Cronaca del Palio del 16 agosto 1955



Ogni Palio - del mezzo migliaio che ne sono stati corsi fin’oggi - ha una sua storia particolare la quale, solo fino ad un certo punto, si diparte dal filone generico; certi spunti, di ripicco, di risentimento, di rivalsa, da un Palio all’altro si riallacciano in quei filoni sotterranei per i quali scorre, lentamente, il fluido motore di tutta la storia delle Contrade.
Bene: questo Palio ha così una sua storia particolare (che ora narreremo): ed una sua vicenda generale.
Suona ammonimento, infatti, e con ciò si lega intimamente alle altre corse che lo hanno preceduto, per quanti hanno sostenuto, e domani torneranno a sostenere, la necessità di far correre nella Piazza del Campo i "puri sangue".
Due o tre corse, delle quali l'ultima è complemento chiarificatore dunque, stanno validamente a dimostrare che il puro sangue è inadatto al Palio di Siena in quanto - dato di fatto risolutivo - sempre è stato clamorosamente battuto, in senso globale, e solo difficilmente è riuscito ad affermarsi nella corsa.
Ed ora vedremo.
E’ bastato che una vecchia, per quanto esperta e gloriosa cavalla, trovasse per la seconda volta la sua «monta ideale» perché - in concomitanza con altri avvenimenti all'accadere dei quali la natura del puro sangue per nulla è estranea - tutto andasse a rovescio: a rovescio nel senso che gloriosi fantini sono caduti malamente - in gergo sia pure poetico - nella "polvere", grossi partiti di fazione sono andati a farsi bellamente benedire, e a nulla è valso, nell’agone, l’improvviso spirito di lotta che ha rinverdito le speranze di alcuni "minorati" della tratta dei cavalli.
Sta di fatto che i cosidetti partiti erano, è logico, a favore dei migliori cavalli: Civetta, Tartuca, Chiocciola, Istrice, Torre.
Sparita d’inizio la Civetta, attardata in partenza la Torre, solo la Chiocciola e l’Istrice hanno potuto effettuare una gara completa sebbene priva di alcun risultato: la vecchia indomita cavalla, guidata da un audace e volitivo fantino, hanno sbarricato il Palio delle sue prerogative di prefazione dando la vittoria alla Selva: che l’ha conquistata per suo merito esclusivo, senza alcuna interpolazione, senza secondi reconditi fini; paga soltanto di vendicarsi di quella sfortuna che contro di lei si era faziosamente accanita per trent’anni.
E veniamo alla corsa del Palio.
I cavalli sono usciti dall’entrone del Pubblico Palazzo al colpo sonoro del mortaretto.
La mossa è quasi rapida: solo il barbero dell’Unicorno - eccitato come sempre durante le prove - titubava; le Contrade, sollecitate dalla viva voce del mossiere, si allineano comunque secondo l'esito della sorte: Selva (Romanino), Drago (Lazzaro), Istrice (Ivan), Leocorno (Terremoto), Oca (Albano), Tartuca (Gentili), Lupa (Mezzetto), Chiocciola (Tristezza), Torre (Vittorino), Civetta (Arzilli).
E’ all’ingresso della rincorsa che si verifica il primo caratteristico «accidente» di quest’ultimo Palio: il barbero della Civetta, fiancato, sfila rapidissimo e, come un razzo, s’incunea fra il verrocchio e i palchi suscitando un pandemonio. Vittorino, che attendeva la partenza della Civetta per scattare a sua volta, si attarda. E’ l’attimo fuggente, il verso mancato di ogni possibile poeta: già sul nastro di tufo si snoda la pittoresca cavalcata. E’ in testa la Selva; ratta al cancellato la vecchia Archetta, guidata dal generoso Romanino (un ragazzo tutta verve, pepe e sale), sfreccia alla testa del variopinto gruppo di colori.
E’ inutile che Ivan sferzi il suo barbero: cadrà a San Martino e con lui le speranze dell’Istrice; è inutile che la Chiocciola si batta; a furia e infuria in un inseguimento che non avrà conclusione: è inutile che Vittorino rimonti fantini e fantini compiendo il più spettacoloso salto mortale della Piazza di Siena nel valoroso tentativo di raggiungere la testa tutto è ormai inutile.
Archetta ha deciso di vincere insieme al suo giovane fantino. Vinceranno.
Un tripudio di bandiere saluterà la loro vittoriosa impresa. Era giusto che garrissero furiosamente: si ripagavano dell’odiosa attesa ubriacandosi, per la seconda volta nel brivido maliardo della vittoria.
MASSIMO LEONI

Testi tratti da "Il Campo di Siena" del 25 agosto 1955, ricerche e scritti del sig. Mauro Marzucchi, foto dei drappelloni da "Pallium"