’antico Spedale divenne la chiesa parrocchiale e abbiamo visto sia la chiesa sia la canonica subire nel tempo lavori di ristrutturazione; prima per consentire al rettore di risiedervi, poi per manutenzione. Abbiamo anche visto che dopo il 1653 occorsero alcuni anni prima di realizzarli. In merito ai lavori svolti sia in quell’occasione sia nel tempo precedente non esiste nessuna relazione, possiamo però trarre delle conclusioni dagli inventari che ogni tanto danno delle vaghe notizie sulla sistemazione interna della chiesa. Veniamo a sapere che, rispetto all’originale e spolta navata romanica, in tempi molto anteriori alla parrocchia, dati del 1580, sono state apportate modifiche in funzione di una sacrestia costruendo un muro trasversale alto circa due metri al quale è stato addossato l’altare. Al primo rettore Carducci, poi, si fanno risalire i due altari laterali, di conseguenza al tempo del rettore Girolami, nel 1668, il tempio si presenta come vediamo nella pianta seguente. Rimane da aggiungere che il campanile è stato rifatto nel 1668, e così la nuova piccola campana: “Una campana nel nuovo campanile restaurata quest'anno dal popolo prima di libbre 22 ora di libbre 86” e che nella canonica è stato realizzato un tramezzo al piano terra per l’abitazione del colono.

La chiesa dei SS. Giacomo e Niccolò a Quercegrossa. Facente parte del complesso hospitaliero sorto alla fine del XIII sec. subì nel tempo numerosi interventi di restauro e consolidamento che ne stravolsero completamente i caratteri sia della chiesa sia della canonica. Dell’originale e semplice oratorio a capanna sono rimasti soltanto resti della parete a nord costruita a filaretto in blocchi di calcare squadrati dove si evidenziano un’antica porta e una piccola finestra a monofora.

La chiesa di Quercegrossa nel 1668 al tempo del rettore Girolami.

Nel prosieguo del tempo si hanno notizie di lavori nella canonica al tempo di don Picconi, a metà Settecento, il quale restaura una muraglia di casa, in procinto franare, con la posa di una trave di 6 metri e rifà l'impiantito dell'abitazione con una spesa di 80 lire al muratore Giuseppe Viligiardi.
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Si conoscono poi gli importanti lavori compiuti da don Borselli nel 1782 all’interno della chiesa, in particolare agli altari, ricostruiti ex novo in mattoni, e alla sacrestia: “La sacrestia dietro l'altar maggiore rifatta di nuovo circa sei anni fa la quale si trovi in buono stato ad esclusione della muraglia di faccia, ove è la finestra, che sostiene la trave del tetto, la qual muraglia dimostra un cretto che secondo il parere del suddetto ... è cagionato da un avvallamento di fondamento, ove crediamo che non fosse trovato il conveniente sodo”.


La chiesa al tempo di don Borselli dopo i lavori del 1782. Il rifacimento della sacrestia e l’avanzamento dell’altare per ricavare un “corino” di servizio diminuì notelvolmente lo spazio utile per i fedeli ridotto a sei metri.

Siamo ora alla vigilia dell’arrivo di don Bianciardi e della radicale modifica da lui apportata al complesso parrocchiale, ormai bisognoso di notevoli lavori di consolidamento e un adeguamento della canonica già fatiscente, e tutto ciò merita un’ampia descrizione.

Lavori Bianciardi
Per la vetustà e pericolosità della canonica e della chiesa, rimaste probabilmente danneggiate dal terremoto del 1798, quando si registrarono notevoli danni anche a Siena, don Bianciardi si fece quasi subito carico dei lavori di restauro e ampliamento, che nell'anno 1807, al tempo della visita dell'arcivescovo Zondadari, non erano ancora terminati, come si ricava dalla ottima seppur breve relazione. Infatti erano ancora in corso i lavori di rifinitura della nuova sacrestia e della stanza adiacente, mentre quelli dell'abitazione, per i quali riceve apprezzamenti dal Visitatore, erano conclusi. "L'antica casa Curata era più da poveri pigionali che da Sacerdoti", così inizia la sua relazione sui lavori svolti da don Bianciardi, il quale ha eliminato l'antica scala esterna e con un ingressino dal chiostro ne ha costruita una nuova interna conducente al primo piano: "in una saletta che dà ingresso a quattro comode camere tutte in soffitta, con bussola, a finestre con cristalli ed una piccola tuelette". "Il pian terreno poi è composto d'un salottino con cucina appresso e stanza per riporre l'agrumi. Altro passetto per andare in chiesa, Stalla, ed altra stanza per legna. Vi è costruito un giardinetto, tutto cinto da muro e peschiera in mezzo".
Dalla descrizione vediamo che ha già realizzato un corridoio (passetto) di collegamento tra la canonica e il tempio, con ingresso provvisorio accanto all'altare di S. Antonio, oggi murato, che chiude il chiostro a est, inglobando parzialmente il pozzo ivi esistente. L'entrata nella canonica è ancora sulla strada principale e vi si accede dal chiostro, chiuso da un portone. I lavori all'interno della chiesa hanno riguardato l'ammodernamento dei due altari laterali. Demoliti quindi i vecchi altari in mattoni fatti realizzare dal Borselli (l'altar maggiore venne probabilmente rimodernato quando vi fu posta la Pietà”), i fratelli Andreucci per l'altare della Madonna e la Compagnia, con meta finanziamento del priore Pasquini, si assunsero nel 1802 l'onere delle spese e il restauro eseguito diede un minimo di monumentalità in stile neoclassico alla spolta navata.

