- 19 settembre -

1590: Camilla, la levatrice strega





  
Per vari secoli, la Chiesa guardò con estrema diffidenza alla figura della levatrice (o ricoglitrice, come si diceva a Siena).
In effetti, essa aveva a che fare con due soggetti ambigui come il neonato e la puerpera. Secondo la concezione tradizionale, la donna che partoriva era impura, tant’è vero che per accedere alla Chiesa dopo il parto era sottoposta a un rito di purificazione. Quanto al neonato, fino al battesimo risultava ancora macchiato dal peccato originale e sotto l’influenza del diavolo. Situazione oggettivamente pericolosa per il corpo, il momento del parto era anche il luogo ideale per l’azione malefica delle streghe.
Il 19 settembre 1590 l’inquisitore di Siena si vide presentare una denunzia per stregoneria contro Camilla di Bino, ricoglitrice di Montalcino.
Era una donna in età avanzata; nessuno, nemmeno lei, conosceva la sua vera età, ma si giudicò che avesse cinquanta o sessant’anni.
Da diverso tempo esercitava a Montalcino il mestiere della ricoglitrice: professione femminile per definizione, si basava esclusivamente sull’esperienza.
Era praticata da donne di una certa età, che avevano avuto molti figli e avevano imparato a cavarsela nelle difficoltà della gestazione e del parto, nonché nelle fatiche dell’allevamento.
Camilla aveva avuto sei figli nei primi anni del suo matrimonio. Poi era rimasta vedova. Il marito le era morto mentre erano in corso la guerra di Siena e la lunga resistenza di Montalcino alla conquista dell’esercito imperiale per conto di Cosimo I.
Camilla era stata arrestata sotto l’accusa di aver procurato malattie e morte.
Gli accusatori avevano raccontato di neonati che erano stati toccati da lei e poi erano morti.
Episodi di vita quotidiana: Camilla si aggirava per le vie del paese, entrava nelle case; c’erano bambini in fasce che piangevano.
Camilla se ne occupava, li sfasciava, li toccava. Episodi frequenti; lei era la ricoglitrice e a lei spettava la cura di quella fase difficile della vita che si avviava, che spesso si interrompeva.
Sul suo conto si diffusero racconti paurosi: c’era chi era stato toccato su una spalla e poi era stato preso da dolori violenti e improvvisi.
Forse quel suo tocco, che accoglieva i neonati e dava loro la vita, era capace di dare anche la morte. Le accuse arrivarono all’inquisitore di Siena: il tribunale non aveva molto da fare, dopo la lunga caccia agli eretici durata fino a tutti gli anni Settanta.
Ora poteva tornare a occuparsi delle streghe, materia antica solo momentaneamente accantonata.
Camilla fu arrestata, interrogata, torturata. La stregoneria, come già l’eresia, era un delitto di apostasia dalla vera fede, un crimine di lesa maestà divina e umana; nei suoi confronti, non valevano le regole normali, era un crimine speciale, eccezionale, che giustificava procedure irregolari e violazione delle norme ordinarie.
Nemmeno pesarono, a Siena, i dubbi che sulla stregoneria si stavano facendo strada a Roma, tra i membri del Sant’Uffizio.
Si voleva da lei la confessione. E Camilla confessò: raccontò di essersi data al demonio, di averne ricevuto poteri di morte, di averli usati.
Ma la sua verità non sembrava all’inquisitore tutta la verità. Bisognava dunque tenerla in prigione; e in prigione Camilla morì, il 15 agosto di quell’anno: forse «di sua morte naturale», anche se ben poco di naturale c’era stato nel trattamento che le era stato inflitto.

A. Prosperi - Dare l’anima. Storia di un infanticidio - Einaudi - Torino 2005, pp. 34-36

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