COLTELLATE A BUBBOLO

Il "Carroccio" nel n. 71 del Settembre-Ottobre 1997, pubblicò questo interessante racconto che vide coinvolta anche la contrada della Tartuca.

Si chiamava Aldo ma tutti lo conoscevano per il soprannome che si era guadagnato da piccolo viaggiando nella cesta del fieno del babbo barrocciaio. Da lì un giorno l'avevano visto spuntare fuori con addosso un vestitino a bubbolini ed avevano cominciato a chiamarlo "Bubbolino".
La vita di quel bambino non era gran ché e diventò anche più difficile a quindici anni per la morte del babbo; "Bubbolino", che non era proprio un ragazzo tranquillo ed era già diventato "Bubbolo", decise allora di partire al seguito di un circo che viaggiava per l'Europa, forte della sua unica risorsa che era la conoscenza dei cavalli.
Dopo qualche anno da cavallerizzo, Bubbolo fece il suo rientro a casa e mostrò di aver unito alla familiarità con i cavalli la scaltrezza e la "cattiveria", qualità indispensabili per chi come lui voleva guadagnarsi il pane in piazza.


Come uomo non era uno stinco di santo ed avrebbe combinato guai in continuazione ma come fantino era destinato a ritagliarsi un proprio spazio tra quelli che contavano, tra Alfonso e il Meloni, tra Scansino e Ottorino.
Bastò infatti un anno per vincere, nel Drago e poi un breve intervallo per vincere ancora nella Tartuca.
A quel punto arrivarono la guerra ed il servizio militare: una vera disdetta per Bubbolo, che si era illuso di aver trovato una soluzione ai suoi problemi.
Finita la guerra pur in mezzo a mille guai, ad una povertà diffusa, a contrasti sociali durissimi, Siena si preoccupò di rimettere in piedi la propria festa e per l'appuntamento del luglio del 1919 sembrò dimenticare tutti i suoi problemi. Le contrade ripresero la loro vita con entusiasmo, i turisti affollarono la città come se niente fosse accaduto ed anche i fantini tornarono in piazza.
Quel Palio fu una delusione per le tre favorite (Torre, Chiocciola e Aquila) finirono tutte a terra al primo Casato liberando la strada per la Selva, la Lupa ed infine il Leocorno.
Aveva insomma vinto una Contrada piccola che non sarebbe stata in grado di festeggiare degnamente la vittoria di un Palio così significativo e ciò aveva lasciato il grande pubblico con l'amaro in bocca. Bubbolo era anche lui rimasto deluso.
Aveva sì corso, nella Selva, senza i favori del pronostico, ma visto come erano andate le cose avrebbe potuto davvero vincere e portare a casa assai più delle 550 lire di cui si era dovuto accontentare. Tanto è vero che al momento di lasciare la mancia al Barbaresco, un certo Calvani, era stato molto tirato e quello se l'era legata al dito.
I giorni successivi al Palio furono drammatici e sulla scia di quanto accadeva in tutta Italia, anche a Siena avvennero disordini e saccheggi dei negozi in segno di protesta contro il carovita; ad agosto però la città attendeva più che mai il Palio, anzi ne aspettava due perché una raccolta di 2500 firme tra contradaioli, l'insistenza dei commercianti, degli albergatori e dei palcaioli, avevano costretto il Comune a programmare una seconda carriera per il 17.
Bubbolo sentiva che questa volta avrebbe combinato qualcosa di importante. Alla tratta Stellina e Mozza i due cavalli migliori che in Luglio erano toccati a Torre e Chiocciola, andarono a Selva e Tartuca ed i Selvaioli cercarono immediatamente bubbolo.
Ma Bubbolo fece in fretta valutazioni diverse e la sera andò in piazza con il giubbetto della Tartuca, lo stesso con cui aveva vinto cinque anni prima, e tanto per presentarsi, alla prova maramaldeggiò sull'inesperto fantino della Selva, un tal Felli, facendolo finire sul tufo.
Nella Selva capirono che era il caso di cercare qualcuno di maggiore esperienza e dal mattino successivo montarono il Menichetti, detto Nappa; nella tarda serata, trovando bubbolo per la strada, i Selvaioli lo minacciarono e poi misero a giro anche la voce che lo avrebbero presto denunciato al distretto perché nella sua condizione di militare non avrebbe potuto correre.
C'era insomma da fargli pagare uno sgarbo ed in più da mettere in difficoltà la maggiore avversaria.
La Tartuca per proprio conto organizzò con calma il suo piano, assicurandosi in segreto la compiacenza di Nappa; tutto sembrava correre normalmente quando qualcuno informò i Selvaioli della manovra che si tramava ai loro danni e la mattina del 16 Bubbolo non trovò più nell'entrone il Menichetti.
