NELL'IMMEDIATO DOPOGUERRA

Testi tratti da una pagina del sito www.contradadellalupa.it.

Siena, domenica 9 giugno 1940, ore 19: squillano le chiarine alle finestre del Palazzo Comunale, al primo piano ci sono già, nell'ordine, le bandiere di Selva, Drago, Oca, Chiocciola, Tartuca, Bruco e Leocorno.
A naso per aria si scrutano, come sempre col cuore in gola, i movimenti dei rotellini. ...Pantera …Lupa …Giraffa. A estrarre la Lupa, ulteriore motivo di soddisfazione, é stato il Capitano dell'Istrice, dott. Fabio Sergardi Biringucci, "il Barone".

Roma, lunedì 10 giugno 1940, l'Italia dichiara guerra alla Francia e all'Inghilterra.

Siena, martedì 18 giugno 1940, il Podestà Socini Guelfi dirama il seguente comunicato: "Ritenuto che date le attuali straordinarie contingenze dello stato di guerra sia doveroso sospendere l'effettuazione delle tradizionali corse del Palio per tutta la durata delle ostilità, si delibera di sospendere l'effettuazione delle tradizionali corse del Palio finche perduri l'attuale stato di guerra".

Quando finalmente si rivide la terra in Piazza, fu davvero la fine di un incubo. Se per noi l'inverno è sempre troppo lungo e si avverte il bisogno fisico della terra in Piazza, quell'inverno di miseria, fatica, malattia e morte era durato sei lunghissimi anni.
Anche la Contrada della Lupa aveva avuto i suoi morti.
In Vallerozzi un'epidemia di tifo aveva mietuto vittime e parecchi non erano ancora tornati dalla guerra.
Si può capire quindi quanto fosse grande la voglia di Palio in tutti i senesi per suggellare il ritorno alla vita di tutti i giorni, malgrado le gravi perdite, i prigionieri ancora lontani e la città piena di truppe di occupazione.

