CONSIDERAZIONI SULL'INIMICIZIA TORRE-ONDA

Il 2° volume del libro "Con la rivale in campo", pubblicato nel 2002 riportava questo racconto di Simonetta Losi.

Adì 18 agosto 1641 in nostra Cappella
Ragonati in numero quaranta otto omini il consiglio, per conto della tenuta del somaro della nostra Contrada, che lo tenne quelli della Torre sotto la parola datoci (…) Che per conto del Palio che averebemo vento si non avesero tenuto il somaro quelli della Torre, sarebbe bene farne correre uno noi a nome di nostra Contrada, per parere che non facevamo conto del Palio. E tutti a viva voce disseno di sì. (…) Si corse il Palio il 8 di setembre 1641 nela Piazza con grande aplauso.

Il dato, emblematico, ci proviene dall'archivio della Contrada dell'Onda e consente di iniziare a tracciare la storia di un'inimicizia tra "vicini di casa" antica, animosa, da sempre profondamente sentita e vissuta.
Dentro ci sono già tutti gli ingredienti della rivalità tra scomodi confinanti - il dispetto, l'amor proprio, l'orgoglio, lo spirito di rivalsa - uniti dalla geografia, ma già profondamente diversi nel modo di essere e di fare. I rapporti, tuttavia, seguono un andamento non regolare, contrassegnato da rotture traumatiche, da incresciosi fatti di sangue e tentativi di rappacificazione, ma anche da momenti di vicinanza e solidarietà. Un esempio di quanto detto è dato dagli accadimenti del 1642:

Fu presentata supplica dalli habitatori della Contrada della Torre per la sua fabrica di un poco aiuto. Fu proposto da messer Pietro Cappelletti che si mandasse a partito, se si dovesse fare detta elimosina. E fu raffermata da messer AntonMaria Bigielli, e mandata a partito che si dovessi darli di scudi dieci. E fu vento per lupini favorevoli numero 53