Chiesa e canonica di Quercegrossa al tempo del rettore don Bianciardi nel 1806/07. Vi ha già realizzato i primi lavori chiudendo il chiostro con una “muraglia” con portone d’ingresso. Disegno di Ettore Romagnoli.

A questa, da definirsi prima fase dei lavori, dei quali purtroppo non rimane nessuna documentazione, seguiranno quella del 1809, con la costruzione del nuovo campanile e del sottostante ambiente destinato a stalla, e la successiva nel 1815/16 con alzamento del tetto della chiesa e le volte a botte, e realizzazione delle logge a sostegno dell'organo e della cantoria collegati alla canonica da una stanza di passo. Sembra che il Bianciardi operi in funzione delle opere d'arte da collocare in chiesa sia per la Pietà (nuovo altare) sia per la cantoria e l'organo (passo dalla Canonica e archi a sostegno, piano che li ospitano), così pure per le campane.
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Da questa foto del 1950, scattata alla morte di don Luigi Grandi, con la facciata addobbata a lutto si distingue nitidamente il loggiato aggiunto da don Bianciardi. L’ambiente sovrastante gli archi conteneva l’organo. Si nota il dislivello del tetto che verra pareggiato da don Ottorino Bucalossi nel 1955, quando tamponò gli archi per ingrandire l’interno della chiesa.




Nuovo campanile
La soppressione dei conventi nel 1808 da parte del governo francese portò alla distribuzione a diverse chiese di una rilevante massa di arredi sacri, utensili e notevoli opere d'arte. Da questa faccenda non poteva certamente restare escluso il Bianciardi, il quale mise gli occhi sopra la roba del monastero di S. Benedetto ai Tufi e ne fece richiesta nel 1809. Attirarono l'attenzione del parroco due confessionali, un organo, arredi vari e le campane del monastero "giacchè quelle che sono a Quercegrossa sono piccole e non si sentono dal popolo e qualora gli venghino date il parroco si obbliga di dare in baratto quelle della sua chiesa e disfare il campanile a proprie spese". La richiesta era particolarmente impegnativa e lui la motivò col fatto che era obbligato a mantenere tre chiese. Poco tempo dopo il prefetto dell'Ombrone decretava la concessione a don Bianciardi non solo del materiale richiesto, ma molto di più, con ricevuta rilasciata dal custode del convento Salvatore Panichi. Ebbe le campane, l'organo, i due confessionari oltre a 7 pianete, 20 candelieri di cui 10 di ottone e 10 di legno dorato, 7 tovaglie da altare, 1 piviale, 3 cotte e tanta altra roba. Deve risalire a quel momento di vantaggioso accaparramento, quando riuscì ad ottenere, sempre proveniente dallo stesso convento, anche la prestigiosa opera in terra cotta detta la Pietà, attribuita prima al Cozzarelli e recentemente a Francesco di Giorgio Martini, e posta sull’altare alla romana della sua chiesa. Secondo quanto aveva promesso costruì il nuovo campanile per porvi le pesanti campane e in questa occasione realizzò l'edificio di sostegno al grande e tozzo torrione, destinato inizialmente a stalla, con una spesa di 680 lire.
I lavori si devono essere svolti nel 1809, ma, quando fece collocare le campane sul moderno campanile, costruito a proprie spese, non si avvide che la campana maggiore aveva una crepa antica e al primo suono si allargò tanto da diventare inservibile e con voce fessa. L'improvviso difetto fece prendere al curato la drastica decisione di rifondere le due campane tanto più che l'altra era piccolissima e sproporzionata. Si rivolge per il bisogno a un fonditore di Firenze di cognome Moreni e per ammortizzare la spesa prende l'impegno di dare in cambio tanto bronzo quanto ne occorreva per due nuove campane, pagando solo la fattura delle medesime dell’ importò di lire 424, oltre ai vari accessori che il Moreni chiama colarini, cattivelli, ossia l'anelli di ferro ai quali sta attaccato il batacchio, chiavi, mozzi, viti e naturalmente un batacchio, detto battaglio, per ogni campana per un importo totale di 602 lire. A queste vanno aggiunte 76 lire per porto delle campane vecchie e riporto delle nuove, con viaggi effettuati da Angelo Marzi e Francesco Guideri il 3 luglio 1810 ai quali il Bianciardi si premunisce facendoli dichiarare, di fronte a testimoni, di aver ricevuto le campane.
Diverse lettere conservate ci danno un quadro esatto del gran daffare per arrivare alla definitiva collocazione delle nuove campane anche perché il Bianciardi si deve essere attivato per contenere le spese. Intanto, disponendo di quattro campane, in quanto non aveva fatto il famoso baratto come aveva dichiarato, ne invia subito tre a Firenze del peso rispettivo di 771,164 e 36 libbre e il 9 settembre 1809 ne vende un'altra al parroco di Riciano incamerando 205 lire. Il 3 novembre 1809 riceve il conto dal Moreni per un ammontare di 602 lire e di 603 libbre di bronzo al quale paga un anticipo di lire 200. Adocchiata un'altra campana nel monastero di S. Benedetto ne fa richiesta in Curia il 24 novembre 1809 per ottenerla e spedirla a Firenze come poi avvenne in data 3 luglio 1810 e il debito del bronzo scese a 103 libbre. Dopodichè passano due anni non documentati nei quali il rettore Bianciardi deve aver versato soltanto un altro piccolo acconto perché il Moreni si fece vivo presso un influente religioso per ottenere il saldo del credito di 402 lire. Ciò gli valse la riscossione immediata di 140 lire mandatagli dal Bianciardi per interposta persona. Si concluse così la vicenda legata al nuovo campanile che per circa un secolo avrebbe svettato sulle campagne di Quercegrossa prima che un fulmine ne minasse la stabilità e ne causasse la demolizione.