Il 29 giugno 1945 la macchina del Palio si rimise in moto con la tratta dei cavalli per le Contrade estratte cinque anni prima.
Vennero presentati alla tratta quindici cavalli nuovi, anche perché chi aveva partecipato alla tratta del `39 magari era stato requisito, più il leggendario Folco già vincitore di sei Palii prima della guerra e ancora nel cuore dei contradaioli che avrebbero voluto tutti averlo nella stalla.
Lorenzo Provvedi, contadino di trentaquattro anni, partecipò alle batterie guidando proprio Folco, ma non aveva prospettive di correre il Palio perché erano del tutto sconosciute le sue doti di cavallerizzo fuori della cerchia di Pontignano, tenuta di proprietà del lupaiolo prof. Mario Bracci, in seguito membro dell'Assemblea Costituente della Repubblica e rettore dell'Università degli studi di Siena.
La sorte sembro favorire la Giraffa, alla quale andò proprio Folco: la Selva, "nonna", a digiuno dal 1919, con Montecucco e il Bruco con la storna Salomé.
In un secondo gruppo di merito sembravano poi i cavalli di Oca (Elis), Tartuca (Dora) e Leocorno (Stella). II nostro Mughetto, debuttante come gli altri, non era entrato troppo nell'occhio.
Cavallo ben piazzato e robusto, proveniente da Taverne d'Arbia dove tirava il barroccio di un ortolano per venire al mercato a Siena, non era stato condotto al meglio in batteria e gli esperti lo avevano subito bollato come spreciso, sboccato e pazzoide.
Appena arriva in Vallerozzi, il Mangino Fulvio Masti, babbo di Laura, gli guardò i denti e sentenzio: "Questo cavallo a dagli parecchia biada arriverà terzo pe' la Prova generale".
Il pomeriggio del 29 fu denso di avvenimenti drammatici. La Lupa fu subito in serie difficoltà per trovare una monta.
Tripoli, con cui c'erano stati degli accordi, non aveva intenzione di montare il cavallo e preferì le offerte della Giraffa.
A quel punto le altre monte esperte erano già chiuse: Pietrino nella Selva, Ganascia nel Leocorno, l'Arzilli nel Bruco e le altre Contrade costrette a ricorrere a fantini esordienti o come la Chiocciola col vecchio Porcino.
La Lupa si affidò allora allo sconosciuto Fé Rossi di Saragiolo sull'Amiata che manifestò subito forti perplessità, ma accettò di provare senza impegno.
La sua partecipazione alla prima prova fu tragicomica: partito malissimo pensò di non provare il cavallo, ma questi gli sfuggì di mano e praticamente fece la prova, per altro dimostrando velocità e coraggio, per conto suo. Al Casato giro stretto e il Rossi cadde.
Nel dopoprova in Contrada la tensione era alta: il Rossi dichiarò che non intendeva montare un cavallo pazzo e pericoloso, i contradaioli accusavano la dirigenza di non avere trovato ancora un fantino e in più iniziavano a credere nel cavallo.
Come se non bastasse, giunsero anche le dimissioni del Capitano, Marchese dott. Fabio Bargagli Petrucci, che addusse gravi motivi personali.
Sembra che dietro l'improvvisa decisione ci fosse il comizio del C.L.N. alla Lizza di quello stesso pomeriggio in cui era stata attaccata la nobiltà cittadina. Il Marchese, pur assicurando di tenere fede agli impegni economici presi, preferì dimettersi per non danneggiare la Contrada.
Venne allora scelto come sostituto il giovane Capitano dei bersaglieri, dott. Giulio Cinquini, trentottenne, che si trovò subito a dover gestire una concitata assemblea che cercava soluzioni valide al problema della monta.
Come mangini furono confermati Giovanni Pianigiani, babbo di Tita e quindi nonno dei Bartalucci. Dante Bencini, nonno di Massimo, e Fulvio Masti.
Visto che non si trovava nessun fantino il professor Mario Bracci fece il nome del suo uomo di fattoria, abituato ad allenarsi tra le vigne con abilità funambolica ("Professore, vo pe'i filai sembro una rondine").
Fra lo scetticismo generale si decise di farlo almeno provare la mattina dopo. Renzino si presentò in Contrada in calesse con alcuni personaggi di Pontignano al seguito in veste di consiglieri e guardie del corpo, pronti a difenderlo in qualsiasi circostanza.
Si informò subito su quanto c'era da spendere perché da parte non aveva che poche lire. Quando gli risposero che se avesse vinto gli avrebbero dato una cospicua somma, "scarpe grosse e cervello fino" chiese subito che gliele depositassero prima di correre, segno che tanto sprovveduto non era.
Don Vittorio Bonci, che poi ha fatto anche il Capitano nella Selva, a quei tempi era dell'Istrice, ma sopratutto era parroco a Pontignano e aveva insegnato a Remino i colori delle Contrade su invito del Bracci.
Durante le prove Remino si comportò benissimo, Mughetto non manifestava più i problemi del giorno prima.
Remino ostentava grande sicurezza, non voleva fare i partiti con nessuno: "partiti io un n'ho punti".
La fiducia e l'entusiasmo dei contradaioli crescevano. Il n fantino fu talmente convincente che a qualcuno sembra di ricordare che vinse tutte le prove anche se in realtà vinse solo la terza.
Non è un particolare da poco perché alle prove ci si impegnava sul serio. La prova generale non venne corsa a causa di un'acquazzone e la cena propiziatoria si tenne al ristorante "Il Biondo" da capo a Vallerozzi.
La Lupa divideva il ristorante con il Drago. La cena era cosa da uomini, i più giovani, se era il caso, venivano invitati ad assaggiare il dolce dai loro babbi.
Prima di vestirsi Mario Bertini, alfiere in coppia con Lido Pasqui e Beppe Gatti tamburino, fresco di studi ed esami, ebbe la pensata di tenere su di giri Remino con la simpamina che gli era servita per la maturità e se ne nascose un tubetto nella scarsella per fornirgliela al momento opportuno.
Egisto Benedetti detto Gano, il barbaresco, venne importunato mentre portava Mughetto in piazza da un soldato texano che gli offriva cento dollari per il cavallo.
