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CAPITOLO IX - MEZZADRIA

Coltratura e semina
Il principale obiettivo del contadino era un buon raccolto di grano, il prodotto essenziale del podere che dava pane e qualche lira. Il ciclo completo della sua produzione durava un anno esatto iniziando con la preparazione del campo subito dopo la tribbiatura e terminando con la stessa l'anno successivo.
Le fasi che si susseguivano prevedevano la concimatura, la coltratura, la semina, la mietitura e la tribbiatura, ed ognuna di esse aveva i suoi tempi e le sue scadenze. Certamente nessuna era inferiore delle altre per importanza perché un errore in una della fasi si ripercuoteva sul risultato finale. Scelte dunque le prese da seminare, il contadino già alla fine di agosto… "Prima di coltrare si spandeva il concio col carro e si portava nel campo e si facevano dei monti, poi col forcone a quattro denti si spandeva"; "Dopo tribbiato si iniziava a preparare il terreno per la semina e si arava con una coltrina essendo il terreno sassoso, inoltre si concimava il terreno con il concio della concimaia, spargendolo sul terreno. Molti contadini avevano un vecchio carro per il bisogno".
Terminata la concimazione si coltrava subito il terreno. Seguivano poi la sarchiatura con il quaranta denti per frantumare le zolle più grosse, la semina del grano e un nuovo passaggio col quaranta denti.
Un paio di bovi, ma anche due, col trapelo tiravano il coltro fisso o a voltaorecchio per giornate intere, con il contadino impegnato nel duro compito di tenere i manici del coltro. Con l'impiego delle trattrici a metà anni Trenta del Novecento la coltratura divenne meccanica e negli anni Cinquanta si diffuse ovunque, ma in tanti piccoli poderi si coltrò con le bestie fino all'ultimo.

Lavori di coltratura e sarchiatura nei campi. In alto: Federico Costanzi e, in basso, Dino Palazzi.



Un'altra operazione abbastanza impegnativa condotta da tutti, uomini, donne e ragazzi del podere, era la zappatura per ribattere e sminuzzare le grosse zolle rimaste che il quarantadenti non era riuscito a tritare.
“Si usava anche il coltro di legno ed era usato da tutti per le fave, le patate, i fagioli (parecchio con la zappa) e granturco”. Diffusa fino a tutto l'Ottocento era la vangatura di intere prese, a rotazione come la semina, in modo che nel giro di tre anni si rinnovassero tutti i campi. Era fatta dai contadini che in fila obliqua procedevano vangando in profondità in una operazione ritenuta di grande utilità per la semina, ma anche di grande fatica fisica per chi la praticava, uomini e donne. Molti proprietari, infatti, si lamentavano che i contadini non volevano più vangare i campi, ma usare il coltro. Nel contratto del dicembre 1701 tra le Monache della Madonna e il mugnaio Michelangelo Ticci, affittuario alle Badesse oltre che del mulino anche di due camparelli, il Ticci è obbligato "a far vangare un poco di terra l'anno di modo che a capo di tre anni siano vangate tutte".

La famiglia Carli alle prese con i sassosi terreni di Petroio. Da destra: Dino, Luigi, Giulia e Giovanni. In basso: una donna di casa con Giulia e Giovanni.



I giovani Dino e Giulio Carli frantumano le zolle più grosse.

Fino Landi alla guida della trattrice del Bindi, circondato da operai e contadini.

A destra Gigi Rustioni, operaio dei Mori, con il famoso trattore “Ursus” impiegato nella stagione della coltratura.

La trattrice in movimento per la coltratura.