Lavori in chiesa
Si è già accennato all'organo a canne tra gli oggetti provenienti dai frati del convento dei Tufi, ma le due maggiori acquisizioni di quegli anni furono senz'altro la Pietà in terracotta dello stesso convento e la cantoria cinquecentesca dalla chiesa di S. Petronilla. Il curato Bianciardi, certamente scontento della modesta architettura interna della chiesa, di nessun rilievo, la volle trasformare dandole un più elegante aspetto e contemporaneamente diede un assetto funzionale all'organo e alla cantoria senza invadere spazi interni costruendo un nuovo ambiente dalla parte dell'ingresso a ovest, sostenuto da una loggetta in cotto (gli archi), collegato da una stanza di passo alla canonica.

La chiesa e la canonica di Quercegrossa dopo il rilevante intervento edilizio di don Francesco Bianciardi effettuato negli anni 1802-1817. In grigio le aggiunte apportate ai vecchii edifici.

Nelle varie lettere esistenti relative alla ricerca e modifica di impieghi di denaro si diceva che la chiesa era bassa e non aveva scolo delle acque e per questo era assai umida e le muraglie pativano notabilmente. I lavori intrapresi devono essere stati grandiosi perché richiesero l'innalzamento delle pareti laterali della chiesa per circa un metro e la realizzazione del fornice nella zona del coro e del soffitto a botte con demolizione delle antiche capriate.
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E’ evidente la misura della sopraelevazione della chiesa fatta da don Bianciardi.


L'altar maggiore venne rivestito di marmi con predella in muratura a due gradini, sempre di marmo. La struttura muraria, delimitata da due ali laterali verticali, con mensole unite da un piano nella parte alta, era adeguata a contenere le statue della Pietà. L'impiantito della chiesa venne rifatto completamente. Nella zona a ovest intanto si erigevano le logge su un piano più basso del pavimento interno della chiesa e quindi occorsero tre gradini per l'accesso alla navata. Purtroppo nessun documento o progetto è rimasto a illustrarci le fasi dei lavori e solo una relazione successiva e un conto spese ci forniscono pochi dati sui lavori e il loro costo totale di 2045 lire, come dal preventivo, poi confermato, del perito muratore Natale Pieri. Le 2045 lire, corrispondenti a 292 scudi, furono ridotte a 274 scudi erogati in parte dalla casa Bandini Piccolomini per 159 scudi, e di tasca propria dal parroco per 115 scudi.

