LA FAMIGLIA DEL TOTTO

Il Carroccio nel n. 74 del Marzo/Aprile 1998 pubblicò questo aneddoto raccontato da Giordano Bruno Barbarulli

Per consuetudine, più che per convinzione, si usa ancora oggi definire la Contrada come "grande famiglia", ma invero le mutazioni urbanistiche e sociali della città hanno indotto nel tessuto umano della Contrada cambiamenti così profondi e irreversibili da rarefare anche quello che di familiare e di mutuo soccorso aveva superato indenne la guerra.
Pur se restano tracce di partecipazione alla vita privata dei mèmbri della "grande famiglia" nella nascita e nella morte nelle citazioni sui giornalini e nei paggi ai matrimoni, pur se sopravvivono l'autofinanziamento della Contrada e la gestione in proprio delle Società, tanto da far supporre rapporti umani e comportamenti tipici di una vita vissuta insieme, in realtà dalla Contrada sono scomparse molte delle prerogative di un qualsiasi gruppo familiare.
Fra queste, la presenza di quelle figure di contradaioli che per la loro unicità erano con la Contrada reciprocamente identificabili e che avevano per casa anche il rione e per famiglia anche la gente della Contrada come Polvere e Pappìo, come il Totto della grande famiglia tartuchina.
Pietro Bianciardi, nato da Adamo nel 1890, come tanti negli anni Trenta lavorava in proprio; faceva il facchino con un carretto.
Lavori vari che lo portavano in giro per la città: merci e bagagli di ritorno o verso la Stazione, piccoli traslochi, qualche consegna per i negozi allora numerosi nei rioni.
Molte le soste dai vinai, con predilezione per quelli nella zona di Castelvecchio, ma nel lavoro era professionale (si direbbe oggi) e onesto.
Per lui la svolta della vita arrivò nel '46. E pensare che l'anno era cominciato in maniera allegra, dato che nella Tartuca gli avevano proposto di vestirsi da Befana per la festa dei bambini.
Era un momento particolare quello: si sentiva la necessità di riattivare la vita sociale sopita dalla guerra e se le Contrade, anche senza il Palio, erano rimaste vive dal punto di vista amministrativo, c'era ora il bisogno di nuove iniziative rivolte soprattutto alle famiglie ed ai giovani.
La festa della Befana rientrava in questa logica e Pietro il Totto provò un moto d'orgoglio; per essere stato scelto e perché avrebbe in qualche modo contribuito con le sue modeste possibilità alle nuove iniziative della Contrada per farla sempre più grande e più bella, come anche lui voleva.
Tutto andò bene; la stampa commentò la festa e il Priore Stanghellini si complimentò con il Presidente di Castelsenio Pietro Tamburi per l'ottima riuscita.
Il Totto da parte sua aveva fatto un figurone con tutta la Contrada e trovò giusto celebrare l'avvenimento con un buon bicchiere di vino; in più.
Poi, si sa come vanno queste cose, uno ne tira un altro e si diventa malfermi sulle gambe; quella volta il Totto finì al Pronto Soccorso con qualche contusione alla testa. Fu rapidamente dimesso e tornò al solito lavoro, ignaro che di lì a poco un altro evento avrebbe per sempre segnato la sua vita. Successe di pomeriggio, forse il 22 di gennaio, mentre spingeva il suo carretto in mezzo a una di quelle strade della Tartuca che da tanti anni lo vedevano transitare per lavoro o piuttosto tornando a casa con un procedere affatto rettilineo dopo una sosta prolungata da un vinaio.
Gli s'era messa dietro una macchina, una delle poche che circolavano in quegli anni, chiedendo strada con ripetuti suoni di clacson; era quella del Prefetto con tanto di autista.
Ma il Totto si guardò bene dal mettersi da parte, anzi replicò com'era uso fare quando aveva in corpo qualche mezzo litro di vino in più, e decise che nemmeno fosse stato il Padreterno lo avrebbe lasciato passare.
Figurarsi poi quando l'autista scese per rivendicare i presunti diritti dell'autorità che portava! Volarono parole grosse e di certo qualche epiteto toccò anche al Prefetto.
Tant'é che due agenti lo arrestarono: ebbe a questionare anche con loro, ma finì ugualmente al fresco a smaltire la sbornia.
Anche quella volta il Totto finì sui giornali.
Arrivò in fretta il processo e la condanna a tre mesi di prigione, ma prima di poter mettere piede fuori, senza tanta burocrazia, si presentarono gli infermieri del manicomio e per il Totto fu davvero la fine.
La "grande famiglia" tartuchina invero non si dimenticò mai di lui: dopo un accorato tentativo di tirarlo fuori dai guai, accettata la situazione, c'era sempre qualcuno che per la festa di S.Antonio si prendeva la responsabilità di riportarlo in Contrada per un giorno ed anche in occasione delle Vittorie del '51 e del '53 il Totto fu tra la sua gente col fazzoletto al collo.
Di nascosto beveva qualche goccio e alla sera ritornava dentro con gli altri matti; poi non uscì più e allora andavano i tartuchini a trovarlo.
Anche noi, da ragazzi, quando si faceva il giro si entrava al manicomio; s'aveva sempre un po' di paura e due o tre più grandi ci accompagnavano.
Nei giardini qualche matto camminava indifferente a capo basso parlottando da solo o seduto in una panchina verde di ferro, scuoteva il capo e guardava. I più grandi si fermavano a parlare con i malati della Contrada che sentendo i tamburi erano scesi e ci aspettavano. "Parlano co' matti!" si diceva noi con stupore che apprezzava un coraggio che era in realtà affetto e nostalgico riconoscimento di una comune appartenenza.
Così fu per Pietro il Totto fin quando non morì.
Quando c'è il "giro" qualche Contrada anche ora entra al Manicomio, ma per consuetudine e non per convinzione perché, lì, i matti non ci sono più.

       

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