Nell'ottobre il campo è pronto per ricevere i chicchi di grano messi da parte nell'ultima tribbiatura.
E' l'immagine poetica più conosciuta del lavoro agricolo: il vecchio e baffuto contadino con il sacco a tracolla e la mano slanciata nel largo gesto di gettare con maestria il pugno di grano. E' la semina a mano praticata fino a meta anni Sessanta sostituita poi dalla seminatrice della quale si registra l'uso a Passeggeri fin dal dopoguerra.
Il seme conservato nella fattoria dal tempo della tribbiatura viene consegnato al contadino che sapientemente lo distribuisce in ogni ettaro coltrato.
"Per S. Martino semina il pigherino", era uno dei tanti proverbi sui tempi dei lavori agricoli e stava e significare che dopo l'11 novembre, festa di S. Martino, seminava solo il contadino pigro e svogliato che non aveva rispettato il tempo canonico. In realtà nei grandi poderi spesso si accumulavano ritardi nella semina, ma a causa del tempo piovoso spesso il ritardo era generale. Ma quando grano veniva seminato nei nostri poderi negli ultimi decenni della Mezzadria? "Quest'anno a fatto delle dieci", commentavano i contadini e intendevano che ogni quintale di seme aveva una resa di 10 volte tanto. Era una buona resa per i nostri terreni e quindi si accantonava a seme il 10% del grano prodotto. Per ogni ettaro, ma la quantità variava con la qualità del terreno e del tipo di grano, si seminava, forse, un quintale e mezzo di seme. Le quantità minime e massime raccomandate dai manuali parlano di 0,90 a 1,90 q per ettaro per il frumento autunnale, e quote simili per avena, segale e orzo, mentre per il granturco si va da 0,50 a 1 q. Per le leguminose la semina per ettaro si fa pesante necessitando da 2 a 2,7 q per i fagioli e da 0,90 a 1,30 q per i ceci. Quasi proibitiva la semina di un ettaro di patate in quanto occorrono da 13 a 30 q di tuberi. Il seme del grano era scelto e tenuto con tutte le precauzioni: "Alla tribbia si lavoravano 5/6 quintali, poi si tribbiava il seme del grano scelto; il seme era il 10%". Poderi che producevano 200 quintali di grano ne destinavano alla semina ben 20 quintali. Ma non sempre era stato così. Più si retrocede nel tempo più diminuisce la resa del grano: nel Cinquecento si hanno rese minime del 4/5/6%.
Infatti, dai registri della Gabella dello Stato Senese i dati ricavati indicano chiaramente che nel Comune di Quercegrossa la resa si aggira tra le 3 e le 4,3, ma si deve tener presente che sono denuncie al fisco e perciò esiste il dubbio sulla loro veridicità. Nel podere di Tradita Benvoglienti il mezzaiolo Battista Mazzini semina 40 staia di grano e ne raccogli in tutto 132, pari a quasi 28 quintali. La resa è del 3,3 e di parte al mezzaiolo spettano circa 10 quintali di grano. In quegli anni la parte spettante al contadino varia dai 5 ai 15 quintali. Passando al 1617, la situazione non è molto migliorata perdurando le basse rese registrate in passato.
Per fare un esempio in quello che dovrebbe essere lo stesso podere già Benvoglienti e precisamente il Castello si raccolgono circa 21 quintali di grano contro i 5 seminati con una resa del 4,1, che poi è anche la resa media di quell'anno nei poderi di Quercegrossa e Petroio, con un minimo delle 2,6 a Petroio del Credi dove il mezzaiolo semina 6 q e mezzo per raccoglierne in tutto 17,2. La media del grano spettante ad ogni contadino per podere è di 8 quintali e tutto lascia pensare che si tratti di una annata particolarmente sfavorevole contro una più che positiva resa del 5 registrata due anni prima nel 1615. Un dato importante ci viene fornito dal resoconto della visita Gherardini del 1676. Egli riporta il raccolto totale del Comune di Quercegrossa consistente in 15 moggia di semina e una raccolta di 61 moggia e staia 8. La resa calcolata ci dà un perfetto 4.