C'era invece il Furi, detto Randellone, un vetturino originario di Santa Fiora ed abitante a Montalcino, abbastanza nuovo per il Palio ma ben conosciuto in provincia soprattutto per le sue scorrettezze. Probabilmente al Furi fu chiesto di provocare Bubbolo.
Egli raccontò di averlo atteso al terzo giro al Casato, di aver provato a pararlo e poi di averlo lasciato passare.
Era stato a quel punto che l'altro aveva cercato di colpirlo in maniera plateale. Diversa la versione di Bubbolo: il Furi gli aveva preso la briglia del cavallo, lui gli aveva urlato "vigliacco, che chiappi?" poi per liberarsi si era arrangiato con le mani. Scendendo da cavallo i due si erano azzuffati e la mischia era subito degenerata; il Lorenzetti, mangino del Capitano Bonci Casuccini, aveva tentato di allontanare alcuni Tartuchini usando il frustino, aveva rovinato la paglietta ad uno di loro ma poi era stato sopraffatto e di corsa si era rifugiato dai Carabinieri alla Cappella perché lo difendessero e lo riaccompagnassero a casa.
Che la mattina della provaccia la piazza fosse teatro di disordini così pesanti nessuno se lo aspettava ed il fatto destò molta preoccupazione; la città era quotidianamente in balìa delle violenze politiche e forte era il rischio che la sera si ripetessero episodi del genere.
Il Direttore di polizia prese carta e penna, descrisse la provocazione del Furi, la spropositata risposta di Bubbolo e concluse che non si poteva lasciar correre.
"L'aspetto della piazza di solito tranquillo dopo una prova scrisse il colonnello Pellegrini nel suo rapporto, pareva cambiato completamente e divenuto un vero campo di lotta per la parte che vi hanno preso molti dei presenti";
La Giunta immediatamente convocata, verificò la litigiosità dei due e decise di squalificarli entrambi per due anni con decorrenza immediata.
Seguirono ore di grande agitazione: probabilmente i Selvaioli avevano organizzato la provocazione in modo da far saltare i nervi a Bubbolo e si erano già assicurati Domenico Leoni, babbo di Ganascia, mentre i Tartuchini dovettero in fretta e furia cercare il Meloni.
Il Furi sparì opportunamente di circolazione…e Bubbolo? Bubbolo cominciò a riflettere sul danno patito; quel Palio l'aveva gia in tasca e, facendo due conti, gli avrebbe portato qualcosa come 2000 lire. E poi il giorno seguente si correva ancora…. Ce n'era abbastanza per disperarsi!
Bubbolo era ancora in Castelvecchio quando dopo pranzo passarono a trovarlo il fratello Renato e due cugini dai nomi impossibili, Azzael ed Apotema perché avevano pensato che non fosse "prudente lasciarlo solo in quel giorno di fanatismo" e tutti insieme andarono verso il Duomo.
Il caso volle che proprio al Duomo, il gruppetto incontrasse l'assessore Monelli intento a scattare fotografie alle comparse; Bubbolo gli espresse le sue lamentele e, forse per toglierselo di torno, il Monelli gli suggerì di abboccare il Furi ed escogitare con lui il mezzo più adatto per farsi revocare la punizione.
Il gruppetto scese le scale verso la Selva, chissà con quali reali intenzioni, ed andò direttamente alla stalla, ma dentro, assieme al Barbaresco, il Chiassi, trovò solo il fantino nuovo che di quello vecchio si erano perse le tracce.
Sempre più agitato il piccolo drappello si spostò allora verso la sede della Contrada e là prese contatto con i contradaioli che stavano aspettando la partenza della Comparsa.
Bubbolo i Selvaioli li conosceva tutti: soprattutto il Guidieri che in quel momento rappresentava il Capitano, sua moglie Amedea che stava finendo di vestire la Comparsa, il Bernini Averardo che da giorni andava minacciando di denunciarlo al distretto.
Lo scambio di idee fu subito animato; a farlo rapidamente degenerare fu forse la moglie del Guidieri la quale sostenne che si sarebbe potuto evitare se Bubbolo fosse andato a correre nella Selva.
"Vuol dire che aveva altri impegni" replicò il fratello del fantino, e fu immediatamente preso per il collo dal Bernini " fino a fargli uscire gli occhi dall'orbita"; allora fu visto Bubbolo menare un ceffone al Bernini, che prudentemente ripiegò in società. E un altro Selvaiolo non più giovanissimo, tale Brilli, cominciare a dispensare colpi di bastone e poi e poi... in pochi minuti la rissa fu generale; su di essa emersero almeno tre versioni e cioè quella dei Selvaioli, quella del gruppetto familiare di Bubbolo e quella degli amici del Calvani.
Già perché l'osteria di Via Franciosa, a pochi metri di distanza dal luogo della discussione, era alle quattro del pomeriggio frequentata da diversi avventori e tra essi, probabilmente avvinazzato, stava il Calvani, barbaresco della Selva a luglio, quello malamente ricompensato da Bubbolo, quello che aveva più volte minacciato vendetta.
