- 6 agosto -

1370: la rivolta di Barbicone




Il monumento a Barbicone all'interno della fontanina del Bruco


  
Il 6 agosto 1370 avvenne a Siena una rivolta, guidata dal rigattiere "Domenico di Lanio" che, al grido di "vogliamo pane e pace", seguito da numerosi congiurati, marciò per le vie di Siena partendo dal popolare rione del Bruco. Tra i rivoltosi era presente anche Barbicone, ma in veste di subordinato.
I Magistrati a capo del Governo comunale, tanto per sedare la rivolta, concessero alcuni benefici e migliorie.
Le rivendicazioni dei Lanai (o Lanini) d'Ovile erano quelle di voler essere trattati alla stessa stregua dei loro maestri, i quali, sentitisi umiliati, moralmente e professionalmente da quelle richieste, non solo rifiutarono miglioramenti economici, ma si schierarono dalla parte delle autorità nel tentativo di stroncare le sommosse.
Per un anno le cose, sia pure animate da varie contese, andarono alla meno peggio, ma il 6 di luglio del 1370 Francesco di Angelo detto "Barbicone", Benedetto di Cecco delle Fornaci e Giovanni di Tessa vennero catturati dagli sbirri dei Maestri e portati davanti al Senato sotto l'accusa di istigazione e di aver agito per mandato dei Dodici.
Il popolo dei Lanai del Bruco, compatto, fece irruzione nella casa del Senatore Conteguido, dove erano stati trascinati a viva forza Barbicone e gli altri ed in una rissa generale riuscirono a liberare i prigionieri.
Grida di entusiasmo e di gioia riempirono le strade di Siena e i dimostranti, guidati ora da Barbicone, in poco tempo si organizzarono.
Armatisi di lance, di bastoni e di falcetti, percorsero le strade cittadine, insensibili alle grida delle donne che cercavano di fermare la loro marcia.
Da ogni parte dei rioni di Siena altra gente si unì ai Lanini di Ovile e, sbucando in Piazza come furie scatenate, assalirono gli armigeri di guardia ai portoni, che inutilmente lottarono per frenare i rivoltosi.
Barbicone in testa, seguito da tutto il popolo, penetrò nel palazzo travolgendo ogni ostacolo. La rissa fu tremendamente dura e senza pietà verso quei governanti che tenevano allora nella più squallida indigenza, la popolazione.
Oggetti di ogni sorta rotearono nell'aria: vasi, candelabri, sgabelli, scrivanie, mentre le spade e le alabarde si incrociavano ed il sangue scorreva copiosamente in questo scontro fratricida.
Alcuni governanti furono gettati dal loggione del Palazzo Comunale mentre il Notaio Maso di Francesco, che era stato, l'anno precedente, Capitano del Popolo, fu addirittura sbranato dalla folla inferocita.
Morirono inoltre un Salimbeni, Nannuccio Nasi, uno dei maggiori esponenti dei dodici, anch'essi orrendamente trucidati.
Leggende popolari raccontano che sulla torre del Mangia fosse stata issata dai rivoltosi una bandiera gialla, che come emblema aveva un Bruco.
Le cose sembrarono aggiustarsi. Infatti in un primo momento vennero fatte varie concessioni, ma tre anni dopo i turbolenti Lanini del Bruco furono ancora al centro di sanguinose rivolte organizzando, a volte, addirittura delle spietate caccie all'uomo.
Chi era dunque Barbicone? Quest'uomo che con le sue gesta acquisì la nobiltà della Contrada del Bruco e addirittura il nome di "Via del Comune" alla strada principale del suo rione?
Ben poco si conosce della sua vita. Nonostante le nostre ricerche non siamo stati in grado di trovare la sua data di nascita e quella della sua morte.
Una cosa è certa, quest'uomo fu l'anima e l'emblema della rivolta popolare che più risonanza ebbe a Siena in quei tempi, poichè fu la più sanguinosa e la più significativa.
A parte la ferocia di come fu guidata, segnò il risveglio del popolo, rendendolo cosciente di doversi conquistare un ruolo nell'amministrazione della città, dove purtroppo, in quel tempo regnava sovrana la tracotanza dei nobili che al popolo nulla concedevano, all'infuori del duro lavoro e una scodella di brodaglia.

Archivio Arcivescovile di Siena, Cause Civili 4950

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