Maturata l'idea della trasformazione della chiesa nell'anno 1815, don Bianciardi invia progetto e preventivo con copertura spese alla Segreteria del Regio Diritto di Firenze il 23 novembre 1815, la quale a sua volta si rivolge all'Arcivescovo a mezzo lettera nella quale gli chiede di prendere in esame il progetto di "resarcimento" e dare "il suo savio parere", ma già dal maggio precedente il Vicario del Vescovo si era recato a Quercegrossa per prendere visione della situazione. Naturalmente don Bianciardi si premunisce per far fronte alla spesa di riordinare i conti della parrocchia e di individuare e proporre il possibile finanziamento, fermo restando un contributo personale dei 115 scudi rammentati per i quali il 28 febbraio 1816 ottiene autorizzazione vescovile di poter supplire personalmente come richiesto. Tutto ciò si risolse il 23 febbraio 1816 quando giunse da Firenze, dalla Segreteria del Regio diritto, il documento che informava che S. A. R. con "benigno rescritto del 10 andante si è degnata di accogliere le preci suddette". A don Bianciardi vennero comunicate il 28 successivo le decisioni prese. In primis veniva accetta l'offerta fatta dal Bianciardi e secondo gli veniva negato l'uso di 18 scudi di proprietà della chiesa di Cellole giacenti nelle casse della diocesi. Poi si autorizzava il versamento dei 159 scudi nelle casse diocesane da parte dei Bandini Piccolomini. Questa somma era un vecchio prestito attinto ai fondi della Canonica a Bozzone da quella famiglia per il restauro di un podere di loro proprietà. Per la restituzione dei capitali impiegati, il granduca comandava per i 159 scudi come per i 70 restanti della parrocchia di Cellole e per i 150 scudi da reintegrare come capitale parrocchiale di Quercegrossa, di versare nelle casse diocesane la somma di scudi 12 annui fino all'estinzione del debito. A quel punto la stessa somma sarebbe stata versata annualmente a don Bianciardi o ai suoi eredi in restituzione del prestito personale di 115 scudi. Incaricava il Governatore di Siena di scegliersi una persona di fiducia che seguisse i lavori perché "siano eseguiti secondo le buone regole dell'arte e a tenore della relazione Pieri". Il pagamento dei lavori doveva esser fatto per una metà dei 159 scudi all'inizio e l'altra metà a completa ultimazione. Nelle motivazioni adottate per ricevere l'autorizzazione ai lavori vi si trova quella di procurare anche in campagna un poco di lavoro a beneficio dei poveri braccianti che nella calamità dell'anno non languiscano nella miseria non potendo aversi parimenti il mezzo di procurarsi una somma.
Ottenuto il nulla osta, don Bianciardi esegue i lavori nell'anno 1816, ma non è da escludere una coda nell'anno seguente perchè la richiesta di consacrazione del nuovo tempio la inoltra all'Arcivescovo di Siena in data 18 aprile 1817. Alcuni giorni prima era giunto a Quercegrossa, in incognito, Lorenzo Turillazzi, il perito nominato dal Governatore, con l’incarico di esaminare i lavori fatti e di darne relazione. L’esame risultò del tutto soddisfacente avendo riscontrato lavori fatti a regola, con buoni materiali, con tutta decenza e coerenti con la relazione Pieri. Il Bianciardi venne informato di questa ispezione soltanto il 26 giugno 1817.
Con la consacrazione della chiesa finirono anche i lavori di muratura in parrocchia e si dovrà attendere la fine del secolo per rivedere modifiche importanti. agli stabili.

Lavori don Pratesi
Il 28 maggio 1838, di fronte all’urgenza di effettuare lavori di manutenzione alla canonica, don Pratesi chiede di attingere al fondo di 110 scudi esistente presso il Monte dei Paschi per impiegarlo nei detti lavori di restauro. L’istanza venne approvata dagli organi fiorentini competenti con la condizione di versare l'intera somma nella Cassa delle Economie, per poi riceverla in tre uguali rate scaglionate all’ inizio, metà e fine lavori, e da restituire con rate annue di 10 scudi.
Pur non avendo nessuna descrizione dei lavori fatti fare da questo parroco, siamo in grado di stabilirlo con certezza grazie ad una pianta del complesso parrocchiale tracciata dal perito geometra Piero Sensini, incaricato di rilevare gli eventuali danni causati dalla gestione del defunto parroco. Osserviamo che Don Pratesi cercò di dare una certa razionalità all’ambiente canonicale suddividendolo in zone per servizi diversi, con notevoli differenze dall’odierna sistemazione.

Chiesa e canonica al tempo di don Pratesi con le notevoli modifiche apportate internamente. L’ingresso non più dal chiostro dove è stata murata la porta di quello vecchio fronteggiante la scala interna, e dove vi è una stalletta, ma è stato spostato a ovest nel corpo centrale a cui si accede direttamente dalla strada provinciale. S’entra in una stanzetta (r) che funge da vestibolo e dalla quale ci si immetteva nella cucina di destra (s), alle scale (o) per il piano superiore o a un corridoio (n) che portava agli ambienti di servizio come al corridoio (f) con il tinaio (k) e il pozzo (g), o ad una stanza interna (u) che collegava al salottino con caminetto (t). Dalla detta stanza interna si comunicava con un “dispenzino” mattonato (x) che collegava al “luogo comodo” ossia al gabinetto, allo stanzino della “brusca” e alla stanza che più tardi è definita stanza dei polli. Rimangono da segnalare il forno (l) con la bocca accessibile dal tinaio (oggi scomparso), la sacrestia a cui si accede soltanto dalla chiesa essendo stata murata la vecchia porta del corridoio e si può spiegare il fatto con una ricerca di sicurezza. Per finire don Pratesi rese abitabile la capanna addossata alla chiesa a est trasformandola in un quartierino per il logaiolo e infatti nell’inventario del 1841 ecco che risulta affittata la “casa della parrocchia” a Pasquino Landi.