Il padrone dell'osteria, Serafino, annusato il pericolo, portò in fretta il suo cavallo che serviva da soprallasso nella stalla della Selva raccomandando il Chiassi di chiudere la porta, e mentre la discussione degenerava si chiuse con gli avventori dentro la bottega.
Con lui restarono i dirigenti del Bruco che erano passati a cercare quelli della Selva e il Dinelli, alfiere della Civetta ed amico del Calvani, che era venuto a bere un bicchiere prima di entrare nel corteo: Serafino non fece però in tempo a chiamare il Calvani.
In breve in strada spuntarono i bastoni, qualcuno finì per terra, forse il più malridotto fu il Calvani che a un certo punto tirò fuori di tasca un coltello e colpì al costato Bubbolo; poi si rivolse al fratello e ferì anche lui, ma al gluteo perché egli si era reso conto del partecipare della situazione ed aveva tentato di scappare.
Alla vista del sangue la rissa si arrestò; Bubbolo prima da solo poi sorretto dai familiari, raggiunse il vicolo del Pozzo, perse i sensi e fu portato in ospedale dove finì nella mani dei medici.
In via Franciosa era rimasta una pozza di sangue: l'osteria riaprì la porta e qualche amico si occupò del Calvani che si era davvero messo nei guai.
La Comparsa partì e la Contrada in breve tempo si svuotò.
In Piazza del Duomo frattanto si era sparsa la voce dell'episodio e molta folla si era radunata davanti alla porta dell'ospedale: Bubbolo stava lottando contro la morte sotto i ferri del chirurgo che doveva rimediare ad una lesione del fegato ed alla gravissima emorragia.
Qualche forestiero che non capiva venne in fretta ragguagliato su certe regole del Palio: i malintenzionati trovarono pane per i loro denti …sorte ha voluto che il pane questa volta fosse un coltello!
Il Palio si corse in un clima tutt'altro che sereno, la Selva vinse davanti alla Tartuca e fu una notte di festa: mentre Bubbolo era in fin di vita le contrade si preparavano al Palio del giorno successivo, i Carabinieri arrivarono nell'osteria di Via Franciosa, presero il Calvani che era sempre là e lo portarono in carcere.
Il Palio a sorpresa ebbe esiti clamorosi: Testina tradì la Torre e l'Oca vinse in maniera beffarda.
Insomma le carriere si trascinarono dietro una lunga scia di polemiche e discussioni e su di esse si inserì un violento attacco dei Socialisti alle Contrade. "Gli antichi istinti si sono risvegliati ….siamo stati spettatori di fenomeni avvilenti per il progresso di civiltà ….ogni rione dovrebbe evolversi al soffio animatore che spira dai grandi centri operai non inquinati da queste anticaglie che se furono create per lo svago del popolo, oggi vengono conservate per fare il gioco della locale Borghesia".
Passarono ancora alcuni giorni prima che i medici giudicassero Bubbolo fuori pericolo e poi due mesi prima che potesse lasciare l'ospedale.
La giustizia fece il suo corso ed il Calvani fu condannato a un anno e undici mesi di reclusione; ma in attesa dell'appello, a Natale era già a casa come del resto Bubbolo, di nuovo alle prese coi cavalli.
Nella sentenza definitiva i giudici riconobbero al Calvani di aver ricevuto una grave provocazione e gli accorciarono la pena: di lui si persero le tracce.
Bubbolo invece tornò in piazza, vinse ancora nella Pantera e nell'Oca ma soprattutto passò alla storia come un personaggio a metà tra il furbo matricolato e l'ingenuo millantatore.
Pur essendo nato in Camollia ed essendo dell'Istrice, contrada con la quale corse senza fortuna nel 1922, in realtà Bubbolo fu sempre e solo un fantino ed andando in pensione continuò a frequentare l'ambiente del Palio, preparare i cavalli o meglio ancora studiare le "bombe" a base di torli d'uovo e cognac che avrebbero dovuto consentire a questo o quel barbero di volare verso la vittoria.
Le storie raccontano che i Selvaioli subirono la maledizione dell'anziana Tartuchina Periccioli "(starete trent'anni senza vincere" disse quella sera famosa), nel 1951 credettero di aver scontato ogni peccato arrivando secondi dietro la Tartuca ed infine nel 1953 tornarono alla vittoria e si disfecero della cuffia.
Qualche mese dopo, mentre usciva da un ufficio del centro dove aveva appena concluso la trattativa per l'acquisto di un cavallo, Bubbolo chiudeva all'improvviso la sua avventurosa esistenza.

       

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