Le fonti archivistiche dimostrano come verso la metà del XVII secolo l'inimicizia tra Onda e Torre fosse già presente: tuttavia l'esperienza ci insegna che questa dovrà essere, con molta probabilità, retrodatata. Il primo libro dei verbali dell'Onda, il più antico tra quelli delle contrade - il primo documento risale al 1524 - ci fornisce ulteriori notizie riguardo ad una rivalità che nel 1713 sfociò addirittura nelle coltellate e in successivi tentativi di rappacificazione .
Questa la storia antica. Ma "Loro", oggi chi sono? Avversari, nemici o rivali? Qual è il termine più appropriato per descriverli? Seguendo un meccanismo psicologico che è stato studiato a lungo in contesti che nulla hanno a che vedere con le Contrade, il nemico in senso lato incarna l'essenza di tutti i difetti, la nostra parte in ombra, tutto ciò che è percepibile come malvagio e repellente.
In termini meno astratti e più popolari, per descrivere gli avversari si arriva persino, di solito inconsapevolmente, a scomodare la fisiognomica e Lombroso, ricercando una tipicità dei tratti somatici degli avversari e improbabili parallelismi con quelli caratteriali.
L'inimicizia come la intendo io è fatta di battute salaci e di tiri mancini, non di destri bene assestati.
L'avversario è prezioso perché, rappresentando l'altro da sé, contribuisce a mantenere e a precisare la nostra stessa identità: nell'avversario ci si rispecchia, il rivale è il nostro termine di paragone.
Metaforicamente, in una città ancora incline ai dualismi, "Loro" rappresentano il polo negativo, il nero, contrapposto al nostro "bianco", che sappiamo percepito in senso inverso dalla controparte.
Tuttavia la sintesi degli opposti è non solo possibile, ma anche ovvia. Perché nell'avversario dobbiamo riconoscere le nostre stesse passioni, le medesime aspirazioni ed analoghi sentimenti. Che sono le passioni e i sentimenti di quella che con un termine un po' abusato e non troppo elegante si chiama "senesità", un contesto culturale fatto di emozioni, amore e rancore condivisi, di identità nella diversità, di norme non scritte da codice cavalleresco che oggi rischiano di inquinarsi o di perdersi, minando alla base e forse irreparabilmente l'essenza stessa dell'essere contradaioli. Come quella che impone di non fare spregi diretti o atti di vandalismo verso i colori, i simboli, i beni che appartengono alla Contrada avversaria.
Sono certa che se vedessi rubare una bandiera della Torre litigherei e vorrei restituirla ai legittimi proprietari. Carica di inespresse maledizioni, magari, ma sana e salva. Perché a quel punto il discorso dell'inimicizia si stempera in quello del patrimonio comune della città: quindi, con un apparente paradosso che suona male anche a chi lo scrive, quella bandiera è anche la mia.
Il senso di avversione per colori e simboli si esprime in mille maniere diverse. Devo ammettere che il rosso amaranto non fa parte della mia scala cromatica: non sono mai riuscita ad indossare una qualsiasi cosa che fosse "torrata".
Durante una vacanza in Kenia i mercanti locali non riuscivano a capacitarsi del perché mi rifiutavo con tanta pervicacia non solo di comprare, ma persino di toccare elefanti di legno di tutte le dimensioni, pezzo forte dell'artigianato locale, che mi venivano profferiti ad ogni pié sospinto.
Una volta ho litigato con l'allora direttore di un giornale senese che, per esigenze di impaginazione necessitava della foto di una donna vista di spalle, con il fazzoletto della Torre. Poiché ero l'unica donna presente in quel momento, non si aspettava di ricevere il nettissimo rifiuto che invece gli opposi.
Le rare volte che per motivi professionali sono stata nella Società e nel Museo della Torre ho provato un senso di rancoroso rispetto, di sorda avversione, di livore represso. "Mi cascava la casa in capo" avrebbe detto mia madre per esprimere con un'immagine il senso di oppressione dato da quelle mura e dalla profusione dei colori e degli stemmi dell'avversaria.
In queste circostanze gli sguardi di tutti, anche di quelli che saluti normalmente per la strada, ti sembrano malevoli, espressione di un sentimento negativo generosamente contraccambiato.
Così deve essersi sentito un qualsiasi Cheyenne nell'accampamento delle Giubbe Blu. In questi casi, balza agli occhi la cortesia compassata con cui si ospita il rappresentante dell'avversaria.
Come le controparti dietro ai sorrisi stereotipati e alle frasi di circostanza esprimano inconsapevolmente, nel linguaggio dei gesti, una diffidenza animale: orecchie dritte, stato di allerta, tutti i sensi vigili, tesi a percepire e ad interpretare qualsiasi segnale. Confesso di aver pensato, in quelle occasioni, cose irriferibili.
Ricordo affettuosamente l'amico Fosco Doretto che, invitato al rinfresco del mio matrimonio, scese alla Duprè a braccetto della moglie, tutto "inteccherito".
Appena mi vide non mi salutò in maniera convenzionale, né mi fece subito gli auguri. Mi apostrofò con un ruvido "Ci so' venuto soltanto per te", che insieme al regalo (un paralume composto da un delfino in ferro battuto fatto fare a mano, con le fasi della progettazione e del lavoro seguite personalmente, con cura quotidiana) la dice lunga sul senso degli affetti profondi, di Contrada e non.
E' una situazione imbarazzante ma decisamente comica quando tua figlia, dal passeggino, dopo aver osservato la situazione da sotto in su e averci pensato un bel po', si toglie il ditino di bocca e indica il fazzoletto dell'amica torraiola con la quale la mamma ha giocato in Piazza, fermatasi per convenevoli, commentando inequivocabile e lapidaria: "Torre cacca".
Sulla conversazione scende il gelo, subito stemperato da una risata e da una battuta: "tanto te alla tu' figliola gl'insegni le stesse cose".
Con il passare degli anni e con lo sviluppo delle facoltà del linguaggio, la figlia si mette a lanciare innocenti ma precisi improperi, che naturalmente arrivano nel momento, nel luogo e davanti alle persone meno opportune perché direttamente interessate. E allora è tutto uno "zittati" e un "falla finita" detti fra i denti a una creatura che non si capacita di dover tacere quelle che per lei sono sacrosante verità.
La storia recente dell'inimicizia tra l'Onda e la Torre è fatta di tanti accadimenti più o meno singolari e di sentimenti che lasciano tracce indelebili nella memoria.
Nella famosa invasione dell'Ottanta leggende "metropolitane" narrano addirittura di gatti lanciati dalle finestre come armi improprie.
Che sia vero o no ha un'importanza relativa: il fatto è che l'evento ha suscitato pensieri, emozioni e fantasie che sono entrate a far parte di quella sorta di "inconscio collettivo contradaiolo" che costituisce una parte certo non marginale della nostra cultura e contribuisce a dare un senso profondo e un grande spessore alla nostra tradizione.
Per quanto mi riguarda, ogni volta che vedo il filmato del Palio dove la Torre sta per andare in testa ci patisco, anche se so che poi casca al terzo Casato e che si tratta di una fiction.
"Non la posso vede' prima nemmeno per le prove", direbbe la mia mamma. Razionalmente so che è un'esagerazione, emotivamente stento a darle torto. Quando vincerà la Torre sarà la fine di un'epoca. Ma se qualcuno dei miei amici, per il gusto di stuzzicare, non mi profetizza verso gennaio che "quest'anno è l'anno della Torre" non sto tranquilla.
Quella tra Onda e Torre è un'inimicizia particolare.
C'è gente dell'Onda di mezza età che non ha mai avuto dispiaceri, o che data la tenera età in cui si verificò il "triste evento" non se ne ricorda.
E' una situazione da Deserto dei Tartari: tutti sappiamo che le "orde nemiche" arriveranno - in senso metaforico - ma non sappiamo quando, né come. Solo, ognuno è pienamente consapevole che questo un giorno avverrà, che più passa il tempo e più quella data fatidica si avvicina inesorabilmente.
Così quel giorno si carica di significati simbolici fortissimi: lo si immagina preceduto, se non proprio dalle trombe dell'Apocalisse, da chissà quali nefasti segni, da chissà quali oscuri presagi. E forse è per questo che, dopo ogni Palio di agosto, rivivendo il film della Corsa, le vicende della Festa che appartiene ormai alla storia, l'ultimo pensiero prima di addormentarsi è: "anche per quest'anno la Torre non ha vinto", con un senso di gratitudine verso la sorte e di scampato pericolo.

       

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