CAPITOLO I - LUOGHI E PODERI

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CASALINO
Podere situato sulla collina che sovrasta a Nord-Est il Molino in territorio di Castelnuovo e in antico parte del comunello di Quercia grossa e parrocchia di Petroio. Vi si accede per mezzo di una strada con accesso dalla via principale dopo il ponte di Quercia, che si inerpica su quella collina, dapprima con stretti tornanti e poi in linea retta. Detta strada continua per Sornano. Ma quella antica che collegava il Casalino agli altri poderi scendeva giù alla Staggia e risaliva all’Olmicino, mentre una seconda andava giù dalla parte delle Redi per condurre a Petroio. Il Casalino è circondato interamente da campi coltivati ai quali fa corona un ambiente boschivo, e il fiume Staggia divide le sue terre da quelle delle Redi e di Petroio.

La strada di destra sale dal Mulino al podere Casalino del quale oggi appena si intravedono gli edifici, nascosti da una florida vegetazione arboricola. Il podere è stato oggetto di continui lavori di ammodernamento e ristrutturazione perdendo la sua originale identità

Un podere la cui fondazione non è ipotizzabile, essendo molto antico, anzi antichissimo, forse di epoca tardo-romana e nel suo territorio, come ci ricorda don Giuseppe Merlotti, venne ritrovato nel 1791 un sepolcro romano "con uno scheletro con una spada in mano ed altro cadavere con una catena... Vi furono ritrovati parimente vasellami funerei".
Nel 1581 appare evidente che il Casalino è chiamato col nome di "La Fornace" di proprietà della famiglia Benvoglienti, padroni del Castello, e nel 1592 porta ancora lo stesso nome, ma la proprietà è passata ai Credi di Petroio. Il dato che abbiamo nel 1615 ci conferma la proprietà di questa famiglia che controlla una buona parte del territorio di Petroio, essendo padrona del detto Casalino, dell’Olmicino, delle Redi e di Petroio. Nell’anno 1644 si apre una causa che coinvolge il Credi e il Barbucci sulla proprietà del Casalino e dell’Olmicino dalla quale apprendiamo che il Casalino apparteneva ai Marescotti e da loro l’aveva acquistato il Credi per farne dono di matrimonio alla figlia Camilla. Dai Credi è ceduto in seguito ai Barbucci, Fortunio e Francesco, e sembra che per un periodo sia ritornato ai Marescotti. La situazione si deve essere ingarbugliata perché a un certo punto entrambe le famiglie si dichiarano proprietarie, da qui la causa. Alcuni, come Lattanzio Peri, affermano che appartiene al Credi, altri ai Barbucci. Qualunque sia stato l’esito della lite, un decennio dopo, verso il 1655, il Casalino è di proprietà di Orazio Amidei che già controlla anche il podere di Quercegrossa e del Mulinuzzo. Nel 1689 è mezzadro Marcho Staderini che ben presto ritroveremo nel 1695, oste all’osteria degli Amidei e coltivatore del podere Quercegrossa, degli stessi. Nel Settecento perdura la proprietà Amidei fino al 1720 quando acquista il podere la signora Francesca Ugolini alla quale subentra quella dei Minorbetti verso il 1730, per un trentennio, e a seguire le Monache della Madonna, proprietarie dell’Arginano. Per questo, con la soppressione del Convento nel 1808 passerà, insieme agli altri beni delle religiose, nelle mani del Bruschi e poi di Galgano Diddi. Da allora segue le sorti dell’Arginano attraverso i Ricci, i Purghi e le sorelle Cateni. Poi, nel 1964 la cessione al Cimarrosti che copre le terre del Casalino di vigneti con mano operaia.
Nel 1825, al catasto troviamo che la casa colonica, un compatto edificio a pianta rettangolare, con corte a Ovest, dalla quale con una scala esterna si accedeva alla loggia a due archi, si estende su 728 bq. (247 mq.) con aia e capanna. Il podere abbastanza vasto copriva circa quindici ettari e dava olio, grano ma poco vino, solo per il consumo. La stalla al tempo dei Pistolesi accoglieva oltre dieci bestie. Acqua da un pozzo di vena e per le bestie dalla pietraia sulla Staggia. Tribbiavano col Mori oppure con la macchina del Bindi Emilio che veniva dalla Maremma. Podere senza luce elettrica.
Le ultime famiglie di mezzadri i Nucci e i Pistolesi. Nel passato vi abitarono Santi Millefanti nel 1611, Domenico Niccolacci, un Cerretani nel 1658 e i Gori poco dopo. Poi Mattia Lazzari nel 1672 e gli Stefanelli per mezzo secolo nel Settecento. Chiavistrelli, Milanesi, Bozzi e Rocchigiani nell’Ottocento. Vanni Bernardino e un Gori prima del Nucci.




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