Alla morte di don Pratesi il rammentato perito venne incaricato dal Subeconomo dei Benefici Vacanti della Diocesi di Siena con lettera del 24 dicembre 1867, dieci giorni dopo la morte del parroco, di redarre l'elenco dei danni e il nuovo inventario.
Redatto dal perito Piero Sensini:
Importare dei danni e delle degradazioni valutate per urgenti Lire 253,38
Detti che possono attendere dilazione Lire 617,60
Detti degli arredi sacri e sinodali Lire 552,44
Detti della Cappella di Petroio lire 44,28
Totale 1467,60. Data della presente 25 luglio 1868.
Il Sensini il 7 gennaio 1868 si portava a Quercegrossa dove in alcuni giorni redigeva il documento di riscontro del vecchio inventario e il nuovo in compagnia dell’altro incaricato Dr. Marco Schiatti. Praticamente, leggendo il resoconto, c'è bisogno di intervenire un po' dappertutto restaurando porte, finestre, infissi, telari, impiantiti, imbiancando, inverniciando e sostituendo vetri e mattonelle sia in chiesa sia nella canonica come pure nell'annesso di Petroio. A queste piccole e grandi riparazioni vanno aggiunte la sparizione di molti arredi sacri e beni sinodali e visto il ritardo con il quale viene compilato l'inventario si può anche supporre che certi oggetti siano spariti in quel lasso di tempo compreso fra la morte di don Gaetano e l'inventario. Non si spiegano altrimenti la mancanza delle coppe d'argento da calice e pisside, del calice d'argento del peso di una libbra e mezzo, stimato 114 lire, della patena d'argento, di due letti a due panchette corredati di materasso e coltroni, di tavolino e varie sedie, di 4 botti di vino dalla cantina, di uno scaffale, di una lucerna e infine delle molli e della paletta in cucina. Ma soprattutto manca nella chiesa di Petroio un grande quadro da altare, pittura su tela, rappresentante la vergine con S. Michele Arcangelo e altra Santa, con cornice di legno dato in buono stato al precedente inventario. Anche per i risarcimenti individuati dal perito, alle piccole spese si aggiungono urgenti lavori alla struttura, come alla cantonata di mezzogiorno della canonica, lesionata da un forte cretto che potrebbe minacciare rovina e alla torre del campanile "che ha da qualche anno buttato dei cretti che a lungo andare resterebbero pericolosi e occorre delle catene di ferro con leghe di travertino" per consolidarlo. Anche i cretti aperti nelle pareti del forno vanno ricollegati. Due camere al primo piano vanno ripulite per essere indecenti e sudicie e rimediare alle molte infiltrazioni d'acqua. I vetri da rimettere non si contano e anche questo è indizio di grande incuria. L'avvallatura trovata nel salotto del piano superiore desta la preoccupazione del perito, il quale suggerisce di "variare" qualche corrente e terza rotta. Il soffitto dell'andito è quasi rovinato. Il tetto è tutto da restaurare, il "piantito" dell'atrio della chiesa ossia le logge, è da rifare. Il portone che "chiude la corte interna" e immette all'esterno sulla strada principale è lacero e quasi inservibile. Il perito stimò urgenti alcuni lavori per i quali occorreva una spesa di 253 lire e presentò la sua relazione il 25 luglio 1858.

Lavori don Bracaloni
L’economo spirituale Bracaloni si trovò subito a fronteggiare una situazione di generale degrado, e il Subeconomato di Siena ordinò un primo intervento di restauro incaricando il muratore di Quercegrossa Giovanni Rossi di rimediare ai lavori più urgenti e dalla sua ricevuta sappiamo che riscosse 6,32 lire:
Per aver tirato giù la soffitta della galleria che conduce al pulpito, per aver levato le pietre nell'angolo del campanile, per aver rifatto la gronda del tetto e mutati due correnti e murato due buche sopra le finestre della parte di levante e levati i mattoni che cadevano dalla mantellina del camino sono occorse due opere di muratore a lire 2 l'una N° 1 opera di manovale Lire 1 - Calcina e rena L. 1,12 Gesso 0,20 lire.
Dopo la perizia dei danni fatta dal geometra Lenzi, Bracaloni ricordava al Subeconomato che “dal medesimo avrà saputo che in casa del contadino vi siano dei lavori da eseguirsi quanto prima...”. Il 7 novembre 1868 invia ancora una lamentela su quello da sistemare quando ci saranno i restauri “ma è la necessità che mi ci spinge che alcune finestre non vogliono stare più insieme, mancano ad altre dei cristalli, il pigionale si lamenta con ragione che vi sia una trave che minaccia rovina e l’impalcatura della camera è tutta sconnessa e la muraglia esterna ha un forte cretto che a queste stagioni si trasmette del vento che è un servizio non gradito per cui sia cosa che a V. S. non spetta prego a volere interporsi presso i Signori Della Ciaia perchè si diano pensiero della cosa altrimenti mi rivolgerò alla Regia Prefettura ovvero al Ministro perchè sia disbrigato questo affare”.