Tutta la città era piena di soldati e dietro il palco delle comparse issate sui pennoni sventolavano le bandiere degli alleati.
Mario Bertini nel Casato dette compimento al suo piano e Remino, un po' recalcitrante, prese la "pasticchina". Faceva effetto dopo due ore, ma poi lasciava rintontiti. Con i tempi della mossa allungati c'era il rischio che si addormentasse a cavallo.
Il mossiere Guglielmo Ricci chiamò le Contrade fra i canapi in quest'ordine: LEOCORNO (Stella e Ganascia), TARTUCA (Dora e Pisano), PANTERA (Bozzetto e Rubacuori), CHIOCCIOLA (Fontebianca e Porcino), OCA (Elis e Ciambella), BRUCO (Salomè e Il Biondo), SELVA (Montecucco e Pietrino), DRAGO (Giuliana e Morino IV), GIRAFFA (Folco e Tripolino).
La Lupa era di rincorsa e Remino, sebbene aiutato dalla simpamina, era un po' in difficoltà.
Ci furono diverse mosse false e si temette che la simpamina finisse l'effetto stimolante. Caddero al canape la Tartuca e l'Oca, il cui fantino Ciambella rimase ferito e sembrò non poter partecipare al Palio.
Ci si ricordò che era il Palio delle quattro verdi. Il vecchio, ma ancora focoso Bubbolo si offrì di montare nell'Oca.
Al cavallo del Bruco si erano rotte le redini. I cavalli tornarono nell'entrone.
Alla fine riuscirono tutti e dieci con Ciambella regolarmente al suo posto. L'ordine era il solito perché il mortaretto non era mai scoppiato.
Quando furono rimasti soli fuori dai canapi, con l'aria da finto sprovveduto Renzino chiese a Tripoli: "E ora che devo fa' ?", "Te vieni dietro a me".
La Giraffa e la Lupa entrarono praticamente insieme e si portarono subito in prima e seconda posizione con le altre Contrade subito intruppate e tagliate fuori.
Tripoli su Folco si sentiva già il Palio in tasca, anche se la Lupa non perdeva terreno e con la sua esperienza era sempre a chiuderci verso la Piazza o verso i palchi.
Fra le due Contrade c'era il patto di "nerbo legato". All'ultimo San Martino però Renzino giocò il tutto per tutto e riuscì a passare fra la Giraffa e i materassi, mentre Tripoli se lo aspettava all'interno.
Questa manovra un po' incredibile comunque é un po' avvolta dalla nebbia nel ricordo dei testimoni. Si dice che nemmeno Renzino e Tripoli riuscirono a chiarire da dove fosse passata la Lupa.
Di sicuro Renzino sfrecciò davanti al palco delle comparse con lo zucchino pericolosamente calato sugli occhi.
Forse aveva anche perso il conto dei giri perché continuo la corsa fino a San Martino dove lo fermò Secchio di Pontignano, cioè il cognato di Renzino, che poi farà anche il cavallaio portando in piazza cavalli famosi come Mirabella, Sambrina e Satiro.
La comparsa festante era accompagnata anche da due paggi della Civetta stranamente esultanti. Erano Aldo Giorgi e Mario Cortesi che erano stati ingaggiati per cinque lire in mancanza di ragazzi da vestire.
Quando tornarono nel Castellare a notte alta presero dieci, ma ne era valsa la pena.
Renzino, ancora sotto choc, propose di andare subito a festeggiare al Caffé dei Tigli alla Lizza, dove ora c'e il palazzo di giustizia, non conoscendo le usanze cittadine e i confini delle Contrade.
In Contrada la sera Renzino riferì di avere risposto: "Venti" a Tripoli che gli diceva: "Dieci" e chiese al Capitano il significato della parola di Tripoli.
Quando gli venne spiegato che avevano pattuito diecimila lire e ventimila lire in caso di vittoria l'uno all'altro Renzino si disperò.
Fu tranquillizzato, pagava la Lupa. In tema di soldi spesi nell'archivio c'e il resoconto di quanto dettero i contradaioli. In pratica c'erano due o tre persone che coprivano da soli quasi tutta la spesa del Palio. Gli altri, se potevano permettersi di dare mille lire dell'epoca, era già una cifra astronomica.
Renzino non avrebbe più corso il Palio.
D'agosto la Civetta lo cercò per montare Folco, ma dopo la prima prova andarono a scenderlo gli istriciaioli, gli dettero un paio di schiaffi e lo minacciarono.
Lui tornò nel Castellare, prese la moto che si era comprato coi soldi di luglio e scappò a Pontignano, andò dal Bracci e gli disse: "Professore, un corro più". Quel Palio lo vinse proprio la Civetta con l'Arzilli, ma Renzino si ritirò imbattuto.
I festeggiamenti furono organizzati da una commissione piena di entusiasmo sotto la guida del Priore Gino Mazzeschi che procurò per l'illuminazione di Vallerozzi una grande quantità di globi luminosi che stavano ammassati nelle soffitte del Teatro dei Rinnovati: "Noi altri della Lupa siam come il sor Aialle, ci s'ha di belle palle"; c'erano poi dei paggi di cartone usati per una mostra dei vini in Fortezza a cui venne sostituito il fiasco del vino con un globo luminoso. Naturalmente i tempi erano quelli che erano e non c'era da fare pazzie per gli addobbi ma, con la fantasia e l'arte di arrangiarsi con quello che si riusciva a trovare, venne fuori una festa più che dignitosa.
Prima della cena della vittoria che si tenne il 26 agosto, la Lupa al completo portò il Palio in gita a Pontignano con un "trucche pulle" (Truck Pool), camion con le panche di legno messo a disposizione dall'autocorriere Cinaglia-Grazzini che era in Calzoleria ed era del babbo del dottor Sergio Cinaglia; venne anche spinto su per la salita dopo il Bozzone perché non ce la faceva.
Ci sono rimaste tantissime fotografie di quella gita e nessuna della corsa forse perché il drappellone non era mai stato portato fuori delle mura.
A Pontignano, dove per l'occasione si esibì il cantante Athos Ciofi, venne offerta una ricca merenda e fu organizzata da Secchio una scherzosa caccia all'istrice nel bosco per fare la pastasciutta.

       

     per tornare alla pagina iniziale del Palio di Siena