Nel secolo successivo, dai libri contabili delle Monache di S. Lorenzo proprietarie di due poderi a Quercegrossa, si ricavano alcune rese di cereali e leguminose con notevoli differenze tra le varie annate. I poderi in questione sono quello di Petroio e l'altro più piccolo di Quercegrossa comprendente le terre dell'Osteria, con Girolamo Ticci, mezzaiolo. Il periodo preso in esame si estende dal 1711 al 1783 e presenta notevoli squilibri nella resa dei semi tra l'inizio e la fine del secolo e probabilmente questo dipende dalla diversa capacità lavorativa tra i due periodi presentando quel secolo notevoli migliorie nelle tecniche di produzione. Le cifre parlano da sole: nel 1711 a Quercegrossa il precedente oste Santi Staterini semina 5 staia e raccoglie 24 staia di grano. Nel 1713 ne semina 5 staia con una raccolta di 26 staia. Nel 1714 in virtù dell'ottimo raccolto ne semina uno in più, cioè 6 staia, ma l'estate successiva ne raccoglie soltanto 22. Un trentennio dopo circa vede l'annata 1749 confermare la resa dei grani intorno alle 5 con sempre 5 staia seminati e 26 raccolti, ma già nell'anno 1756 si contano 42 staia tribbiate e nel 1764 con una semina di 5 staia la raccolta è di 36 delle quali 5 staia lasciati per seme, 15 staia per parte e uno per le decime di Quercegrossa. In questi anni la resa dà dalle 7,2 alle 8,4. L'ultimo dato risale al 1783 e conferma la tendenza alla crescita delle rese fra il 7 e il 9, raddoppiando quasi quelle di inizio secolo. Il quell'anno, probabilmente un'annata eccezionale, si raccolsero circa 47 staia di grano. Queste cifre così interessanti, pur essendo ricavate da un podere di piccole dimensioni, sono parzialmente confermate dalla lettura dei dati nell'altro podere delle monache, quello di Petroio. Nell'anno 1711 seminati 28 staia, raccolti 123; 1714 seme 28 staia raccolta 114 al lordo del seme. La semina in quegli anni varia da 24 a 29 staia e la resa media sembra dare delle 4 o 5. Mezzo secolo dopo il mezzadro Fontani raccoglie in una annata che non sembra delle migliori, 97 staia di grano, così distribuite alla data del 1 agosto: 25 staia lasciate per seme in sue mani; sua parte 34 staia; parte delle monache 34 staia; dato per decima 3 staia e mezzo. Valutando queste cifre la resa sarebbe del 4, ma probabilmente la semina era stata di 15 staia come lo sarà negli anni seguenti compreso il 1783 quando si ottengono 92 staia in totale per una resa delle 6.
Tra i tanti fattori che nell'ultimo secolo concorsero ad una superiore resa del grano, e quindi all'aumento della produzione a parità di estensione di terra coltivata, si deve ricordare la meccanizzazione con i miglioramenti del coltro a voltaorecchio e quelli a più vomeri a trazione meccanica che entravano profondi nel terreno, ma la vera rivoluzione si realizzò nell'Ottocento con la rotazione scientifica delle colture. Questo sistema di coltivare grano e fieni non rappresentò una novità assoluta in quanto si era fin dal Medioevo seguito l'uso di seminare colture diverse di anno in anno sullo stesso terreno in una forma di rotazione biennale o triennale con un campo lasciato a maggese, cioè a riposo. Ma questa era un'alternanza di colture casuale e senza metodo se ancora nell'Ottocento si biasimavano i contadini che praticano il ristoppio, ossia la semina continua di cereali sullo stesso terreno. Quando gli esperti agrari del Settecento compresero che ogni pianta consumava di più alcuni sali minerali, e il terreno di conseguenza si impoveriva del medesimo seminando sempre le stesse piante sullo stesso terreno, si consigliò fermamente la rotazione anche quadriennale o quinquennale delle colture in modo che azoto, fosforo e potassio, per citarne alcuni, si riequilibrassero e venissero nuovamente assorbiti dalle nuove piantagioni. Sentiamo un esperto dell'Ottocento consigliarci sulla procedura da seguire: "In un appezzamento di terreno, il primo anno si seminavano fave. I rizomi delle loro radici assorbivano l'azoto atmosferico e lo trasformavano in nitrico, grazie a dei batteri che sono nei rizomi. Parte di questo azoto nitrico rimaneva nel terreno. Al secondo anno in quell'appezzamento si seminava grano, ghiotto di azoto, poi per due anni foraggere, pure loro provviste dei rizzomi fissatori di azoto, poi di nuovo grano".
Marcello Landi: “Subito dopo il passaggio del fronte un carro armato neozelandese passa sul seminato di Viareggio e Giuseppe pensa "Addio il mio grano". Invece in quelle strisce pressate dai cingoli crebbe più che mai rigoglioso”. “Allora ho capito come bisogna fare", riflette Giuseppe. Infatti il sistema di pressare il terreno nella maniera giusta è riconosciuto anche oggi per avere un grano migliore e piantine più robuste.




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