Lavori don Regoli
Trascorrono alcuni anni di tira e molla per far effettuare i lavori ai vecchi fidejussori del Pratesi poi 27 aprile 1871 si viene a sapere da don Regoli che “sui lavori eseguiti dagli eredi degli Ottieri della Ciaia ... i lavori sono stati malamente eseguiti se non gli stoiati e la porta esterna nella quale sono state riprese le spallette ristringendovi la luce e facendovi uno scalino. In generale i suddetti restauri consistono in semplici rattoppi di breve durata non escluso il muramento fatto per una cantonata della casa canonica che è fuori di piombo”.
Rimane una situazione di emergenza che richiederebbe un adeguato intervento anche secondo il preventivo del muratore Alessandro Viligiardi:
Rimediare alla verzazione di un piccolo pozzo nell'orto aumentando metri 2 di afondezza Costruzione di Cortina a mattoni Lire 160
Fare uno sperone a sassi alla facciata dalla parte di mezzogiorno lunghezza metri 14 altezza compreso il fondamento metri 4,5 e lunghezza in base metri 0,80 Lire 189
Fondamento del detto Lire 8
Rifare l'intonaco di detta casa e imbiancarla con colore e riquadratura semplice alle porte e finestre Lire 150
Rifare tre soffitte e due da restaurarsi Lire 166
Porvi una catena Obbligata nell'arco sopra a laltare maggiore Lire 70
Somma Lire 743
Il muratore Alessandro Viligiardi”.
Il 13 giugno 1877 hanno inizio i lavori e don Regoli registra giornalmente ogni opera fatta dal muratore (2 lire giornaliere) e dai suoi aiutanti segnati come manuale (1 lira) o ragazzo (50 cent.). Lavorano dalla metà di giugno a novembre con alcune settimane di sospensione nell’estate per un totale di una cinquantina di giornate quasi sempre con due o tre operai. Queste cifre fanno intendere che si sia messo in opera il preventivo Viligiardi con l’importante lavoro dello sperone di sassi alla canonica. Ma sembra tutto inutile perchè pochi anni dopo risiamo alle solite preoccupazioni che i muri dell’edificio franino davvero.

Lavori don Rigatti
“Relazione 28 giugno 1884 - Ingegnere Vincenzo Ferri
Incaricato ... dall'Ill.mo Sig. Subeconomo dei Benefizi vacanti della Diocesi di Siena di visitare le fabriche spettanti alla parrocchia di Quercegrossa. ... di verificare sul loro stato e di proporre quindi quei lavori strettamente necessari relativi alla statica delle suddette fabbriche; e dopo di avere accettato l'incarico, si è trasferito il dì 12 del corrente mese di giugno sulla faccia del luogo ed ha verificato: che i muri della casa canonica si trovano in pessime condizioni, per la loro vetustà e cattiva costruzione, essendo formati con sasso alberese, e focaio e murati con malta composta di calce bona ma di cattiva rena di tufo. Nessuno dei suddetti muri trovasi in piombo, e quale più, quale meno è fuori del centro di gravità, i quali si sostengono per il collegamento dei travi che compongono i diversi piani del fabbricato e la tettoia. Anche internamente questi fabbricati necessitano di ripari urgenti come ad esempio il palco ed impiantito del corridoio che mette sull'orchestra, la soffitta di una camera, entrambi in stato di sofferenza”. Finalmente i tetti dei quali in quello della chiesa occorre che siano cambiati n° 10 travi, 100 correnti e provveduto il coprirne di pianelle e tegola le prime in n° di 3000, le seconde n° 2500, ed in quello della canonica n° 4 travi. Molti altri lavori si richiederebbero in questa parrocchia, ma dovendosi limitare lo scrivente a quelli unicamente che si riferiscono alla statica onde prevenire delle rovine ne omette la descrizione. Oltre alle suddette fabbriche conviene provvedere ancora al muro di cinta ai terreni longitudinale alla strada Comunale della Castellina che trovasi fuori di piombo e piegato verso i terreni stessi”.
Questa poco incoraggiante premessa introduce ad una lunga serie di lavori da fare in tutti gli ambienti del complesso parrocchiale, ma il più urgente e impegnativo appare la completa rivestitura delle pareti esterne della canonica, sfoderandole e rivestendole a mattoni. Un lavoro ardito da fare con molta attenzione come raccomanda il perito: “...nuovo muramento con fodera di mattoni a cortina da eseguirsi un poco alla volta e con le massime cautele”.
A seguito delle pressioni del parroco e di evidenti e improcrastinabili lavori da effettuare, si giunse finalmente a indire una gara d’appalto con un ammontare degli stessi lavori a lire 3281,82, e si aggiudicò l’asta il maestro muratore Remigio Rossi.
Occorse un decennio per portare a termine questi lavori, e altri promossi da don Rigatti e fatti a sue spese, il quale volle dare una decorosa sistemazione, alla chiesa, ai campi e in generale alla proprietà parrocchiale di cui intese aumentarne il valore e le rendite “e per ovviare all'inevitabile deperimento cui si trovavano esposti per l'incuria dei suoi predecessori”.
Infatti, conclusa la fase dei lavori, don Rigatti chiamò l’Ingegnere civile Torello Castelli a constatare la qualità delle opere realizzate e redigere relazione per il Ministero dei culti. L’ingegnere stese il 27 giugno 1899 una lunga e tecnica dichiarazione sui lavori fatti eseguire da don Rigatti nella sua parrocchia e stimò gli stessi aver richiesto una spesa di lire 6199,48. Se si detrae l’importo della gara d’appalto e altre somme erogate dal R. Economato di Firenze assommanti a lire 3999,65, da restituirsi naturalmente con i redditi parrocchiali, si evince che don Rigatti si sia esposto personalmente con la bella cifra di lire 2200 circa, che rappresentano in realistica valutazione oltre sette anni di lavoro di un salariato di quei tempi, si comprende bene quella frase nel testamento ricordato.
Fu un’opera meritoria che, dopo secoli di rattoppamenti, diede solidarietà e decenza a tutto l’edificio parrocchiale. Assunse un’estetica gradevole col nuovo paramento in cotto e la radicale trasformazione della casa colonica con le nuove stalle, perdendo quella fatiscenza per la quale era spesso rammentato e come detto rattoppato.
Ancor oggi si godono i risultati di quelle razionali trasformazioni volute da don Rigatti e dal progettista perchè l’attuale pianta degli immobili è esattamente quella stessa uscita dai progetti di quei dieci anni di lavori fatti dal 1889 al 1899. E’ interessante scendere nei particolari di quei restauri per le impensabili notizie contenute. Già l’aver rivestito i muri esterni è un’impresa edile di rara esecuzione, ma anche l’aver sbassato il pavimento di mezzo metro dell’attuale ingresso, e delle due stanze adiacenti per fare il piano con il giardino, come si può ben vedere, fu opera originale.
Modificò l’ingresso alla canonica portandolo nella facciata a sud realizzando i due pilastri di mattoni con cimase e di pietra serena e due vasi di terracotta a decorazione, muniti di cancello che immetteva nel giardino dalla strada provinciale e quindi in casa.

Chiesa e canonica alla morte di don Rigatti nel 1907. Oltra ai grandiosi lavori esterni questo Curato ha nuovamente spostato l’ingresso portandolo nel giardino nella parte sud, ha riaperto la porta del chiostro che dà sulle scale, ha spostato la cucina (a) a destra dell’ingresso e ha costruito il nuovo forno (q). La vecchia entratura alla canonica che dava nella stanza d’ingresso (y) sarà murato da don Luigi Grandi.

Il piano superiore della canonica. Il curato don Rigatti dorme nella camera (d). Da queste stanze si accedeva al campanile, al pulpito e alla cantoria.





Le vecchie muraglie contrastano con il rivestimento in mattoni della canonica.
Anche l’ingressino alla casa colonica venne modificato passando dalla parte a est in quella a sud.


Il pozzo al centro giardino venne rifoderato e intonacato a cemento e fissata sul bordo a mattoni a coltello, la bilancia con due robusti ferri per attingere l'acqua. Nel giardino sei aiuole circolari con piante ornamentali di vario genere.
Rifece in pietra il muro esterno lungo la strada e l’orto in tutto il suo perimetro venne completamente recintato con muretti e cancellate di legname.
Dalla parte opposta del cancello d’ingresso furono innalzati altri due pilastrini sempre in mattoni, ma senza cancello, che davano accesso al campo del colono con una nuova strada massicciata di 43 metri. All’interno del pian terreno venne completamente modificata la pianta delle stanze e col ricordato sbassamento venne realizzato l’ingresso con il vano della porta “cogli opportuni serramenti di sicurezza” e una bussola a vetri bianchi e colorati. I solai dell’ingresso che sostengono le stanze superiori si appoggiano su travi di abete. La stanza di destra, già della Compagnia, divenne cucina con pavimento a mezzane, una nuova finestra, acquaio, focolare a doppia cappa e una piccola dispensa. Naturalmente furono sostituite finestre e infissi, e rifatte spallette archi, solai, demoliti parapetti, fatta la latrina con piano di marmo, l’ impiantito alle due camere da letto sopra la cucina, il portone di legname del cortile sulla Via Provinciale “foderato alla romana”, la tettoia o parata a tegole nel detto cortile e a destra il nuovo forno munito di tutti gli accessori.
All’interno della chiesa venne restaurato l'altare dedicato a S. Antonio da Padova riverniciandolo ad olio, e fu costruita la nicchia dove venne collocata la nuova statua del Santo con cristallo e tendina di seta ricamata. Fu adattato a ripostiglio degli arredi di Chiesa il piccolo locale alla sinistra dell'abside, che prima serviva da cantina al logaiolo rialzandone il pavimento e aprendovi un finestrino. Furono chiusi due vani dei vecchi confessionali e fu restaurato e rinverniciato il pulpito di legno.
Molti altri lavori vennero eseguiti anche nella casa colonica e anche qui si sbassò il pavimento di mezzo metro. Inoltre si aprì una porticina che immetteva nel coro per dare la possibilità al logaiolo di accedere facilmente alla chiesa, per custodirla e per suonare le campane senza uscire di casa. Si lavorò inoltre nel tinaio e nella cantina.
Un nuovo stabile, “a spese dell’attuale rettore”, ad un solo piano per uso di rimessa e scuderia venne edificato a est di fronte alla casa del logaiolo e lungo la strada comunale, con concimaia e a fianco un altro piccolo “stallino”. A qualche metro un casotto adibito a castro e a latrina per il colono con il suo pozzo nero in mattoni. Un muro di sostegno lungo 37 metri e alto un metro circa fu eretto lungo la strada comunale.
Il terreno intorno alla canonica venne interamente scassato per un metro di profondità e vi vennero piantate 1333 viti, mentre 2859 furono poste nell’altro campo vicino alla Magione.
La relazione termina magnificando la notevole produzione di uva che questi vitigni cominciano a dare, dimostrando a sufficienza che questi miglioramenti agricoli sono stati fatti osservando le buone regole dettate dall’arte e dall’esperienza della locale cultura.
Ma, nonostante la bontà del lavoro fatto fare a regola d’arte da don Rigatti, alla sua morte nel 1907 il perito Luigi Rossi, incaricato di fare l’inventario, ebbe modo di trovare danni da risarcire ammontanti a ben 660 lire.
religiosa_41 Nell’anno 1905 un fulmine colpiva il campanile rendendolo pericolante e inservibile. Il progetto richiesto da don Rigatti per la demolizione della vecchia rocca e l’edificazione del nuovo, venne presentato dall’ingegnere Alfredo Bertini il 16 novembre 1905. Tuttavia per l’autorizzazione dei lavori occorsero alcuni anni e la morte impedì a don Rigatti di eseguirli e spettò quindi all’economo Grandi realizzarli. Vennero finanziati con varie voci di spesa, autorizzate dal Ministero, prelevando 300 lire dalla Cassa dell’Economato generale di Firenze oltre alle 94 offerte dal parroco e 50 dai fedeli. In più 250 lire dal fondo versato dagli eredi di don Rigatti e altre 250 a carico della parrocchia di Quercegrossa. Si suggeriva una richiesta di contributo ai due comuni della frazione. Ma prima dell’inizio dei lavori non mancarono proteste e precisazioni non accettando don Grandi l’addebito delle spese a suo carico che comprendevano anche 200 lire per la direzione sorveglianza e collaudo dei lavori. Finalmente nell’anno 1909 a quattro anni dal fulmine il nuovo campanile svettava su Quercegrossa grazie anche all’opera dello scalpellino Annibale Viligiardi che riscosse 304 lire per la manifattura delle bozze di alberese, cimasi, mensole, cornicione e altro comprese le giornate per la bucatura delle bronzine e l’assistenza.

Il campanile della chiesa parrocchiale costruito nel 1909 in sostituzione della vecchia rocca danneggiata da un fulmine.

Nominato parroco nel 1911 don Grandi effettuò alcuni lavori intorno al 1930/31 che dovevano esser eseguiti per rimediare ai danni provocati dal predecessore don Rigatti e per i quali aveva ottenuto subito una proroga. Rifece il pavimento della chiesa, la imbiancò e rese praticabile l’orchestra dotata del nuovo organo da lui acquistato. Subito dopo la nomina deve aver sistemato a sue spese la stanza a sinistra dell’ingresso abbattendo il parapetto della vecchia cucina e chiudendo la porta che dava sulla strada principale. Ne fece una bella stanza dove prendeva i suoi pasti. Nel 1943 realizzò il fonte battesimale in fondo alla chiesa.
Se don Grandi fece soltanto interventi di restauro o di sistemazione, il suo successore don Ottorino Bucalossi apportò un’importante modifica alla chiesa coll’intento di ampliarla. Dalla parte ovest tamponò gli archi della loggia, sopraelevò il tetto della medesima per pareggiarlo e tolse la cantoria dall’interno dando così più spazio ai fedeli. Realizzò, inoltre, a pochi metri dalla canonica, con il concorso del popolo, l’edificio salone per le attività parrocchiali.

La canonica al tempo di don Luigi Grandi. L’alto muro di cinta resterà danneggiato durante la seconda guerra e abbassato poi da don Ottorino. In basso: particolare.



L’interno della chiesa di Quercegrossa nel 1957 preparata per un matrimonio. Due modeste sedie davanti all’altare accoglieranno i due sposi. Si notano il pulpito sulla destra, usato dai frati predicatori, e le vecchie panche che saranno rinnovate da don Pierino Carlini. Sull’altare vi è la Madonna del Buonconsiglio.

Il giardino della canonica fronteggiante l’ingresso, col pozzo demolito da don Pierino Carlini, essendo rovinato e divenuto inservibile.

Il locale parrocchiale per le attività ricreative costruito da don Ottorino Bucalossi nel 1951.

religiosa_47 A sinistra, la facciata della chiesa dopo i lavori eseguiti da don Ottorino.

Per chiudere questo capitolo durato cinquecento anni, ricordo brevemente l’opera recente dei successori di don Ottorino, ai quali va il merito di aver ognuno realizzato migliorie con piccoli lavori di restauro, ma anche notevoli interventi. Don Pierino Carlini recuperò il malridotto locale parrocchiale, restaurò la facciata della chiesa dotandola di una nuova porta e antiporta e realizzò un piccolo campetto da gioco per i giovani. Restaurò i due altari laterali, tolse l’antico pulpito e fornì la chiesa di nuove panche delle quali molte offerte dai parrocchiani. Don Ugo Montagner, nella sua breve permanenza compì lavori interni della canonica realizzandovi un appartamentino con servizi e infine don Giulio Salusti al quale si deve l’intervento recente più importante. In osservanza alla nuova tendenza del sacerdote celebrante rivolto al popolo, demolì l’altare alla romana riedificando una semplice mensa sopra un piano elevato di marmo giallo con tre gradini che si estendono per tutta la larghezza della chiesa. La Pietà, tolta dal vecchio altare, venne collocata nel fornice sopra una mensola.



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